Riflessioni fuori contesto, in vista di una minore astrattezza all’interno del pensiero interspecifico

di Matteo Andreozzi

lente

Da un approccio etico e/o politico che si possa dire animalista o antispecista sembrerebbe lecito attendersi, quantomeno a prima vista, una piena considerazione dell’intero regno animale non-umano. Non è così, e la cosa non stupisce se si risale alle classiche basi dell’impostazione etica dell’animalismo e/o dell’antispecismo: il valore morale della capacità di provare piacere e dolore e/o di avere un seppure minimo grado di coscienza, o l’ingiustizia intrinseca di ogni forma gerarchizzante di sottomissione capace di determinare condizioni di sfruttamento di tutti i soggetti dotati delle suddette capacità (umani e non). Secondo Peter Singer è ad esempio necessario riconoscere che le differenze biologiche esistenti tra le forme di vita non cosciente (es. embrioni, individui in stato vegetativo e organismi vegetali), cosciente (es. «casi marginali» e animali non-umani non autocoscienti, quali certi vertebrati – pesci, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi – e invertebrati – gamberi, ostriche e molluschi) e autocosciente (es. gli esseri umani capaci di intendere e di volere e certi animali non-umani definiti ‘superiori’, quali gorilla e scimpanzé) determinano diverse implicazioni morali (1975, pp. 171-174; 1979). Per Tom Regan, invece, a possedere valore morale è un seppure minimo grado di coscienza (1979). Nella prima edizione di The Case for Animal Rights egli sembra essere convinto che a essere dotati di questa capacità sono, oltre che gli esseri umani in generale, anche molti casi marginali (es. neonati, bambini piccoli e certi soggetti menomati) e persino i mammiferi non-umani normalmente sviluppati di età uguale o superiore a un anno (1983). Nell’edizione del 2004 dello stesso libro, tuttavia, Regan rivisita parzialmente questa sua stessa prospettiva affermando che anche gli uccelli e forse persino i pesci sono, in questo senso, «soggetti-di-una-vita» (2004a, p. XVI). Egli in realtà afferma che gli uccelli hanno diritti già nel 2001, mentre riafferma i diritti dei pesci nello stesso 2004, in Empty Cages (2001, p. 17; 2004b, p. 61). «Semplicemente non sappiamo abbastanza», sostiene l’autore, «per giustificare il rifiuto, senza alcun impegno a rifletterci ulteriormente, l’idea che una rana, ad esempio, sia un soggetto di una vita pieno di desideri, obiettivi, credenze, intenzione e cose simili. Quando la nostra ignoranza è così ampia, e il possibile prezzo morale così grande, non è irragionevole dare a questi animali il beneficio del dubbio, trattandoli come se fossero soggetti a cui noi dobbiamo un trattamento rispettoso, specialmente quando fare ciò non causa a noi alcun danno» (2004a, p. 367).

Poiché tali criteri, largamente adottati e solo in minima parte rivisitati da autori contemporanei, includono all’interno del dominio di interesse morale soltanto certi vertebrati – prevalentemente mammiferi (umani e non), pesci e uccelli – e, in alcuni casi, anche certi pochissimi invertebrati, a essere tagliati fuori dalla riflessione animalista e antispecista sono un numero di animali e di specie davvero considerevole. Un numero talmente alto da avere generato svariate polemiche e dubbi all’interno del dibattito e dei movimenti in difesa degli animali non-umani. In alcuni casi l’animalismo è stato persino accusato di essere un po’ troppo specista. In altri l’antispecismo è stato accusato di essere un po’ troppo poco animalista. Al di là di queste polemiche e discussioni, su cui non mi addenterò oltre, secondo Clare Palmer esiste un ulteriore problema cha accomuna entrambe le impostazioni: sia l’animalismo che l’antispecismo sono, infatti, un po’ troppo astratti (2007; 2010). Quand’anche si accettassero i suddetti criteri morali come buoni criteri per una “rivoluzione” etica e/o politica interspecifica, resta infatti aperto almeno un altro grande problema: un problema di contesti. Tanto l’animalismo etico (spesso accusato dall’antispecismo politico di eccessiva astrattezza e non attenta considerazione del paradigma polarizzante e discriminante che accomuna sia i rapporti tra esseri umani sia quelli tra animali umani e non-umani), quanto l’antispecismo politico (spesso accusato dall’animalismo etico di fornire argomenti assiologici, epistemologici e ontologici non adeguati a ri-costruire una robusta etica interspecifica) si sono infatti storicamente dimostrati poco inclini a riporre attenzione sui diversi contesti che contraddistinguono il nostro relazionarci con quegli animali che loro stessi riconoscono essere dotati di valore morale. È in questa direzione quasi del tutto inesplorata che si muove dunque la ricerca di Palmer. Di seguito la bozza di una mia proposta di sintesi e traduzione delle sue considerazioni.

Una caratterizzazione vasta, seppure non esaustiva, dei vari contesti in cui gli esseri umani possono avere relazioni con animali non-umani comprende almeno otto contesti.

1) Il contesto selvaggio in cui si trovano animali che hanno origine, sopravvivono e si adattano in natura in un modo che è del tutto indipendente dagli esseri umani, che pure alle volte incontrano (es. animali selvatici).

2) Il contesto domestico in cui si trovano animali che in un qualche momento storico sono stati deliberatamente addomesticati e allevati dagli esseri umani al punto da trovarsi oggi quasi completamente da loro dipendenti in riferimento sia ai loro bisogni primari che secondari (es. animali da compagnia come cani e gatti).

3) Il contesto selvatico-urbano in cui si trovano animali che in un qualche momento storico sono stati spesso involontariamente addomesticati dagli esseri umani al punto da trovarsi oggi almeno in parte da loro dipendenti in riferimento sia ai loro bisogni primari che secondari (es. animali randagi o selvatici che vivono in contesti urbani o nelle loro prossimità).

4) Il contesto esotico-urbano in cui si trovano animali che, pur essendo originariamente esotici, sono stati rilasciati dagli esseri umani in contesti urbani dove vivono ora in un modo che è almeno in parte dipendente dagli umani stessi (es. nutrie o tartarughe rilasciate fuori dal proprio habitat originario).

5) Il contesto limitrofo in cui si trovano animali che, pur essendo essenzialmente selvaggi (non sono mai stati addomesticati dagli esseri umani), vivono da sempre in prossimità di contesti urbani, manifestando vari gradi di dipendenza dagli esseri umani, quantomeno in riferimento ai loro bisogni primari, in modo tale che la dipendenza di questi animali (spesso visti come “parassiti”) è spesso scoraggiata dagli esseri umani (es. topi).

6) Il contesto commensale in cui si trovano animali che, pur essendo essenzialmente selvaggi (non sono mai stati addomesticati dagli esseri umani), vivono in prossimità di contesti urbani, manifestando vari gradi di dipendenza dagli esseri umani quantomeno in riferimento ai loro bisogni primari in modo tale che la loro dipendenza è spesso incoraggiata dagli esseri umani (es. piccioni o passerotti).

7) Il contesto artificioso in cui si trovano animali che sono stati abbondantemente allevati dagli esseri umani in un modo direttamente funzionale a un loro specifico ruolo, al punto da trovarsi oggi quasi completamente da loro dipendenti in riferimento sia ai loro bisogni primari che secondari (es. animali da traino, da sorveglianza, da caccia, da reddito, da allevamento, da vestiario o da sperimentazione).

8) Il contesto di cattività in cui si trovano animali che, pur essendo essenzialmente selvaggi, sono tenuti confinati e alle volte persino ammaestrati dagli esseri umani per una varietà di scopi al punto al punto da trovarsi oggi quasi completamente da loro dipendenti in riferimento sia ai loro bisogni primari che secondari (es. animali per l’intrattenimento nei parchi, negli spettacoli, nelle corride, nei rodei, nei palii, nelle sagre e negli zoo).

 schema2

Alla luce di queste considerazioni (riassunte dalla tabella qui sopra riportata), è forse opportuno rivalutare l’intero spettro contestuale del nostro relazionarci con gli animali non-umani? Pensiamoci. Una volta stabiliti i criteri assiologici, epistemologici e ontologici in base ai quali è possibile ritenere che certi soggetti, e non altri, siano meritevoli di essere presi in considerazione in un discorso etico e/o politico, possiamo andare oltre queste dimensioni metaetiche e metapolitiche in diversi modi. Per stabilire i principi e le norme di una vera giustizia interspecifica, tuttavia, dobbiamo prima stabilire cosa debba essere preso in considerazione nei riguardi dei soggetti morali e quanta considerazione sia opportuno conferire o riconoscere a questo qualcosa. È in questo frangente che, secondo Palmer, è opportuno ricontestualizzare l’animalismo e l’antispecismo. Se ci si limita ad argomentare contro ogni forma di sofferenza animale è facile ricadere nel welfarismo e in forme di sfruttamento più umano degli altri animali. Se si fa perno sull’esigenza di liberare questi animali dal dominio gerarchizzante che esercitiamo su di loro dobbiamo però pensare a rendere questi, tutti questi (animali domestici compresi), da noi indipendenti (vedi terza colonna della tabella). In alternativa, è forse opportuno sviluppare diverse teorie dei contesti, applicabili a seconda del tipo di relazione in gioco. Se in alcuni casi è lecito che certi soggetti morali dipendano per tutta la vita da noi, allora dobbiamo sviluppare una teoria interspecifica che giustifichi questa dipendenza e illustri i principi e le norme che ci devono guidare nel mantenerla in atto. Il guanto della sfida è lanciato, anche se io non sono del tutto persuaso che debba essere raccolto.

Bibliografia

Palmer, C. (2001). Taming the Wild Profusion of Existing Things? A Study of Foucault, Power, and Human/Animal Relationships. Environmental Ethics, 23(4), 339-358. doi:10.5840/enviroethics20012342.

Palmer, C. (2007). Rethinking Animal Ethics in Appropriate Context: How Rolston’s Work Can Help. In C. Preston, & W. Ouderkirk (Eds.), Nature, Value, Dutry. Life on Earth with Holmes Rolston, III (pp. 237-268). Dordrecht, The Netherlands: Springer.

Palmer, C. (2010). Animal Ethics in Context: A Relational Approach. New York: Columbia University Press.

Regan, T. (1979). An Examination and Defence of One Argument Concerning Animal Rights. Inquiry. An Interdisciplinary Journal of Philosophy, 22(1-4), 189-219.

Regan, T. (1983). The Case for Animal Rights. Berkeley and Los Angeles: University of California Press.

Regan, T. (2001). Defending Animal Rights. Urbana: University of Illinois Press.

Regan, T. (2004a). The Case for Animal Rights. 2004 Ed. Berkeley and Los Angeles: University of California Press.

Regan, T. (2004b). Empty Cages: Facing the Challenge of Animal Rights. Lanham, MD: Rowman & Littlefield.

Singer, P. (1975). Animal liberation: A new ethics for our treatment of animals. New York: Random House.

Singer, P. (1979). Practical Ethics. Cambridge, UK: Cambridge University Press.

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Comments
One Response to “Riflessioni fuori contesto, in vista di una minore astrattezza all’interno del pensiero interspecifico”
  1. Roberto ha detto:

    Troppo facile se non si prende in considerazione anche gli oltre 8 contesti in cui gli esseri umani possono avere relazioni con altri animali umani differenti.

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