Blackfish. Racconto di un sopravvissuto

di Matteo Andreozzi

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Nel 1992 avevo 12 anni, per cui vi racconterò quello che mi ricordo ma, soprattutto, ve lo racconterò come me lo ricordo – con le parole e gli aggettivi di quel ricordo. Poi vi dirò cosa ne penso ora.

Era il 1992, per l’appunto. Avevo 12 anni e mia madre, che lavorava da tempo nel settore del turismo, organizzò per me e lei uno splendido viaggio negli USA che i miei coetanei dell’epoca mi invidiavano profondamente. Negli anni ’90 viaggiare in areo, soprattutto oltre oceano, era ancora costosissimo. Mi ricordo che la maggior parte dei miei amici non era addirittura mai salita su un velivolo. Io di viaggi, invece, ne avevo fatti molti, sempre grazie a mia madre. Certo, però, non ero mai stato nella terra dei sogni, gli USA.

Girammo gli Stati Uniti in lungo e in largo, dalla costa est a quella ovest. Statua della libertà, Empire State Building, Epcot Center, Cape Canaveral, Niagara Falls, Disneyworld, Disneyland, Universal Studios sono solo alcuni dei luoghi che mi ricordo di avere visitato a occhi sgranati. La nostra prima tappa fu però la Florida. Orlando, per la precisione. In quell’anno la squadra locale di pallacanestro, gli Orlando Magic, aveva ingaggiato come prima scelta del draft Shaquille O’Neal. Un centro di 2,13 metri che il Kareem Abdul-Jabbar de L’aereo più pazzo del mondo non avrebbe esitato e definire “un cristone grande e grosso” che…prova tu a marcarlo per 48 minuti (http://www.youtube.com/watch?v=gE0Tes0NU20). Non mi ero mai interessato di pallacanestro prima di allora, ma la “presenza” mediatica di Shaq in Florida si avvertiva in modo così forte che mi comprai subito delle Reebok Pump (sì, quelle con il cosino sulla linguetta per gonfiarle) e, al mio ritorno, iniziai a praticare questo sport – sport che pratico assiduamente tuttora. La squadra di Shaq, gli Orlando Magic, aveva scelto il nome “Magic” proprio per la magia che si respira nell’aria di Orlando. Una città fatata e curatissima. La città di Disneyworld, ma non solo. Orlando è anche la città di Seaworld, una delle catene di parchi marini più grande e famosa al mondo.

Le pubblicità di Seaworld, su cartelloni e in televisione, erano talmente belle da sembrare irreali. Famiglie felici che giocano con orche assassine dalle vetrate degli acquari, bambini che cavalcano orche assassine e, immancabile, la gioia di inzupparsi tutti con gli schizzi provocati dalle codate delle orche durante gli spettacoli organizzati dagli ammaestratori. Fu una tappa di quel viaggio che non dimenticherò mai. Ho da sempre “amato” gli animali, anche se solo in età matura ho compreso che non potevo davvero amarli senza prima anche rispettarli. Ai giardini pubblici di Porta Venezia, a Milano, a quell’epoca c’era un piccolo zoo. Con mio nonno ci andavamo anche due volte a settimana. Anche se le connessioni etiche di quello che osservavo le avrei compiute solo molti anni più tardi, stavo lì ore a guardare quegli splendidi animali, imparando piano piano a comprenderne l’intelligenza e la sensibilità. La maggior parte degli animali erano animali da terra, a parte un paio di foche, se non ricordo male. Anche per questo l’esperienza di Seaworld fu indimenticabile.

Quel luogo mi mostrò come anche gli animali acquatici fossero “vivi”, intelligenti e sensibili. Vidi per la prima volta una manta, uno dei miei animali preferiti. Rimasi sbalordito dal gioco di linguacce che feci con un’orca assassina dai vetri di un acquario interrato. L’intelligenza e bravura nell’eseguire gesti “umani” delle orche assassine che si esibivano a Seaworld lasciò tutti sbalorditi. Accarezzai persino un’orca assassina, ora che mi ricordo. Il suo nome? Tillikum. Un’orca dalle dimensioni mastodontiche. Un’orca che avrebbe terrorizzato davvero tutti, se non fosse stato per la sua pinna dorsale storta e arricciata. Un elemento tanto buffo da rendere quel “bestione” troppo tenero. Già, forse fin troppo. Sì, perché anni più tardi scoprii che Tillikum aveva sbranato un addetto ai lavori già nel 1991. Avrebbe poi ripetuto gesti di carneficina nel 1999 e nel 2010, quando divorando un’istruttrice davanti al gremito pubblico che sedeva lì, proprio lì dove sono stato seduto anche io, divenne tristemente famosa in tutto il mondo come l’orca killer per eccellenza.

Oggi, la storia di Tillikum e della triste cattura e addestramento che coinvolge tutte le orche e gli altri cetacei che vengono fatti esibire a Seaworld e in altri parchi acquatici, in giro per il mondo, è raccontata in uno splendido documentario, intitolato Blackfish (http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=w2vG_Ifu4zg).

Ho visto Blackfish proprio l’altra sera. Narratori della vicenda sono diversi ex istruttori di Seaworld che ebbi modo di vedere di persona, ormai venti anni fa (vedi foto dell’articolo, da me scattate). Ora sono tutti pentiti, un po’ come il Rick O’Barry di The Cove – che tra l’altro fa anche una comparsata nel documentario. Molte delle critiche da me mosse a The Cove su queste stesse pagine (https://asinusnovus.net/2013/08/24/the-cove-denuncia-di-un-documentario-di-denuncia) sono a mio avviso traslabili anche su Blackfish. Anche in questo caso, dunque, “sconsiglio la visione di questo documentario a tutte quelle persone che hanno ancora una scarsa conoscenza dalla complessa questione animalista e ambientalista”. Anche in questo caso, tuttavia, consiglio vivamente il documentario a chi ha già maturato consapevolezza del problema – persone che possono certamente “accompagnare” o “guidare” i meno esperti sulla questione animale e ambientale nella visione della pellicola.

Non voglio però qui criticare o elogiare Blacksifh, descrivendone i contenuti e illustrandone la produzione, così come ho fatto per The Cove. Non voglio infatti offrire una vera e propria recensione del film, ma un racconto di un “sopravvissuto”. No, non sono sopravvissuto a un attacco di Tillikum. Sono sopravvissuto al modo in cui gran parte degli Stati Uniti e, oggi, anche dell’Europa, guarda agli animali da intrattenimento e ai macabri “spettacoli” offerti dagli inconvenienti che alle volte si verificano durante gli show che coinvolgono questi animali. Blackfish mi ha ricordato quanto io sia stato complice, in passato, di tutte le dinamiche supportate da questa bipolare prospettiva, a cavallo tra la zoofilia e la macabrofilia. Le parole, l’entusiasmo, la positività e la magia con cui mi ricordo della mia esperienza a Seaworld non posso cancellarle. Stanno lì proprio a ricordarmi e a testimoniare quanto il superare la prospettiva antropocentrica e specista significhi, prima di tutto, criticare se stessi. Litigare con se stessi, anzi. Animosamente, anche. Alle volte anche con un se stesso di 12 anni. Tanto inconsapevole quanto ingenuo.

Con quel me stesso di 12 anni che accarezzò allegramente Tillikum parlai per la prima volta di quell’episodio nel 2010. Poco dopo l’attacco pubblico di Tillikum, poi rivelatosi mortale, alla sua istruttrice Dawn Brancheau i presunti video del massacro impazzavano sul web. Il Corriere della Sera prese una tremenda cantonata pubblicando un video in realtà risalente agli anni ’90 e spacciandolo come il video dell’uccisione della Brancheau. Il video ottenne un boom di click ma, una volta svelato (dal sottoscritto) l’errore, fu repentinamente cancellato dal sito del Corriere. Il video però rimase, e rimane tuttora, online come “video ufficiale della morte della Brancheau” su diverse altre testate online, tra cui La Voce d’Italia – giornale che mi impegnai a screditare già nello stesso 2010 (http://www.voceditalia.it/commenti.asp?id=46969 vedi primo commento, il mio). Feci quello che potei fare. E fu utile se non altro a fare pace con me stesso. A sopravvivere a me stesso.

La storia degli istruttori di Seaworld narrata in Blackfish, almeno in parte anche la mia, e forse persino anche quella di molti di voi, insegna dunque che è sempre possibile, in un certo senso, “pentirsi” del proprio essere complici di una cultura la cui crudeltà verso gli animali sembra non conoscere limite. Pentirsi, in questo caso, può significare girare un documentario che racconti lo scempio, scrivere un articolo che promuova la pellicola o fare vedere il film a persone meno consapevoli, spiegando quanto d’altro ci sia dietro e promuovendo così un cambiamento culturale significativo. Un cambiamento che nei fatti, per Tillikum, probabilmente non si concretizzerà mai. Già, perché Tillikum è ancora oggi lì a Orlando, costretto a esibirsi davanti agli occhi di una folla gremita di spettatori che, forse, in fondo in fondo (ma molto in fondo), sperano persino si verifichi qualche altro incidente.

Era il 1992 quando visitai gli USA per la prima volta. Mi ricordo che mia madre mi disse che gli Stati Uniti erano “dieci anni avanti rispetto a noi”. Mentre stavo compilando alcune cartoline di Seaworld da spedire ai miei amici in Italia le chiesi se come data avrei dovuto mettere 2002, visti i dieci anni di vantaggio che avevano gli States. Rise, e risi anch’io.

Quando tornai dagli Stati Uniti scoprii che lo zoo di Porta Venezia chiuse, proprio nel 1992, a causa delle continue proteste degli animalisti. Tillikum fu l’ultimo animale che vidi in condizioni “artificiose”. Con questa consapevolezza, adesso, mi chiedo quanti anni fossero in realtà “indietro” gli States nel 1992, visto che al “1992” che vissi a Milano, quando chiusero lo zoo di Porta Venezia, non sono ancora oggi arrivati. Su questo c’è ben poco da ridere.

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