Neppure guardano

di Piergiorgio Bellocchio

Nel frammento 145 dei Taccuini 1956-1969, prendendo spunto dalla tela di Longhi La mostra del rinoceronte, Horkheimer osserva: «Difficilmente la stupidità umana potrebbe essere meglio rappresentata. Gli uomini sono l’unica specie che tenga prigionieri gli esemplari di altre specie, tormentandoli in maniere diverse, al solo scopo di sentirsi superiore». Ma, preso dalla tesi, peraltro sacrosanta, Horkheimer cade nell’inesattezza, circa il contenuto del quadro, di descrivere il rinoceronte «mentre viene guardato a bocca aperta dall’elegante pubblico».
L’«elegante pubblico» non guarda affatto «a bocca aperta» l’animale. Dei nove esemplari umani rappresentati, sette guardano molto al di sopra del rinoceronte, e precisamente verso il pittore che li sta riprendendo, modelli in posa davanti all’obiettivo come se già si specchiassero nel quadro. Dal loro sguardo fisso non traspare nessuna curiosità per l’insolito, esotico animale, anzi nessun sentimento, tranne la preoccupazione di dare un’immagine di sé conforme al proprio rango sociale. Il rinoceronte, opaca massa scura, è collocato nella zona inferiore della tela, ben al di sotto del gruppo di aggraziati e compiaciuti manichini che si trovano lì solo per presenziare al rito e ai quali nulla importa del rinoceronte, ma di essere rappresentati con il rinoceronte (ai loro piedi).
Gli unici due personaggi non irrigiditi nella mera funzione mondana occupano una posizione laterale, alle estremità della piccola piramide umana. Uno dovrebbe essere il padrone dell’animale, l’impresario. Neanche lui guarda il rinoceronte, ma lo indica con una mano, mentre nell’altra stringe il ridicolo frustino e il corno già dell’animale cui è stato prudenzialmente asportato. Egli recita la sua parte di meschino imbonitore, tentando di eccitare artificiosamente una curiosità che non riesce a prodursi. L’altro è uno spettatore, l’unico a degnare d’uno sguardo il rinoceronte. Ed è anche l’unica figura non convenzionale del quadro. Il mantello gettato negligentemente sulle spalle, incurante del pubblico che lo circonda come del pittore che lo ritrae, allunga un’occhiata obliqua al rinoceronte fumando in una lunga pipa bianca. Ma neanche l’animale sembra scuoterne l’apatia.
Se il pubblico lo ignora, il rinoceronte scornato ignora a sua volta gli spettatori, e anche l’obiettivo, e guarda tristemente nel vuoto. Il suo destino è riassunto nei dettagli del fieno che gli sta sotto il muso (alcuni fili gli pendono dalla bocca) e, in primissimo piano, alla base inferiore della tela, tre mucchietti di sterco, che ha l’identico cupo colore dell’animale. Una vita fatta unicamente di nutrimento e evacuazioni.
Gli spettatori disinteressati dello spettacolo; l’imbonitore che vanamente si agita nel tentativo di attirare l’interesse del pubblico; la noia dell’unico spettatore che guarda l’animale; l’animale mutilato della sua arma e del suo vanto, reso innocuo, degradato a mera macchina digestiva: possibile che il buon Longhi, la cui pittura sociale non si spinge mai oltre l’ironia, sia stato capace di darci questa densa e scoraggiante parabola dell’inutilità? Longhi non era né un Hogarth né un Goya, e dubito che si rendesse ben conto di ciò che il suo occhio vedeva e la sua mano dipingeva. Ma quell’occhio era attento e quella mano fedele. È grazie a questa integrità che noi oggi vediamo nel quadro anche ciò che l’autore non poteva vedere.

(Piergiorgio Bellocchio, Al di sotto della mischia. Satire e saggi, Libri Scheiwiller, Milano 2007, pp. 171-172)

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Comments
3 Responses to “Neppure guardano”
  1. marcomaurizi74 ha detto:

    wow che perla! non conoscevo quest’analisi di Bellocchio…Grazie Serena!

  2. sdrammaturgo ha detto:

    La famiglia Bellocchio è una garanzia.
    Seme buono.

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