Filosofia della corrida: il fascino indiscreto della crudeltà

di Alessandra Colla

Baciata dalla più-che-divina serendipità, mi sono imbattuta in uno scritto di Francis Wolff — filosofo (tutti maîtres-à-penser, eh?) e docente all’Ecole normale supérieure —, Philosophie de la corrida (Fayard, Paris 2007). All’epoca mi dev’essere sfuggito, e non ricordo di averne sentito parlare. Mi pare che non sia stato tradotto in italiano, e per quanto mi riguarda la cosa non mi disturba minimamente; ma vedo dalla rete che il saggio di Wolff ha innescato in Francia una polemica sostanziosa.
Wolff, appassionato estimatore della tauromachia, espone sinteticamente le sue tesi di “filosofia taurina” nel discorso inaugurale per la Feria de Sevilla del 2010 — onore solitamente riservato ai notabili locali. E siccome è un filosofo, scomoda alcuni suoi colleghi del passato (vorrei dire illustri, ma questi filosofi autocertificati sono terribilmente suscettibili): così, ecco che il concetto di idea platonica si incarna nel torero quando mostra tutta la sua arte realizzando in un sublime momento fugace la relatività della perfezione; ancora, nel momento in cui il torero e il toro si affrontano nell’arena è Aristotele che trionfa, con la sua teoria della potenza che diviene atto; poi è la volta dello stoicismo, che risplende in pensieri parole ed opere di un torero come un certo José Tomas (mi si perdonerà se non approfondisco la conoscenza del personaggio), “martire solitario sulla sabbia dell’arena”; e infine ecco l’epicureismo, abbagliante nell’emozione estetica della tauromachia che corona la ricerca del piacere.
Non commento — cioè, non a voce alta. Per correttezza (verso me stessa innanzitutto), prima di farlo dovrei leggere da cima a fondo la citata Philosophie di Wolff, e capirete che non ne ho poi tutta questa voglia.
Ma da quel che ho potuto vedere, la risposta migliore mi sembra provenire da Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, di cui citerò assai largamente i passi a mio avviso più salienti e che, sulla Revue semestrielle de droit animalier (2, 2010, pp. 119-124), così scrive:

«[…] si dirà, ma non avete niente di meglio da fare che occuparvi dei tori? Francis Wolff consiglia ai militanti della causa animale di occuparsi “della Cecenia, dell’Irak, del Darfur”, “dei bambini che muoiono di fame o sotto le bombe” [Francis Wolff, «Gare à l’idéologie ‘animaliste’», L’Humanité hebdo, 15 septembre 2007, p. 18.]. Si tratta di un ragionamento fallace, noto come “sofisma del peggio”. Esso consiste nel dire che X non è un problema perché c’è di peggio, e che si dovrebbe concentrare tutta la propria energia su questo “peggio-di-X”. Non soltanto coloro che professano questa teoria si troverebbero a mal partito nell’applicarla essi stessi – davvero essi consacrano tutto il loro tempo alla risoluzione di quel che c’è di peggio sulla terra? – ma presuppongono una contraddizione che nei fatti non esiste. Occuparsi del benessere dei tori impedisce forse di prendersi cura degli uomini? In realtà, spesso sono proprio quelli che citano i bambini del Terzo mondo come pretesto per non preoccuparsi degli animali che non fanno proprio niente né per gli uni né per gli altri, quando invece una gran parte di coloro che si preoccupano del benessere animale militano con lo stesso impegno contro la miseria umana, perché l’umanitarismo intelligente travalica le frontiere della specie [Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, Ethique animale, Paris, PUF, 2008, pp. 137-138.].
«[…] Si ricorda volentieri che Goya, Delacroix, Picasso e altri ancora erano aficionados appassionati. Un modo come un altro per dire: se questi grandi uomini sono stati ispirati dalla corrida, è perché essa ha un valore, e dunque è necessario difenderla. Si dà così l’impressione che la corrida abbia avuto un qualche peso nel loro genio e dunque, in certo qual modo, che Goya, Delacroix e Picasso non avrebbero potuto essere Goya, Delacroix e Picasso senza di essa. Il che per noi, oggi, significa: se si proibisce la corrida, si nuoce allo sviluppo del potenziale umano tanto da rischiare di soffocare in nuce dei Goya, dei Delacroix, dei Picasso. Questo è un altro sofisma, che porta il nome di “richiamo all’autorità”. Qui esso si accompagna a un “sofisma della buona compagnia”, poiché ci si riferisce non soltanto a grandi personalità (autorità) ma perdipiù a persone dotate di un ethos rispettabile e di una immagine positiva, dunque impossibili da associare a pratiche biasimevoli. Di qui deriva questo genere di argomentazione: “Pensate davvero che Lorca, Hemingway, Leiris, Bataille, Cocteau si divertissero a veder morire degli animali?” [Francis Wolff, «Gare à l’idéologie ‘animaliste’», op. cit]. Il ragionamento sotteso è il seguente: Lorca, Hemingway, Leiris, Bataille e Cocteau sono uomini buoni. Ora, essi amano la corrida. Dunque, la corrida è buona. Si tratta di un sofisma, sia chiaro, poiché non vi è alcun legame logico tra la simpatia suscitata da una persona e la legittimità delle pratiche che essa apprezza. Le persone citate sono “buone” per scrivere, dipingere e comporre, ma non necessariamente per esprimere giudizi etici validi. Che una pratica sia un’ispirazione per l’arte non la rende necessariamente una buona pratica. L’arte si ispira a tutto, compreso il peggio, e buon per lei che goda di questa libertà.
«[…] La difesa tradizionale della corrida, tanto più debole quanto più costellata di sofismi, da qualche anno a questa parte è rafforzata dallo sviluppo di un’argomentazione filosofica [V. Alain Renaut, «L’esprit de la corrida», La règle du jeu, 7, 1992, pp. 84-109 e «L’humanisme de la corrida», Critique, 723-724, 2007, pp. 552-560; e Francis Wolff, «Le statut éthique de l’animal dans la corrida», Cahiers philosophiques, 101, 2005, pp. 62-91 e Philosophie de la corrida, Paris, Fayard, 2007.], più sottile, ma non meno fallace. La corrida viene presentata come un simbolo. Per Alain Renaut, essa simboleggia “la lotta dell’uomo con la natura”, per esprimere “la sottomissione della natura bruta (cioè della violenza) al libero arbitrio umano, vittoria della libertà sulla natura”. È, al tempo stesso, un’arte e l’espressione dell’umanesimo, “cioè la designazione della cultura come missione propria dell’uomo”, la cultura essendo definita come sottrazione alla natura [Alain Renaut, «L’esprit de la corrida», op. cit., p. 94 e «L’humanisme de la corrida», op. cit., p. 557.]. Francis Wolff rincara la dose: “L’umanità contro la taurinità. Homo sapiens vulnerabile ma sereno di fronte alla forza vana di bos taurus ibericus. Natura lucida contro natura cieca” [Francis Wolff, Philosophie de la corrida, op. cit., p. 76.].
«La spiegazione è semplicistica, almeno per due ragioni. Da un lato perché, se tutto quello che la corrida mostra è l’antico dualismo che tutti i filosofi dopo Descartes hanno superato, allora essa descrive un mondo e un sistema di pensiero che non sono più i nostri da almeno tre secoli. Dall’altro lato perché, se il toro simboleggia la natura, nei fatti è ben lontano dall’essere la natura, ovvero un essere naturale, come riconosce lo stesso Renaut [Alain Renaut, «L’humanisme de la corrida», op. cit., p. 558.]. Il toro da combattimento è un prodotto estremamente calibrato, controllato, sorvegliato, un capolavoro della zootecnica, dunque della cultura. La “naturalità bruta” che esso sprigiona nonostante tutto non è nient’altro che l’interpretazione che noi diamo al suo comportamento. Essa non è tanto in lui quanto piuttosto nel nostro sguardo, che trova ciò che cerca.
«[…] Questi filosofi che difendono la corrida ne sottolineano il ruolo educativo […]. Di qui, due domande. La prima: a che cosa si educa, esattamente? Che cosa si insegna al toro? […] Io mi chiedo di cosa si istruisce un animale piantandogli in corpo delle lame. La seconda: ammesso e non concesso che vi sia una qualche istruzione, a che serve istruire per poi uccidere? Qual è quella pedagogia che non permette all’allievo di vivere abbastanza a lungo per godere della propria istruzione?
«[…] L’antropomorfismo sta pure alla base della filosofia della corrida di Wolff, che riposa interamente sull’attribuzione al toro di un certo numero di qualità: valore, coraggio, nobiltà, eroismo, eccellenza [Francis Wolff, Philosophie de la corrida, op. cit., p. 78.].
«[…] Ma ciò che colpisce è che queste qualità sono evidentemente umane. Non è il toro che vede ciò che gli uomini chiamano un combattimento come un “combattimento”. […] Sono gli uomini che gli attribuiscono quelle qualità umane, per rendere possibile la comparazione. La filosofia della corrida riposa sulla negazione dell’alterità. Il toro è “umanizzato” per poter essere collocato sulla stessa scala di valori dell’uomo che lo combatte — e permettere così la comparazione, al solo scopo di poter affermare la superiorità umana, che non avrebbe alcun merito se l’avversario non condividesse le medesime “virtù cardinali” [Ibid., p. 82. V. Elisabeth Hardouin-Fugier, «Surhomme et sous-bête, le toro de corrida», in Boris Cyrulnik (dir.), Si les lions pouvaient parler. Essais sur la condition animale, Paris, Gallimard, 1998, pp. 1286-1295.].
«E perché, in fin dei conti, bisogna uccidere il toro? Wolff parla di “una verità accecante”, di un imperativo categorico: “bisogna che il toro muoia!” [Francis Wolff, op.cit., p. 97.]. Ma perché? La ragione non è enunciata chiaramente da nessuna parte. L’autore spiega che il modo di fare una cosa giustifica il fatto stesso di farla. La messa a morte è codificata, ritualizzata, è una cerimonia.
«[…] la corrida formalizza la messa a morte. Ora, tutte le civiltà che hanno praticato la tauromachia hanno trattato il toro come un dio. Dunque la corrida tratta il toro come un dio. Dunque, essa lo rispetta. Dunque essa è legittima. Ragionamento, questo, tipicamente antropocentrico: il toro se ne infischia alla grande di essere rispettato come un dio se soffre e muore nell’arena. […] Il fatto di avere regole, riti, ornamenti e, eventualmente, un grande rispetto per la vittima, non scusa né giustifica in nulla quello che le viene fatto subire.
«[…] Se si pensa che la corrida si giustifichi col piacere che possono provare certi individui nell’assistervi, che lo si dica francamente. Ma la si smetta di dissimulare dietro un paravento di fumi metafisici ragioni che di fatto sono assai più brutali».

E — aggiungo sommessamente io — la si smetta di continuare ad attribuire dignità di sapienti a quanti, paludati del nome santo di “filosofi”, pretendono di imporre opinioni personali mascherandole da verità necessarie ed eterne, per nascondere le loro umanissime miserie: come dimostra ampiamente la risposta di Wolff, povera e astiosa, dalle pagine del quotidiano Libération.

Se “filosofo”, ovvero “amico della sapienza”, è colui dal quale si può apprendere, mi chiedo cos’abbiamo noi da imparare da costoro.

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Comments
5 Responses to “Filosofia della corrida: il fascino indiscreto della crudeltà”
  1. Masque ha detto:

    Chiamare filosofi delle persone che agiscono i questo modo, è un offesa alla filosofia.
    Quelli sono comportamenti da azzeccagarbugli, avvocati delle cause perse… sofisti, appunto.
    Chi ama il sapere, o è amico della sapienza, non la utilizza come arma per ottenere ragione. L’amore di queste persone verso la conoscenza è simile all’amore degli allevatori verso gli animali. La cosa buffa, è che se uno di loro leggesse questo paragone, lo troverebbe pure corretto, ma per motivi diversi dai miei.

  2. Serena Contardi ha detto:

    GRAZIE. José Tomas è considerato il più grande torero vivente, toreò alla plaza de toros di Barcellona durante l’ultima corrida. E ora ti chiederai come faccio a saperlo. Leggo i taurini: ognuno ha le sue piccole perversioni. La cosa che più mi stupisce è che, mentre ridono a crepapelle di quegli animalisti un po’ ingenuotti che fanno gli animali più vicini a noi di quelli che sono, proiettano ininterrottamente sul toro qualità che sono ancora umane e troppo umane: il toro come dio dell’arena, la morte che corteggia e si fa corteggiare…sono antropomorfizzazioni opposte e complementari a quelle di Walt Disney. Meraviglioso Vilmer: “la filosofia della corrida riposa sulla negazione dell’alterità”. E’ così, è proprio così! Vedono nel toro qualità che amano nell’uomo, la corrida è ego umano che straborda nell’arena e non si riconosce, non vi è alcuna reale considerazione della “natura animale” in quanto tale. Di fatti scalpitano per il toro quando attacca, quando è coraggioso, nessuno nomina mai il povero cavallo del picador che, bendato perché se ne stia più mansueto, si becca i colpi e le cornate (la sua natura sarebbe quella?). Tutto questo non ha nulla a che vedere col rispetto per l’animalità.

    • buridana ha detto:

      Grazie a te, Serena: c’è sempre da imparare 🙂
      Scusami ma non credo che la tua sia una perversione — né grande né piccola. Si tratta semplicemente, secondo me, dell’ottima norma “conosci il tuo nemico”. Se non si può arrivare a conoscere del tutto se stessi, sapere qualcosa dell’avversario è comunque di aiuto 😉

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