Intervista a Leonardo Caffo

Ascolta l’audio dell’intervista a Leonardo Caffo sulla seconda edizione di Soltanto per loro – [apparso su Pagina Tre – rivista di Liber Liber]

Neanche un anno fa (maggio 2011) parlavamo su queste pagine del libro di Leonardo Caffo, Soltanto per loro (ed. Aracne). Oggi, dopo aver esaurito la tiratura in meno di dieci mesi, il volume viene ristampato in una nuova collana con la Prefazione di Felice Cimatti, docente di Filosofia della Mente all’Università della Calabria. Un significativo successo editoriale, e un’occasione per parlare con l’autore dei motivi che spingono un filosofo a interessarsi della “questione animale” e che spingono il pubblico – a giudicare dalle vendite – ad interessarsi alla tematica.

Leonardo Caffo, catanese laureato a Milano e dottorando a Torino; ventitreenne al suo quarto libro di filosofia (uno in seconda edizione). Cosa si cela dietro questo giovane studioso dal talento tanto prolifico?
Oddio: temo che qualsiasi risposta sarebbe fallace. Se dico qualcosa, e confermo il talento, si fa presto a tacciarmi di presunzione ma se non dico niente, e banalizzo tutto, si fa presto a pensare che sono un para… ninfo. Credo che in me, e in altri ragazzi ‘prolifici’, si celi innanzitutto la voglia di sperimentare come conseguenza di una grande passione. Servono almeno due cose, anzi tre. La sfacciataggine, perché ad esporsi quando comunemente si ritiene il silenzio l’unica forma di espressione, c’è sempre molto da perdere e poco da guadagnare; molto impegno, perché scrivere significa leggere tanto, e leggere tanto significa capire che ciò che scrivi è sempre inadeguato; infine serve essere mossi da una ‘motivazione’: nel mio caso si chiama antispecismo, e significa desiderio di libertà e liberazione di tutti gli oppressi.

Soltanto per loro esaurisce la tiratura in meno di un anno. Perché l’argomento attira tanto il pubblico?
Il discorso qui è duplice. Aracne stampa ciò che vende, e raramente farebbe una seconda edizione. Farla significa dichiarare che un libro ha avuto molte richieste e che sono mature le condizioni per motivare nuovamente questo desiderio di un certo pubblico. Felice Cimatti aveva recensito il libro su il Manifesto, e ha accettato volentieri di fare una prefazione. Inoltre un noto centro di ricerca dell’Università di Torino, supervisionato da Ugo Volli, ha accolto il volume nella propria collana scientifica. Questo vuol dire due cose, di cui sono molto contento: il libro non solo era valido per il grande pubblico, ricevendo un buon numero di recensioni positive dalla stampa, ma aveva anche un merito confermato dalla comunità scientifica, e non posso che esserne contento. Il pubblico, per rispondere alla domanda, è attirato o perché antispecista – e dunque curioso di vedere nuovi sviluppi teorici nella questione – o perché interessato all’animalità come fondamentale entità teorica della filosofia: tutti i grandi filosofi (e anche i piccoli, come me) si sono occupati di animali.

Nel libro fa una importante distinzione: non tra uomini e animali, bensì tra animali umani e animali non-umani. Che vuol dire?
Risposta semplice. Usare la seconda dicitura è un espediente linguistico per ricordare, all’umano smemorato, la sua natura animale. In secondo luogo, rivendicare la natura animale dell’umano, è indispensabile per sviluppare argomentazioni antispeciste già da Peter Singer in poi (era il lontano 1975).

Nel Suo ultimo Finalmente è la fine del mondo pone la prevaricazione dell’uomo sugli animali come uno dei motivi scatenanti dell’apocalisse. Quanto è centrale oggi (o dovrebbe esserlo) la questione animale?
Oggi si parla molto di animali, ma si parla pochissimo per gli animali. Gli animali, per l’uomo comune, sono oggetti di cui disporre – cani e gatti con cui giocare a comando – o maiali da squartare per farci un panino al salame. No … dire che l’animalità è la grande sconosciuta del nostro tempo. Nel romanzo, che poi è ovviamente legato ai miei argomenti di ricerca, utilizzo una metafora di un mondo – quello dell’uomo – che finisce perché non è stato in grado di aprirsi all’altro da sé, all’animale non umano. Il mondo finirà perché siamo specisti? No, non credo proprio. Il mondo, sempre quello nostro, finirà perché nulla è eterno: neanche il bipede implume. Il problema, nella mia prospettiva, è far coincidere la nostra permanenza con la morte e la distruzione dei più deboli: si pensi al terzo mondo, agli animali, ecc. Forse, e lo dico con rispetto per la mia specie, se non riusciamo davvero a cambiare rotta che il mondo finisca non è una tragedia: ma una speranza.

C’è in uscita un Suo nuovo saggio sull’etica e la libertà (La possibilità di cambiare. Azioni umane e libertà morali, in stampa per le edizioni Mimesis), portanti tematiche della riflessione precedente. Riprende anche l’animalismo? Con quali prospettive?
Il testo in uscita non parla di antispecismo, ma di teoria dell’azione e di atti sociali. Nelle mie ricerche si alternano questi due temi, ma un occhio attento e filosoficamente esperto non faticherebbe a vedere le due polarità come unite da un unico destino. Capire cosa sia un’azione significa capire di chi è la responsabilità di qualcosa; stabilire la responsabilità significa comprendere l’origine di un problema morale e politico: la questione animale è la quadratura del cerchio di queste ricerche. Come questa ha una risoluzione impossibile: ma i muri di Parigi, nel lontano ’68, invitavano ad un sano realismo che fosse figlio proprio del seguitare l’impossibile. Nel libro in uscita per i tipi di Mimesis qualcosa sull’animalità c’è, ovviamente, perché parlo dell’uomo che è, lo ricordavamo all’inizio, nient’altro che un animale. Il testo, comunque, affronterà soprattutto i temi del libero arbitrio in relazione alla filosofia delle neuroscienze e alle conseguenti questioni etiche. Grazie infinite per l’intervista, e a presto.

 

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