Ratio vs sentimento, ragioni del salame e allevamento biologico: a Bianchino

di Serena Contardi

Accade non di rado che gli animalisti vengano etichettati come sentimentali, mentre la vera ragione dovrebbe dimostrarsi immune ai dettami della sensibilità. Ora, a parte che insistere sull’utilizzo esclusivo del puro raziocinio appare, oltre che impossibile, ridicolo – si tratterebbe di automutilarsi, esercitare con orgoglio una facoltà monca – io non le vedo queste ragioni inoppugnabili per continuare a sfruttare gli Animali. Tra l’altro, l’accusa di antropomorfismo (o, come lo chiama l’autore di un pungente articolo, «antropopsicismo») è validissima in molti casi, ma spesso rivela in chi se ne fa portatore un’ignoranza profonda di quel che sappiamo sugli Animali – e ne sappiamo davvero poco. Moltissime delle motivazioni addotte da chi sostiene la giustizia della loro uccisione non possono che risultare, se indagate con la stessa freddezza dell’unico Metodo che questi pare riconoscere, fallaci. Si arriva quasi sempre alla conclusione che si mangia il salame perché è buono, ma questa è, perdonatemi, nient’altro che una questione di pancia.

Lasciamo dunque perdere per un momento le ragioni del salame (e stavolta intendo proprio quello umano), visto che tanto ragionevoli non sono, e rivolgiamoci ad altro.

Mi capita sempre più spesso di essere coinvolta in discussioni sul mangiar carne e noto che nella maggior parte dei casi il mio interlocutore, davanti alla prova evidente del fatto che creare vita cosciente allo scopo di consumarla (si conducono consapevolmente al macello individui che, terrorizzati, continuano per lungo tempo a chiamarsi e a cercarsi l’un l’altro, e questo lo confermano i veterinari) sia pura crudeltà, erge un muro di argomenti difensivi che conosco fin troppo bene, avendo impiegato io stessa, per poi vederle crollare una ad una, le medesime mattonelle. La natura, la catena alimentare, le piante, sono tutti motivi noti, e tutti già ampiamente confutati. Il buon muratore si rifiuta però di prendere atto della fragilità delle fondamenta della sua costruzione e, rivelando di essere tutt’altro che impermeabile alle ragioni della sensibilità, sfodera l’ultimo materiale, il più malleabile e insieme il più resistente, quello su cui «potremmo tutti concordare».

Gli animali soffrono, non c’è dubbio, e l’orrore degli allevamenti intensivi s’è fatto troppo evidente perché qualcuno si ostini a negarlo: occorre dunque rinnegarlo, congedarcene come fosse un errore di rotta e ripercorre a ritroso la strada che c’ha condotto a tanto per insediarci in uno stadio più accettabile, l’aureo antenato del moderno allevamento industriale, la fatidica «via di mezzo». Continuiamo ad ucciderli – nessuno tocchi il salame, per carità! – ma facciamolo come si faceva una volta, con la misura che insegna il vecchio zio canuto, che il maiale lo ammazzava, certo, ma non senza avergli garantito un’esistenza «dignitosa». Inutile impelagarsi in complicate discussioni sulla sostenibilità (molto dubbia) di tale progetto: il passato non torna. E non c’è nemmeno motivo di farlo tornare. Perché non voltare pagina, perché non andare semplicemente avanti, invece di attaccarsi coi denti – è proprio il caso di dirlo – a un quadretto bucolico ormai raffermo? E non è solo la vecchia fattoria a puzzare di stantìo, siamo piuttosto noi, coscienze infelici, che non accettiamo il disgregarsi di una realtà che nessuno può più ragionevolmente difendere, tanto che non ci sfugge la cattiveria sottile del tanto di moda allevamento biologico, dove ingrassiamo lo stesso maiale a cui abbiamo dato un nome, che abbiamo assistito in tutte le fasi della sua crescita, che abbiamo riconosciuto come soggetto.

Sono cresciuta in un paesino di campagna, e la mia famiglia scelse di mandarmi a scuola in un istituto di religiose. Un giorno le suore, che possedevano un grosso orto e alcune galline – ma c’era fatto divieto di avvicinarle, perché qualche bimbo, nel giocare, schiacciò per sbaglio un paio di pulcini – ricevettero in dono un capretto da qualcuno a cui dovevano aver fatto un favore, e questa volta non riuscirono a tenercelo lontano. Bianchino (le sorelle non erano poi così fantasiose) era un animale estremamente affabile, si lasciava toccare da noi bambini e ci insegnò molte cose – da lui scoprii per la prima volta che c’è chi la cacca la fa a pallini. Insomma c’affezionammo, ma quella non era la sorte che il buon Dio aveva in serbo per lui, così, senza molte spiegazioni, arrivò il momento in cui Bianchino non lo trovammo più. Si sollevò tra noi scolari una precoce forma d’indignazione, come se qualche giustificazione ci fosse dovuta; tra pianti e capricci furono coinvolti anche i genitori. Ci dissero che aveva raggiunto altri capretti, perché così sarebbe stato più felice. Ma che bisogno c’era poi di mentire, se così sono sempre andate le cose, e così devono andare? Lo pensò anche la Superiora e presto, senza interpellare padri e madri, ci svelò il crudo mistero di quella partenza tanto inattesa. Piansi moltissimo e perfino mio padre, che non si può certo dire la persona più impressionabile del mondo, ne rimase turbato. Anche altri genitori se la presero con la suora, le fecero apertamente sapere che non avevano approvato il suo comportamento. Come se l’avesse ammazzato lei.

Scrive Leopardi nei Pensieri che gli uomini non odiano tanto il male in sé, né chi lo fa, quanto chi lo nomina. Non ricordo più con chi me la presi da bambina, chi incolpai e a chi rivolsi la mia rabbia. Quel che so ora, è che mutare una religiosa sin troppo sincera in matrigna dal cuore di pietra non ha nulla di quella ragione radicale che si racconta manchi agli animalisti, ma assomiglia piuttosto a una reazione isterica e un po’ sciocca, un pianto di pupilla viziata. Così sono sempre andate le cose, così devono andare? Io non ci sto più.

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Comments
11 Responses to “Ratio vs sentimento, ragioni del salame e allevamento biologico: a Bianchino”
  1. sdrammaturgo ha detto:

    Sono sempre contrario all’aggiunta dell’aggettivo “intensivi” quando ci si esprime contro gli allevamenti. Come se essere ammazzati nella Vecchia Fattoria o nella Casa nella Prateria sia tutta un’altra cosa. Intensivi o virgiliani, l’allevamento, lo sfruttamento, l’uccisione, restano egualmente un’aberrazione, sia della Ragione, sia del Sentimento.
    Quando un onnivoro mi parla della “dolce morte” (il “tumore carino”, bah) nella stalla di Metastasio, gli dico semplicemente: “Ok, allora facciamo così: ora ti lascio vivere libero, viaggi, trombi, ti diverti, mangi, dormi, ti finanzio una vacanza lunghissima, poi tra cinque anni ti sparo in testa, non sentirai nulla. Ti va bene?”.

  2. Rita ha detto:

    Un bel post, seppure lo spunto proviene da un tuo ricordo molto triste.

    Purtroppo nella nostra società i sentimenti verso gli animali vengono bollati come se fossero qualcosa di disdicevole, di imbarazzante, soprattutto da parte delle persone di sesso maschile.
    L’uomo che si commuove e si intenerisce per un animale viene considerato ridicolo.
    Dovremmo domandarci perché, dove e quando nasce questa maniera di pensare.
    Ma perché non ci si può appellare ANCHE al sentimento, in aggiunta alle motivazioni razionali?
    A me hanno insegnato che ragione e sentimento non debbono essere disgiunti, ma anzi, il secondo è, può essere, conseguenza del primo.
    Anche nelle relazioni tra umani: si ama chi si stima (lasciamo da parte l’attrazione, la chimica, l’innamoramento ecc.).
    Dunque, se io imparo a stimare, proprio nella sua accezione semantica di valutazione (nel senso di accogliere, comprendere) la natura dell’animale, quel che è l’animale nelle sue diverse caratteristiche di specie, riconoscendo valore ed arricchimento nella diversità, allora arrivo anche a rispettarlo e ad amarlo in senso esteso del termine.
    Tutto ciò è molto razionale, eppure vi include il sentimento.

    • DthIncrnt ha detto:

      La mia obiezione è effettivamente “perchè dovremmo curarci della sofferenza?”.

      L’unico motivo per cui ci curiamo della sofferenza degli altri esseri umani è che questo atteggiamento rende più forte il gruppo di cui facciamo parte. E’ una forma di collaborazione puramente utilitaristica. Uno sfruttamento reciproco insomma. Non può esserci lo stesso livello di reciprocità con i membri di altre specie in quanto essi, per vari motivi, non sono in grado di prendere parte a tutte le attività della nostra specie.

      Dunque perchè dare importanza alla loro vita o alla loro sofferenza?

      Gli animali, dal punto di vista fisico, non sono altro che macchine biologiche, e la loro capacità di provare dolore è qualcosa di simile alla capacità di un computer di auto-diagnosticarsi.
      Così come l’uomo ha dato al computer la capacità di segnalare i malfunzionamenti, in modo che l’utente sia in grado di ripararlo, la selezione naturale ha dato agli animali la capacità di provare dolore, in modo che possano evitare di morire prima di essersi riprodotti.

      L’unica differenza è che il computer è stato progettato, mentre gli esseri viventi si sono evoluti in maniera casuale a partire dalla materia inanimata. Ma sempre di macchine si tratta.

      Cos’hanno di speciale le macchine biologiche?

      • Serena ha detto:

        Scodinzolano? Quante risposte che hai.

      • DthIncrnt ha detto:

        @Serena
        Alla fin fine la mia era una domanda. Se i presupposti da cui sono partito sono errati, puoi segnalarmelo.

      • Serena ha detto:

        Non so se siano errati, solo li poni come fossero il Verbo, tra l’altro in calce a un articolo che è un racconto della mia infanzia e a tutto pensavo potesse portare tranne che a una domanda sugli animali (ci metti anche l’uomo?) come macchine biologiche. A mio modesto parere, questa visione dell’essere umano come puro soggetto calcolante è limitante, e anche piuttosto deleteria. Non basiamo l’intera nostra vita sul principio di scambio/ do ut des, o forse averlo fatto troppo a lungo ci ha condotto dove siamo adesso: sull’orlo del baratro. Le macchine biologiche si emozionano, hanno una loro percezione del mondo, muoiono. Questo non lascia noi altre macchine biologiche umane indifferenti. Possiamo non curarcene, e in effetti lo abbiamo fatto anche con altre macchine umane. Lo facciamo tuttora.

      • DthIncrnt ha detto:

        Non mi sembrava fuori luogo per via di ciò che hai scritto nei paragrafi 3 e 4.

        Ovviamente non sostengo che quel punto di vista sia il Verbo, ma non mi pare nemmeno campato per aria, e di conseguenza non credo sia così scontato che altri punti di vista, “arricchiti” da considerazioni morali ed emotive, siano necessariamente più oggettivi.

      • Serena ha detto:

        Mah, non mi pare ci voglia un gran cuore a osservare che si emozionino, abbiano una loro percezione del mondo e crepino. Che la netta separazione di emozione e intelletto sia ormai superata non lo dico io, ma le attuali indagini sul cervello (penso ad esempio ad Antonio Damasio).

      • sdrammaturgo ha detto:

        Perché, tu, dal momento che, dovendo mangiare, bere, respirare e morire come ogni altro animale, dal punto di vista fisico sei una macchina biologica a tua volta, cos’hai di speciale?

      • DthIncrnt ha detto:

        Non parlavo dell’emotività delle forme di vita, ma di chi le osserva e le descrive.

      • DthIncrnt ha detto:

        @sdrammaturgo
        A parte il fatto che sono “io” (e dalla mia prospettiva sono l’unico ad esserlo!), direi niente.

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