Nota sulla vegefobia

di Marco Maurizi

Trovo davvero singolare che un testo che offre per 9/10 una teoria della paura dell’animale (umano e non-umano) nonché riproponga in forma sintetica riflessioni svolte ampiamente in altri saggi cartacei (Al di là della natura) e online (i vari saggi apparsi negli scorsi anni sulla rivista “Liberazioni“) abbia suscitato tante polemiche. Polemiche volte non a contestare i 9/10 delle mie argomentazioni sulla “dialettica della civiltà”, ma l’1/10 in cui a partire da tali argomentazioni mi sono permesso di criticare il concetto di “vegefobia”. Evidentemente non è possibile fare critiche a partire da una concezione diversa del rapporto tra umani e non-umani e di politica antispecista. Una sassaiola dell’ingiuria è caduta sul mio cranio per aver toccato il sacro totem. Chi lo tocca muore!

L’argomento favorito contro il mio scritto è stato che io non ho citato i testi in cui si difende la “vegefobia”. Strano. Di solito, quando uno dice qualcosa di impreciso o di falso, si usa citare dei passi in cui questa imprecisione o falsità è evidente. Nulla di tutto questo accade! Si citano genericamente i “sacri testi” e si invita a leggerli e studiarli attentamente, perché “questa è serietà”. Invece, elaborare una teoria alternativa, che parte da presupposti diversi (cioè non inficiati dal liberalismo/individualismo/moralismo singeriano e animalista “classico”) e proporre quindi una critica di questo tipo di atteggimento non è serio. Potrei con lo stesso diritto pretendere che i miei critici attuali leggessero e commentassero i miei scritti prima di arrivare a conclusioni affrettate. Invece lascio che siano i lettori a decidere quale teoria sia meglio fondata, maggiormente esplicativa e più fruttuosa per il movimento.

Chi continua a parlare di “discriminazione”, chi continua a mettere al centro del problema animale la “carne” e il “vegetarismo”, chi organizza manifestazioni basandosi sugli “argomenti diretti” ecc. rimane nella mia visione (ampiamente argomentata nei testi già variamente citati e mai letti o confutati dai sacri difensori del totem “vegefobico”) un vegetariano che magari aspira a teorizzare un cambiamento sociale/politico e che però non ha né una teoria, né una prassi adeguata a questo scopo.

In effetti, avevo notato già da tempo che nel club dei militanti veggiepridisti le critiche non sono bene accette. La risposta alle critiche, molte volte, è stata: “ma perché non capite?”, “ma perché vi accanite contro di noi?”, quasi che fosse un delitto di lesa maestà pensare in modo diverso e quindi criticare iniziative che si ritengono sbagliate nelle premesse teoriche e nelle conseguenze pratiche. Se qualcuno non accetta il loro punto di vista deve per forza essere in malafede o non aver capito. L’ipotesi che semplicemente possa non essere d’accordo non viene minimamente presa in considerazione… Un riflesso identitario tipico dell’animalismo.

La “teriofobia” (*) propone una teoria alternativa dei rapporti sociali, psicologici, economici e politici tra natura e cultura, tra l’umano e il non-umano. Ho cercato di dare una visione corretta dell’impostazione e dei limiti del discorso sulla “vegefobia”; se ho sbagliato vorrei che mi fosse mostrato nel dettaglio rispetto al discorso che ho impostato io (da anni e indipendemente da quello di chi sostiene in Italia la “vegefobia”, dunque un discorso che ha pari dignità e diritto  di essere ascoltato e compreso nella sua interezza). Ciò che di giusto può esserci nella “vegefobia” ritengo sia qui incluso e portato ad un livello diverso di articolazione. Può non piacervi, amici, ma nessuno vi nega il diritto di restare attaccati alle vostre convinzioni e difenderle.

Per parte mia farò lo stesso e ribadisco il mio diritto di criticare ciò che ritengo vada criticato. A meno che uno non mi dimostri che l’interezza del mio discorso (cioè i 9/10 che i sostenitori della “vegefobia” ignorano e fanno finta che non esista) non porta alle conclusioni cui sono giunto.

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(*) Che in italiano si scrive proprio così, nonostante i dubbi sarcastici di Agnese Pignataro che pensa di ricorrere anche a mezzucci come questo pur di screditare l’avversario, forse dovrebbe leggere e riflettere di più prima di lanciarsi all’assalto di ciò che non conosce.

Addendum (15/05/2012)

Agnese Pignataro, dopo aver gironzolato in giro per internet a lasciare commenti sprezzanti su altri blog (senza ovviamente “degnarsi” di scrivere su Asinus Novus) ha pubblicato l’ennesima nota su di me nel suo blog personale. La tesi sarebbe che in un suo vecchio scritto avrebbe già risposto alle questioni poste da me in “Teriofobia”. Tesi risibile oltre che falsa.

Risibile: perché quel suo vecchio scritto fingeva che tutto ciò che avevo scritto negli anni precedenti (da “Marxismo e animalismo“, alle “Nove tesi sull’antispecismo“, alla “Genesi dell’ideologia specista“, “Che cos’è l’antispecismo?“, all’ “Animale dialettico“) non esistesse. E poiché quel suo testo si costituisce come un caso lampante di rimozione volontaria dei miei scritti (anche se fa finta, come ora dirò, di criticarli pur senza nominarli) ne consegue che (a) io sarei stato legittimato a fare altrettanto – cioè ignorare i suoi scritti – in “Teriofobia” (anche se non l’ho fatto come ora dirò) e (b) è del tutto evidente che quel suo scritto non può in alcun modo confutare tesi che non vengono nè esplicitate, nè criticate. La cosa divertente è che ora Agnese Pignataro si lamenta del fatto che io avrei criticato la “vegefobia” senza citarne i sacri testi. Da che pulpito! 🙂

Veniamo quindi ora a sapere che pur non avendomi allora nè citato nè confutato il suo articolo intendesse smentire le mie tesi. Da ciò purtroppo non deriva che esso sia riuscito nel suo intento. Infatti l’affermazione di Agnese Pignataro è

Falsa: quel vecchio articolo partiva dall’assunto secondo cui:

Una parte del movimento per l’abolizione dello sfruttamento degli animali non umani ritiene di non avere fini «politici» e di non praticare un’attività «politica». Un’altra rivendica invece un’impronta «politica»per il fatto di affermare una convergenza della liberazione dei non umani con la liberazione umana.Entrambe queste componenti, apparentemente opposte, si ricongiungono nella comune incapacità di pensare la questione animale come questione intrinsecamente politica, di vedere l’animale in sé come soggetto politico

L’articolo di Agnese Pignataro non fa altro che insistere su questo “chiodo fisso” dell’animale come in sè politico, senza alcuna problematizzazione, nè rielaborazione coerente dei termini “animale” e “politica”. Gli “animali” rimangono gli animali non-umani e nessuno sforzo è fatto per comprendere il rapporto dialettico tra umano e non-umano. Della “politica”, dopo un contorto paragrafo in cui si contrappongono le non meglio identificate tesi di misteriosi “materialisti dialettici” e “materialisti volgari”, non viene data alcuna definizione nè vecchia, nè nuova, salvo poi scoprire che il compito del Veggie Pride è “l’inclusione degli animali non umani nella nostra società, nella nostra cerchia politica“. Una conclusione ormai ampiamente superata da tutti gli approcci critici ai concetti di “cittadinanza” e di “inclusione” elaborati in ambito antispecista a partire dalla fenomenologia (Acampora), dalla biopolitica (Agamben) e dal decostruzionismo (Derrida).

Senza dimenticare la teoria critica della Scuola di Francoforte che all’epoca cercavo di introdurre nel dibattito antispecista per smuoverne alcune rigidità teoriche. Anche su questo versante il testo di Agnese Pignataro rimane però abbondantemente al di qua di una vigilanza teorica sui concetti che pretende criticare. Pur avendo infatti da anni letto le imprecisioni di Agnese Pignataro sulla “teoria del dominio” (qui evocata, ad es., in nota 3) che viene considerata una mera di “ideologia” e non un’analisi dialettica dei rapporti psicologici, sociali, economici e politici che strutturano la storia della civiltà occidentale, non sono mai intervenuto in difesa di tale impostazione filosofica, tanto mi sembrava vacua la critica di cui era fatta oggetto. Devo farlo qui visto che il mio silenzio viene evidentemente interpretato come un tacito assenso al fatto che Agnese Pignataro sia in qualche modo riuscita a criticare la categoria di dominio. Non solo non l’ha mai fatto, ma non mi pare l’abbia nemmeno capita. Potrebbe aiutare, invece di ricorrere ad Anarchopedia et similia, leggere Adorno e Marcuse (o almeno il parere di qualcuno che li abbia letti davvero).

Il fatto poi che l’idea fissa dell’animale in sè politico costituisca solo l’estremo tentativo ingiustificato e fallace di salvare dalle critiche politiche il classico atteggiamento moralistico e individualistico dei veg*ani, incapaci di compiere un’analisi articolata in sede storica e sociale delle società di classe, è cosa che ho trattato ampiamente altrove e su cui non è quindi il caso di spendere altre parole. Chi fosse interessato può trovare qui (nonché nel mio articolo sul n. 4 di “Librazioni”) le motivazioni per cui il ricorso agli argomenti diretti e la fissazione sul veg*ismo invece che sull’antispecismo costituiscano la negazione di un’impostazione autenticamente politica del problema, nonché il maggiore ostacolo ad una sua possibile soluzione.

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Comments
9 Responses to “Nota sulla vegefobia”
  1. Sara ha detto:

    Mi chiedo se ci sarà mai una volta in cui dissento con ciò che dici. Pessimismo, e fastidio.

  2. Marco Reggio ha detto:

    Una piccola precisazione. Anche se sicuramente non è quello che volevi dire, qualcuno potrebbe pensare, leggenod le ultime righe, che la fissazione per gli argomenti diretti e quella per il veg*ismo debbano per forza andare di pari passo, o – peggio – che chi ha parlato di vegefobia condivida queste due fissazioni. Ovviamente, non è vero: si può essere fissati con gli argomenti diretti, ma non con il veg*ismo. Io ne sono un esempio 🙂 , ma ce ne sono ovviamente altri. Certamente le due “fissazioni” possono essere messe in connessione, e spesso convivono in alcune strategie politiche, ma non è obbligatorio, insomma.

    • marcomaurizi74 ha detto:

      No invece è esattamente quello che volevo dire. Il problema è che tu mi sembri intendere veg*ismo in senso negativo come “stile di vita” e quindi se uno pone il problema della “carne” ma non del veg*ismo come “stile di vita” allora la critica che ho fatto non dovrebbe toccarlo. Invece non penso sia così. Interpretare la questione animale come centrata sul problema della carne è un modo, intelligente non lo nego ma comunque a mio modo di vedere errato, di scambiare veg*ismo e antispecismo e confondere morale e politica. D’altronde il Veggie Pride tratta proprio del problema della carne, ha tra i suoi argomenti la vegefobia e non è, l’avete ripetuto in tutte le salse, una manifestazione antispecista. E il motivo di tutto questo è che si vuole incentrare l’azione per gli animali (non umani) e solo per loro, così che il guadagno “politico” netto dovrebbe essere l’affermazione di una scelta fatta per argomentazione diretta. E siamo tornati al punto di partenza. Non penso sia possibile uscire da questa circolarità tra veg*ismo e argomentazione diretta/moralistica se non ponendo la questione animale nella sua interezza (dunque come affare anche dell’animale umano) e a partire dall’intreccio costitutivo tra oppressione umana e non-umana.

      • Marco Reggio ha detto:

        ti sfugge un piccolissimo particolare. Se il veggie pride si incentra sul veg*ismo (seppur non in senso lifestyle – cosa per inciso che dovresti precisare, perchè non viviamo nel mondo dei pensieri accademici ma in quello di una tradizione di attivisti che ci mettono poco a fraintendere alcune cose, e comprensibilmente, dato l'”imprinting” ricevuto su tali cose, per es. il veganismo, appunto) e non sull’antispecismo, non significa automaticamente che ci sia una fissazione sul veganismo, tutt’altro. Al massimo significa che il veggie pride si fissa sul veganismo, il che è ovvio, dato che è il veggie pride. Significherebbe che si fissa sul veganismo se fosse l’unica manifestazione animalista o filo-antispecista al mondo, o se venisse proposta come il principale strumento in mano ai difensori degli animali per difenderli (o liberarli, o liberarli dentro se stessi, vedi tu). Dunque non esclude – tutt’altro – nè di esplorare i nessi (che sono diversi dagli “argomenti”, per inciso) fra oppressione animale e altri fenomeni, nè di porre la questione animale nella sua “interezza”, in qualsiasi senso si sviluppi questo concetto di interezza. E’ poi così difficile concepire le iniziative in senso non monopolistico, non totalizzante?

      • marcomaurizi74 ha detto:

        Io non considero rilevante la distinzione tra “attivisti” con l’imprinting (cioè rozzi) e pensieri “accademici” (cioè articolati) perché esistono persone che potrebbero essere descritte come “attivisti” (tu per esempio) che dicono cose articolatissime e intelligentissime e ci sono pensieri espressi in forma “accademica” (non facciamo nomi) che sono completamente rozzi sotto l’apparenza intelligente. Inoltre ci sono “attivisti” che non capiscono o comunque contestano le cose che scrivi tu e altri “attivisti” che capiscono e apprezzano le cose “astruse” (cit.) che scrivo io. Dunque direi di evitare di farsi pensieri “strategici” su ciò che è utile o dannoso “alla causa” perché quando si fa teoria bisogna pensare soltanto a ciò che è vero e giusto e disinteressarsi dell’utile (e anche dell’inutile…non sta scritto da nessuna parte che una pura speculazione non possa fruttare qualcosa prima o poi, io direi anzi che dobbiamo liberare il pensiero anche dalla gabbia dell’utilità a tutti i costi, che poi è una forma tacita di mercificazione).

        Ciò detto, nei termini del discorso che ho sviluppato “politico” e “morale” significano cose determinate e incentrare un’azione sul veg*ismo è un atto morale, non importa se lo si faccia criticando il lifestyle veg*ano. In secondo luogo, per come la vedo non è possibile contrapporre l’animale all’uomo in nessun senso, nè logico, nè morale, nè politico. Dunque non ritengo ammissibile nessun discorso che si fondi su questa contrapposizione (meno che mai se fatta in senso “strategico” per far emergere gli argomenti “diretti”). In terzo luogo, ne deriva che, sì, io considero impossibile muovendo da queste premesse articolare un discorso complessivo di liberazione dell’animale umano e non-umano. Da ciò deduco che una teoria e/o azione che si sviluppa a partire da questi tre elementi non solo non cambia nulla nella forma mentis dell’animalista “tradizionale” ma addirittura la rinforza perché non ne scardina gli assunti di fondo. Se poi tutto questo viene addirittura considerato un modo per elevare il discorso a livello “politico”, direi che siamo agli “antilopi”, come diceva quel tale 🙂 Comprenderai quindi che non è questione di immaginare iniziative “totalizzanti” o meno, è che per me una manifestazione così, anche se è una manifestazione “tra le altre”, non solo non è inutile, è proprio dannosa.

        E penso che potresti fare a meno di far finta di non sapere che la prima persona a cui è stato chiesto di organizzare il Veggie Pride in Italia sono stato io. Dunque parlo di qualcosa che ho discusso nelle sue premesse teoriche e nelle sue ipotetiche conseguenze pratiche molto prima che fosse effettivamente realizzato. E che ho rifiutato fin dall’inizio perché anche se allora non avevo compreso tante cose dei nessi tra oppressione umana e non-umana, intuivo già che questo tipo di manifestazione non cambiava nulla di ciò che già mi sembrava sbagliato nel movimento animalista.

  3. Marco Reggio ha detto:

    due precisazioni. No, non sapevo che tu fossi la prima persona cui ecc. ecc.
    seconda precisazione: con “attivisti con l’imprinting” non intedevo affatto “rozzi”, ma soltanto attivisti di lunga (o media) data che risentono di un’impostazione inveterata, cioè quella del lifestyle, e fanno fatica a staccarsene. Detto questo, no, neanche io concepisco la distinzione fra teoria e pratica (o fra teorici e pratici) in modo netto, ci mancherebbe.
    Certo che potevi dirlo prima che il vp è dannoso, eh.

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