Il cuoco (s)consiglia – La questione animale e le strategie della comunicazione

di Emilio Maggio

Trovo che sia «innegabile» [1] e urgente un’attenta riflessione su come la quanto mai variegata galassia animalista si pone di fronte e a fronte la sempre più pervasiva e fagocitante esposizione mediatica. Un’analisi cioè che coinvolga i diversi ‘attori’ disposti nel ‘campo’ che inquadra la questione animale e tutti i suoi postulati: diritti, sfruttamento, attivismo, rappresentazione, consumo. Per ‘attori’ intendo sia gli attivisti che si rendono protagonisti di azioni esemplari di liberazione animale e di documentazione controinformativa sia i professionisti della media-sfera giornalisticotelevisiva, che pianificano grandi campagne di sensibilizzazione sul maltrattamento degli animali non umani attraverso un’efficace strategia di marketing che mira a fidelizzare clienti con particolari interessi zoofili e assicurarsi contemporaneamente il voto di un elettorato frastagliato e poco identificabile, spalmabile orizzontalmente senza le vecchie distinzioni di ceto o le ancora più obsolete divisioni di classe e soprattutto disponibile a farsi ‘catturare’ nelle maglie del sentimentalismo più a buon mercato. Del resto gli animali non sono soggetti politici e l’antipolitica, croce e delizia dell’attivismo animalista, si nutre ormai in tutte le democrazie occidentali della sola cultura del risentimento e della rabbia impotente. I riflessi mediatici conseguiti da una serie di servizi giornalistici apparsi in televisione o sulle pagine delle maggiori testate giornalistiche italiane sul mondo animalista e il clamore suscitato dalla spettacolare irruzione nel lager dove si allevavano cani da laboratorio da parte di gruppi di attivisti abolizionisti, così come molti dei reportage che appaiono con una certa continuità sui palinsesti dei nostri network televisivi sulla macellazione industriale non fanno che focalizzare l’attenzione dello spettatore esclusivamente sul fatto in sé, optando per uno stile discorsivo fortemente narrativo che ha bisogno di eroi, una storia che palesi pateticità, un messaggio edificante, un finale in grado di gratificare il buon cuore della gente e il coro-pubblico a certificarne l’autenticità.
Ora, se la narratività è l’unica strategia testuale a cui fanno ricorso, comprensibilmente, media e organi di informazione per organizzare il discorso riguardo l’animale non umano, stupisce che movimenti per la protezione e per i diritti degli animali non abbiano ancora elaborato un’approfondita riflessione sulla rappresentazione animale e su come intervenire direttamente nella realizzazione di opere testuali che abbiano rilevanza estetica. Con rilevanza estetica non mi riferisco a presunte qualità autoriali o artistiche bensì ad operazioni che sappiano coniugare l’efficacia del messaggio da veicolare con una certa densità di linguaggio e che soprattutto non limitino le potenzialità espressive e comunicative dei mezzi usati ad una piatta documentazione o peggio ancora a prodotti che puntino a solleticare la sola reazione emotiva dello spettatore. Queste sono le stesse modalità comunicative della macchina dispotica che organizza il grande spettacolo dell’animale su cui si continua a speculare materialmente ed esteticamente. Gli animali continuano così a com-muoverci. Siamo cioè portati ad esperire una vasta gamma di emozioni grazie ad una exploitation, uno sfruttamento estetico, che usa gli animali come merce immaginaria per soddisfare il nostro bisogno immaginifico e ristabilire l’equilibrio psicofisico compromesso dai confini che l’umano ha stabilito tra ‘noi’ e ‘loro’.
Queste considerazioni non riguardano ovviamente i materiali usati dagli attivisti per denunciare l’aberrante e sistematico genocidio di milioni di esseri viventi che quotidianamente vengono macellati, vivisezionati, scuoiati, torturati, sfruttati ed esibiti. È giusto mostrare l’orrore anche se non basta. O meglio non basta più. Mi riferisco piuttosto a prodotti molto sofisticati che nella loro solida confezione tendono a suscitare un solo tipo di reazione. Quella che ho sinteticamente descritto alcune righe sopra. Film come Earthlings [2] o The Cove [3], nel loro compiacimento per le immagini forti hanno finito, proprio perché mancano opere che pongono domande, dubbi, riflessioni e anche spessore teorico, per identificarsi con l’intero movimento animalista. Un movimento che pone la questione animale è di per sé un movimento politico. Per questo non basta denunciare lo stato di cose, bisogna porre domande, problematizzare il mondo di cui facciamo parte. Imparare a decostruire la storia dell’umano anche nelle sue strategie comunicative. Mi domando perché per trovare un film e un autore che si sono posti queste domande e hanno cercato di affrontare un percorso de-antropocentrico e uno sguardo che non sia assimilabile a quello umano dobbiamo risalire addirittura a Au hazard Balthazar, film girato da Robert Bresson nel 1966? Perché un movimento necessariamente politico come quello animalista-antispecista, ricco di preziose elaborazioni filosofiche e di ambiziosa portata rivoluzionaria nella riconsiderazione storica della civiltà dell’uomo, non ha ancora espresso un autore o un manifesto artistico come lo è stato nel passato per tutte le avanguardie rivoluzionarie? E se invece della pura sofferenza che gli animali sono costretti a subire quotidianamente – centro nevralgico dell’antispecismo utilitarista anglosassone – proponessimo un immaginario pervaso dalla indecibilità politica a cui fa riferimento Derrida nel suo L’animale che dunque sono [4]? Se democrazia a-venire, dono, ospitalità, amicizia senza amicizia andassero a comporre opera-azioni che comprendessero gli animali non umani con tutta la loro dirompente possibilità d’incontro con l’animale umano? Se la loro vulnerabilità è la nostra vulnerabilità, se la loro finitudine è la nostra finitudine, perché non sviluppare una strategia comunicativa che sappia interrompere la tirannia della ‘possibilità’ o della ‘capacità’ di soffrire a favore dell’impossibilità o dell’incapacità da parte dell’animale di evitare il dolore? Questa è la vera compassione: non nel mostrare che gli animali soffrono come noi ma che noi, come loro, non possiamo non soffrire, non possiamo non morire.

 

 

[1] Uso a proposito questo termine che prendo direttamente dal saggio di Matthew Calarco, Zoografie (tr. it. di Massimo Filippi e Filippo Trasatti, Mimesis Eterotopie, Milano 2012, pag 126), che l’autore contrappone a «indubitabile», termine che struttura gran parte della filosofia moderna fin dalle sue origini cartesiane e scientifiche.
[2] Earthlings, regia di Shaun Monson, USA, 2005.
[3] The Cove, regia di Louie Psihoyos, USA , 2009.
[4] J. Derrida, L’animale che dunque sono, tr. it. M. Zannini, Jaca Book, Milano 2006.

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Comments
One Response to “Il cuoco (s)consiglia – La questione animale e le strategie della comunicazione”
  1. derridiilgambo ha detto:

    Se l’Aurora del mondo nuovo che ci aspetterebbe non è ne vittoria né sconfitta, né gloria né disastro, né gioco né lavoro, né abbandono né volontà, ma una pantomima seria seriosa incapace perfino di gioco e ironia, tutta aderente (presente) a se stessa, e perciò farsesca, ridicola, allora non ci sarà neanche più la possibilità di dissolvere il game in un play, di catturare la vittoria nella libertà: ma solo una dissoluzione generalizzata da romanzo postmoderno, senza nessuna notte salva dell’insalvabile, né sospensione né falso movimento, ma indistinzione di ogni cosa, non ignoscenza ma insonnia senza sogno né visione né allucinazione, in cui non si accede a nessun an-identico, in cui non ci sono altri né se stessi, ma solo alla confusione senza nemmeno enigma, allora il futuro sarebbe peggio dello stato di cose presente.
    La vittoria o la liberazione sarebbe peggio della prigionia e della lotta, ma nessuno potrebbe neanche più dirlo, né tantomeno avvertirlo.

    Tu, Emilio, sei moderato e conciliante in questo testo, com’è giusto che sia in nome di tutto coloro che provano a lottare, ognuno a proprio modo.
    Ma fra le righe indichi chiaramente la necessità di superare ogni logica dell’efficacia, del “messaggio”, della forma adatta allo scopo, la necessità di mettere in mora la rappresentazione stessa (e in questo senso il problema non sarebbero neanche Earthling o The Cove, ma la loro ricezione unilineare, senza com-plicazione, senza pieghe né dialettizzazione negativa né arresto dialettico, ma solo guadagno e capitalizzazione). Ma qui siamo ancora alla cattiva rappresentazione, alla causalità fallace, al riduzionismo vorace. Dovremmo saltare dalla possibilità all’impossibilità, ma siamo ancora alla realtà, siamo ancora agli oggetti, in cui è nascosta e rimossa la loro manipolazione, le loro linee di fuga non univoche e non binarie.

    Non ci tocca né il finale di P Greco, né quello The Believer. Ci tocca forse il finale della Metamorfosi di Kafka. Il più agghiacciante.

    Almeno a fare pronostici al momento

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