La bisnonna di Rosita. Il paradosso che si svela

di Donatella Serio

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Una sera, a tavola, mi è capitato di imbattermi in questa rassicurante quanto “curiosa” pubblicità. Nulla di raccapricciante; un’innocua pubblicità della Mulino Bianco, come tante di quelle che siamo abituati a vedere e costretti a sorbirci con un sarcastico sorriso sulle labbra – essendo ormai stanchi di questa fin troppo manifesta ipocrisia – di cui il tema del benessere degli animali, tanto in voga negli ultimi tempi in questa società perbenista e scrupolosamente attenta ai diritti del prossimo, sembra essere la colonna portante. Di fatto lo è. Ma analizziamola attentamente.
Due bambini, con una bianca gallina alle spalle di nome Rosita e con in mano un ritratto della sua bisnonna, si rivolgono alla loro cara amica ovaiola discorrendo di quanto la sua defunta antenata sarebbe felice di saperla non rinchiusa all’interno di una gabbia. Il tutto accompagnato da sorrisi compiaciuti e da ampie risate di genuina felicità e soddisfazione. La pubblicità termina con un primo piano del payoff “Mulino Bianco. Un mondo buono”, a seguito della precisazione che la suddetta casa utilizza solo uova provenienti da galline allevate a terra. Io, personalmente, sono stanca di assistere allo spettacolo di una realtà deformata, e deformata non solo perché anche gli allevamenti a terra non sono poi quei paradisi ovaioli che tutti vorrebbero far credere. La realtà è deformata e altamente paradossale per dei motivi che a mio avviso si trovano a monte, ma forse meno facilmente individuabili, soprattutto da chi, spettatore, accetta quella distorta realtà dei fatti con il classico velo di abitudine che ha reso opaco il suo sguardo – e lo sguardo di un’intera collettività – sin dalla nascita. Basti pensare a quanti, magari anche sostenitori dei diritti degli animali, di fronte a tale pubblicità sorriderebbero rincuorati andando fieri della Mulino Bianco, senza rendersi conto di qual è il vero messaggio che alla fine, spogliato della prima sensazione di sollievo e approvazione nei confronti di un diritto giustamente riconosciuto, rimane lì inceppato a stridere. O per lo meno dovrebbe. Si tratta dell’ennesima conferma di quanto le situazioni vengano esposte e recepite in base a dei parametri sfalsati rispetto a quelli che vigono all’interno della società dell’animale umano. Dell’implicita differenziazione di valore intrinseco – più o meno consapevole – che viene effettuata, data e presa per buona (e soprattutto come normale), comportando una conseguente differenziazione nel modo di proclamare e di recepire un diritto. Ora, dimentichiamo per un attimo la condizione in cui le galline sono costrette a vivere all’interno degli allevamenti intensivi. Dimentichiamo tutto ciò che conosciamo a proposito del loro sfruttamento, compreso il trattamento dei pulcini maschi, in virtù della loro inutilità. E dimentichiamo anche il tragico destino verso cui esse inevitabilmente corrono, tanto negli allevamenti intensivi quanto in ogni altro tipo di allevamento, compreso quello a terra. Quello che vi sto chiedendo, in sostanza, è di non pensare a ciò a cui è più facile pensare, e cioè al loro trattamento e alla loro fine. Immaginiamo un ipotetico quanto fantomatico paradiso – che potrebbe benissimo essere quello del contadino locale che dispone soltanto (e facciamo già attenzione al verbo “disporre”) di due o tre galline per il proprio sostentamento – in cui non solo le nostre amiche sono libere di razzolare nell’erba e vengono trattate con i guanti bianchi, ma in cui gli viene anche assicurata una dignitosa morte di vecchiaia.
Certamente, e non è ciò che miro a negare, una gallina che vive in un luogo del genere è immensamente più fortunata rispetto alle sue compagne che vivono in gabbia, ed è immensamente più fortunata rispetto a quelle altre che, se pur allevate a terra, sono stipate in dei capannoni. È più fortunata da ogni punto di vista, sia da quello del trattamento, che da quello della sua sorte. Ma c’è qualcosa che forse sfugge, e per riportarlo al luogo che dovrebbe competergli desidero rifarmi al concetto di “valore intrinseco” a cui prima ho accennato e alla definizione del concetto di dignità, contestandone al tempo stesso il punto di vista fortemente antropocentrico, delineata dal filosofo tedesco Immanuel Kant. Così scrive in “Fondazione della metafisica dei costumi”:

Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito da qualcos’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenti, è ciò che ha una dignità […] Ciò che permette che qualcosa sia un fine a se stesso non ha solo un valore relativo, e cioè un prezzo, ma ha un valore intrinseco, e cioè una dignità.”
L’umanità [l’essere uomo] è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine.”

So benissimo come Kant si serva di questa formulazione per farne motivo di discriminazione degli esseri viventi che non appartengono alla specie umana. Sempre parlando dell’uomo, prosegue infatti affermando:

In ciò appunto consiste la sua dignità (personalità), ed è in tal modo che egli si eleva al di sopra di tutti gli esseri viventi che non sono uomini e possono servirgli da strumenti.”

In “Metafisica dei costumi” leggiamo inoltre:

L’uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenon [elemento del mondo sensibile], animale razionale), è un essere di importanza mediocre ed ha un valore modesto (pretium vulgare) che condivide con tutti gli altri animali che produce la terra. Ma considerato come persona, e cioè come soggetto di una ragione moralmente pratica, l’uomo è al di sopra di qualunque prezzo. Perché da questo punto di vista, come homo noumenon [membro del mondo intelligibile], egli non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui, o anche per i propri fini, ma come un fine in se stesso, e cioè egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) mediante cui costringe tutte le altre creature ragionevoli al rispetto della sua persona e può misurarsi con ciascuna di esse e considerarsi eguale ad esse.

Ciò che mi ha spinto a citare Kant – nonostante le sue teorizzazioni contengano un punto di vista diametralmente opposto al mio ed in un certo qual senso anche ciò che desidero contestare – lungi dall’essere un modo per innescare un dibattito filosofico per il quale non ho sufficiente competenza, è solo il desiderio di richiamare l’attenzione sul concetto di “valore intrinseco”. Il filosofo tedesco sostiene che tale valore sia da attribuire all’uomo in quanto soggetto di una ragione moralmente pratica e in quanto membro del mondo intellegibile. Io, in un eccesso di presunzione che per nessun motivo vuole essere denigratorio nei confronti dell’intelligenza e delle idee del filosofo – per altro già ampiamente analizzate e contestate da altri pensatori – ritengo che tale valore non abbia nulla a che vedere con lo status di soggetto razionalemorale, ma che vada attribuito all’uomo in quanto soggetto di vita, essere senziente, in grado di esperire il mondo, provare gioia e dolore, avere coscienza di se stesso in quanto essere. Tutto ciò che è stato riconosciuto (c’era poi bisogno di un riconoscimento?) anche all’infinità degli esseri che appartengono a quello che noi definiamo regno animale. Il valore intrinseco è un valore assoluto, dato a priori, che non ha bisogno di essere confermato. Ne consegue che un diritto nascente da tale valore esista di per sé, e che non abbia bisogno di essere concesso.
Tornando a Rosita, mi permetto di affermare che, lungi dall’essere una compassionevole concessione da parte dell’uomo che in tal modo viene visto come “buono” e “rispettoso”, non solo ha il diritto di non vivere in una gabbia, ma ha anche il diritto di non essere uno strumento e una proprietà di qualcuno, in quanto questo diritto si è affermato da solo nel momento stesso in cui è nata proclamandosi a se stessa e al mondo come essere vivente e senziente. Mi permetto di affermare che Rosita, come qualunque altro essere, dovrebbe essere, e di fatto è, di per sé un fine, non un mezzo.
Il paradosso che si svela agli occhi, di fronte ad una pubblicità del genere, è il riconoscimento di un diritto al benessere che al tempo stesso include il disconoscimento di un diritto più grande, che è quello ad esistere di per sé e per se stessi. Nell’ipotetico paradiso che ci siamo sforzati di immaginare prima, l’essere, per quanto rispettato e ben trattato, rimane pur sempre una merce che ha un prezzo. Non ha un fine che risiede in se stesso, ma il suo fine è quello del sostentamento dell’uomo che ne “dispone”, che lo “possiede”. È vero, tutti a questo mondo siamo anche degli strumenti; lavoriamo per qualcuno e per produrre qualcosa. Ma alla base di questo sistema ci sono dei patti e degli accordi, delle retribuzioni. La retribuzione, per una gallina e per qualunque altro essere, non potrà mai essere quella di essere tenuto in vita e di essere sfamato, e questo semplicemente per due motivi basilari: 1) perché la vita è un suo incontestabile diritto e non ha bisogno di essere riconosciuto ed accordato in cambio di qualcosa; 2) perché se l’uomo non fosse mai intervenuto appropriandosene, sarebbe stato in grado di sostentarsi da sè.
Oserei aggiungere che, dal mio punto di vista, fino a che esisterà anche un solo contadino che disporrà di una gallina per il proprio sostentamento, pur trattandola bene e lasciandole la possibilità di muoversi in totale libertà, nella mentalità collettiva quell’essere continuerà ad esser visto come produttore di qualcosa, e non come un essere fine a se stesso, e utilizzarlo sarà lecito, perché non saranno state decostruite la logica e l’ideologia dell’utilizzo. Se un solo contadino ha diritto di mangiare un uovo, considerandolo ancora come un qualcosa di giusto e “naturale”, non vedo per quale motivo dovrebbe essere il solo a farlo. Quindi, alla luce di tutto ciò, invito a fare molta attenzione nella valutazione di siffatti spot pubblicitari, nella maggior parte dei casi a prima vista innocui, e ad individuare dove ci si metta in mostra – magari in buona fede ed inconsapevolmente, non voltandosi a guardare a monte – concedendo un qualcosa che di per sé è già paradossale abbia bisogno di essere concesso. Per gli ideatori dello spot e per molti degli spettatori inchiodati (e bendati) davanti allo schermo, Rosita è fortunata perché non vive in una gabbia. Tanto di cappello. Ma per chi i paraocchi se li è strappati da tempo, sa guardare e andare a fondo, o anche semplicemente cogliere con i sensi, a primo impatto, la profondità di una questione senza doverla studiare ed elaborare, Rosita non può che apparire tristemente sfortunata, in quanto ancora vittima di una visione specista che la riduce ad un puro strumento, per il quale non ci si può augurare altro che il riconoscimento e la concessione di un benessere/diritto che in realtà era già pienamente suo, dato dal semplice fatto di esistere.

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