Un’arte oltre la specie. Dialoghi di Estetica (Artribune) – Parola a Steve Baker

di Leonardo Caffo e Vincenzo Santarcangelo

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Steve Baker è l’autore del recentissimo “Artist|Animal”, edito dalla University of Minnesota Press. Con lui abbiamo parlato di animalità, di estetica ed etica. Per un nuovo “dialogo” della rubrica firmata da LabOnt e Artribune. Questa volta a fare le domande ci sono Vincenzo Santarcangelo e Leonardo Caffo.

Perché mai dovrebbe essere interessante analizzare il ruolo che hanno avuto gli animali, e la loro rappresentazione, nella storia dell’arte?
A febbraio inaugura al British Museum di Londra un’importante mostra, Ice Age Art: Arrival of the Modern Mind. Saranno esposti artefatti realizzati tra i 4-5mila e i 10mila anni fa. I beninformati dicono che il grosso degli oggetti e delle immagini esposti rappresenteranno animali: cavalli, bisonti, cervi, renne, mammut e così via. Non mancherà il celebre “uomoleone” di Hohlenstein-Stadel, scultura che pare sia il frutto di centinaia e centinaia di ore di lavoro d’intaglio su una zanna di mammut. Se si pensa che immagini di animali reali e di creature ibride frutto d’immaginazione abbiano avuto un ruolo così importante nell’emergere dell’immaginario dell’uomo moderno, non sorprenderà certo che gli artisti siano ancora oggi affascinati dal potere culturale dell’immagine animale e dalla sua capacità di sorprendere e turbare.

Vuoi spiegarci brevemente quali sono i temi fondamentali del tuo libro Artist|Animal, da poco uscito per la University of Minnesota Press?
Il libro si concentra su opere d’arte realizzate nei primi dieci anni del XXI secolo, operando una cernita molto selettiva fra artisti provenienti da America, Europa e Australasia. Ciò che accomuna questi artisti è che tutti si confrontano direttamente con questioni concernenti la vita animale: la natura, la qualità della vita animale e l’interazione tra essere umano, la sua esperienza di vita, e l’esperienza di vita animale. Nella maggior parte dei casi, la loro arte considera gli animali come creature che condividono l’esperienza dello stesso mondo – “troppo umano” – degli esseri umani. Questa interpretazione è nettamente prevalente rispetto a quella per cui l’animale funzionerebbe da simbolo o metafora di qualche aspetto della cosiddetta condizione umana.
Il libro vorrebbe orchestrare le “voci” di questi artisti, mostrare quali sono le loro opinioni e in che modo lavorano. Un filosofo o un sociologo, per fare due esempi, probabilmente non hanno contezza di questi argomenti e questo anche se è capitato loro di interagire, in un modo o nell’altro, con qualcuna di queste opere. Molti capitoli ricorrono perciò alla strategia di far parlare direttamente gli artisti attraverso interviste, affinché risulti evidente in che senso l’arte contemporanea può offrire un contributo essenziale, e allo stesso tempo peculiare, al più generale discorso culturale situato sulla via della comprensione di ciò che la vita animale rappresenta. Allo stesso tempo, queste interviste cercano di risolvere controversie o di far luce su oscurità che alcuni aspetti relativi l’immaginario animale inevitabilmente portano con sé.

Sono in molti a pensare che arte ed etica non abbiano nulla da spartire. Personalmente dissentiamo e nel tuo ultimo libro Artist|Animal anche tu sembri suggerire che etica e arte siano tutt’altro che slegate fra loro. Che correlazioni ci sono tra etica animale e rappresentazione dell’animalità nell’arte?
Mi sento sempre a disagio quando si utilizza ‘etica’ come termine prescrittivo e di giudizio. In sede d’intervista, non chiedo mai espressamente agli artisti quali siano le loro posizioni etiche, neppure quando si tratta di autori di opere particolarmente controverse. Provo piuttosto a ragionare in termini di ‘integrità’ (lasciatemela definire così) della loro pratica artistica: cerco dunque di mettere in parallelo i loro metodi di lavoro, il loro approccio ai materiali, con il tema della loro opera, e cioè la vita animale. Da questo punto di vista, mi sento molto affine all’approccio teorico di Iris Murdoch che, in The Sovereignty of Good [trad. it. La Sovranità del bene, Carabba Editore, Lanciano 2005), consisteva nel: “non mettere in contrasto arte e morale, ma piuttosto nel mostrare che sono due aspetti di un’unica battaglia”. Per tornare alla vostra domanda, non credo debba esserci una correlazione fra etica animale e arte che rappresenta l’animale. Molti degli artisti che ho intervistato hanno fatto esplicito riferimento alla necessità di un ripensamento radicale delle esperienze vissute (e delle aspettative nutrite) nel corso di interazioni con animali vivi, o persino morti.

Nel libro citi Carol Gigliotti, scrittrice e attivista che individua nell’arte l’ultimo baluardo per il pensiero radicale. Tu sembri pensarla diversamente: sostieni piuttosto che l’arte abbia tutto sommato le stesse potenzialità di altre discipline, ma che usa soltanto strumenti diversi. Sappiamo qual è l’odierna condizione degli animali non umani, sfruttati e uccisi per diversi motivi: quanto pensi possa giovare su questo tema la riflessione sull’arte che proponi in tal senso?
Ho appena iniziato a leggere il nuovo libro di Cary Wolfe, Before The Law, dov’è possibile leggere la seguente, stringata, osservazione: “La distinzione ‘umano/animale’ è un espediente discorsivo, non una designazione zoologica”. Gli artisti di cui parlo nel libro, le loro opere, sono prove viventi di quanto affermato da Wolfe. Le loro opere non fanno nulla per perpetuare gerarchie e classificazioni convenzionali, e questo vale sia per quegli artisti che si ritengono strenui difensori dei diritti animali, o attivisti, sia per quelli che rimangono neutrali. Senza far ricorso alla banale tematica dell’“ibrido”, vanno alla ricerca di tutti i modi possibile per rendere percepibile la porosità di una distinzione, quella umano/non-umano, che è del tutto insensato stabilire in maniera troppo netta. E non è detto che le soluzioni debbano condurre a imposizioni assertive di tipo tirannico. Angela Singer, un’artista che ricorre a una sorta di “tassidermia riciclata” per realizzare opere provocatorie che si inseriscono in un complesso discorso sui diritti animali, la mette in questi termini: “Lavori che cercano intenzionalmente di direzionare il pubblico verso una specifica forma di azione possono rivelarsi davvero disgustosi. Cercare di mostrare a tutti i costi, con gran dispiego di energia, la questione verso cui desideri che l’attenzione sia rivolta può generare arte noiosa e priva di passione: arte che non interessa a nessuno se non a quei pochi adepti che si interessano con la stessa veemenza a quella determinata questione. A mio parere, la miglior arte è quella da difficile da interpretare”.

Don´t trust me (2008), opera dell’artista franco-algerino Adel Abdessemed, è stata di recente al centro di violente polemiche. L’opera consiste di sei video mandati in loop continuo che proiettano le riprese di una brutale pratica tuttora diffusa nei macelli della campagna messicana: un maiale, un cavallo, una capra, un vitello, un capriolo e una pecora vengono trascinati fuori dal macello e uccisi con una martellata alla testa che li lascia sospesi tra la vita e la morte per lunghi, dolorosissimi secondi di agonia. Who’s afraid of the big bad wolf? (2011-12) è invece un gigantesco bassorilievo delle stesse dimensioni di Guernica composto di carcasse di lupi imbalsamate e bruciacchiati… Le associazioni animaliste scendono puntualmente in piazza per impedire che opere del genere vengano esposte. Cosa pensi di simili vicende? E tu, in fin dei conti, da che parte stai?
Il mio lavoro è simile a quello di un antropologo: cerco semplicemente di repertoriare le opere in cui mi imbatto, possibilmente distorcendole il meno possibile (quando le descrivo) e cercando di non formulare giudizi sul loro conto. Non è questione di “stare da una parte o dall’altra” o di condannare questa o quell’altra opera d’arte: sarebbe un lavoro troppo facile e auto-congratulatorio. Nel mio libro parlo di Dont’t Trust Me, ma solo in riferimento a un caso giudiziario che, negli Stati Uniti, ha decretato sostanzialmente che un artista non è obbligato a spiegare o a giustificare l’utilizzo di certe immagini particolarmente cruente o provocatorie. Non basta forse pensare che un artista (Abdessemed o chiunque altro) abbia semplicemente la necessità di mostrare, attraverso un’opera d’arte, che queste cose accadono ancora oggi? È come se si pensasse ancora che l’arte debba avere una sorta di funzione consolatoria – il lavoro dell’artista, dunque, dovrebbe consistere nel mostrarci che cose terribili come quelle riprese in Don’t Trust Me avvengono, sì, ma lontano da noi – o, in alternativa, che l’artista dovrebbe chiaramente condannarle.

Un’ultima domanda in cui, davvero, ti chiediamo di osare nella risposta. Può l’arte, nella funzione e nei parametri da te descritta, contribuire a salvare gli “animali” anche invitando a far ragionare l’umano sulla sua “animalità”?
Se, come ho suggerito sinora, alcuni artisti sono in grado di dar forma a configurazioni peculiari e innovative sul tema della relazione uomo/altri animali, allora senz’altro l’arte può contribuire, seppure in maniera modesta, a mettere in questione l’idea dominante dell’antropocentrismo. Si tratterebbe di un processo lungo e graduale. Mi sento di dire che le opere d’arte contemporanea che ho analizzato in Artist|Animal non fungono da “immagine strategiche per i diritti animali”, come le definivo nel mio primo libro, Picturing The Beast [la rivista Liberazioni ne ha recentemente tradotto un capitolo in italiano, N.d.R.]. Mi riferivo, allora, a immagini “da campagna elettorale”, figurative il giusto per essere recuperate dalla cultura popolare con i suoi cliché: visioni fortemente antropocentriche dell’essere animale.
Attualmente, credo che l’arte contemporanea incentrata su queste questioni si sia come messa a fare un gioco di ruolo più lento, senz’altro più impegnativo. Sue Coe ha detto che “la vera arte politica è l’arte dell’ambiguità”. L’elemento emerso dalle interviste che più mi ha affascinato è stato quella sorta di comune sentire, da parte degli artisti, dell’importanza di non saper bene cosa si stia facendo, e questo solitamente in un punto cruciale del processo creativo. È come se occuparsi della vita non-umana debba necessariamente implicare abitare un interstizio vitale fatto di confusione, disordine, ambiguità, “ignoranza”. Servendoci delle parole di Foucault, sebbene in un contesto diverso: ciò che questi artisti ci mostrano sono immagini, esperienze e strutture “all’interno delle quali perdersi e allo stesso tempo ritrovarsi”.
Per tornare alla vostra domanda, credo che le opere d’arte possano senz’altro contribuire a far riflettere l’umano sulla sua animalità e sulla continuità tra animale e umano. Non è detto però che riflettere su questi temi conduca poi, di rimando, a un ripensamento su come attualmente siano trattati gli animali non-umani. Al più, questo tipo di arte può rappresentare il pungolo ostinato contro ogni atteggiamento d’indifferenza nei confronti degli animali e della loro condizione nell’epoca contemporanea.

Vincenzo Santarcangelo e Leonardo Caffo

Proprietà di Artribune.

Steve Baker – Artist|Animal
University of Minnesota Press, Minneapolis 2013
Pagg. 304, $ 29,95 (paper) – $ 90 (cloth)
ISBN 9780816680672 – 9780816680665
www.upress.umn.edu

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