Il crepuscolo dello specismo

di Alessandro Lanfranchi

crepuscolo

 

Nel mio precedente intervento intitolato Verso un’Etica Universale di Rispetto e Cura della Vita ho tentato di mostrare e inaugurare una differente visione dell’antispecismo, non più incentrato sull’uomo com’è, volenti o meno gran parte della critica animalista attuale, bensì sulla nozione di Vita in tutta la sua straordinaria complessità.

Le critiche che ho ricevuto sono state molte (non solo in questa sede), dunque ho pensato di rispondervi in modo sistematico.

Dato che non vogliotrascurare la parte costruttiva/argomentativa, ho deciso di strutturare questo articolo in una pars destruens e una pars construens.

 

Pars destruens: un tentativo di risposta.

Come già ho anticipato cercherò qui di rispondere brevemente e in modo convincente alle obiezioni più comuni che mi sono state rivolte.

-) Dobbiamo forse divenire autotrofi?

Questa critica nasceva dal fatto che ho proposto un’etica universale, basata sul rispetto totale di ogni forma di Vita, il che ingloba non solo gli animali non umani ma, appunto, la Vita nel suo complesso.

Credo che ogni vegetariano/vegano sia pienamente consapevole che nella prassi quotidiana, seppur in modo involontario, si provochi la morte e/o la sofferenza di moltissimi animali: usare la macchina, il treno, l’aereo danneggia inevitabilmente non solo la Natura ma anche i tantissimi animali che la popolano, provocandone addirittura la morte.

Eppure non penso che questo pensiero non ci permetta di diventare comunque vegani, anzi, forse è esattamente il contrario: non pretendiamo di salvare il regno animale tout court attraverso le nostre gesta, bensì di ridurre al massimo le potenziali sofferenze di ogni essere vivente.

La stessa intelligente prospettiva andrebbe adottata anche elevando l’etica al di sopra dei soli animali: non si tratta di vivere di aria o di divenire autotrofi, ma di rispettare e curare ogni forma di Vita, in ogni nostra azione e comportamento.

-) Il Rispetto della Vita presuppone reciprocità.

Quest’idea è interessante, ma del tutto errata: l’Amore e il Rispetto non necessitano assolutamente della reciprocità, anzi, sono per definizione sganciati, sollevati e autonomi da ogni potenziale ricambio.

L’etica non deve essere in nessun caso considerata un imperativo ipotetico, ma deve  connotarsi come categorica: quand’anche venissi bistrattato, la mia prassi morale, che ho liberamente scelto, mi impone in ogni istante, in ogni momento, di ricambiare con Amore il torto subito.

Questo deve avvenire non solo in una relazione umano-umano ma anche nei confronti del regno animale: evito di spegnere la Vita in qualsiasi animale non umano, non perché questo atteggiamento mi porterà un ipotetico e potenziale beneficio, bensì perché sento moralmente corretto farlo.

Questa morale utilitaristica del “faccio perché ricevo” rappresenta la base del degrado sociale, culturale e umanitario a cui stiamo assistendo: i più alti ideali di Amore e empatia sono sempre più vincolati ad una logica industriale basata più sul potenziale profitto che sulla qualità dell’azione morale in se stessa.

Un grandissimo riflesso di come, oggidì, il legame d’Amore sia orientato verso un fine utilitaristico, dominato dalla reciprocità e non esistenziale/autotelico, lo mostra perfettamente Roland Barthes nel celebre Frammenti di un discorso amoroso, in cui analizza linguisticamente l’espressione “Ti amo”, ricondotta alla forma “Io Amo Te”.

Questa frase, in verità, tradisce una forma di violenza, seppur sottile, causata da un dualismo soggetto-oggetto che la relazione d’amore, in verità, non prevede: entrambi i termini sono soggetti attivi e sono contemporaneamente, nonché bi-univocamente, investiti dall’Amore.

Proprio su questa scia, Barthes, introduce le cosiddette locuzioni olofrastiche in cui vengono superati i presupposti metafisici-soggettivistici del linguaggio alfabetico/logico/lineare arrivando così a scrivere “Io-Ti-Amo”.

Questa espressione è l’unica che rende correttamente il legame amoroso e secondo questa accezione originaria è da intendersi il mio Rispetto e Amore per la Vita.

-) Perché non mantenere la possibilità di provare dolore come discrimine fondamentale?

Personalmente penso che la capacità di soffrire sia un punto fondamentale dell’azione antispecista, ma tendo a vederlo non tanto come un criterio di demarcazione delle nostre azioni morali, bensì come il fine a cui esse dovrebbero tendere.

La senzienza, per quanto possa sembrare una argomentazione razionale, in verità non è assolutamente convincente: in primis perché si tende a rispettare maggiormente gli animali di grossa taglia, la cui sofferenza si palesa inequivocabilmente attraverso una comunicazione cristallina e pietosa, mentre, se considerassimo forme di Vita di taglia inferiore, la situazione potrebbe cambiare radicalmente.

Chi mi assicura che una mosca, un ragno o una formica provino sofferenza? Dobbiamo procedere per analogia: dato che abbiamo le prove (come se ce ne fosse bisogno) scientifiche che alcuni animali sono in grado di provare dolore, allora, analogamente, estendiamo questa proprietà ad ogni animale vivente.  Argomentazione piuttosto debole e completamente inefficace.

Detto questo, i limiti della senzienza come elemento discriminatorio si palesano da sé, ma procediamo con un esperimento mentale: immaginiamo di essere dei naufraghi su un’isola deserta del tutto inesplorata e sconosciuta del Pacifico. Nessuna sa che tipo di animali vivano su questa fetta di terra  e noi siamo i primi umani ad essere capitati su di essa.

Esplorandola notiamo delle strane creature, completamente differenti da quelle esistenti sulla Terra: sembrano animali ma non possiamo esserne sicuri, dato che nessuno, oltre a noi, ha mai visto questi esseri. Saranno in grado di provare dolore? Avranno un sistema nervoso centrale?

Sicuramente non siamo in grado di stabilire con certezza assoluta se l’animale appena avvistato sia in grado di soffrire oppure no, dunque, come dovremmo comportarci?  Siamo moralmente legittimati a porre fine alla sua vita?

Questo dilemma non si pone solo in termini astratti e idealistici, ma anche nella prassi quotidiana, basti pensare che Singer stesso, anche dopo la pubblicazione di Animal Liberation continuò a mangiare frutti di mare (seppur per un breve periodo), proprio perché non era in grado di valutare con sicurezza se essi soffrissero oppure no.

A ben vedere, però, possiamo anche evitare di proporre l’esempio singeriano e considerare la nostra esperienza quotidiana: che valore morale ci impedisce di porre fine all’esistenza di una mosca, di una coccinella oppure di una piccolissima formica, se l’elemento discriminante essenziale è solamente l’attività nervosa/neuronale? Nessuno mi garantisce che essi possano soffrire o provare gioia! Perché dunque non porre fine a una fastidiosa zanzara che ci tormenta nella afose notti estive?!

Mi pare evidente che questa posizione, non solo sia inadeguata sul piano concettuale, ma potrebbe potenzialmente legittimare lo sterminio e la fagocitazione di altre creature le quali non vengano considerate degne della nostra attenzione etica solo perché molto diverse da noi.

Perché proprio di questo si tratta: all’interno dell’utilitarismo etico non si fa attenzione all’animale in quanto singolo essente, ma la sua existentia (così come le sue caratteristiche specifiche, quali la capacità di soffrire, di gioire, di pensare ecc.) è direttamente collegata e paragonata a quella umana: l’uomo torna ad essere “misura di tutte le cose”.

Ciò che pensavamo di aver cacciato dalla porta è rientrato dalla finestra: il tanto criticato antropocentrismo non solo non viene minimamente scalfito ma, paradossalmente, è presuntuosamente elevato a principale elemento discriminante all’interno del rapporto con “l’atro da sé”.

Mi spiego meglio: se accettassimo la senzienza come base fondamentale della nostra etica, stiamo implicitamente legittimando, approvando e ammettendo una visione antropocentrica del Mondo, poiché la capacità di soffrire degli altri viventi è unicamente legata all’avere o no un sistema nervoso centrale. Gli animali non umani non hanno una loro importanza, in quanto dotati di essere, ma vengono ridotti a semplici macchine la cui emotività dipende esclusivamente dal sistema nervoso. Un sistema nervoso che più è simile al nostro più viene considerato importante o degno di rispetto.

Ecco dove si nasconde l’antropocentrismo camuffato: la senzienza è un banale paragone tra l’estrema, nonché fintamente superiore, complessità del nostro sistema nervoso ed i vari gradi di semplicità del sistema nervoso degli altri animali. Proprio a causa di questo paragone e accostamento Singer continuò a cibarsi di ostriche, molluschi e altri animali marini: poiché non hanno un sistema nervoso, o (nel caso lo possedessero) esso è talmente diverso e semplice rispetto al nostro, non possiamo essere certi della loro sofferenza.
Conclusione alquanto discutibile, soprattutto per chi vorrebbe provare ad annullare quel limite insondabile, quella linea fragilissima di demarcazione tra Uomo e Animale.

Come può esserci vero antispecismo, se la prospettiva teorica in cui si muove questa posizione non è altro che una sottile ri-affermazione della volontà di potenza dell’uomo occidentale, il quale si arroga il diritto di vita e di morte di qualunque essere vivente?

Così facendo non facciamo altro che creare l’ennesimo gruppo discriminatorio basato sul possedere o meno determinate proprietà: in questo caso l’avere un sistema nervoso centrale sufficientemente sviluppato è la conditio sine qua non per essere ammessi e, conseguentemente, rispettati sul piano vitale/esistenziale. Ecco dunque che è moralmente accettabile uccidere un feto, alcuni animali che non rispondono ai nostri canoni scientisti o, ancora, determinate persone la cui attività neuronale, forse, non sarà mai più presente.

Questo atteggiamento denota esclusivamente la volontà di trasformare e ridurre il Mondo in un laboratorio la cui etica è legata ad un inaccettabile determinismo neuro-biologico, che vuole rendere comprensibile, controllabile e dominabile la Natura.

La vera prassi etica, invece, è sganciata per definizione da tale volontà di potenza nichilistica e annichilente, in favore di un approccio anti-metafisico all’essere degli enti, il quale è irriducibile a qualsiasi gruppo discriminatorio (sia esso basato sulla razza, sul sesso o sul possedere biologicamente determinate caratteristiche) e che, anzi, è in aperto contrasto con essi.

Altra grande problematica sollevata dalla senzienza è rappresentata dal fatto che si reputa eticamente accettabile uccidere un animale umano e non, a patto che quest’ultimo non provi nessuna forma di dolore nel processo di macellazione.

In questa prospettiva la Vita dell’animale non ha nessuna importanza intrinseca, non è caricata di nessun Rispetto anzi, è tranquillamente sacrificabile, a patto che il povero essere vivente non provi alcuna sofferenza.

Riallacciandomi all’esempio precedente: perché non uccidere quella terribile zanzara con un colpo forte, deciso e rapido? Sono certo che l’impatto sarà talmente violento che non proverà assolutamente nessun dolore.

D’altronde come potrebbe accorgersi di non essere ed essere Nulla?

Secondo la posizione appena enunciata, tutto ciò non è solo ammissibile, ma tranquillamente accettabile.

Inoltre, tale concezione non tiene conto del fatto che ogni essere vivente ha in sé la sensazione di stare-per-morire: spesso non è l’uccisione che reca dolore all’animale ma la percezione della propria fine, sentita come inevitabile e implacabile.

Ovviamente questo non è nemmeno preso in considerazione poiché, ancora una volta, il punto di vista, in cui tale concezione è inserita, è quello umano e non quello animale; non si tenta di provare empatia verso l’alterità ma la si considera nella sua essenza cosale dotata, però, della capacità di provare dolore.

Secondo tale logica, dunque, eliminare il dolore equivale a cancellare la pena, la sofferenza psicologica ed esistenziale del vivente.

A questo punto, passatemi la provocazione, perché non distribuiamo grandi quantità di sonnifero ai bovini in procinto di essere macellati in modo tale da farli cadere in un pesante stato letargico?! Sicuramente (?) di dolore non ne proveranno!

Personalmente non me la sento di macchiarmi del sangue di migliaia di animali, quand’anche non soffrissero nell’atto pratico dell’uccisione: ritengo che il togliere la Vita sia uno dei crimini più orrendi e abbietti che si possano compiere e, anche per questo, trovo completamente inaccettabile la senzienza come criterio fondamentale della nostra etica.

Come ben ha individuato e sostenuto Tolstoj, assistere o causare la morte di un animale crea un senso di orrore incredibile non solo per l’enorme sofferenza provocata, ma poiché ciò che anche l’animale è – la sua essenza – è proprio la stessa che anima la mia Vita. Ogni volta che muore un essere vivente, dunque, è come se venisse meno una parte della mia essenza, poiché entrambi, seppur con caratteristiche specifiche, condividiamo lo stesso essere-nel-mondo.

Ribadisco così ciò che ho già sostenuto nel mio intervento precedente, ossia il fatto che sia giunto il momento di smettere di parlare di sistema nervoso, di animali non umani e di uomini: urge un ripensamento totale e sistematico del movimento antispecista, il quale dovrebbe porre fine al concetto di umanità, iniziando, invece, a considerare centrale, nella elaborazione teoretica, l’idea di Vita intensa non più in termini comparativi, bensì come manifestazione di un unico ma generale Essere.

Il Rispetto e la non fagocitazione dovrebbero più coerentemente basarsi sul fatto che ognuno di noi è distinto ma non separato e l’esistenza soggettiva è intrinsecamente legata e intrecciata con quella di tutti gli altri esseri viventi.

Pars Construens: il crepuscolo dello specismo

L’umanità sfrutta le mucche come il verme solitario sfrutta l’uomo: si è attaccata alle loro mammelle come una sanguisuga. L’uomo è un parassita della mucca; questa è probabilmente la definizione che un non-uomo darebbe dell’uomo nella sua zoologia. (Milan Kundera)

Gran parte della mia idea l’ho indirettamente espressa nella prima parte dell’intervento, ma vorrei qui ribadirla ed evidenziare come l’antispecismo non abbia conseguenze esclusivamente teoriche, ma implichi una cambiamento esistenziale profondo, che non  consiste unicamente nell’astensione dal mangiare carne/prodotti derivati dagli animali. Il vegetarianesimo sicuramente si basa su una non-fagocitazione di altre creature ma ci porta a ri-considerare l’intera società, i rapporti inter-personali e quelli con la Natura.

Ciò che più mi sta a cuore è eliminare un cattivo concetto di “umanità” dall’anstispecismo poiché, in un modo o nell’altro, il discorso non riguarda mai interamente il vivente, bensì l’animale umano, come per esempio sostiene implicitamente la posizione senziente.

La mia idea, vicina alla filosofia di Heidegger, parte da un ripensamento della Natura, non intesa in termini moderni come res extensa, bensì riconsiderandone l’accezione greca di “luogo vitalistico”, di fonte autotelica, dotata ilozoisticamente di una trasformazione e cambiamento continui, una physis appunto.

In questa visione non c’è spazio per il dualismo metafisico natura-spirito, né tantomeno per una presunta gerarchia tra viventi: ogni ente è inserito nella physis, non è utilizzabile egoisticamente, né fungibile, poiché dotato di un inestimabile valore individuale.

L’uso e lo sfruttamento di altri animali è stato permesso, dalla Rivoluzione Neolitica fino a oggi,  a causa di un ripensamento profondo e dannoso della Natura: si è iniziato, infatti, a intenderla come una macchina inerte e passiva, priva di qualunque spirito vivificatore, dunque interamente controllabile, dominabile, e l’uomo, unico essere provvisto di anima (dal greco ànemos ossia “dotato di movimento proprio”), è gerarchicamente ed esistenzialmente legittimato a utilizzarla a suo piacimento.

Il vulnus teorico fondamentale che, però, porta a grandi cambiamenti sul piano pratico consiste nel modificare l’approccio profondo che abbiamo nei confronti della physis: è necessario capire che la relazione tra noi e il Mondo non deve essere posta in termini di sopraffazione, bensì di con-partecipazione.

Una partecipazione comune che lega il nostro essere a quello degli altri enti in maniera inscindibile e, proprio da tale relazione esistenziale ed originaria nasce la morale: essa non è altro che la presa di coscienza di questo nostro rapporto-con-il-mondo che ci impone un’alimentazione a base vegetale e  un rispetto assoluto verso ogni forma di esistenza.

Così facendo l’azione etica è completamente svincolata dai risultati ottenuti dalla scienza (dunque, da ogni possibile gruppo discriminatorio o dal possedere determinati organi ricettivi), poiché scaturisce dal fatto stesso di vivere: l’esistere stesso è etico, non c’è bisogno di nessuna elaborazione teoretica successiva!

Se davvero siamo immersi in una physis che abbatte ogni dualismo metafisico-soggettivistico e pone ogni essere vivente sullo stesso piano, allora, ogni tipo di azione deve connotarsi preventivamente come morale, poiché il nostro essere-nel-mondo non solo è comune, ma è “nel mondo” e in esso esistono parimenti tutti gli enti, dagli animali ai vegetali.

 Il Rispetto si connota così come necessariamente Universale e nessuno può arrogarsi il diritto di compiere una qualsiasi forma di selezione, né, tantomeno, di reificare l’essere altrui.

Non si tratta più di stabilire e individuare caratteristiche, comuni tra me e gli animali non umani, che permettono l’instaurarsi di una relazione di Cura: questo è essenziale se continuiamo a muoverci nel contesto di una Natura-oggetto inerte e passiva, e consideriamo solo l’uomo come attivo e animato.

Esclusivamente in tale prospettiva metafisica, che fa del dualismo soggetto-oggetto la sua caratteristica peculiare, è necessario legare l’azione etica a qualità “condivise”, mentre, abbandonando questa visione meccanicistica in favore di un ritorno alla physis etica, è la Vita che, se condotta in una prospettiva autentica, implica direttamente e liberamente il Rispetto verso gli altri esseri viventi.

Oggigiorno, invece, viviamo in un mondo in cui le strutture sociali, politiche ed economiche inibiscono questo modo di esistere profondo e in amorosa armonia con tutti gli esseri, introducendo paradigmi ideologici di sfruttamento, i quali, ahimè, hanno come base ideologica il dominio coattivo violento e la reificazione delle anime umane (e non). Si tende, infatti, a ridurre l’essere degli enti a un qualcosa di meramente presente caratterizzato dalla a-temporalità e dalla cosalità: così come gli artefatti che abbiamo creato sono a nostra libera disposizione, allo stesso modo anche tutti gli esseri viventi non sono altro che oggetti senza alcuna anima, sempre presenti e infinitamente sostituibili.

Non importa se dietro quell’essere si nascondo una persona oppure un animale: la sua importanza è l’uso che ne possiamo fare e il suo valore di scambio, proprietà fondamentale all’interno del sistema capitalistico.

Tale visione egoistica e violenta è spesso applicata ed estesa ad ogni nostro comportamento ed azione, arrivando così a creare una sorta di stato (pseudo)sociale  in cui ognuno, essendo  continuamente pronto a sopraffare il prossimo (in termini economici, carrieristici, relazionali, esistenziali) è un  “homo homini lupus 2.0”.

L’occidente si avvia così irrimediabilmente verso “La grande abbuffata”, imbandita non solo di animali da mangiare a sazietà, ma anche di risorse limitate da sfruttare infinitamente, di pozzi di petrolio da dissanguare, di bacini acquiferi da prosciugare, di alberi delle foreste da tagliare, tutto in nome di un fantasmatico benessere esclusivamente ed intrinsecamente umano. Proprio per questo, definirsi antispecisti non significa solamente abolire ogni pre-giudizio di specie, ma – anche e soprattutto – attivarsi concretamente affinché ogni forma di sfruttamento violento, intensivo ed egoistico possa finire.

Ritengo, dunque, legittimo e accettabile unirsi ad altri gruppi di liberazione se vengono ampiamente condivise le premesse teoriche essenziali, quali il rigetto del dominio sulla Natura, la ri-considerazione e  il ri-pensamento della Vita come fonte diretta di etica, l’eliminazione di ogni forma di pregiudizio e l’abbandono totale della violenza quale canale principale di attività.

Ritengo quest’ultimo un punto fondamentale che è stato fin troppo escluso dal dibattito antispecista: che ruolo ha la violenza in questo potenziale processo di liberazione?

Dobbiamo distruggere le strutture sociali, che sono reti di potere politico-economico e simbolico, attraverso la violenza? Una violenza cieca che, a sua volta, tutto distrugge e niente preserva?

Personalmente sento di abbracciare interamente l’accorato appello gandhiano, secondo cui «il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla non-violenza» e lo estenderei anche alla liberazione animale: additare e demonizzare i carnivori, i ricercatori e tutte le persone che sono estranee e non condividono le nostre posizioni etiche rappresenta la prima e radicata forma di violenza da estirpare.

Troppo spesso vengono sostenute idee nobili con argomentazioni fangose basate, non sulla confutazione di tesi inaccettabili, bensì su una aggressiva invettiva personale o sociale: ecco dunque, che i vivisettori sono esseri umani crudeli e senza morale, così come chi si ciba di carne o chi si arrischia a comprendere l’alterità ponendosi non in un atteggiamento di attenzione e ascolto.

Troppe volte ho letto (fortunatamente questa sede ne rappresenta una mirabile eccezione) di persone che proponevano la sperimentazione non su animali ma su carcerati o, ancora, che avrebbero voluto selezionare i potenziali benefici di talune cure, solo a una specifica umanità, nella quale i razzisti, i carnivori, gli specisti et similia, ovviamente, non rientrano.

Bisogna iniziare a eliminare queste piccole forme di violenza verbale, che tradiscono un approccio non solo fortemente specista e antropocentrico ma una volontà di dominio, di potere e di auto-affermazione, che impediscono il manifestarsi di una prassi veramente Etica: ogni qualvolta dobbiamo contrastare il male con la violenza, seguendo l’insegnamento della Hillesum, non solo «contribuiamo a rendere il Mondo un posto peggiore» ma tradiamo profondamente le nostre più radicate convinzioni etiche.

L’antispecismo, se correttamente realizzato e interpretato, indica la via del Rispetto e della Cura, che parte da ogni forma di vita, per poi esplodere ed emergere in un’accettazione profonda dell’alterità, che deve anzitutto essere compresa: non c’è cambiamento, infatti, senza comprensione.

Tale accostamento e avvicinamento non significa banalmente, come alcuni pensano, «scendere a patti con la società» bensì instaurare un legame autentico con la più profonda diversità, muovendosi sempre in un contesto e una prassi da cui è avulsa, primariamente, ogni espressione e forma di violenza; a differenza di quanto pensava Marx, la violenza non è levatrice di ogni nuova società, bensì «quando sembra produrre il bene, esso è temporaneo mentre il male che fa è irrimediabile» e la Storia, almeno credo, sembra dar ragione, nuovamente, alle ben più saggie parole di Gandhi.

Il Mondo che sfruttiamo, la società che abbiamo creato e lo sfruttamento stesso degli animali sono le conseguenze pratiche e (auto)annichilenti di, semplificando, tre grandi principi teoretici:

1)                     Il dominio sulla Natura

2)                     L’antropocentrismo

3)                     La Violenza

Solitamente contestiamo duramente i primi due punti, ma la violenza, the last but not the least, gioca un ruolo fondamentale all’interno delle pratiche di sfruttamento (che esso sia sociale, economico o culturale) anzi, ne rappresenta la condizione necessaria.

Tanto si è scritto sui primi due punti mentre si è ancora lontani dal cammino di estinzione della violenza, forse perché questo implica un cambiamento radicale nella nostra prassi quotidiana e un ripensamento totale della nostra stessa esistenza.

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Comments
5 Responses to “Il crepuscolo dello specismo”
  1. simulAcro ha detto:

    Provo a contribuire alla discussione esponendo alcuni dubbi/questioni portatemi dalla lettura dell’articolo. Mi “limito” (si fa per dire, perdonate la mancanza di sintesi) al tema “Vita / vegetarianesimo”.

    Cito:

    “La mia idea, vicina alla filosofia di Heidegger, parte da un ripensamento della Natura, non intesa in termini moderni come res extensa, bensì riconsiderandone l’accezione greca di “luogo vitalistico” […] una physis appunto.
    In questa visione non c’è spazio per il dualismo metafisico natura-spirito, né tantomeno per una presunta gerarchia tra viventi: ogni ente è inserito nella physis, non è utilizzabile egoisticamente, né fungibile, poiché dotato di un inestimabile valore individuale.

    […] modificare l’approccio profondo che abbiamo nei confronti della physis: è necessario capire che la relazione tra noi e il Mondo non deve essere posta in termini di sopraffazione, bensì di con-partecipazione.
    Una partecipazione comune che lega il nostro essere a quello degli altri enti in maniera inscindibile e, proprio da tale relazione esistenziale ed originaria nasce la morale: essa non è altro che la presa di coscienza di questo nostro rapporto-con-il-mondo che ci impone un’alimentazione a base vegetale e un rispetto assoluto verso ogni forma di esistenza.

    […] abbandonando questa visione meccanicistica in favore di un ritorno alla physis etica, è la Vita che, se condotta in una prospettiva autentica, implica direttamente e liberamente il Rispetto verso gli altri esseri viventi.”

    Questioni:

    In questo discorso viene attribuito alla Vita che con-partecipa nel/col “luogo vitalistico” Mondo/Natura/phisis, un ruolo primario e assolutamente centrale. Ma, mentre vengono indicati sia il contesto teorico che le conseguenze pratiche, è proprio il nodo cruciale che non viene adeguatamente affrontato…

    – Cosa si sta intendendendo per “Vita”? Cosa’è la “Vita” di cui qui si parla? Cosa è “Vita” e cosa non lo è?

    – Nel Mondo/Natura/physis vi si trovano anche gli organismi vegetali. Ora, se i vegetali sono una “forma di esistenza”, se sono “vivi”, se sono cioé parte della “Vita”, allora saremmo in presenza di una contraddizione capace di minare il discorso alle fondamenta: infatti, “la presa di coscienza di questo nostro rapporto-con-il-mondo” (physis vitalistica) e il “rispetto assoluto verso ogni forma di esistenza” dovrebbero di conseguenza imporci l’astensione anche dall’alimentazione vegetariana e non solo da quella carnivora… o altrimenti, per assurdo, dovremmo ammettere anche quella carnivora…

    Altrimenti, per evitare questo impasse, dovremmo considerare gli organismi vegetali come enti non-viventi… Ma sulla base di quali criteri? Non sarebbero forse questi criteri in ogni caso altrettanto arbitrari quanto il criterio della senzienza, e quindi parimenti da rigettare?

    • L.A. ha detto:

      Ciao, grazie per l’intervento.
      Le questioni che poni sono importanti e sono i principali “nodi” nei quali mi sono imbattuto più volte e che sto cercando di affrontare. Proprio per questo ogni singolo contributo (costruttivo) è necessario: la mia riflessione è una via del pensiero, una strada da percorrere durante la quale è possibile imbattersi in ostacoli ed alcuni sembrano effettivamente insormontabili. Ma credo che sia una via valida per una autentica liberazione da ogni forma di dominio, animale ed umana.

      Detto questo ritengo che “la contraddizione è necessaria, è la risposta alla contraddizione oggettiva alla società”. La contraddizione è profondamente radicata in ogni nostra azione: pensa a quando utilizzi l’automobile, oppure prendi i mezzi pubblici o ancora viaggi con l’aeroplano, tutto queste azioni stridono fortemente con la convinzione morale che porre fine ad un essere senziente sia sbagliato. Inevitabilmente si finisce con l’uccidere insetti, moscerini e tantissime altre forme di vita ma questo non ci impedisce di non utilizzare più i suddetti mezzi.
      L’unica scappatoia che si può trovare in tale occasione è quella di ritenete la vita di un Lepidottero inferiore a quella di un mammifero ( o di un pesce), soluzione che ritengo inaccettabile. Non è la grandezza o la capacità di comunicare più o meno chiaramente che rende un animale (umano e non) degno di Rispetto bensì il fatto stesso che esiste, proprio come me.
      Perdonami la autocitazione:

      “ognuno di noi è distinto ma non separato e l’esistenza soggettiva è intrinsecamente legata e intrecciata con quella di tutti gli altri esseri viventi”

      Ritengo questa espressione un forte acquisto teoretico poiché se davvero riuscissimo a capire che la nostra esistenza non è unica né tanto meno scissa dal resto, potremmo veramente apportare grandi cambiamenti.
      A tal proposito ti riporto brevemente il discorso che il Capo Duwamish fatto ad Isaac Stevens, giovane “bianco” che voleva comprare dalla popolazione autoctona un territorio nei pressi di Washington, tenuto nel 1854:

      “Se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla separata e considerarla sacra, come un luogo dove persino l’uomo bianco può andare a gustare il vento addolcito dalla fragranza dei fiori delle praterie.
      Così, noi considereremo la vostra offerta di comprare la nostra terra. Se decideremo di accettare, porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà trattare gli animali di questa terra come fratelli.
      Io sono selvaggio e non capisco altri modi di vivere. Ho visto migliaia di bisonti imputridire nella prateria, uccisi dall’uomo bianco che ha sparato loro da un treno in corsa.
      Io sono un selvaggio e non capisco come il cavallo d’acciaio che sputa fumo possa essere più importante del bisonte che noi uccidiamo solo per sopravvivere.
      Cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutti gli animali fossero scomparsi, l’uomo morirebbe per la grande solitudine di spirito. Infatti, qualsiasi cosa succeda agli animali, presto accade anche all’uomo. Tutte le cose sono legate tra loro.
      Dovete insegnare ai vostri figli che la terra sotto i vostri piedi è la cenere dei nostri nonni. Affinchè rispettino la terra, dite ai vostri bambini che essa è arricchita dalle vite dei nostri antenati.
      Insegnate ai vostri bambini quello che noi abbiamo insegnato ai nostri figli: che la terra è nostra madre. Qualsiasi cosa accada alla terra, accade anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su loro stessi.
      Noi sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla terra.
      Noi sappiamo questo: tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia.
      Tutte le cose sono unite tra loro.
      Qualsiasi cosa accada alla terra, accade ai figli della terra.
      L’uomo non ha tessuto la stoffa della vita, è solo un filo di essa. Qualsiasi cosa lui faccia alla stoffa, lo fa a se stesso”

      Ogni volta che rileggo questo discorso, di cui ti ho presentato un breve passo, rimango davvero impressionato dalla profondità e dalla saggezza della cultura e della sensibilità che questi indiani possedevano.
      Noi, in quanto uomini occidentali dominati dallo “sviluppo” e dalla tecnica, cosa siamo riusciti a produrre? Nella nostra fantomatica complessità sociale, culturale, tecnologica, dove ci stiamo incamminando? Domande semplici ma incredibilmente significative, a mio avviso.
      Riprendendo la questione da te posta, penso che anche nella via che ho tentato di mostrare ci sia inevitabilmente una contraddizione ma quest’ultima non è da considerare negativamente bensì deve risolversi in una sintesi che unisca i termini di paragone e li mantenga nello stesso tempo.
      Il mio pensiero è fortemente debitore a quello di Albert Schweitzer e sopratutto alla visione del Rispetto per la Vita che il grande pensatore ha inaugurato: “un’etica completa perché totalmente e completamente armonizzata in un rapporto spirituale con l’Universo”. Comprendo che questa visione possa essere tacciata come irrazionale, sopratutto in un mondo in cui la presunta razionalità viene elevata a carattere distintivo, unico e totalizzante dunque ogni tentativo di andare oltre essa viene istantaneamente demonizzato e non accettato.
      Ritengo invece tale via produttiva ed autentica la cui contraddizione si risolve in una prassi quotidiana forte e consapevole, pronta ad abbracciare la contraddizione e che proprio grazie ad essa ogni volta riconosce i propri limiti e la intrinseca finitezza presente nell’uomo.
      Diffido sempre da chi pensa di compiere una vita in totale rispetto dell’Esistenza (le assurdiftà 100% vegan) poiché non solo si è invasi da un egoismo cieco e distruttivo ma perché non si è più in grado di riconoscere i propri limiti e le proprie debolezze, i propri errori e le proprie fragilità. Io dunque propongo un’Etica totale ma proprio per questa sua totalità ogni volta risulta essere fragile ma non instabile, debole ma salda poiché, come sostiene il grande cineasta A. Tarkovskij, “debolezza e fragilità esprimono la freschezza dell’esistenza, rigidità e forza sono compagne della morte”.
      Concludo esplicitando chiaramente un fatto, forse rimasto implicito: la scelta di essere vegani è sicuramente un buon passo verso la Liberazione, verso il Rispetto ma è solo il “primo gradino” (Tolstoj). Utilizzare i mezzi di trasporto moderni implica lo sterminio (meno palese e cristallino) di migliaia di esseri viventi, così come l’acquistare determinati vegetali che, per quanto Bio possano essere, non lo saranno mai (parlo per esperienza diretta). Nonostante questa contraddizione non smettiamo di essere vegani o vegetariani anzi, continuiamo con più forza di prima. Io ritengo che il rispetto verso ogni forma di Vita implichi le stesse contraddizione e il ritenere la sola alimentazione come cardine centrale del nostro stile di vita è altamente riduttivo. Come detto, è il primo gradino ma la scala è lunga e, forse, non saremo mai in grado di raggiungere la cima.

      • Boris ha detto:

        Penso che dovrei lasciarti stare perché ho un atteggiamento davvero aggressivo, ma ci sono alcune cose che si fa fatica a non commentare. Non è che vieni tacciato di irrazionalità perché siamo in un mondo che ha santificato la razionalità, è che dici cose assurde. Se uno scrivesse un articolo in favore degli asini che volano come gli risponderesti? Non c’è nessun bisogno di avanzare le visioni che porti per i cambiamenti che vorresti. Non penso neanche che il tuo sia un pensiero deleterio. Intanto questo nominare con la maiuscola la vita, l’etica eccetera. Non c’è bisogno e non c’è nessuna vita comune e nessun rispetto in quanto esseri viventi. Se non te ne sei accorto tutti gli esseri viventi prima o poi muoiono e lo fanno da prima dell’avvento dell’uomo come lo conosciamo. Esistere non basta di certo per meritare rispetto, non solo perché è di fatto impossibile rispettare tutti gli esseri viventi anche a volerlo; non solo perché al 99% degli esseri viventi ( passati e futuri ) non gliene può fregare di meno degli altri e in certi casi di loro stessi, figurarsi di noi che ci arrampichiamo sugli specchi etici, per non parlare del fatto non trascurabile che la Vita come a te piace chiamarla è una serie di placide sopraffazioni ( e hanno cominciato loro ) e non si capisce perché gli uomini dovrebbero vivere di merda per rispettare tutte le creature viventi. Hai presente gli stupri e gli infanticidi nei mammiferi e nelle altre specie? Hai presente il tasso di omicidi superiore a quello occidentale nelle società tradizionali così sagge? Che diamine, c’è una bella idea che è quella di rispettare un po’ di più altri esseri viventi, cercare di non mangiarli e di sfruttarli di meno, si parli di questo in maniera chiara senza esagerare. Che vuoi rispettare con questa arroganza inconcludente esseri che manco ti stanno a sentire? In che modo pensi di armonizzarti con l’universo? Se scivoli e muori, se ti investe una macchina, se ti ammali di tumore, se ti prendi un virus, se ti arriva un fulmine eccetera. Il mondo animale ( e probabilmente pure quello vegetale ) è un mondo di merda sangue e sperma.

  2. roberto d'uva ha detto:

    io credo che per capire e sentire l’etica del rispetto alla vita, non c’è bisogno di alcun filosofo. è la nostra intelligenza che ci fa comprendere la necessita’ (matematica) di un segno di uguaglianza tra noi , la nostra vita e la vita animale. incominciamo tutti ad accettare questo. viviamo nella concretezza non nell’astrazione della filosofia. una volta che avremo fatto questo importante passo, concreto, poi sara’ sempre la nostra intelligenza (e sensibilita’) che ci fara’ comprendere se dobbiamo avere rispetto, e quale rispetto, di vite meno simili alle nostre come quelle vegetali, batteriche, protozoarie, fungine,virali. incominciamo a camminare . quando saremo lontani da questo sicuro massacro della realta’ di oggi, allora avremo le idee piu’ chiare per decidere se continuare o fermarci. oggi, dubbi non ce ne sono. bisogna lasciare la valle onnivora e percorrere il sentiero vegano che porta al monte della giustizia. incaminati su questo monte scopriremo che essere vegetariani vegani è solo la prima parte di un percorso piu’ completo e lungo.un percorso che porta ad un rispetto totale dell’animale.è rispettando l’animale che poi possiamo avere rispetto di noi stessi.

  3. Boris ha detto:

    scusa, ma davvero, si può comprendere la bontà di fondo però stiamo a livelli di delirio mistico. siamo lontani dall’estinzione della violenza perché questa implicherebbe l’estinzione della vita tutta.

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