Il cavallino

di G. Anders

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«Ascolta!», sussurrò l’amata di Mo, quando sul ciottolato di una viuzza di sobborgo della città di Molussia stava avvicinandosi lo scalpitare affaticato di alcuni zoccoli. Poi allungò la mano per controllare il suo orologio. «Questo adorabile cavallino passa lentamente qua davanti ogni mattina alle cinque in punto, trascinando le zampe a fatica.»

Anche Mo tese l’orecchio, concentrandosi per sentire meglio. Ma non si fidava abbastanza del gradevole rumore.

«Sai», proseguì l’amata, dopo un piccolo sbadiglio angelico, «finché ci saranno cose che si ripetono con una tale affidabilità, non avremo alcun motivo per disperarci del nostro mondo.» E seguendo attentamente con l’udito lo scalpitare degli zoccoli, mentre già iniziava a svanire, si addormentò di nuovo sulla spalla destra di Mo, dopo avere angelicamente sussurrato: «Il buon cavallino!»

Dietro l’angolo il macellaio equino aveva il suo negozio e vendeva quotidianamente la sua fresca mercanzia con la più affidabile regolarità, quella regolarità che ci permette di non disperare del nostro mondo; e se all’amata di Mo si fosse domandato di questo macellaio, lei avrebbe certamente risposto, proprio come Mo, di saperne qualcosa, no, anzi, lei avrebbe potuto rispondere molto meglio di Mo, dato che acquistava lì regolarmente. Finora però non le è mai venuto in mente di collegare i due regolari avvenimenti: il ticchettio quotidiano e costante del suo buon cavallino e la scena quotidiana e costante del corpo scuoiato di un cavallo nella vetrina del suo macellaio. Per un momento Mo avvertì l’impazienza e il bisogno di sollevare la testa dell’amata dalla sua spalla, per ridestarla dal sonno e mettere tutte le cose in chiaro senza riserva. Poi però soppesò ancora la sua emozione. E mentre con la mano sinistra le toglieva i capelli dalla fronte, si chiese: «Come potrebbe continuare a vivere se le togliessi il suo buon cavallino?» Non la svegliò, non menzionò il cavallino nemmeno durante il giorno, e fece lo stesso la sera, quando l’amata gli servì un filetto aromatico, di una qualità tale che lei, come Mo sapeva, avrebbe potuto comprare soltanto al negozio all’angolo. E quando il mattino seguente si avvicinò di nuovo lo scalpitare affaticato di alcuni zoccoli, fu addirittura lui che subito la svegliò per sussurrare: «Ascolta! Sono le cinque! Il nostro buon cavallino!»

 

(1968)

tratto da: Günther Anders, Lo sguardo dalla torre, Mimesis, Milano 2011.

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