Robert Eisler e l’origine della violenza nel carnivorismo

Uomo lupo. Interpretazione antropologica del sadismo, del masochismo e della licantropia di Robert Eisler, a cura di Martino Doni e Enrico Giannetto, Medusa, Milano 2011

Pezzo tratto dall’introduzione di Enrico Giannetto

… Robert Eisler (1882-1949) si è spinto invero indietro nella preistoria dell’uomo, fino a farne emergere l’atto costitutivo specifico, correlato alla sua trasformazione originaria in un animale predatore e carnivoro, violento e feroce, nella sua mimesi del lupo. Eisler ritrova le tracce di questa trasformazione originaria non solo nella biologia evoluzionistica, nella psicologia e nell’antropologia dei suoi tempi – alle cui conoscenze oggi in parte superate, però, le sue conclusioni non sono vincolate –, ma soprattutto in una genealogia condotta attraverso lo studio delle fonti classiche, delle civiltà antiche, come anche della storia delle religioni e dei miti.

Eisler sviluppa una genealogia dei sentimenti umani e delle correlate patologie, che già con la psicologia del profondo di Freud e Jung aveva  reso necessario il rinvio ad una dimensione psichica collettiva, antropologica, filogenetica, costituitasi alle origini stesse dell’umanità, condizionante come un peccato originale tutta la storia successiva, la vita individuale dei singoli esseri umani.

Che cosa può essere all’origine del sadismo, di quella sua forma introvertita che è il masochismo, di quelle forme di crudeltà e di furia assassina e sterminatrice che si era manifestata massimamente nella Shoàh, nello sterminio degli ebrei, nella violenza e nella ferocia dei nazisti e dei loro “lupi”,  che alla fine provocò anche la sua morte? La risposta di Eisler è molto semplice seppure sconvolgente: l’origine coincide con la distorsione della funzione del piacere che si estende dalla soddisfazione della realizzazione dei propri impulsi vitali all’ambito della provocazione della sofferenza altrui. Come può esserci stata questa distorsione? Nel momento in cui la soddisfazione della fame come impulso vitale  (Eros) è stata associata a un atto predatorio, violento implicante l’uccisione e la sofferenza di un altro animale: Thanatos si è così insediato dentro Eros, modificandolo e distorcendolo radicalmente. Un cambiamento nella dieta non è, quindi, come superficialmente si potrebbe pensare, un cambiamento apparentemente esteriore, come il rivestirsi di pelli di altri animali, legato originariamente non a problemi termici inesistenti, ma all’imitazione di altri animali predatori come i lupi (costume che spiega i racconti leggendari di licantropia). Homo homini lupus non sarebbe un mero detto “specista” (denigratore dei lupi)  formulato da Hobbes nel ’600, ma il residuo di una consapevolezza ormai perduta di quel processo di omininizzazione che ha trasformato un pacifico, vegano, frugivoro uomo selvaggio delle origini in un predatore feroce.

Ci sono conseguenze strutturali, biologiche, che, secondo le recenti prospettive dell’evo-devo che uniscono la teoria dell’evoluzione alla biologia dello sviluppo (Eisler legava la prospettiva junghiana a una qualche prospettiva metaforicamente “neo-lamarckiana”), comportano l’inibizione di geni che si trasmette ereditariamente allorché si innesti nella fase dello sviluppo e che riguardano, nell’uomo, eventuali difficoltà (per l’assorbimento della vitamina B12) al ritorno alla precedente dieta frugivora, vegana e a una regolazione termica senza rivestimenti artificiali. La dieta carnivora realizzata nella fase di sviluppo, come in misura maggiore per altri animali predatori (la cosiddetta taurina necessaria per i gatti), impone dei vincoli genetici difficilmente reversibili che costituiscono un vero peccato originale biologico da cui è praticamente quasi impossibile liberarsi.

Ma c’è di più. Il cambiamento comportato dall’assunzione di una dieta carnivora produce un cambiamento interiore: la distorsione della funzione del piacere implica un cambiamento interiore del nostro modo di sentire, della nostra struttura psichica, dell’Eros vitale, che costituisce un vero peccato originale psichico da cui è praticamente quasi impossibile liberarsi e fa dell’uomo un animale profondamente malato. La psiché non è separabile dal corpo e le sue patologie sono legate alla vita nel suo aspetto corporeo indissolubile da quello psichico. L’inconscio collettivo junghiano non è solo sede di forze creative vitali, ma anche, come implicitamente pensava Freud, di pulsioni patologiche e violente che continuano ad essere attive dentro ognuno di noi dopo milioni di anni, anche se noi le rimuoviamo dalla nostra coscienza.

L’Eros vitale si trasforma non solo nei suoi aspetti nutritivi ma anche nei suoi aspetti sessuali: il masochismo e il sadismo, lo stupro e la violenza sessuale del branco, rappresentano in questa visuale delle alterazioni della sessualità secondo il paradigma della fagocitazione violenta di altri esseri, che ha distorto il piacere legato alla nutrizione in un piacere legato alla violenza predatoria e al corrispondente dolore dell’altro.

Ma questo non è tutto: la riduzione di altri esseri viventi a una nuova forma di cibo, a fondo di riserve di energia per il nostro metabolismo vitale, non ha avuto e non ha conseguenze puramente dietetiche o sessuali, ma cambia la totalità del nostro ethos, del nostro modo di essere-nel-mondo. La fagocitazione di altri esseri viventi ridotti a nostri oggetti di uso e consumo diventa un paradigma di relazione con l’alterità a tutti i livelli, non solo inter-specifici e con la Natura, ma anche intra-specifici e non solo sessuali.

Tutte le attività umane implicano eros represso e malato, come voleva Freud, nel senso di un’alterazione della forza vitale non solo sessuale e costituiscono un’ipertrofia, un’espansione di una modalità nutritiva alterata alle altre sfere della vita: il rapporto uomo-Natura, il rapporto uomo-uomo, il rapporto uomo-donna, le relazioni sessuali e sociali e finanche il pensiero e le varie pratiche simboliche diventano una diversa forma di fagocitazione violenta, reale o ideale-semiotica, una forma di nutrizione alterata e violenta.

Il piacere folle e criminale dell’uomo nei confronti degli altri uomini e delle donne oggetto di violenza è legato a questa alterazione del piacere legato alla nutrizione carnivora. La guerra e i genocidi sono spiegabili solo in termini dell’introiezione, all’interno della specie umana, ovvero a livello intra-specifico, della caccia e degli stermini di altri animali a livello inter-specifico. Il carnivorismo è il peccato originale, la mutazione antropologica, che sola può spiegarci la criminalità gratuita fino ad Auschwitz. La morte esiste solo nella misura in cui il carnivorismo individualizza la vita secondo il principio mors tua, vita mea e si perde la dimensione di partecipazione a una vita universale oltre la fine della propria individualità.

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Comments
One Response to “Robert Eisler e l’origine della violenza nel carnivorismo”
  1. Ricardo Pérez Martinez ha detto:

    Idee molto intessente e terribile; forse dobbiamo affrontare il equivoco biologico dopo la nostra altra natura umana: nelle arte e nella fede della fame, come lo sono formulato, ognuno alla sua maniera, Franz Kafka e Simone Weil.

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