L’AMBIGUA FASCINAZIONE DELLE ARMI
di Annamaria Manzoni
Notizie sulla recrudescenza di vendita di armi, commercio internazionale che non conosce crisi, e in cui gli italiani-brava- gente occupano posizioni di tutto rispetto, ne richiamano altre sugli indiani dello stato del Madhya Pradesh, disposti a farsi sterilizzare se il compenso è un’arma; l’annuale fiera delle armi a Brescia registra un numero sempre crescente di visitatori (lì i papà ci portano anche i bambini in gita); mai sopite richieste di norme meno restrittive per la concessione del porto d’armi a privati cittadini fanno da eco ad ogni argomentazione sul bisogno di sicurezza; se sono addirittura superflue le osservazioni su quanto succede in nazioni quali gli Stati Uniti, anche in Italia di tanto in tanto si legge che in varie città ”è corsa al porto d’armi”.
Insomma, per motivi solo in parte coincidenti, il fascino delle armi si esercita sulle nazioni e sugli individui.
Se le considerazioni sulla loro diffusione per uso bellico richiedono argomentazioni politiche, sociali, economiche, quando si tratta di difesa personale sarebbe importante non misconoscere la prospettiva psicologica e concedere attenzione alle disposizioni e reazioni personali, punto di partenza di ogni altra analisi. Anche i fatti, pur non recenti, dell’India, il cui governatore, soddisfatto dell’inaspettato risultato della sua iniziativa, aveva affermato di avere “disinnescato il mito maschile della virilità con quello ben più forte delle armi”, aiutano ad una lettura a 360 gradi delle complesse dinamiche che restano vivaci dietro l’invocazione al diritto alla legittima difesa.
In Italia le diatribe sul tema delle armi e sui limiti del loro possesso in nome del diritto ad autotutelarsi da ladri, stupratori e assassini riemergono ciclicamente; il dissenso è tra chi propugna la necessità dell’autodifesa dei buoni contro i cattivi, e chi si appella alle esperienze internazionali, che testimoniano in modo indiscutibile come la detenzione di armi da parte dei privati cittadini, lungi dall’avere funzione di deterrente al crimine, inneschi piuttosto un’escalation di violenza.
La imprescindibile osservazione di base è addirittura banale nella sua essenzialità: chi detiene un’arma, lo fa per usarla, esattamente come qualunque amante di macchine fotografiche vuole scattare le sue foto e ogni possessore di auto desidera guidarle: non si comprano mazze da baseball solo per guardarle né sci dell’ultima generazione per tenerli in salotto.
Dal momento che le armi, a differenza di altri oggetti di culto, sono progettate per fare del male, il loro possessore è inevitabilmente disposto e preparato a ferire ed uccidere, e solo casuale sarà che non gli capiti di farlo. Questa fondamentale evidenza viene di norma sottaciuta e inglobata nel concetto di diritto alla difesa, concetto tutt’altro che equivalente, perché tale diritto è riferito al movente causale, non alla modalità di rispondervi: potrebbe infatti essere esercitato con mezzi del tutto differenti, basati su leggi e interventi adeguati, per non parlare di politiche che si occupassero delle cause che al crimine inducono.
Tacendo sulla disponibilità ad uccidere, si induce a non occuparsi di una realtà che è scomodo ammettere e che si fonda su predisposizioni, frutto della complessa interazione tra componenti innate e ambientali, che sono lontanissime dall’essere politicamente corrette.
Proprio qui, nello spazio che divide la cultura della violenza e dell’aggressività dalla cultura del diritto e del rispetto, prende ad allargarsi la forbice che separa chi sostiene la liceità del possesso di armi da chi la nega.
La disposizione dell’uomo alla possibilità di uccidere, l’intrinseca inclinazione anche alla malvagità non hanno bisogno di argomentazioni dimostrative dal momento che è tutta la storia dell’umanità a parlarcene, con la sequela ininterrotta di guerre, sia antiche sia drammaticamente contemporanee, che implicitamente autorizzano e ipocritamente disconoscono lo smisurato campionario di ogni possibile crudeltà, violenza, sadismo. “Un terribile amore per la guerra” lo definisce James Hillman nel titolo illuminante di un suo saggio, che individua nello “stato marziale dell’anima”, nella “follia del suo amore” la ragione ultima delle guerre e, parallelamente, di ogni atto violento.
Se è innegabile che istanze violente e aggressive compongono la natura umana, quello che ha avuto luogo in occidente, entro i confini del nostro paese, nel corso degli ultimi secoli, è stato un percorso che, in direzione dello stato di diritto, ha regolamentato i comportamenti stabilendo limiti sempre più stretti all’espressione della violenza, sia pubblica che privata: ha messo al bando, insieme alla pena di morte, la possibilità delle istituzioni di togliere la vita in risposta a qualsivoglia crimine; ha tolto diritto di cittadinanza alle attenuanti per il delitto d’onore perché nessuna passione può giustificare l’omicidio; ha posto barriere severe all’estensione del concetto di legittima difesa per evitarne ogni abuso.
Nel costante processo di reciproco rimodellamento e influenzamento, leggi ed opinione pubblica sono andate costruendo, in una dinamica dialettica e inevitabilmente non lineare, una nuova etica: le norme giuridiche, introiettate, sono divenute norme personali di comportamento: ed oggi in Italia gli omicidi (se si escludono quelli riferiti alle realtà mafiose in senso lato) sono un fenomeno quantitativamente ridotto, ingigantiti se mai dall’esposizione mediatica a cui sono soggetti, sia in virtù della loro rarità sia al servizio di una politica che ricerca il consenso attraverso risposte immediate e irriflessive alla paura che essa stessa elicita.
Siamo tutti figli della cultura in cui viviamo, oltre ad essere gli agenti che la forgiano: a mano a mano che la vita umana, nel mondo occidentale, è andata assumendo un valore sempre maggiore, le armi sono divenute oggetti strani ed estranei, che molti di noi non hanno mai visto, se non al cinema, tanto che l’intravedere il rigonfiamento di una pistola sotto una giacca diventa facilmente fonte di inquietudine. Inquietudine che si rafforza quando si incrociano pistole e mitra di cui sono armati quelli chiamati a difenderci nelle nostre città: “Speriamo che non gli scappi un colpo!” è l’immediato malfidente pensiero di chi, lungi dal sentirsi tutelato, continua a vedere in un’arma un pericolo innescato: perché della protezione continua ad avere un concetto ben diverso, che passa dalla pacificazione sociale.
Il porto d’armi per legittima difesa in Italia è rilasciato per legge a chi detiene o trasporta valori e a chi è esposto a rischi di sequestro, di aggressione, di vendetta. Le categorie coinvolte sono quindi molto ampie: tutti i giudici per esempio corrono pericoli, così come i periti che lavorano per loro, nonché medici, psicologi, assistenti sociali, insegnanti a contatto con detenuti.
Ma, tra tutti costoro, solo una ridotta percentuale decide di richiederlo: il chè è sufficiente a dimostrare che non è una oggettiva situazione, ma una soggettiva convinzione a indurre le persone ad armarsi.
Se si escludono i malavitosi di ogni tacca e gli appartenenti alle forze dell’ordine, nonché parte di chi detiene nel proprio negozio importanti valori, chi sono le persone “normali” che girano con la pistola? La tipologia è prima di tutto al maschile; la condizione economica è elevata; l’atteggiamento di chi pubblicamente la esibisce o comunque distrattamente la lascia intravedere è di provocatoria sicurezza, di sfida. La pistola appare una sorta di appendice fallica ad un machismo in cerca di conferme, rinforzato dalla reazione di intimidito stupore che induce negli altri. Imparzialità impone di rilevare che l’universo femminile, in genere non coinvolto in un ruolo attivo, ospita elementi che impersonano una sorta di archetipo di “donna del boss”, che rinforzano con la loro sensuale ammirazione le imprese virili: valga per tutti l’esempio delle lettere d’amore solleticate dai vari Vallanzasca di turno.
Possedere un’arma significa conoscerla e maneggiarla per rendersela familiare; significa conoscerne segreti e potenzialità; comporta il prendersene cura, lucidarla; soprattutto significa imparare ad usarla il meglio possibile. Progressivamente essa si va trasformando in una sorta di feticcio, di idolo, di oggetto d’amore, importante tanto da modificare la stessa identità di chi la possiede, in quanto diviene elemento capace di influire sul comportamento, mezzo per distinguersi dagli altri, fonte di virile autocompiacimento e di orgoglio.
Quante volte la cronaca ci parla di persone che, con “un’arma regolarmente denunciata” hanno un giorno ammazzato un vicino, un amico, molto più spesso un familiare? Ogni caso è diverso dall’altro e ogni caso, in assenza di quell’arma si sarebbe concluso in un modo che non è possibile ipotizzare : ma certo la familiarità con tale “attrezzo” ha indirizzato la reazione, perché la violenza è anche funzione degli strumenti a disposizione. Inoltre ripetere un gesto abituale è facile e può diventare istintivo: se le circostanze, la rabbia, le passioni obnubilano una mente di solito lucida e prevedibile nel suo funzionamento, diviene una possibilità tutt’altro che remota mettere in atto un automatismo, che, per sua natura, offre un canale di scarico adeguato, in quanto diretto e immediato, ad una aggressività in cerca di espressione.
Questa privata “corsa agli armamenti” che è il porto d’armi è supportata dalla convinzione di dover tenere a bada il male, che è percepito fuori di sé, in un ipotetico nemico; ma questo nemico non raramente è invece interno a sé, è angoscia paranoide, sospettosità, diffidenza pervasiva e non riconosciuta, che cerca di oggettivarsi in qualcosa di esterno, più facilmente osteggiabile. Se il nemico non c’è, lo si inventa: e allora la rappresentazione del proprio mondo privato va popolandosi di immigrati clandestini minacciosi, di rapinatori privi di scrupoli, di sinistri individui pronti ad irrompere nella propria casa e nella propria vita. In questo panorama il senso stesso di legittima difesa non può avere confini reali: perché se l’altro è proiezione di un universo persecutorio, per difendersene bisognerà inseguirlo, distruggerlo, annientarlo: magari a scariche di pallettoni.
Che in tutto ciò giochino un ruolo esaltazione ed eccitazione è ben più di un’ipotesi: la trasformazione di sé stessi nel ruolo del giustiziere mobilita la stessa ambigua fascinazione del male su cui si basa il successo mediatico delle imprese di personaggi alla Charles Bronson o alla Shwartzenegger, che celebrano non il senso di giustizia, ma l’apoteosi della violenza.
Quanto alla localizzazione del male, quando non rappresenta la proiezione delle proprie angosce, spesso non è nemmeno da ricercare tanto lontano, alla distanza di ladri e assassini sconosciuti: la maggior parte degli omicidi e delle violenze, ormai è conoscenza assodata, hanno luogo dentro le mura domestiche, nella famiglia, tra persone strette da legami profondi. Questo è tema che merita, e su cui sono in corso, ampie e approfondite riflessioni: è certo comunque che il desiderio di armarsi per legittima difesa si appella all’esistenza di un nemico ipotetico, che spesso offusca la reale difficoltà di relazioni; tale possesso poi finisce per rendere facile e a portata di mano la violenza estrema contro chi, familiare o amico, come nemico non è affatto riconosciuto.
“Che illusi, se crediamo di poter applicare restrizioni sul porto d’armi!” afferma ancora Hillman, dalla sua ottica sì esistenziale, ma intrisa della cultura americana dove “Uzi e Colt, Luger e Beretta sono gli idoli di oggi”, dove “la carabina è divenuta amico, compagno, fratello”: “altro che orsacchiotto!”. Noi alla carabina non siamo arrivati e siamo ancora in tempo per decidere se quello che vogliamo è davvero “portarci la morte nella borsa” insieme alla pistola.
Per concludere vale la pena ricordare che il referendum svoltosi in Italia nel 1981 contro la liceità del porto d’armi prevedeva, in caso di vittoria, anche l’abolizione della caccia, in quanto non venivano fatte distinzioni tra armi da difesa e armi da caccia, nella convinzione che la familiarità con strumenti atti a ferire e uccidere, non importa se esseri umani o animali, si colloca in un unico terreno, che è la cultura della violenza.
Se tale cultura è unita con un inestricabile intreccio a tutta la storia dell’umanità, dobbiamo essere consapevoli che ad essa, e non ad altro, si rende omaggio con la corsa alle armi che quindi la legittimano distraendo dalla possibilità di incanalare le pulsioni aggressive in più auspicabili percorsi.