L’irrilevanza dell’uomo

di Günther Anders

Uno stralcio di dialogo tra G. Anders e la moglie H. Arendt a proposito del posto dell’uomo nell’universo.

“Come parli!”. I capelli ondeggiarono amabilmente intorno al volto.

“Come dovrei parlare?” –

“Così come se tu, noi, la luna e le passere di mare e queste ciliegie fossimo simili…”

“…equivalenti. – Cosa ti dimostra che noi valiamo di più? Perché c’è una ‘gerarchia dei valori’ scheleriana?”

Nessuna risposta.

“E se ci fosse, è certo che noi costituiremmo il vertice della piramide?”

Nessuna risposta. “E per quale ragione ci sono milioni di altre creature se queste valgono meno di noi? O, perché no, addirittura nulla?”

“Questa domanda la conosco”

“Si tratta di esercitazioni di Dio scadenti, forse malfatte durante la creazione? Peccati di gioventù?”

A tutte queste domande indecenti – le definì blasfeme – non rispose. Aveva studiato molto teologia, quella cristiana; aveva scritto una dissertazione brillante e approfondita su Agostino […]

“Non ti aspettare da me – proseguii quindi – che io riservi agli uomini – l’ “antropologia filosofica” dice naturalmente “all’uomo” – un posto speciale in ciò che esiste. Il palco reale dell’universo. Che io continui ancora ad accordare a noi questo spazio”.

“Cosa significa ‘continui ancora’?”

“Una attimo per favore! – Non ti aspetti neppure che io mi vanti del fatto che noi uomini (in base a qualche merito di fondo?) siamo il “popolo eletto”? La specie eletta tra miliardi di specie qui sulla terra e in altri luoghi? E che proprio noi – tu ed io – abbiamo vinto il terno al lotto di appartenere a questa specie speciale?”

Si grattò la testa. Nonostante fosse sempre stata scevra di pregiudizi – non si faceva problemi a fumare un sigaro in strada – ciò non di meno i capitoli 1 e 2 della Genesi li sentiva ben radicati in sé.

“Credi davvero che siamo il popolo ontologico di pastori? E tutto il resto, tutto ciò che esiste al di fuori di questo popolo, non sia null’altro se non un ‘gregge’?”

Sentire l’espressione heideggeriana “pastori” dalla mia bocca la irritava. “Popolo di pastori?”, chiese immediatamente e mi guardò con sospetto. Due rughe profonde apparvero tra le sopracciglia. Una bella Gorgone. E dopo una pausa: “La parola ‘pastori’ dovrebbe essere forse un’allusione?”.

“Senz’altro”, ammisi inespressivo. “Mi dispiace. Ma non supporrai che io possa seguire questo pre-copernicanesimo ancora  (forse addirittura nuovamente) dilagante, da cui l’intera umanità, inclusi noi che facciamo filosofia, è stata contagiata? Dovrei farlo?”. E dopo una pausa: “possiamo farlo?”.

Il sole era sempre più basso all’orizzonte. Nonostante l’insolente Copernico.

Tratto da G. Anders, La battaglia delle ciliegie. La mia storia d’amore con Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2012, pp. 23-25.

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