L’antispecismo: uno, nessuno, centomila

di Marco Maurizi

Diciamolo subito: sono stato anch’io un animalista. Quando ero giovincello ho fatto parte di una piccola associazione che si definiva “animalista”, ho partecipato a marce e banchetti in cui le parole d’ordine erano “animaliste” e i primi articoli che ho scritto erano in difesa dell’ “animalismo”. Poi ho scoperto l’antispecismo e (molto) lentamente ho capito che qualcosa non andava. Proprio per questo, spero che le seguenti osservazioni vengano accolte come uno strumento da usare per migliorare la lotta per la liberazione animale, non come una sua condanna. In ogni caso, quali che siano i limiti del mio modo di pensare e di esprimermi, non è certamente questo il mio intento.

Animalismo e Umanismo: gemelli diversi

MirrorL’animalismo [1] è una forma di specismo “speculare” (per dirla con F. Schillaci) o rovesciato. Se l’Umanismo pone sul piedistallo l’Uomo e gli sottomette tutto il resto, l’Animalismo fa lo stesso con l’Animale. Bisognerebbe buttarlo giù quel piedistallo, non sostituire il Re. Attraverso una stessa visione schematica e binaria entrambi intronano un’astrazione (l’Uomo, l’Animale) e si impediscono di vedere i rapporti reali, molto più intricati e sfumati, tra i viventi. L’Umanismo considera l’Uomo il sovrano della natura, mentre milioni di umani soffrono una vita di miseria e disperazione: sovrani con le pezze. L’Animalismo pone al centro della considerazione morale un’altra astrazione: l’Animale e sacrifica a questo idolo qualsiasi cosa, annullando tutta la complessità dei rapporti tra le specie. Senza contare che anche l’Animalismo considera l’Uomo un sovrano – da abbattere – e quindi se la ride dei milioni di “sovrani” umani con le pezze che muoiono. Cornuti e mazziati.

L’antispecismo è un’altra cosa. Non considera l’umano una specie al di sopra e al di sotto delle altre, ne riconosce la specificità senza trasformarla in gerarchia (laddove invece per l’animalista ogni discorso sulla specificità umana è indebito antropocentrismo: i ragni e i dromedari possono avere delle specificità rispetto alle altre specie, l’uomo no!) e soprattutto riconosce che il fine dell’azione di liberazione è una libera convivenza tra diversi, la fine di ogni pretesa di sfruttamento dell’Altro in tutte le sue forme, la possibilità di un’etica universale dell’empatia i cui contorni e la cui portata sono ancora troppo sfumati e lontani per poterli definire nel dettaglio senza cadere nel velleitarismo. Probabilmente si tratta di un ideale regolativo cui la prassi può solo avvicinarsi infinitamente, ma sicuramente non è, come vorrebbero i suoi critici ottusi, un’idea assurda e campata per aria. L’antispecismo è invece un’aspirazione ad un cambiamento mai visto prima, una teoria e una pratica ancora giovani ma che promettono molto. A patto che sappia superare le secche da cui si è originato e sappia trasformarsi in una teoria e in una prassi matura, capace di confrontarsi col mondo esterno e, speriamo, di cambiarlo effettivamente.

L’antispecismo, di cui parliamo come se fosse “uno”, è infatti invece ancora “nessuno” e “centomila”. Non è una teoria ma un insieme di opinioni in perenne e a volte irriducibile opposizione tra di loro. Capita spesso che quando si argomenta a favore della liberazione animale ci vengano rinfacciate cose che secondo noi non hanno nulla a che fare con essa (la misantropia, il moralismo, la violenza verbale e non, la riduzione della complessità a slogan, una visione romanticheggiante della natura ecc.). Eppure non si può negare che molti sedicenti antispecisti (in realtà “animalisti”) certe cose le sostengano e vengano anche applauditi e sostenuti. In che modo, dunque, di questi centomila animalismi si può fare un antispecismo?

Entriamo nel vivo del problema con un esempio non inventato.

L’unione fa la farsa

Tempo fa una famosa filosofa animalista diede una lezione in una prestigiosa università italiana. Una mia cara amica era ricercatrice in quello stesso ateneo e partecipò alla lezione. Nonostante fosse vegetariana da anni per una forma istintiva di repulsione alla violenza non si era occupata filosoficamente della questione animale. Lei amava gli animali e questo era il motivo della sua scelta di non mangiarli. Però era una filosofa anche lei, molto brava e coscienziosa devo dire, e quando ascoltò la famosa filosofa non fu affatto convinta da quello che sentì. Lei, come molti altri giovani e meno giovani studiosi nell’uditorio, trovarono tantissime cose discutibili nei ragionamenti della famosa filosofa animalista. Che, come era giusto e inevitabile, venne esplicitamente contestata e investita da una serie di obiezioni di varia natura. Dopo un po’, mi raccontò la mia amica, la famosa filosofa animalista andò in escandescenze e di fronte a quella sequela di domande e obiezioni cominciò a ripetere in modo ossessivo “a voi non interessa NULLA degli animali!!”.

Secondo la vulgata animalista – che ha recentemente ricevuto l’imprimatur da una citazione di Melanie Joy – tutti coloro che lottano contro lo sfruttamento animale dovrebbero fare fronte comune e non  lasciarsi andare a divisioni. Le divisioni aiutano il nemico, si dice. Secondo questa teoria, dunque, la mia amica avrebbe dovuto abdicare alla sua coscienza critica e mettersi a urlare assieme alla famosa filosofa animalista all’indirizzo di tutto il resto dell’uditorio “a voi non importa niente degli animali!”. Perché questo sì che li avrebbe convinti. Non certo un ragionamento che è in grado di rispondere alle obiezioni…

Divided We Stand, United We Fall

Polemos è padre di tutte le cose (Eraclito)

Che cos’è la tragedia degli animali non-umani? Cosa la produce? Come la si combatte? È davvero possibile essere “uniti” se si danno risposte diverse a queste domande? Cosa mi unisce ad un primitivista che pensa bisogna smantellare la tecnologia e tornare indietro all’età della pietra? E cosa unisce una persona laica e libertaria ad uno che per difendere la vita animale pensa sia giusto impedire anche l’aborto? Cosa unisce chi difende gli animali da “cinesi e zingari” e uno che pensa che lo specismo abbia la stessa base logica e morale del razzismo? Cosa unisce chi pensa che la filosofia sia un cumulo di chiacchiere anti-scientifiche a chi vorrebbe porre fine alla sperimentazione animale per via etica? Cosa unisce il non-violento radicale da chi pensa che la lotta al sistema consista nell’ammazzare un poliziotto? E potrei continuare.

Tutte queste differenze ci dividono e ci rendono impresentabili come un “movimento” all’esterno. Soprattutto perché non c’è un criterio di orientamento sicuro e nell’animalismo vale il principio anarchico di Feyerabend: “anything goes”. O, per dirla in modo più spicciolo, nell’animalismo tutti si sentono Allenatori della Nazionale. Ora, io non penso che questo sia un male di per sé, anzi, se questa differenza che ci divide di fatto venisse riconosciuta non potrebbero che derivarne conseguenze positive. Anzitutto, perché si smetterebbe di credere all’illusione collettiva secondo cui l’antispecismo esiste come teoria unitaria (ho già mostrato altrove che non esiste alcuna teoria antispecista, intesa come “visione del mondo” o “sistema filosofico”, nemmeno in coloro che vengono considerati “padri fondatori” di questa filosofia). In secondo luogo, perché solo riconoscendo che siamo deficitari di una teoria possiamo iniziare ad interrogarci seriamente su di essa. Ovvero provare a rispondere alle domande di cui sopra: Che cos’è la tragedia degli animali non-umani? Cosa la produce? Come la si combatte?

Solo chi cerca la verità cerca anche la critica

Di fronte alla richiesta di fare sul serio con la teoria, generalmente, insorgono i guardiani della libertà di (non)pensiero pronti a bacchettare ogni tentativo di “imporre” una visione “univoca” come “violento” e/o “ideologico”. Come se prendere sul serio la verità significasse voler imporre la verità. È vero esattamente il contrario. Chi prende sul serio l’esigenza di verità lo fa proprio per creare uno spazio di discussione in cui possa emergere una verità mai definitiva ma almeno condivisa, fatta di sforzi comuni di immaginazione, critica e auto-correzione. Laddove invece il pensiero vaga in una nebulosa in cui ogni cosa vale il suo opposto non emerge nessuna pretesa vincolante di verità ma anche, ecco il punto, nessun modo di mettere alla prova tale pretesa. Un conto è se io mi accontento di produrre un’opinione che va ad aggiungersi alle altre e che vale perciò quanto le altre; un altro è se mi impegno a produrre una teoria che, consistendo di tesi e argomentazioni determinate, può essere messa alla prova: attraverso la discussione, certo, ma, ancor più importante, attraverso la prassi. Solo la teoria che cerca la verità può essere smentita (dalla logica o dai fatti), l’opinione si crogiola nel piacere di sentirsi parlare.

La cultura animalista: cinquemila sfumature di grigio

La cultura animalista è l’esatto contrario di una teoria antispecista. Ed è anche una tirannica zavorra contro un pensiero libero, capace di lasciarsi dietro ciò che è caduco e infondato. Vista con l’occhio esterno del sociologo, infatti, la cultura animalista è una cultura solo apparentemente molteplice. Certo, ce n’è per tutti i gusti: anarchici, primitivisti, veganizzatori, estinzionisti, qualunqusti, di destra, di sinistra ecc. In realtà, sotto il velo della diversità di opinioni, vige un monolitico conformismo ed ogni sotto-gruppo di queste sfumature di animalismo è a sua volta connotato in senso identitario. Chi tocca i fili di questo conformismo, chi cioè prova a mettere in dubbio inveterate e malfondate certezze che però hanno il compito di rassicurare la coscienza degli animalisti, produce immediatamente una reazione irrazionale di rigetto.

Tutto questo non deve destare scandalo. Fa parte delle acquisizioni basilari della sociologia dei gruppi l’osservazione che ogni gruppo (e tanto più quanto il gruppo ha forti caratteri identitari verso l’interno e di chiusura/opposizione verso l’esterno) produce una sorta di “cultura regionale” (o “sotto-cultura”) che è parte integrante dei suoi meccanismi riproduttivi. È esperienza abbastanza comune notare come i piccoli gruppi settari si informino presso canali che adottano il loro esclusivo punto di vista e il loro linguaggio (anch’esso un segnale di riconoscimento), leggano prevalentemente cose che hanno a che fare con l’interesse che li definisce come gruppo e che gran parte di questo materiale non serve a problematizzare la propria identità ma a rafforzarla, blandendo il narcisismo individuale e collettivo, proponendo costantemente in ogni messaggio il sotto-testo: “noi siamo nel giusto, gli altri sbagliano”. La cultura di gruppi minoritari, più ancora che la cultura ufficiale (di cui imita maldestramente i modelli: case editrici, libri, eventi, conferenze), non è un’autentica espressione di libertà e di ricerca ma piuttosto un sistema di segnali [2]. Ora, osservazioni di questo tipo non sono cattiverie gratuite volte a “smontare” o “sminuire” alcunché: sono delle banali osservazioni sociologiche che valgono per tutti i gruppi e micro-gruppi sociali e che non si capisce perché non dovrebbero valere anche per animalisti, vegani e simili. Tanto più che questi ultimi utilizzano talvolta gli strumenti della sociologia o della psicologia sociale nelle loro critiche al mondo esterno: ad es. per smontare il fenomeno del “carnismo” come “sistema culturale” che ha il compito di smussare le contraddizioni del comportamento individuale verso gli animali e permettere alla coscienza di agire senza avvertire più questa contraddizione. La denuncia di meccanismi che agiscono alle spalle della coscienza individuale e che permettono ad un macro-gruppo di perpetuarsi (i “carnivori”) può essere condotta con i classici strumenti di analisi delle scienze sociali. Ma guai ad applicare questi strumenti al proprio gruppo!

Resta dunque da capire con quale diritto lo si è usato in prima battuta: perché se lo strumento funziona, funziona a 360°; altrimenti è solo un argomento capzioso, scelto per difendere una posizione preconcetta, già assunta. Ovvero: quell’argomento è stato preventivamente ridotto ad un segnale all’interno della propria micro-cultura che fa scattare l’assenso quando si tocca la corda giusta. L’animalista non si chiede se l’argomento contro il carnismo è fondato, gli basta che confermi ciò che già pensava prima. Se il segnale che riceve da chi ascolta lo conferma, sorride e lo appoggia. Se invece produce una qualche distorsione nel suo campo cognitivo, allora lo rifiuta.

Specchio specchio delle mie brame…

Quando si tocca la coperta di Linus e si fa una critica all’interno dell’orizzonte di pensiero e di azione animalisti, si produce questo strano fenomeno. Mentre le critiche “esterne” possono essere facilmente ricondotte alla carenza morale di chi le esprime (“a te non importa degli animali”), quelle “interne” producono più problemi, fanno sorgere un dissonanza cognitiva più difficile da appianare (l’ingranaggio rodato, comunque, scatta quasi in automatico: “a te non importa abbastanza degli animali”…una volta una tipa mi scrisse che ero “finanziato dall’industria della carne”). La critica puntuale e specifica diventa un “attacco indiscriminato”: cioè l’argomentazione – non importa quanto articolata e fondata – viene immediatamente tradotta in un segnale-negativo inconciliabile con la micro-cultura animalista e che quindi va o omogeneizzata con il resto oppure espulsa. Si tratta di un comportamento strano e apparentemente inspiegabile perché di segnali-positivi interni l’animalismo ne riceve fin troppi: ovunque è un tripudio di “poveri animali, umani cattivi”, “umani assassini, animalisti buoni”, “quanto è bello essere vegan”, “diventa vegan e cambierai il mondo”, “stiamo dalla parte giusta”, “stiamo facendo bene”, “siamo soli contro il mondo”, “bene bravi bis” ecc. ecc. Navigando su internet, frequentando ritrovi e leggendo libri e fanzine animaliste è davvero difficile incrociare un messaggio di auto-critica: la cultura animalista è un immenso specchio in cui l’animalista medio può riflettersi per trovare conferma che ciò che pensa e fa è giusto e lo porterà alla vittoria (e se ciò non avverrà sarà solo per colpa dell’insensibilità del mondo esterno). Tutto ciò non apparirà strano a chi ha anche solo un’infarinatura di scienze sociali: è, come detto, la caratteristica di tutti i micro-gruppi mono-tematici. Ma farlo notare all’animalista è insopportabile.

Di fronte a tale scenario di uniforme consenso a ciò che il movimento animalista è, stupisce infatti che gli sparuti interventi critici e di dissenso vengano percepiti addirittura come “pericolosi” e che verso di essi non si agisca semplicemente ignorandoli ma si proceda con ostinazione a cercare di ricondurli al mare magnum del pensiero animalista standard. La prima mossa che si fa è quella di minimizzare le differenze: sì, la critica che fai è giusta ma può convivere pacificamente con ciò che critichi, noi vogliamo una cosa ma anche l’altra. Quando si insiste e si mostra che questa convivenza è priva di senso e di rigore e che la teoria non ammette “pacificazioni” ma solo analisi e superamento delle contraddizioni allora scatta il meccanismo di rigetto. Allora la critica interna diventa un segnale-negativo indigeribile e NON può essere giusta: non importa quanto sia argomentata, se le sue conseguenze non ci piacciono (perché toccano la coperta di Linus) bisogna dire che è sbagliata. E così l’unica posizione con cui avrebbe senso confrontarsi – il dissenso che non può essere appianato con un gesto di buona volontà ma solo risolto discutendo nel merito – viene considerata inaccettabile. Ne è testimonianza il fastidio che esso provoca e che porta ad una reiterazione ossessiva dei tentativi di negarlo.  Ripeto sempre che la libertà di parola è stata data per criticare, non per canticchiare “quanto è brava Madama la Marchesa!”. Eppure è proprio questo che si pretende: il dissenso deve essere epurato perché evidentemente la minima macchia di dubbio farebbe crollare un castello che si sa non possiede le solide basi che ci si immagina abbia.

Ci vorrebbe un nemico

Ultimamente è capitato a me e ad altri antispecisti “critici” di fare questa spiacevole esperienza. Non solo ci è stato subito risposto che invece di “attaccare” l’antispecismo dovremmo criticare lo specismo per non fare il gioco del nemico (vedi l’esempio portato all’inizio) ma abbiamo constatato come chi si produce in questo tipo di reazioni perda anche gli standard minimi che definiscono un comportamento razionale.

Così, da un lato ci viene intimato di fare fronte comune contro un nemico che non è stato mai definito con chiarezza: chi sarebbe questo “nemico”? gli “specisti”? cioè il vicino di casa, la nonna e il postino? oppure magari lo “specismo”? E lo specismo in che senso? Come pregiudizio eterno e naturale dell’uomo, cioè qualcosa che non esiste? Dovrei fare fronte comune con un nemico-fantasma invece di far notare al mio presunto amico che combatte contro i mulini a vento? Ora, a scanso di equivoci, può anche darsi che noi sbagliamo in tutto e che quello che obiettiamo ai nostri presunti amici non stia in piedi: ma il problema è che non si può rispondere ad una critica eventualmente sbagliata dicendo “fai il gioco del nemico” perché questa critica si impunta proprio sull’individuazione di chi/cosa sia il nemico! Allora dimostrateci che le nostre critiche sono sbagliate, individuate la causa dello sfruttamento animale in modo serio e corretto, mostrateci che avete tattiche e strategie chiare e anche modi per verificare l’avanzamento della lotta. Tutto ciò non può essere considerato auto-evidente e implica, come minimo, che si cominci a tenere seriamente conto di tutte le analisi che da tanti anni a questa parte hanno reso più complesso il quadro facilone di un’umanità cattiva che uccide animali per sadismo[3].

In secondo luogo, infatti, queste critiche vengono non solo costantemente aggirate ma quando vengono affrontate lo si fa distorcendone completamente il senso e in modo talmente clamoroso che non può essere giustificato razionalmente. Deve esserci all’opera un meccanismo di repulsione più profondo che agisce nel momento in cui viene toccata la coperta di Linus e si sente vacillare una certezza su cui si è investito emotivamente troppo.

Vediamone due esempi: il primo è il concetto di “cambiamento dal basso”, l’altro è la critica al veganismo come stile di vita e strumento di trasformazione sociale.

 

Il cambiamento “dal basso” è un cambiamento gerarchico camuffato

Da quando l’antispecismo è uscito da un discorso di mera filosofia morale per arricchirsi dei contributi del pensiero critico novecentesco (Adorno, Derrida, Deleuze, Foucault ecc.), della sociologia, dell’antropologia e dell’economia politica, questa ricchezza ha portato una serie di problemi nuovi e richiesto l’apertura di fronti inauditi al pensiero e anche alla prassi. Tra questi il più significativo a detta di chi scrive è il seguente: se finora si era potuto intendere la società come una mera somma di individui e il processo di trasformazione sociale come un graduale “convincimento” del prossimo fino a raggiungere la maggioranza della società e ottenere da qui automaticamente un cambiamento, oggi tale prospettiva appare ingenua e richiede un aggiustamento di tiro. Le strutture sociali – che sono reti di potere economico, politico e simbolico – precedono gli individui sia in senso cronologico che ontologico: ovvero “pesano” di più in termini di effetti. La società è una struttura opaca e stratificata che non si lascia ridurre alla volontà degli individui perché sono anzi le strutture sociali che predeterminano le possibilità di scelta – le opzioni in campo – e che quindi rendono possibile la scelta stessa. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il “determinismo” ovviamente (si può intendere tutto ciò in termini meccanicistici e dire che non esiste libertà oppure, opzione che mi sembra più corretta, si può considerare l’accadere sociale come la determinante di diverse forze in contrasto tra loro il cui risultato non è quindi mai prestabilito). Ma se ciò è vero lo specismo non potrà più essere considerato l’effetto combinato di tante singole coscienze speciste perché andrà semmai individuata la struttura (o il complesso di strutture sociali) che produce le singole coscienze speciste. Queste ultime vanno intese anzitutto in termini di effetto e non di causa.

Questa semplice evidenza sociologica costituisce un anatema per un pensiero e una prassi che si sono formate su testi o comunque su argomenti (come quelli di Singer e Regan) in cui l’elemento sociale e storico è totalmente assente e che è abituata a parlare solo di come convincere una coscienza individuale e raggiungere tramite questo convincimento la maggioranza delle persone. Tuttavia, i processi sociali non funzionano così e solo un’immagine idealizzata del passato può far pensare che la fine dello schiavismo e dell’oppressione femminile (sempre ammesso e non concesso che siano avvenute…) abbiano seguito questo percorso lineare. La lotta per la liberazione animale appare allora qualcosa di più difficile, lungo e complesso della protesta etica, qualcosa che implica l’elaborazione di una teoria sociale adeguata e di strategia di lotta a lungo termine, ponendosi anche obiettivi (come la lotta per una libera informazione, per processi decisionali democratici e una riorganizzazione economica in senso solidale e non competitivo) che non hanno immediata attinenza con la sofferenza animale ma che costituiscono dei prerequisiti essenziali perché tale sofferenza possa avere una fine.

Di fronte a tutto ciò l’animalista indietreggia infastidito e ribadisce ostinatamente il suo punto di vista: il cambiamento deve avvenire “dal basso” oppure deve avvenire “anche dal basso”. Tra i molti che mi hanno obiettato qualcosa di simile ci sono anche persone intelligenti e preparate come Lorenzo Guadagnucci e Andrea Romeo. Ma ciò non cambia la sostanza di quella che è una semplificazione: i concetti di “alto” e “basso” sono concetti apparentemente intuitivi ma appunto perciò sono vaghi e generici e non hanno alcun senso determinato in termini sociologici (pressappoco la stessa differenza che intercorre tra sentire soggettivamente “caldo” e misurare la temperatura con un termometro). Inoltre, per poco che uno la analizzi, scoprirà che ciò che immaginano gli animalisti quando parlano di “cambiamento dal basso” non è altro che un cambiamento dall’alto camuffato. Vediamo ad es. come descrive questo processo Romeo:

“Anche se per forza di cose bisognerà che il movimento approdi ad una dimensione politica, necessariamente bisogna anche muoversi dal basso: entrambe le due attività sono essenziali. La massa va educata al cambiamento, bisogna che tutti conoscano che un altro stile e modello di vita sia possibile”

Anche se non tutti gli animalisti si esprimerebbero in modo così sprezzante (usando un’espressione come “la massa” che chiaramente tradisce uno sguardo elitario), essi condividono in genere l’idea che gli altri vadano “educati al cambiamento”. L’altro è sempre visto come un terreno di conquista (occorre trasformare l’altro in modo che ci somigli [4]) e non come un attore di un processo collettivo. Una trasformazione che muova veramente “dal basso” dovrebbe partire dalla base della società nella sua totalità, cioè dagli esseri umani considerato nella loro irriducibile autonomia, con il loro pensiero dalle mille sfaccettature, i loro bisogni e le loro aspettative e desideri anche contraddittori. Dovrebbe essere un processo che mobilita i singoli e i gruppi in una dialettica continua di scambi, contrasti e aggregazioni. Ma ci si scambia, ci si contrasta e ci si aggrega nella diversità, non nell’omogeneità. Chi pensa che il cambiamento “dal basso” significhi che una minoranza lentamente conquista la maggioranza omologandola a sé non sa cosa sia un cambiamento “dal basso”.

Un processo sociale non è l’estensione di un atto individuale ma qualcosa di natura totalmente diversa. Il cambiamento sociale non è come un cambiamento individuale determinabile in termini di intenzione -> azione e quindi non è un movimento unilineare ma è un fenomeno internamente articolato e anche contraddittorio, un campo di forze. Nell’animalismo c’è invece solo l’immaginazione di un centro che spande i suoi raggi salvifici all’esterno, verso una massa indiscriminata e altrimenti “dannata” (come osserva Serena Contardi sarebbe da studiare il linguaggio pseudo-religioso dell’animalismo con il suo costante uso di termini come “colpa” e “innocenza”).

Il veganismo non è un modo di produzione

A ciò si connette l’altra critica che viene così spesso – e così furbescamente – fraintesa. Quella al veganismo. Quando si fanno delle osservazioni critiche sul veganismo come “stile di vita” e come “mezzo di lotta” queste vengono automaticamente interpretate come una condanna del veganismo in quanto tale. Anche qui: dove c’è differenziazione e articolazione di problemi tutto viene ridotto ad un codice binario (sì/no; in/out). O sei “dentro” o sei “fuori” – dice la morale gregaria di gruppo – tutte le posizioni problematiche devono essere annullate perché mettono in discussione lo schema mentale identitario sottostante.

Ma quanto è stato detto sui limiti del veganismo come orizzonte di lotta e di diffusione dell’antispecismo ha in realtà solo il compito di mostrare dei problemi teorici e pratici. Chi indica il problema viene reso responsabile del problema stesso. Ora, la questione è molto semplice: stante il fatto che la società non è un aggregato di individui e che la prassi di trasformazione non può essere una meccanica conversione degli individui al veganismo si tratta di aggiungere alla pratica personale non-violenta anche un’azione di lotta ad ampio raggio che non si riduca alla testimonianza di uno stile di vita ma crei luoghi di confronti aperto e democratico, che elabori tattiche e strategie, oltre a metodi di controllo e verifica dei risultati ottenuti e così via. Cosa ci sia in tutto questo di anti-vegan non è dato capire. Al limite si deve parlare di “allargamento” di orizzonte e di pratiche di lotta.

Perché la liberazione animale non può consistere nella semplice diffusione di uno stile di vita. Tra i vari motivi, più volte argomentati, va osservato il paradosso per cui questo “stile di vita” non è in realtà codificabile se non in negativo (è un “astenersi da” che può prendere mille forme diverse): prima dell’invenzione dei “formaggi” vegan o dell’eco-pelle essere vegani implicava delle forme di “rinuncia” che oggi non esistono più e l’invenzione della carne in vitro potrebbe addirittura implicare la possibilità di essere vegan e mangiare carne se essa fosse veramente cruelty-free. L’obiettivo della lotta di liberazione animale dunque non è “veganizzare” il mondo ma introdurre un modo di produzione diverso che tenga conto delle esigenze di tutti i soggetti umani e non-umani coinvolti e che quindi abolisca lo sfruttamento animale in ogni sua forma. Il veganismo è un modo di “opporsi” al mondo dello sfruttamento integrale della natura, cioè è la negazione dello stato di cose attuale, non è un modo positivo di vita (meno che mai un modo di vita sociale: il fatto che oggi uno possa scegliere di vivere “insieme” la propria scelta vegan in una comunità non trasforma questa comunità nella “società” ma in un gruppo interno alla società…che nel frattempo continua ad essere non-vegan e che tra l’altro rende possibile in mille modi – anche cruenti – l’esistenza stessa della comunità vegan di cui si è parte). La società ha possibilità creative e produttive che i singoli da soli non possono mettere in campo: è dunque insensato pretendere di anticipare il modo di vita “giusto” oggi perché ciò che potremmo fare è solo mostrare la nostra testimonianza individuale, il nostro modo di interpretare quel precetto non-violento. Possiamo portare un po’ di quella scintilla di liberazione nel mondo nei nostri piccoli gesti quotidiani ma non potremmo mai vivere interamente le possibilità di un mondo liberato. “Non c’è vita vera nella falsa” (Adorno). Una vita libera e non-violenta per tutti (umani e non-umani) verrà organizzata liberamente da una società totalmente diversa della nostra. Tutti i tentativi di immaginare il mondo futuro componendolo con le disiecta membra del mondo attuale assomigliano a un Mostro di Frankenstein (ho letto una volta un “modello di società vegana” che si spingeva fino a descrivere minuzie e dettagli della vita privata: mi ricordava una società orwelliana più che una società liberata).

Così come un mondo senza sfruttamento animale non è un mondo “anti”-specista ma “a-specista” (cioè un mondo che ha superato lo specismo, cioè che non deve più lottare contro lo specismo), così tale mondo non sarà un mondo “vegano” ma, appunto, un mondo che si è lasciato alle spalle la “lotta” contro gli stili di vita che si basano sullo sfruttamento sistematico del vivente. Visto che agli animalisti piacciono tanto le analogie con lo schiavismo, parlare di “mondo vegano” sarebbe come dire che il mondo di oggi è un “mondo anti-schiavista”: cioè un mondo in cui io ogni giorno lotto contro il desiderio di sottomettere qualcuno e servirmene come forza-lavoro schiavistica. Oppure, visto che i tratti più violenti del patriarcato li abbiamo se non sconfitti almeno sublimati, sarebbe come dire che nella cultura post-patriarcale di oggi ogni padre deve resistere alla tentazione di buttare i propri figli indesiderati da una rupe. Ora tutto ciò è evidentemente falso. Quei comportamenti negativi del passato (schiavismo, patriarcato ecc.) non sono l’effetto di un desiderio partorito dalla mente che è stato poi sconfitto con l’argomentazione razionale ma sono pratiche sociali che sono stati debellate o, almeno, ridotte, solo da lotte collettive di lungo periodo, con composizioni di forze sociali diverse e a tratti anche antagoniste tra loro, attraverso fasi imprevedibili e avanzamenti mai lineari. E dunque essi non sono affatto stati sconfitti (in tutto o in parte) perché una minoranza ha “convinto” la maggioranza delle persone a cambiare comportamento ma perché le vittorie di volta in volta conseguite all’interno di un processo storico più ampio hanno fatto sì che si creassero le condizioni sociali per cui quei fenomeni perdessero la propria utilità e la propria giustificazione morale. Si è creato cioè l’ambiente sociale particolare che fa sì che chi vi cresca consideri inconsciamente sbagliate quelle pratiche senza doverle argomentare in modo cosciente e razionale. Un mondo in cui non esistesse più lo sfruttamento animale non sarebbe perciò un mondo “vegano” ma un mondo in cui non esistendo più le fabbriche della morte anche i relativi bisogni sono stati superati e/o sublimati. Chi crescesse in un mondo liberato non dovrebbe lottare contro un bisogno di sopraffazione e se lo facesse, evidentemente, non vivrebbe in un mondo liberato.

 

Note:

[1] Con questo termine indico, come spiegato qui e altrove, una forma embrionale di antispecismo che non ha ancora maturato la consapevolezza dei limiti identitari di una lotta “solo per gli animali (non-umani)”. L’antispecismo è invece il frutto maturo di questa consapevolezza. So che molti non condividono questa scelta terminologica per vari motivi, alcuni fondati altri meno. Ovviamente non ho pretese di incontrovertibilità se qualcuno è affezionato alla parola continui pure ad usarla: poiché però i fenomeni che descrivo utilizzandola (identitarismo, moralismo, misantropia, settarismo, rifiuto di ogni critica interna ecc.) mi sembrano reali, si chiami tutto ciò “Pinco Pallo” o come si vuole, ma si guardi alla cosa piuttosto che al nome.

[2] Non affrontiamo qui il problema di quanto anche la “cultura ufficiale” possa essere ricondotta a questo tipo di analisi. Certo, una cultura antispecista dovrebbe essere invece espressione di libertà e apertura verso l’altro in ogni sua forma.

[3] Un esempio paradigmatico di come il confronto teorico venga falsato alla radice. Si è pensato di far circolare l’interessante articolo di Leonora Pigliucci “Arbitrio, detenzione, sadismo” pensando che le questioni lì poste non siano sufficientemente prese in considerazione da chi vuole affrontare lo specismo come fenomeno sociale. L’articolo era accompagnato da questo commento: “una questione scottante: la violenza istituzionalizzata sugli animali può davvero essere considerata solo sistemica ed esente da crudeltà gratuita? Si può ritenere che l’analisi dello sfruttamento sia completa anche non tenendo conto della soddisfazione che gli esseri umani provano quando infieriscono sui più deboli?”. Ora, se la crudeltà fosse veramente “gratuita” (cioè non finalizzata ad altro che a se stessa) essa per definizione non potrebbe spiegare nulla: perché esistono epoche storiche più crudeli di altre? perché esistono società più crudeli di altre? perché esistono gruppi sociali più crudeli di altri? Perché esistono individui più crudeli di altri? E perché ognuna di questi esempi di crudeltà può cambiare i propri oggetti (umani e non umani) in modo non prevedibile a priori? È chiaro che ciò che è essenziale in tutti questi casi non è il “fatto” della crudeltà (che qui viene presentato come decisivo) perché la sua dislocazione, la sua intensità e gli oggetti verso cui essa si dirige non derivano da essa ma da qualcosa ad essa esterna: ovvero proprio quelle determinanti sociali che secondo chi fa circolare questo articolo verrebbero sopravvalutate. È poi indicativo che si dica che l’analisi sociale (mai iniziata seriamente da nessuno: anche noi abbiamo solo posto l’esigenza di iniziare a trattarla) venga definita come “incompleta” perché ad essa mancherebbe l’idea – non certo nuova – che esisterebbe un piacere che si accompagna al far soffrire i più deboli. Ma, anche qui, chi sono i deboli? Tanto i soggetti umani che non-umani su cui si esercita crudeltà cambiano e non è certo la crudeltà a sceglierseli “gratuitamente”, bensì appunto i rapporti sociali in cui quella crudeltà si esercita. Non esiste una società che esercita violenza indiscriminata contro tutti gli animali. Anzi sì, è il capitalismo…la cui genesi e la cui struttura, guarda caso, non si spiegano grazie alla crudeltà ma, di nuovo, alle strutture sociali che scatenano questa crudeltà contro il resto del vivente.

[4] Dopo aver scritto questo passo ho scoperto che Serena Contardi ha usato un’espressione analoga per descrivere lo stesso fenomeno.

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29 Responses to “L’antispecismo: uno, nessuno, centomila”
  1. stopthatrain ha detto:

    Non credo si possano astrattamente contrapporre umanesimo e animalismo come due “mali” equivalenti, perché il primo costituisce l’affermazione teorica di un’evidenza, del saldo predominio materiale dell’umano sul vivente, mentre il secondo è l’affermazione di una rivalsa, di una centralità ancora impossibile degli schiavi animali: la prima è la teoria in favore dei padroni, la seconda degli schiavi..Poiché nulla ci dice che gli umani sceglieranno mai la via della libertà e della giustizia, e ora si osservano solo contrapposizioni tra poteri che si fronteggiano, solo l’animalismo, se vogliamo chiamarlo così, o un baluardo in difesa dei non umani, può far sì che i loro interessi siano prima o poi presi in considerazione.
    Il patriarcato violento (verso i bambini, non verso le donne) o lo schiavismo, del resto, saranno pure formalmente sconfitti ma questo non significa che la società odierna sia meno violenta di quelle arcaiche, anzi, la violenza è più subdola e quindi ben radicata ovunque e indipendente dal giudizio morale di chi abbia uno sguardo non molto attento: siamo o non siamo violenti verso i bambini del terzo mondo che ci cuciono le scarpe? E verso gli anziani buttati negli ospizi? E verso i popoli cui è utile far la guerra ad armi totalmente impari? E verso i carcerati?
    Il progresso umano è qualcosa di molto opinabile e nulla, proprio nulla, ci dice che prima o poi la torta delle risorse limitate del pianeta si dividerà equamente con gli individui di altre specie che non possono competere con la nostra aggressività organizzata (mentre la pace tra umani e l’equa distribuzione del benessere è utile sul lungo termine a tutti). L’articolo postato ieri sul sadismo, e il commento sulla crudeltà gratuita volevano essere un argomenti in questo senso: se anche, come giustamente dici, gli oggetti di quella crudeltà cambiano in base ai rapporti esistenti nella società, teniamo conto del fatto che la psicologia ha dimostrato un’inquietante tendenza della mente umana a godere del dolore altrui, teniamo conto del fatto che spesso c’è un surplus di accanimento nelle pratiche violente organizzate. Secondo lo psicologo Victor Nell la crudeltà sarebbe adattativa, si sarebbe sviluppata solo negli ominidi e sarebbe rafforzata tramite i meccanismi neurobiologici delle emozioni positive: la crudeltà fa stare bene gli umani, per come questi si sono evoluti fino ad oggi.
    L’idea della società liberata presuppone che sia possibile arrivare ad una volontà comune di liberazione e di non dominio, ma non possiamo sapere se sarà mai così, se ci “evolveremo” in quel senso, così come non possiamo sapere se quegli “esseri umani considerato nella loro irriducibile autonomia, con il loro pensiero dalle mille sfaccettature, i loro bisogni e le loro aspettative e desideri anche contraddittori” non continueranno a scegliere la via del conformismo e a cedere alla tentazione di far valere l’interesse personale a danno di quello altrui.
    In quello che è uno spazio pieno di scontri di contrapposizioni e di prevaricazioni, montare un bastione a difesa esclusiva della vita animale mi pare fondamentale anche senza escludere l’analisi dei rapporti sociali e il lavoro per il cambiamento sistemico che è necessario in contemporanea per produrre effetti duraturi (ma sull’inconciliabilità dei due aspetti non riesci proprio a convincermi).

    • aldo sottofattori ha detto:

      scusa non capisco… volevi dire sulla “conciliabilita’ dei due aspetti” ?

    • Giorgio Galletta ha detto:

      Ho un dubbio, e lo esemplificherò: se negli Stati Americani del Sud ci fosse stata una minoranza in lenta ma continua crescita che per almeno un secolo avesse con successo diffuso in maniera contagiosa col proprio esempio personale uno stile di vita basato sulla parità di diritti, sul rispetto e non sullo sfruttamento di altri esseri, in questo caso umani, sarebbe stata ancora necessaria una sanguinosa guerra civile per modificare il tessuto sociale e abbattere la schiavitù da quelle parti? In quel caso la società è sì cambiata, ma a che prezzo! E’ vero, il rischio sarebbe stato di creare un’elite di “virtuosi” invogliando tutti ad entrare a far parte di questa elite, quindi un cambiamento dal basso mascherato, ma questo tipo di cambiamento (proporre personalmente nuovi modelli culturali e di comportamento per permettere a chi aderisce di crescere in consapevolezza) è secondo me quello più efficace e duraturo. Basti vedere la crescita formidabile che ha avuto il Cristianesimo prima di diventare un potere politico. Da un gruppetto di israeliti perseguitati a religione ufficiale dell’Impero Romano. Il tutto trasmesso da salotto a salotto di qualche nobile filantropo romano, da schiavo a schiavo; tutto ciò avveniva necessariamente col passaparola, senza lasciare tracce “sociali” per non finire in pasto ai leoni. La più grande operazione di marketing virale della storia. Può piacere o non piacere quello che è successo dopo, ma a partire da allora, sempre per tornare all’esempio di prima, la parola schiavitù perse per sempre la sua valenza di indiscutibile e ovvia legittimità, di prassi, al punto che anche gli stati schiavisti americani sentivano il bisogno di “giustificarla” citando a casaccio brani della Bibbia. Io sogno un risultato del genere, magari fra un secolo, quando cerco nel mio piccolo di contagiare qualcuno col mio essere vegano. Essere il cambiamento che vorrei vedere nella società, citando Gandhi. Se questo è un cambiamento dal basso o dall’alto lo lascio giudicare ad altri. La politica poi sempre di più mira al mantenimento di se stessa, per cui se tanti elettori sono contrari ad esempio alla vivisezione lei è costretta a legittimare le loro aspirazioni e a fornir loro gli strumenti per farle rispettare. Naturalmente rimarrà sempre l’urgenza di tenere d’occhio e denunciare le trame dei “poteri forti”, delle lobbyes e delle multinazionali, che purtroppo ci saranno sempre, sono insite nell’animo umano, e non c’è “uomo nuovo” che tenga.

      • Parte in Causa - Associazione Radicale Antispecista ha detto:

        Giorgio, abbozzo una parziale risposta. Forse sarebbe andata bene anche senza la guerra civile, nessuno può saperlo (e notoriamente la storia non si fa con i “controfattuali”), ma quanto tempo ci sarebbe voluto? Naturalmente non auspico di certo una guerra civile anche perché in questo specifico caso non si saprebbe nemmeno guerra di chi contro chi! Quanto alla “diffusione” di uno stile di vita vegano, che non ho mai criticato di per sé ma solo quando è di fatto l’unica o quasi forma di attivismo che viene praticata, personalmente dubito fortemente che sia sufficiente per una serie di ragioni. Il veganismo è uno stile di vita che comporta una serie innumerevole di rinunce che in questa società sono faticose (alla faccia di chi sostiene che diventando vegan non si rinuncia a nulla), quindi ho i miei dubbi che il veganismo possa mai, se non in tempi lunghissimi, venire abbracciato dalla grande maggioranza della popolazione. In secondo luogo, le lobbies (dell’agroalimentare, ecc.) sono così forti da riuscire ad annullare gli effetti economici, per ora peraltro del tutto trascurabili, derivanti da un eventuale calo della domanda di prodotti di origine animale. Per dire, forse c’è da aspettarsi di più dalla carne sintetica (sottolineo il “forse” perché le incognite a riguardo sono ancora moltissime). Detto questo, anch’io rinosco l’importanza fondamentale dell’esempio. Ritengo solo che sia ingenuo, *in questo specifico caso* (il veganismo) e data l’enormità del problema dello sfruttamento animale, sperare che l’esempio da solo possa smuovere le montagne (Giovanna)

    • Francesco S. ha detto:

      Vorrei far notare un errore grossolano l’uso del termine “umanesimo” in luogo del corretto in questo ambito di “umanismo”. Forse potrà spiegarlo il sig. Maurizi di cui riconosco la preparazione. Aggiungo una domanda retorica (o forse no), perché secondo tale psicologo Victor Nell gli ominidi sarebbero stati crudeli nell’atto della predazione e qualsiasi altro animale no, tipo per fare un esempio diverso dal solito leone il Pan troglodytes (lo scimpanzé) che arricchisce la dieta con scimmie minori?

      Non è forse specismo (semmai in negativo) ritenere l’homo sapiens l’unico animale CRUDELE?
      Tralasciando il fatto che quello che intendono molti animalisti per specismo io lo chiamo Egoismo di Specie (vanné mi sono ispirato a Dawkins), cosa normalissima in natura.

      Posso capire la filosofia politica (che non condivido) di superamento dello sfruttamento degli altri animali, in chiave oltre-naturale, in virtù di una capacità morale dell’uomo intrinsecamente ritenuta superiore, ma non capirò mai il sentimento antiumano della ricerca del nemico di molto animalismo.
      Non è forse anche Homo Sapiens Sapiens un animale?

      • stopthatrain ha detto:

        guardi Francesco, il “grossolano” errore nello scrivere umanesimo e non umanismo è un errore di battitura e non c’è bisogno del sig. Maurizi per correggerlo.
        Lo psicologo Victor Nell cui lei porge poi domande retoriche non ha espresso un’opinione misantropa, ma pubblicato uno studio scientifico (di cui può leggere un abstract qui: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17214016) nel quale spiega che solo nella specie homo sapiens, come negli ominidi che l’hanno preceduto, il dolore inflitto ad una vittima suscita emozioni positive. Questo ritengo sia un fattore da tenere in considerazione quando si parla genericamente di liberazione dell’umano dal dominio.
        Col “sentimento antiumano della ricerca del nemico di molto animalismo” tutto questo non c’entra proprio niente, la sua è una sensazione personale che non ha a che vedere con quello che ho scritto io. Saluti.

      • Francesco S. ha detto:

        Ho letto l’articolo originale –> http://66.199.228.237/boundary/hematomania/Compassion_as%20_an_antidote_to_cruelty.pdf Per prima cosa nel sommario dove si elencano gli obiettivi dell’articolo non si parla di questa prerogativa alla crudeltà dell’homo sapiens, ma è solo un’ipotesi fatta dall’autore una considerazione. Lo scopo dell’articolo non è dimostrare l’unicità della crudeltà in Homo Sapiens ma capire l’evoluzione storica e sociale della crudeltà in realzione alla predazione. Sempre nel testo originale c’è L’OPEN PEER COMMENTARY una serie di osservazioni e obiezioni di colleghi, e molte non sono affatto lusinghiere almeno 2 ne mettono direttamente in discussione la scientificità e ne argomentano il perchè, carenza di evidenze empiriche e citazioni di fonti letterarie più che scientifiche. Molti contestano l’ipotesi della crudeltà come esclusiva umana.

      • Francesco S. ha detto:

        E soprattutto non è un etologo per poter sostenere che la crudeltà non esista nel mondo degli animali non umani.

      • Serena ha detto:

        Pure a me che la crudeltà esista soltanto nel mondo degli (animali) umani sembra un assunto abbastanza anti-darwiniano.

      • Parte in Causa - Associazione Radicale Antispecista ha detto:

        Più che altro un singolo articolo (per di più controverso come pare essere questo) di per sé dice poco (Giovanna)

      • pasquale cacchio ha detto:

        Cainismo, cannibalismo, aggressione intraspecifica… sono norma, non eccezione, dai protozoi ai primati.
        Ma “Un discorso a parte merita l’aggressione intraspecifica nella specie umana. La possibilità di prevedere le conseguenze del comportamento aggressivo e di farne un uso strumentale assai versatile allo scopo di ottenere vantaggi individuali e sociali non ha uguali nel regno animale”.
        Stefano Parmigiani, in Dizionario di etologia, Einaudi, Torino 1992

      • Francesco S. ha detto:

        Vorrei far notare che se lo psicologo avesse ragione, noi non-antispecisti (mi riufiuto di usare il termine specista) avremmo un motivo in più per giustificare il disinteresse per la questione animale come nella fiaba della rana e lo scorpione “è la nostra natura”.

      • Riccardo ha detto:

        e se negli altri animali esiste la crudeltà, esiste anche la compassione. Un comportamento non potrebbe esistere senza il suo opposto. In altre parole, non si può essere cattivi se non si potrebbe essere anche buoni. Peccato che spesso poi la gente si ricorda solo della crudeltà (?) del leone che sbrana la gazzella…

      • pasquale cacchio ha detto:

        Eh, già, Riccardo, empatia, altruismo, solidarietà, comunione… sono norma, non eccezione, dai protozoi ai primati. 🙂

      • Francesco S. ha detto:

        @Pasquale

        Non mi sembra che nel Plasmodio (il protozoo parassita della malaria) ci sia tanta compassione 😀

      • Francesco S. ha detto:

        @Pasquale, secondariamente la smettiamo di usare categorie umane come compassione, crudeltà. La maggior parte degli animali non sono soggetti morali non sa distingue tra giusto e sbagliato, forse i primati antropomorfi. Il discorso sulla sofferenza mi pare più sensato. Non c’è bastato creare dio a nostra immagine e somiglianza ora lo facciamo anche con gli animali.

      • pasquale cacchio ha detto:

        Accetto il rimprovero, Francesco.
        A mia giustificazione il mio linguaggio povero di termini.
        Non so trovarne che di umani, ahimé, sempre e solo umani.
        Se poi ricorro a quelli dell’etologia,
        concordi con me che sono spesso incomprensibili ai non addetti ai lavori?
        E poi, orribile lingua, sono tutti inglesi.
        😀

  2. Pasini ha detto:

    Aggiungerei il senso di superiorità tipico dell’animalista in quanto tale che si vede come eroe pronto a difendere a spada tratta la propria damigella, una specie di sindrome dell’infermiera estesa a teoria filosofica. ( da esperienze di discussione con animalisti.)

    • Parte in Causa - Associazione Radicale Antispecista ha detto:

      Grazie del link all’articolo, molto interessante! (Giovanna)

      • Parte in Causa - Associazione Radicale Antispecista ha detto:

        Sì, Francesco. E ogni lotta antispecista sarebbe vana (Giovanna)

  3. stopthatrain ha detto:

    Francesco S., l’ipotesi avanzata da Nell (che potrà essere verificata o smentita da ulteriori studi) è che il fatto di infliggere dolore a soggetti senzienti sia accompagnato da sensazioni positive esclusivamente nell’uomo. E’ così che questi definisce la crudeltà.
    Capisco che lei abbia delle resistenze a immaginare la specie cui appartiene come l’unica in grado di compiere consapevolmente le peggiori nefandezze, ma la questione al momento è aperta e il dubbio lecito. Su questo dubbio, e su nessuna affermazione di verità, verteva il mio iniziale commento che non era, comunque, rivolto agli specisti come lei, ma all’antispecismo politico, che nell’auspicare la liberazione umana e animale dal dominio pone come premessa e dato di fatto che la tensione verso la pacificazione totale con la natura sia intimamente presente nell’essere umano, e che aspetti anche questa solo di essere liberata.
    Se ipotesi come quella di Nell si rivelassero invece corrette, l’antispecismo politico sarebbe minato alla base e la liberazione animale somiglierebbe più ad una guerra di alcuni umani contro il potere, che ad un’implosione dello stesso provocata da un balzo in avanti della consapevolezza.
    Visto che vede comunque anche l’ipotesi che Nell abbia ragione come valida giustificazione per lo specismo, sappia che il terremoto sarebbe molto più devastante: la crudeltà non fa distinzione di specie, dunque a partire dalla stessa conferma dell’umano come animale crudele dovrebbe in realtà bearsi della nostra attitudine alla prevaricazione in quanto tale, dunque sulla base di discriminazioni di sesso, nazionalità, cultura, orientamenti sessuali… che diventerebbero meri pretesti di una violenza in realtà connaturata agli individui umani e fine a se stessa.
    Mi può poi cortesemente spiegare su cosa si basa la sua affermazione dogmatica che gli animali non sono esseri morali? Grazie.

    • Francesco S. ha detto:

      Lo chieda al leone che sconfitto il precedente maschio stupra ripertutamente le leonesse e ne uccide i cuccioli o il gorilla che stupra le femmine dell’harem cosa sia giusto e sbagliato-

      Nessun antispecista che abbia un minimo di formazione scientifica o abbia guardato un semplice documentario di come vivono gli animali in natura sosterrebbe che gli animali sanno distinguere tra giusto e sbagliato, ciò che ho letto sempre sono discorsi sulla sofferenza.

      Se sapessero distinguere tra giusto e sbagliato dovrebbero essere soggetti alle leggi umane, e neppure lo “specista” più “specista” si sognerebbe di portare a processo un gorilla o un leone per violenza sessuale e infanticidio, un’animalista sì? Avesse ragione Nell qualsiasi antispecismo politico o animalista avrebbe perso, gli antispecisti politici non convincerebbero mai “con le buone” gli “specisti” e quelli “animalisti” perderebbero la guerra perchè una minoranza contro una maggioranza tale perché l’uomo dovrebbe essere crudele per natura.
      Buona notte.

      • Matteo ha detto:

        scusate, ma l’articolo di Neill, anche fosse corretto, e vorrei capire in che modo ha misurato il piacere nel compiere violenza, e comunque è evidente che il piacere di farlo è presente in tutte le scimmie antropomorfe, non mina nessuna base, perché l’uomo è tutto, è capace di crudeltà e di compassione, e solo modificandone la struttura sociale si modificano i comportamenti, come avviene per le scimmie antropomorfe e per altre specie animali. Non sono i comportamenti derivati dall’evoluzione che minano l’antispecismo, ma semmai l’effettiva esistenza di uno specismo.

      • Paolo ha detto:

        Francamente non conosco antispecisti che affermino che gli animali distinguono tra giusto e sbagliato. Non c’è neanche bisogno di guardare un documentario per questo: basta avere un animale domestico in casa. È d’altra parte vero (parentesi che chiudo subito in quanto poco importante ai fini del ragionamento) che su molte specie di primati, cetacei ed elefanti sono state provate nell’ultimo decennio capacità che si ritenevano prerogativa esclusiva dell’essere umano (il senso di imparzialità, ad esempio).
        L’antispecismo afferma una cosa molto spiccia (e per me ovvia): che la semplice differenziazione di specie non è una ragione sufficiente a ritenere gli animali non umani a nostra completa disposizione.
        Neanche un neonato, o una persona affetta da disturbi mentali che ne limitano l’intelligenza sanno distinguere il bene dal male, ma ciò non ci autorizza a mangiarli, rinchiuderli nei circhi e negli zoo, spellarli vivi per costruirci vestiti, sperimentare su di loro.
        Bada bene, in sé l’antispecismo non dice nemmeno che sia *di pari gravità* attuare simili soprusi ad un umano o ad un altro animale. Non riguarda scale di valori: queste variano di persona in persona, e francamente fatico a dare ad un topo lo stesso identico valore di un essere umano. Ma qui si parla d’altro.
        E’ giusto prendere in considerazione la sofferenza di un animale? Considerarlo qualcuno, e non qualcosa? Su cosa basiamo la nostra risposta?
        Sulla capacità di provare dolore? Anche gli animali provano dolore
        Sulla capacità di elaborarlo? Un neonato è incapace di elaborarlo, ma non ci sentiamo comunque autorizzati a provocarglielo
        Sulla capacità di comunicarlo? Un sordo-cieco non sa comunicare con noi più di molti animali, né comprendere correttamente il mondo che lo circonda, né elaborare in maniera complessa il dolore stesso, né – probabilmente – di distinguere il bene dal male. Ciò ci autorizza a torturarlo?
        Sull’incapacità di amare come un essere umano? Molti animali hanno dimostrato capacità empatiche estremamente avanzate, e comunque non sarebbe una ragione sufficiente: anche un autistico è pressoché anaffettivo, ma non ci sentiamo comunque in diritto di far di lui ciò che vogliamo.

        Ma soprattutto: cosa c’entra il tuo ragionamento con la prima frase del tuo post, sul leone e sul gorilla?

    • Francesco S. ha detto:

      Ma non dovete rispondere a me ma allo a Stopthatrain, che considera soggetti morali gli animali e soggetto morale è chi distingue il bene dal male. E sostenevo da quello che ho letto degli antispecisti non si basa sul discorso di soggetti morali ma sulla questione della sofferenza e che l’uomo in quanto soggetto morale capendo che soffrono non è giustificato nello sfruttarli. Ecco spiegato la frase sul leone, prendetevela con Stopthatrain che non sa cosa sotenga il sistema di idee che segue.

  4. Riccardo ha detto:

    > Lo chieda al leone che sconfitto il precedente maschio stupra ripertutamente le leonesse e ne uccide i cuccioli o il gorilla che stupra le femmine dell’harem cosa sia giusto e sbagliato

    ciao, non credo che questo sia un modo corretto di valutare la questione della moralità negli altri animali. In altre parole, non credo che dovremmo usare come metro di giudizio la moralità umana. Benchè possano apparire crudeli ai nostri occhi, questi sono comportamenti caratteristici delle specie in questione e, per così dire, fanno parte del gioco. La moralità delle altre specie va considerata, credo, in rapporto alle specie in questione. In ogni caso, il fatto che in una specie animale sia diffuso un certo comportamento crudele (nel senso che reca danni ad altri individui) non significa che gli individui di quella specie non siano in possesso di un concetto di moralità. Ci sono state e ci sono tutt’ora tribù che hanno istituito riti che noi esseri umani moderni occidentali definiremmo senz’altro barbari e crudeli (sacrifici umani, riti di iniziazione, ecc), ma ciò non significa che i membri di quelle tribù non erano o non sono in possesso di un concetto di moralità. Di più, potrei obiettare che anche noi umani moderni mettiamo in pratica sistematicamente pratiche crudeli (tralasciando volutamente il trattamento degli animali, potrei citare la guerra, lo stupro, gli omicidi e via di seguito) e dunque affermare che, in base a ciò, anche noi esseri umani non siamo in possesso di un concetto di giusto e sbagliato, il che è evidentemente falso.

    Non voglio con questo aprire qui un dibattito, ma ho voluto solo dire che la questione della moralità negli altri animali è molto complessa. Poi, per il resto, come giustamente dici, la questione animale è, per quel che mi riguarda almeno, incentrata sulla capacità degli altri animali di sperimentare sofferenza. La questione della moralità negli altri animali è però molto interessante perchè in grado di ampliare il discorso sulle capacità emotive degli altri animali e dunque migliorare la loro percezione da parte del pubblico come individui, come “persone”.

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