Jean-Luc Nancy su Derrida: il compito del filosofo, la politica, i movimenti

SlidingText_FRDerrida nel 1972 rompe con “TelQuel” per la scelta maoista della rivista; nel 1974 inizia a impegnarsi contro la riforma scolastica proposta da René Haby che proponeva di limitare il “diritto alla filosofia”; nel 1981 collabora con i dissidenti politici del regime comunista cecoslovacco e viene arrestato dopo un seminario clandestino a Praga; gli anni Ottanta lo vedono partecipare a una serie di iniziative contro l’apartheid, mentre nei Novanta prende posizione sul tema dell’immigrazione e sulla questione dei sans-papier; e ancora nel 2002 l’impegno a favore di un nuovo diritto internazionale e l’accusa contro l’amministrazione statunitense di aver in qualche modo “acconsentito” all’evento dell’11 settembre. Alla luce di queste date (a cui se ne potrebbero aggiungere molte altre), non le pare strano, se non ridicolo, che ancora si continui a sostenere che la filosofia di Derrida si mantenga lontana dai concreti problemi politici dell’oggi?

Lei ha ricordato quei fatti e quegli interventi, non ci tornerò su. Ma vorrei aggiungere solo questo: il carattere politico di un lavoro non si misura affatto sugli interventi concreti dell’uomo. L’uomo non è necessariamente né assolutamente il pensatore. Quest’ultimo, al contrario, agisce innanzitutto pensando la verità (riprendiamo questo termine) di un mondo, della situazione di un mondo nel quale concetti come “politico”, così come “estetico” o “morale”, possono e devono essere messi in gioco, al lavoro, rielaborati. Il primo compito politico di un filosofo è fare filosofia. Il primo compito politico di un musicista è comporre.
Va notato ancora che molte delle azioni politiche di Derrida sono state condivise da altri che avevano posizioni filosofiche diverse. Ai seminari clandestini in Cecoslovacchia parteciparono filosofi di varie correnti, inclusi alcuni “analitici”. Sul problema dei sans-papier ci furono prese di posizione e dichiarazioni da parte di personalità filosofiche con orizzonti tra i più diversi. Non si tratta di relativizzare la posizione di Derrida, essa era unica perché si spingeva laddove neanche altri già “etichettati” politicamente si spingevano. Dimostrava così che la “decostruzione” era “impegnata”. Ma, ancora una volta, chiedere delle prove di “impegno” non è la richiesta corretta nei confronti di un filosofo.

Mi pare però che persino tra gli estimatori dell’opera di Derrida sia diffuso un certo sospetto per le possibili conseguenze politiche del suo pensiero. Si può riscontrare qualcosa di rischioso nella decostruzione?

“Rischioso”, in che senso? Che rischia di andare a destra? E’ il senso che immagino dietro la sua domanda. E in effetti, so che soprattutto in America e in Germania, di recente, si è agitato lo spauracchio della destra, addirittura in Germania di un “proto-fascismo” (anche se l’accusa era rivolta nello specifico a Deleuze e Lyotard). Ma che assurdità! Che visione ristretta di un’ossessione “di sinistra” diventata totalmente a-critica! Faccio un esempio personale perché è più evidente: il mio libro La comunità inoperosa è stato definito nazista (sì, ha capito bene: nazista) in un giornale di sinistra di Berlino, solo perché la parola Gemeinschaft suonava nazista (eppure non avevo detto Volksgemeinschaft). La lettura del libro, nell’articolo, era un gigantesco controsenso. Dieci anni dopo, dei giovani neocomunisti, dopo la caduta del muro, scoprivano con piacere questo libro.
Il sospetto politico è sempre concepito a partire da una certezza di sinistra: si sa cosa è la sinistra, sia essa comunista o trokzista, maoista o consiliarista, addirittura situazionista, anarchica, ecc… (si potrebbe andare alla ricerca di tutte le metamorfosi attuali di queste tipologie). Questa certezza di sinistra ha sempre due facce: da una parte c’è l’esigenza assoluta di giustizia che si oppone alle gerarchie, alle dominazioni, allo sfruttamento, alle differenze imposte e manipolate; dall’altra c’è l’esigenza di una rifondazione totale, di una rivoluzione o di una nuova ricostruzione della città su un fondamento nuovo e assoluto. Questo secondo aspetto è tributario di tutto il peso metafisico del fondamento, dell’origine, della finalità e persino dell’idea che la natura si realizzi attraverso una storia teologica. Io stesso per lungo tempo ho condiviso, più o meno consapevolmente, questo atteggiamento, tanto che pensavo a Derrida come troppo prudente in politica. Ma mi ricordo ad esempio, che la sua prudenza gli ha evitato nel 1991 di essere d’accordo con la prima guerra del Golfo come lo furono invece attorno a me molti intellettuali di sinistra (persino quelli ritenuti, o che si ritenevano, più a sinistra di lui). Mi diceva: “bisogna pure che ci siano delle guerre giuste, ma questo è veramente il caso?”. Ma oggi non c’è nessuno che possa venire e sostenere che questa o quella sinistra avesse avuto ragione di fronte al ritrarsi di Derrida: il suo ritrarsi ha saputo tenersi a distanza dai romanticismi e restare vigile senza per questo farsi coinvolgere nel tranello delle esaltazioni. Ha cercato di essere un vero filosofo nella politica invece di tentare di costruire una “filosofia politica”. Potremmo dire che per Derrida non solo le politiche comuniste, anarchiche, ecc…, erano sorpassate, ma lo erano persino gli ideali regolatori del tipo di Hannah Arendt, e le prospettive alla Habermas erano troppo carenti di interrogazioni sulle condizioni di possibilità di una razionalità comune. […]

Tratto da un’intervista a cura di Lorenzo Fabbri a Jean-Luc Nancy, raccolta in Jean-Luc Nancy, Differenze parallele. Deleuze e Derrida, Ombre Corte, Verona 2008, pp 63-66

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Comments
One Response to “Jean-Luc Nancy su Derrida: il compito del filosofo, la politica, i movimenti”
  1. derridiilgambo ha detto:

    Forse a noi tocca immaginare una giustizia e un nuovo senza fondamento, origine e fine

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