Gli olocausti oltre il confine della specie umana

di Elena Venco e Marco Lorenzi

 

[S]iamo circondati da un’impresa di degradazione, crudeltà e sterminio in grado di rivaleggiare con ciò di cui è stato capace il Terzo Reich, anzi, in grado di farlo apparire poca cosa al confronto, poiché la nostra è un’impresa senza fine, capace di autorigenerazione, pronta a mettere incessantemente al mondo conigli, topi, polli e bestiame con il solo obiettivo di ammazzarli.

J.M. Coetzee (1), La vita degli animali, Adelphi, 2000.

 

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Nel 2004 l’associazione americana PeTA (People for the Ethical Treatment of Animals) ha organizzato una campagna intitolata “Holocaust On Your Plate“ per la promozione dell’alimentazione vegetariana. Accanto alle immagini dei bambini con le divise a righe internati ad Auschwitz, comparivano quelle di maiali ammassati dietro le sbarre, pronti a essere macellati. Di fianco alle galline ovaiole, stipate a perdita d’occhio in gabbie strette e sudice, migliaia di corpi umani scheletrici nei giacigli infernali delle camerate dei campi di sterminio. Come slogan “To animals all humans are nazis” (2): una frase respinta da un’ondata di indignazione prima di poter realizzare il suo unico obiettivo, quello di abbattere il muro di silenzio sotto cui si compie il massacro.

Il paragone è parso di primo acchito privo di fondamento, storicamente insostenibile e infamante. In Germania la campagna è stata vietata da un tribunale e la corte costituzionale tedesca ha confermato la sentenza. Il dibattito però è continuato negli anni successivi e vari articoli su riviste filosofiche hanno discusso della legittimità del paragone.
Molte delle obiezioni avanzate implicavano presupposti specisti (3): per chi discrimina gli animali negando la rilevanza della loro sofferenza, infatti, il paragone non può che apparire un insulto. Ma anche alcuni attivisti animalisti hanno accolto il confronto tra campi di sterminio nazisti e allevamenti di animali con freddezza e scetticismo.

La storia non si ripete mai. Tra eventi avvenuti in periodi storici diversi si possono solo delineare paragoni e analogie, mai individuare identità. E’ ovvio pertanto che non abbia senso presupporre l’identità sostanziale di due eventi per legittimarne il confronto perché il processo logico alla base del paragone presuppone che vi siano somiglianze ma anche differenze tra gli enti o gli eventi considerati.
Dunque, in linea di principio, paragonare due eventi storici è sempre legittimo. L’errore concettuale sarebbe volere individuare un’identità di eventi storici diversi, cosa che in effetti non è stata neppure tentata né dalla PeTA né dagli altri sostenitori del paragone.
Lo scopo della campagna “Holocaust On Your Plate” e più in generale del paragone olocausto-macelli è quello di creare un parallelo tra i ben noti eventi della Soluzione Finale nazista e ciò che avviene agli animali non umani ogni giorno, in ogni parte della terra, nella più totale indifferenza, al fine di mostrare e dimostrare la pari inaccettabilità etica di tali eventi.

La critica specista vede nel paragone un intento banalizzante: accostare la memoria dell’olocausto nazista a una pratica quasi universalmente accettata nella nostra società rischierebbe di “normalizzare” l’olocausto. Tanto netta e invalicabile è la cesura tra umani e animali per la cultura umanista (4), che il confronto può solo apparire come uno sfregio alla memoria delle vittime del nazismo.
Tuttavia spesso si dimentica che il paragone risale a molto tempo prima delle campagne della PeTA, ovvero all’adozione della stessa parola “olocausto” per designare la strage dei campi di sterminio. Il termine si riferiva inizialmente al sacrificio agli dei di un animale che veniva bruciato nel contesto di una cerimonia religiosa. Come nota David Sztybel (5), mentre ci si interroga sulla liceità del paragone non ci si accorge neppure che la parola olocausto addirittura lo implica. Del resto, espressioni come “deportati su carri bestiame” o “stipati come animali al macello”, o ancora “uccisi come bestie” sono entrate nell’uso comune. A destare scandalo è stato il fatto che la PeTA abbia invertito i termini di paragone. Da una prospettiva umanista, come sottolinea Enrico Donaggio (6), “che gli ebrei siano stati uccisi come bestie – uno dei dogmi più cupi su cui si fonda la nostra identità morale – non significa che le bestie, per finire sotto i nostri denti, vengano uccise come ebrei”. Qui è interessante notare che il paradigma specista sospende la proprietà commutativa della logica formale pur di evitarsi il rischio di porre sullo stesso piano l’umano e l’animale.
Il più delle volte si presuppone infatti un incolmabile divario etico tra il mondo umano e quello animale senza curarsi però di giustificare questa convinzione. Se lo specismo fosse sostenibile, qualunque paragone tra olocausto e macelli o vivisezione sarebbe privo di fondamento. Assumendo il paradigma specista, l’olocausto nazista sarebbe quello che quasi tutti concordano sia – un crimine – e la macellazione di 55 miliardi di animali ogni anno sarebbe soltanto un problema statistico o economico.
Da una prospettiva che nega esplicitamente il divario assiologico tra l’umano e il non umano, invece, le differenze tra questi eventi si contraggono, quasi spariscono di fronte alla comune mostruosità, alla comune incommensurabile sofferenza delle vittime, alla comune miseria dei carnefici e alla comune indifferenza degli spettatori.

Il paradigma specista ha da sempre avuto forti radici nelle principali religioni e nessuna si è mai preoccupata di argomentarlo, limitandosi a farne un dogma, vista la mancanza di interesse a contestarlo. Con l’età dei lumi e della critica razionale alle religioni è cambiato ben poco, così siamo passati dagli olocausti sugli altari degli dei all’olocausto della vivisezione sull’altare della scienza e a quello agli allevamenti intensivi sull’altare dell’insaziabile ventre dell’umanità: quando si tratta di animali la religione della propria convenienza ha sempre trionfato, anche tra razionalisti, laici ed atei.
L’incomparabilità tra olocausto e macelli si fonda su questo dogma – al contempo religioso e laico – che rende inconcepibile il paragone tra l’umano e l’animale, creando una dicotomia tanto insuperabile quanto infondata tra un’umanità “superiore” idealizzata e un’animalità “inferiore” relegata a rappresentare la parte deteriore della natura. Ma il concetto di “superiorità” ed “inferiorità” sono proprio alla base della legittimazione dell’olocausto nazista, ovvero degli Ünter-mensch-animali ad opera degli Über-mensch-ariani. L’assimilazione dei non ariani agli animali e degli ariani all’umanità superiore e il conseguente sterminio dei secondi ad opera dei primi è stato possibile anche grazie al preesistente e incontrastato assioma culturale specista che legittimava qualunque trattamento degli animali da parte degli umani. Replicare questo schema concettuale trasponendo il rapporto uomo-animali sul rapporto tra umani è stato fin troppo semplice: l’armamentario ideologico era già tutto presente e radicato nella cultura specista degli ultimi millenni di storia dell’umanità. E’ bastato assimilare l’umano odiato all’animale disprezzato con gli artifici retorici di una propaganda ben orchestrata e il gioco era fatto: dalla macellazione industriale di polli si è passati ad Auschwitz.
La paura del paragone tra olocausto e macelli l’ha trasformato in un tabù della cultura umanista. Si vuole in tutti i modi tacitare chi agli occhi degli umanisti mostra che il re è nudo, che il Male Assoluto dei campi di sterminio si ripete ogni giorno in ogni parte del mondo e che non si è trattato affatto di un incidente irripetibile. La paura di ammettere che “ciò che i Nazisti hanno fatto agli Ebrei, gli umani lo stanno facendo agli animali” (7) induce gli interlocutori a scandalizzarsi e a preoccuparsi della memoria delle vittime del nazismo, argomento di cui, fino a poco prima, si disinteressavano completamente.

Gli olocausti hanno un tratto comune, quello di apparire come tali solo quando è troppo tardi per impedirli. Per i volonterosi carnefici di Hitler i vagoni chiodati verso Treblinka erano invisibili, nascosti dall’indifferenza e soprattutto dalla determinazione a non vedere. Chi poteva (quasi tutti) ha detto che non sapeva. Chi non poteva non sapere perché guidava quei treni e apriva i rubinetti delle camere a gas ci ha mostrato in tutto il suo orrore la banalità del male, organizzato ed operato con la stessa identica meticolosa logica ragionieristica che organizza allevamenti, macelli e supermercati. E’ stato possibile per il popolo tedesco negare e negarsi l’olocausto nazista di fronte alle ciminiere fumanti di Auschwitz. Allo stesso modo miliardi di civilissimi esseri umani negano l’olocausto specista di fronte ai banchi di macelleria stracolmi di pezzi di cadaveri.
I crimini si possono nascondere, se ne può negare l’esistenza o ignorarla. Quando se ne chiede conto ai carnefici, essi possono negare che siano crimini, presentandone la più innocente “normalità”: legittimi in quanto normali, normali in quanto legittimi. Per tutti gli olocausti si è ripetuto e si ripete proprio lo stesso fenomeno psicosociologico. I campi di sterminio, come i macelli e i laboratori in cui si pratica la vivisezione, sono nascosti, lontani dalla vista della gente. L’odore e le urla della morte non devono inquietare gli animi dei mandanti. Così come ai tedeschi ignari il regime cercava inizialmente di negare l’esistenza della Soluzione Finale, allo stesso modo la società specista oggi cerca di convincere i bambini che la cotoletta nel piatto cresce sugli alberi e a chi non conosce le pratiche della ricerca biomedica si racconta che gli animali dei laboratori sono trattati bene, che non soffrono, che mangiano a volontà e che “si sacrificano” per il nostro bene. Quando foto e filmati arrivano al pubblico la risposta è una mistificazione: “non è come sembra”, “le immagini sono fotomontaggi”, “e comunque non c’è alternativa”: tutto viene fatto per il bene di quelli “che contano”, siano essi tutti gli esseri umani o solo gli ariani. Si usano le stesse tattiche argomentative per denigrare le vittime e magnificare i carnefici. Così gli zingari diventano subumani, i maiali lerci, gli ebrei malvagi, i polli stupidi, gli handicappati indegni di vivere, i topi divoratori di raccolti, mentre gli uomini emergono come la specie eletta dal loro dio per sottomettere la natura, e gli ariani come razza superiore destinata a dominare il mondo per incarico del loro Führer.
Si è obiettato che se lo scopo della Soluzione Finale era lo sterminio, dettato dall’odio delle razze inferiori, quello dello specismo è lo sfruttamento a tempo indeterminato dei non umani. Si tratta però di una differenza solo apparente: esattamente come lo scopo dell’olocausto nazista era il bene della razza ariana, da ottenere attraverso l’eradicazione delle razze considerate inferiori, allo stesso modo lo scopo dell’olocausto specista è il bene della specie umana attraverso lo sfruttamento delle altre specie, tutte collocate su un gradino inferiore. I mezzi usati appaiono diversi ma lo scopo è sostanzialmente identico. A poco serve rilevare che i nazisti odiavano le loro vittime mentre macellai, cacciatori, vivisettori no. Non si vede come in una prospettiva non ipocritamente moralistica il male fatto per indifferenza verso l’altro debba essere diverso, meno grave, del male fatto per odio ingiustificato. Alle vittime non importa nulla dei motivi per cui sono gasate o sgozzate: l’unica cosa che conta per loro è la sofferenza e la morte, con buona pace di chi fa dei distinguo moralistici o nominalistici sulla loro pelle.

Spesso si afferma che l’olocausto nazista sarebbe stato un’eccezione storica, una tragedia immane ma temporalmente delimitata, unanimemente condannata dall’umanità. Al contrario lo sfruttamento degli animali è stato una costante nella storia delle civiltà umane ed è sempre stato accettato come “normalità” e come “necessità”: “L’oppressione, lo sfruttamento e l’uccisione in massa di animali non è un olocausto, non è un atto di annientamento e il dominio degli uomini sugli animali non è un evento storico limitato nel tempo, quanto piuttosto un epifenomeno dell’intera storia della civiltà” (8).
Che l’olocausto nazista sia un evento unico della storia del XX secolo è una tesi molto discutibile. La storia è costellata di genocidi, più o meno riusciti, con lo scopo di eradicare dalla faccia della terra un gruppo etnico o sociale, o una razza. Lo sterminio dei nativi americani ad opera dei coloni europei, degli armeni da parte dei turchi, dei Tutsi da parte degli Hutu, dei cambogiani ad opera dei Khmer Rossi, dei protestanti ad opera dei cattolici e molti altri rappresentano la dimostrazione che la logica sterminazionista ha caratterizzato diverse fasi storiche di numerose società umane. Quindi non possiamo parlare propriamente del genocidio come epifenomeno eccezionale della storia sebbene, indiscutibilmente, non sia stato una costante sistematica del comportamento umano a differenza dello sfruttamento degli animali. Nonostante si tratti di una differenza oggettiva non vediamo come questo possa compromettere la legittimità del paragone. Qui non si tratta di negare le differenze obiettive tra eventi storici ma di rilevare la loro somiglianza sostanziale nelle conseguenze per le vittime, nei metodi usati dai carnefici, nei loro fini ultimi e soprattutto nel giudizio etico che ne dobbiamo dare. Per una vittima ben poco importa che la sua sorte sia scritta nella cultura ancestrale o nella contingente ideologia dei suoi carnefici. L’accettazione generalizzata di un crimine può forse fungere da attenuante per l’individuo che lo perpetra ma non per la società che con la sua cultura lo promuove e soprattutto non per la sofferenza della vittima.

Si sono accusati gli antispecisti di violare la dignità umana trascinando l’umanità al livello degli animali, del fango dei porcili e del letame delle stalle, facilitando addirittura nuovi olocausti. L’antispecismo però ha lo scopo opposto, quello di portare tutto il mondo senziente a un pari livello di dignità, accordando anche agli animali la protezione oggi garantita solo agli umani – o meglio solo ad una parte di essi – per impedire ogni olocausto, umano o non.
E’ convinzione comune che mantenere viva la memoria dei crimini passati aumenti la capacità di riconoscere e contrastare crimini futuri. Tuttavia spesso si utilizza l’orrore suscitato dall’olocausto per impedire qualsiasi genere di confronto, invece di cercare quei punti di contatto capaci di identificare e impedire violenze comparabili.
Ecco perché riteniamo che il trattamento degli animali nelle società speciste meriti il titolo di olocausto, perché questa parola evoca meglio di qualunque altra gli aspetti fondamentali che accomunano i crimini nazisti e quelli specisti e soprattutto dà la misura, ancorché per difetto, dell’immane quantità di orrore, sofferenza e morte che le dinamiche mentali umane hanno causato e continuano a causare senza che si possa addurre alcuna giustificazione. Saper riconoscere un olocausto, uno sterminio, un genocidio prima che si compiano consente di evitarli e di salvare le vittime. Rifiutando di riconoscerli e nascondendoci dietro questioni nominalistiche li facilitiamo, consentiamo che si ripetano ed aiutiamo i carnefici.
Come dice il filosofo antispecista austriaco Helmut Kaplan “I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: dove eravate durante l’olocausto degli animali? Cosa avete fatto contro questi orribili criminali? Non potremo una seconda volta accampare la giustificazione che non lo sapevamo”.

(Articolo originariamente pubblicato su L’ateo)

 
Note

1. Premio Nobel 2003 per la letteratura.
2. Lo slogan è una citazione di una frase di Isaac Bashevis Singer, altro premio nobel per la letteratura, che nella sua novella The Letter Writer scrisse “in relazione a loro [gli animali] tutti gli uomini sono dei nazisti. Per gli animali è un’eterna Treblinka.
3. Non possiamo riprendere qui per ragioni di spazio il dibattito sullo specismo e rimandiamo il lettore all’ampia letteratura sull’insostenibilità delle discriminazioni etiche basate sulla mera differenza di specie. Sulle pagine de L’Ateo abbiamo già affrontato l’argomento in M. Lorenzi, Per un’etica atea e antispecista, L’Ateo, n.2, 2009.
4. Usiamo il termine umanista per indicare quella visione del mondo che colloca l’uomo in una posizione di primato etico assoluto, ovvero al centro dell’universo morale, relegando gli animali non umani ad un ruolo marginale.
5. D. Sztybel, Can the Treatment of Animals Be Compared to The Holocaust?, Ethics & the Environment 11 (1), 2006: 97-132. Consigliamo vivamente la lettura di questo eccellente articolo, facilmente reperibile in Rete, a tutti coloro che volessero approfondire l’argomento. Essenziale anche la lettura di C. Patterson, Un’Eterna Treblinka, Editori Riuniti, 2003.
6. E. Donaggio, L’analogia oscena, La Shoah e lo sterminio degli animali in John M. Coetzee, La società degli individui, n. 33, anno XI, 2008/3.
7. I. B. Singer, Enemies: a Love Story, 1972
8. S. Witt-Stahl, Auschwitz non sta sul vostro piatto. Note critiche sul paragone tra olocausto e massacri animali, Asinus Novus, 9 giugno 2012, traduz. di M. Maurizi. Sulla critica alla sostenibilità del paragone v. M. Maurizi, Ma Auschwitz non era un macello, Asinus Novus, 16 e 30 giugno 2012.

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