Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo.

di Marco Maurizi

Sono rimasto molto sorpreso, e negativamente, dall’articolo di Leonardo Caffo intitolato Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, pubblicato sul blog “minima et moralia”. Leggere Caffo è sempre una ventata di novità, si percepisce una ricerca – spesso quasi un’esigenza viscerale – di nuove strade e questo è un’ottima cosa, soprattutto in un ambiente, come quello “animalista”, dove c’è un po’ troppo la tendenza a fossilizzarsi su slogan ripetuti ad nauseam. Lo stile ironico dell’autore, poi, rende la lettura sempre piacevole, il che non guasta. Purtroppo in questo caso l’articolo, nonostante un promettente inizio, cede ad una vis polemica che manca clamorosamente il suo oggetto e rischia di confondere invece che di chiarire la posta in gioco degli attuali dibattiti interni all’antispecismo. Insomma, ciò che manca in questo intervento è proprio un’adeguata ricognizione dello “stato dell’arte”, inadeguatezza che rende anche la “proposta teorica” alquanto dubbia nelle premesse e nelle conseguenze.
Dicevo che la prima parte dell’articolo, la ricostruzione della nascita degli animal studies, nonché la critica dell’impostazione etica di Singer e Regan, è interessante. Non nuova, ma sicuramente corretta. Il problema di un “cripto-specismo” implicito nel voler far entrare nella considerazione etica tutti gli esseri che hanno caratteristiche “umanoidi” viene qui ribadito con precisione e decisione. Sono meno sicuro che l’accusa di “fallacia naturalistica” (cioè passare dalla descrizione di caratteristiche fisiche all’attribuzione di qualità morali) possa essere mossa correttamente a entrambi gli autori. Se Regan cerca in effetti di fondare l’atteggiamento etico sul possesso di determinate qualità intrinseche ai “soggetti di una vita”, la proposta singeriana, almeno in Animal liberation è un semplice tentativo di attaccare l’assunto naturalistico dell’etica umanista, mostrandone la contraddizione fondamentale. La pars destruens di Animal liberation si prolunga nella pars construens in modo puramente pragmatico: cioè cerca solo di estendere ciò che l’etica oggi già fa (dunque non “fonda” un’etica e nemmeno su basi totalmente “nuove”), per renderne meno contraddittori gli assunti e, sia detto per inciso, demanda alla collettività politica, cioè alla discussione razionale collegiale, il compito di definire pragmaticamente e in modo convenzionale il “calcolo” dell’utile sociale. Dunque può non piacere la soluzione singeriana, e a me personalmente non piace, ma il motivo della sua infondatezza non sta nelle premesse etiche (che non vengono poste da Singer, bensì da lui solo analizzate criticamente nel tentativo di “desacralizzare” la vita umana), bensì nella sua teorizzazione inadeguata dei rapporti sociali e, conseguentemente, dei rapporti tra umani e non-umani.
E questo ci porta al vero punto dolente dell’articolo di Caffo, ovvero la sua critica all’antispecismo politico. Questa critica è profondamente sbagliata, oltre che ingenerosa, e deve essere respinta poiché rischia di arrestare gli sviluppi interessanti che anni di lavoro stanno producendo nella riflessione antispecista.
Cominciamo col dire che non è chiaro con chi se la prende Caffo. Dopo aver citato David Nibert, infatti, il discorso di Caffo si rivolge contro chi lavora sui francofortesi, su Deleuze, Derrida e Foucault. Il riferimento, nemmeno troppo implicito, è alla rivista “Liberazioni” e alle opere del sottoscritto. Ora, è del tutto ovvio che l’ “antispecismo politico”, come lo intende Caffo, non esiste o esiste come l’Animale di Derrida, è un bersaglio di comodo contro cui è facile lanciare strali, anche perché è un manichino costruito da Caffo e come l’Animale della filosofia antropocentrica non può rispondere.
Sorvoliamo sui commenti sarcastici riguardanti l’uso “salottiero” di questi pensatori (“non riesce mai a capire quando il riferimento ad autori ‘classici’ sia necessario, e quando arbitrario e intellettualistico”); non nego che questo tipo di atteggiamento possa talvolta esserci, ma se non viene precisato diventa generico e ingiustificato. Il mio interesse per la questione animale, ad es., si è definito proprio lavorando su questi autori e non su Singer, né tanto meno su David Nibert che ho letto solo molto dopo aver impostato la questione politica dello specismo a partire da Adorno & co. Dunque è del tutto sbagliato costruire un modello di “antispecismo politico” a partire da David Nibert e considerare Adorno e Derrida delle “aggiunte” a posteriori. Ma andiamo oltre.
Cosa sarebbe l’antispecismo politico per Caffo? Esso verrebbe definito dal fatto di considerare lo specismo, non come vorrebbe Singer, un “pregiudizio” morale, bensì, come vorrebbe Nibert, una “ideologia”. Qui ci sarebbe anzitutto da dire che anche Singer definisce lo specismo un’ideologia (“l’ideologia della nostra specie”) e lo fa proprio in Animal liberation. Ma il discorso di Caffo potrebbe ancora funzionare se lo seguiamo nel suo ragionamento che lo porta a descrivere l’opposizione tra etico e politico come un diverso modo di intendere i rapporti tra pregiudizio verso l’animale non-umano e la prassi di sfruttamento nei suoi confronti. Cosa viene prima? Il pregiudizio, come vuole la filosofia morale antispecista, o l’ideologia giustificazionista, come vuole l’antispecismo politico?
Ma posta in questi termini la questione è già falsata, perché il punto non è questo, bensì se si debba affrontare il fenomeno specismo in termini individuali o sociali. Se l’ideologia della nostra specie, infatti, è solo la somma delle singole ideologie individuali (cioè del modo in cui i singoli giustificano a se stessi e agli altri la violenza che mettono in opera) non abbiamo fatto un passo fuori dall’orizzonte della filosofia morale. La società, come effetto combinato, transindividuale e surdeterminato dell’azione dei singoli, non la vediamo ancora, così come il suo potere sulla coscienza di questi singoli. Rimaniamo nel cartesianesimo del soggetto disincarnato e trasparente a se stesso. Cioè ancora nell’etica.
Posto questo errore, cioè che la visione che Caffo dà dell’antispecismo “politico” non è affatto “politica”, segue anche l’inefficacia della sua critica che non coglie nulla di oggettivamente determinabile. Secondo Caffo l’antispecismo “politico” si presenta come il portatore di tre “vantaggi” rispetto a quello morale (vantaggi che poi vengono tutti o quasi tutti smontati dall’autore):

 (a) la società opprime tanto gli uomini che gli animali; gli animali stanno peggio ma il meccanismo logico di oppressione è identico e dunque solo liberando gli animali liberi gli umani; (b) fine della ricerca dell’identico all’umano nell’animalità che solo se antropomorfizzata merita salvezza; (c) una critica più ampia alla società dei ‘diritti’ come mancante in sé e per sé delle condizioni che rendono possibile libertà e liberazione della vita (almeno da Marcuse in poi la libertà è liberazione); (d) la possibilità di schiacciare l’occhio ad altri movimenti di critica sociale, quali marxismo o anarchismo, per un percorso comune di ripensamento della società.

Poiché non viene citato alcun autore a sostegno di questa visione dell’antispecismo politico dobbiamo presumere che, secondo Caffo, tutti coloro che si richiamano ad una visione politica dell’antispecismo condividono questi assunti. Anche se pensano cose molto diverse tra di loro (come difatti è). Per una critica contro-fattuale, basterà dunque vedere se le mie tesi trovano riscontro in questa descrizione di Caffo. Se non la trovano, vuol dire che il modello proposto da Caffo è inefficace.

Se è vero, dicono gli antispecisti di questa matrice filosofica, che il meccanismo di oppressione, nella questione animale, è lo stesso che nella oppressione umana (sfruttamento del lavoro, carceri, manicomi, e tutta quella serie di luoghi – e non luoghi – che Foucault avrebbe definito ‘dispositivi’) allora, visto che negli animali questo meccanismo trova la sua maggiore applicazione e il suo terreno principe, e che l’umano s’è creato in opposizione all’animalità respingendola con violenza per ‘darsi’ umanità,  proprio da qui deve passare l’inizio di una complessiva liberazione: ma questo è chiaramente falso.

In primo luogo, è falso che l’antispecismo politico si occupi del “meccanismo logico di oppressione”, perché, appunto, non si occupa dell’ideologia bensì del meccanismo di sfruttamento, che non è “logico” ma “materiale” (cioè fisico, storico e sociale: cioè esso ha a che fare con un modo di gestione dei “corpi” e questo modo di gestione si modifica storicamente e si modifica non nel pensiero, meno che mai del pensiero “individuale”, ma in base ai rapporti tra umani, cioè a qualcosa che eccede le loro coscienze singole ed è sempre “di più” – come insegnano in modi diversi Marx, Durkheim e Weber – del loro agire meramente individuale). L’antispecismo politico nasce proprio per uscire dalla mera considerazione logica dell’oppressione animale e per proporne un’analisi materialistica. Caffo potrebbe voler dire, forse, che l’oppressione materiale ha una sua “logica” che l’antispecismo politico condanna ma anche intesa in questo modo la sua critica è sbagliata.
In secondo luogo, infatti, è falso dire che l’antispecismo politico considera la “logica” dello sfruttamento animale “identica” a quella dello sfruttamento umano. Al contrario, proprio perché non considera identici questi meccanismi ma ne compie un’analisi di tipo storico-materialistico essa critica la classica identificazione (di tipo etico) tra discriminazione umana e animale, mostrando come non ci sia affatto una “identica” logica dietro il sessismo, il razzismo e lo specismo. Anzi, è proprio perché si basa ancora su questo assunto errato e non esce dal paradigma etico che lo stesso Caffo condivide l’identificazione tra sterminio animale e olocausto. Ma andiamo con ordine.
Caffo scrive:

In questo caso si confonde, in modo abbastanza ingenuo a dire il vero, la struttura logica del meccanismo d’oppressione con il motivo attraverso cui il meccanismo viene applicato. Se è certamente vero che animali e umani sono sfruttati in modo logicamente simile [questa è la prima parte di (a)] non abbiamo nessuna evidenza, né argomenti di qualche tipo, per credere che la liberazione degli animali implichi (ovvero segua necessariamente) quella degli umani [la seconda parte di (a)].

Non esiste alcuna confusione tra “struttura logica di oppressione” e “motivo attraverso cui il meccanismo viene applicato” (che in sostanza è ciò che sopra ho chiamato “sfruttamento materiale”), anzi l’antispecismo politico nasce proprio dal riconoscimento che non basta la denuncia di una “analogia” tra sessismo, razzismo e specismo per descrivere in modo accurato i rapporti tra oppressione umana e animale. Inoltre dire che la liberazione animale “implichi” la liberazione umana non significa affatto che essa “segua necessariamente” la liberazione umana. In primo luogo, può voler dire – e anzi di solito significa – esattamente il contrario: gli antispecisti politici sottolineano come sia difficile immaginare la liberazione umana senza liberazione animale perché senza quest’ultima la logica del dominio non verrebbe scardinata alla radice e persisterebbe nella cultura umana un’opposizione irrisolta e gerarchica, erede dello “spiritualismo”, tra uomo e natura. In secondo luogo, laddove si dice che senza liberazione umana non c’è liberazione animale non si sostiene mai che la realizzazione della prima garantisca di per sé la seconda ma, al limite, che ne costituisca la condizione di possibilità: è cioè condizione necessaria ma non sufficiente. Cosa che io ho espresso nell’aforisma, ritengo sufficientemente intuitivo, “gli umani non possono considerare fratelli gli altri animali finché trattano i propri fratelli umani ‘come animali’”.
Ma c’è di più. L’antispecismo politico nasce proprio perché l’antispecismo tradizionale (che ho chiamato “metafisico”) non è in grado di descrivere in modo corretto nemmeno la stessa oppressione animale! L’oppressione animale rimane confusa e generica, astratta e astorica, se non viene messa in relazione con l’oppressione umana. Che rapporto c’è, ad es., tra la caccia e l’allevamento? Secondo l’antispecismo “metafisico” nessuna! Sono la “stessa” cosa. Invece non è così, né dal punto di vista di un’analisi logica dei rapporti impliciti in esse, né dal punto di vista culturale, né dal punto di vista materiale. La caccia è una forma particolarmente elaborata di “predazione”, l’allevamento è una forma di “sfruttamento”, cioè di dominio. Sono violente entrambe, certo, ma la violenza si struttura in modo profondamente diverso e ha effetti (sull’umano e sul non-umano) radicalmente diversi. Solo attraverso un’analisi storica e sociale è possibile comprendere lo specismo come fenomeno non meramente “logico” o come “pregiudizio” ma come “forma di vita” (storica e sociale). Per questo appare paradossale che proprio l’antispecismo politico venga accusato di non offrire “evidenze” storiche:

Non abbiamo evidenze storiche, non abbiamo evidenze logiche che non permettano di immaginare mondi possibili in cui gli umani stanno benissimo sfruttando gli animali, e non abbiamo quindi nessuna prova del ragionamento che stiamo facendo: in filosofia questa si chiama opinione e, come direbbe Bertrand Russell, puoi pure tenerla per te. Attenzione: è anche possibile che, in questo specifico mondo, dunque in questo attuale stato di cose, liberare gli animali significhi liberare gli umani, ma non abbiamo nessuna certezza o evidenza.

Tra l’altro dopo aver detto che il problema dell’antispecismo politico è dire che la liberazione animale è implicita nella liberazione umana, ora qui Caffo sostiene che il problema è sostenere che la liberazione umana è implicita in quella animale. Ma, come abbiamo visto, l’antispecismo politico non sostiene in modo così piatto né l’una tesi, né l’altra poiché offre ampie “evidenze storiche” che questo rapporto è complesso e che la struttura del dominio in cui sono presi tanto l’umano che il non umano è stratificata. Inoltre l’antispecismo politico si qualifica proprio perché sottolinea come, data questa struttura stratificata, la “soluzione” al problema dello sfruttamento non può stare né nella semplice liberazione animale, né nella semplice liberazione umana, bensì in un atto politico che le consideri entrambe, proprio perché esse sono intrecciate logicamente, storicamente e socialmente. Infine, questo atto, proprio perché politico non potrà mai essere solo “individuale” ma dovrà avere come obiettivo una trasformazione “sociale”.
Le “evidenze” contrarie all’antispecismo politico citate da Caffo sono poi del tutto apparenti e, di nuovo, non colpiscono l’antispecismo politico ma la sua caricatura:

Anzi, potremmo pensare che liberare gli animali significhi la fine della sopravvivenza di un così alto numero di umani sul pianeta terra, costretti senza carne, spesso per molti unico cibo; a una medicina priva di sperimentazione e a una privazione di tutti i prodotti a costo zero (gli animali non chiedono stipendio) che derivano da morte e sfruttamento di chi non è umano.

Ma l’antispecismo politico è “politico” proprio perché pensa che la soluzione ai problemi posti dall’oppressione animale siano politici, cioè sociali, cioè storici! Dunque non si può immaginare che la soluzione sia che dall’oggi al domani la società attuale diventi una società senza sfruttamento animale. Ragionare così significa ancora ragionare in termini etici e non politici, limitandosi a proiettare sull’agire sociale le caratteristiche dell’azione individuale. Solo gli individui e non le società, infatti, agiscono dall’oggi dal domani: gli atti sociali sono “processi” e, come tali, non sono né istantanei né unilineari. Questo fa cadere tutte le “evidenze” proposte da Caffo, poiché è del tutto ovvio che un cambiamento sociale avviene perché è possibile e si tratta, appunto, di favorire gli sviluppi sociali (culturali, economici, scientifici e tecnologici) che lo rendono possibile.
Certo, questo potrebbe far sorgere il sospetto che la soluzione politica all’antispecismo, non auspicando una liberazione animale immediata sia “specista” che (anche se con argomenti diversi) è ciò che Caffo sostiene. Ma a torto. Infatti, anche la liberazione degli schiavi e delle donne non è avvenuta “in un colpo solo”, benché la loro liberazione integrale sia stata proclamata ben prima delle leggi che ne sancivano l’avvenuta liberazione; anzi, proprio la sua teorizzazione radicale ha permesso di applicare, seppure in forma non immediata e totale, un principio di uguaglianza politica “allargato”. Se il cambiamento politico di liberazione animale dovesse svilupparsi per fasi storiche progressive come accaduto anche per gli umani, questo sicuramente non potrebbe essere considerato “specista”.
E questo risponde anche all’obiezione che Caffo muove partendo dall’analogia tra nazismo e specismo .

Col passaggio dall’antispecismo morale a quello politico si perde l’ingenuità che vede nel singolo tutti i problemi, e questo è senz’altro vero, ma si acquista la vaghezza del “nessuno ha colpe ma ognuno è peccatore”. Mi pare ovvio che il sistema di produzione che porta la carne nei banconi sia colpevole molto più di quanto non lo sia l’operaio sottopagato che la compra, e che non basta mettere seitan al posto di carne nel banco frigo perché il sistema di produzione è esso stesso viziato da una logica d’oppressione e di specismo. Ma facciamo questo esperimento mentale. Nella Germania del Terzo Reich ha aperto un bel negozio di saponette: dicono siano le migliori di tutto lo stato. Si dà il caso che le suddette saponette siano fatte col grasso dei bambini ebrei appena bruciati nella non lontana Treblinka e che abbiano un profumo inebriante, ottime anche per lavare i capelli. I clienti del negozio, vittime del sistema dittatoriale nazista, sanno benissimo da dove vengono le saponette (come l’operario sa da dove viene la carne) ma continuano a servirsene perché l’attrazione che provano per il prodotto è irresistibile e le saponette vegetali costano davvero di più e sono meno buone (esattamente come accade al seitan rispetto alla carne). Ora vi rifaccio la domanda, antispecisti politici che siete in ascolto, i clienti del negozio erano colpevoli o no? Avremmo dovuto convincerli che non andavano comprate le saponette, oppure no? Prima che le nostre proposte fatte direttamente sotto caso di Hitler vengano ascoltate, abbiamo o no l’obbligo di bloccare l’azione dei fruitori del prodotto? Rispondere no a queste domande è imbarazzante, e risulta chiaro anche l’imbarazzo nei confronti di una teoria che non prova indignazione per i comportamenti violenti del singolo, oltre che per quelli del sistema; piuttosto che per pensatori che pronti a rivendicare la centralità della questione animale, o a perdersi nello sguardo di una gatta, continuavano a servirsi del sistema di morte animale che tanto denigravano. Un nuovo antispecismo deve avere la consapevolezza politica di un errore sistemico, ma la padronanza morale delle devianze del singolo su cui, se possiamo, dobbiamo immediatamente agire.

In sostanza Caffo vorrebbe salvare “capra e cavoli”, come si dice, cioè comprendere e combattere la logica del sistema economico-politico senza rinunciare alla condanna morale del carnivorismo dei singoli. Ma questo non si può fare o meglio non si può fare contestualmente. L’antispecismo politico, infatti, non vieta a chi vuole di fare propaganda per il veganismo, semplicemente esige che oltre a questo (che di per sé non è sufficiente e, anzi, se perseguito in modo isolato e moralistico va in direzione opposta ad una vera liberazione dal dominio per umani e non umani), si conduca una lotta per colpire le strutture sociali che sono le vere portatrici dello sfruttamento. Si ricordi: gli individui specisti muoiono, ma il sistema specista si perpetua. E come si perpetua? Proprio attraverso ciò che Caffo in questo esempio nega: ovvero che tra la consapevolezza che il singolo può avere in un dato momento della sua vita (ad esempio, quando vede un video in cui si mostrano atrocità commesse o quando qualcuno gliene parla) e la sua coscienza quotidiana non c’è identità. La stragrande maggioranza degli atti che compiamo in quanto esseri sociali avvengono in modo prevalentemente “automatico” e non “consapevole”. Questo è un dato di fatto e chi non comprende questo non sta parlando di esseri umani reali ma di automi cartesiani. È la cultura che ci garantisce l’efficienza e la correttezza del nostro agire quotidiano, poiché la normalità è la norma; il motivo per cui idee nuove vengono solitamente avversate e le idee morali nuove suscitano reazioni di scherno o di paura non sta nella “devianza” morale dei singoli, bensì nel fatto che i singoli pensano e agiscono, per lo più, in termini di condizionamento sociale. L’ethos non è l’etica, poiché è una forma di vita collettiva che ha leggi variabili.
L’esempio del negozio di saponette umane è, come tutti gli esperimenti mentali costruiti ad hoc dall’etica formale, completamente anti-storico e quindi inutile per comprendere il comportamento umano (e quindi anche per giudicarlo in termini assoluti come vorrebbe Caffo). Come se oggi chiunque compri prodotti basati sullo sfruttamento umano non stia comprando di fatto il frutto del consumo di “nervi, sangue e cervello umani” (Marx). Questo consumo non è “metaforico”, è reale, basta chiedere agli operai che si consumano alla catena di montaggio (per tacere dei morti sul lavoro che non sono “accidenti” ma fanno parte della stessa “essenza” del lavoro capitalistico). Senza considerare poi l’oppressione psichica e fisica che sta alla base di molte merci provenienti da paesi dittatoriali in cui la tortura e la morte degli oppositori, anche qui non metaforiche ma reali, è un prezzo da pagare per pagare un prezzo scontato al momento dell’acquisto. Dunque tutto questo accade oggi e accade agli umani, eppure…eppure noi continuiamo a vivere e ad agire come se niente fosse. Esattamente come accade per gli animali. In effetti c’è una differenza tra il modo in cui i soggetti reagiscono all’oppressione umana e a quella animale, ma tale differenza va esattamente contro l’argomento di Caffo. La differenza infatti qual è? Che in teoria per gli umani dovrebbero indignarsi tutti e subito visto che, almeno “formalmente”, questa strage di umani è in contraddizione con gli imperativi morali di una cultura universalmente condivisa. Al contrario, proprio perché la sofferenza animale non è contemplata tra gli imperativi morali della nostra cultura ed è anzi per di più nascosta e rimossa dallo sguardo, nessuno si sente chiamato direttamente in causa da essa. Essendo noi animali culturali la nostra percezione e sensibilità al dolore è sempre condizionata dal nostro ambiente e in una società come la nostra in cui i rapporti (tra umani e tra umani e non umani) sono sempre più mediati dalla tecnica e dunque sempre meno visibili e agibili direttamente, il rapporto tra i nostri atti e le loro conseguenze diventa labile e invisibile, sparisce nella trama complessa dei rapporti sociali.
Ritenere che questa “indifferenza” generale al dolore (di uomini e animali) accada per “devianza” morale dei singoli significa considerare l’umanità intera una specie immorale tranne pochi individui illuminati.
Si dirà: ma se far entrare gli animali nella considerazione culturale non li salverà, visto che non salva nemmeno gli umani, cosa dobbiamo fare? Ecco la risposta la dà l’antispecismo politico: finché penseremo in termini etici e individuali saremo solo in grado di definire obiettivi “culturali” (carte dei diritti, dibattiti bioetici, educazione) e il raggio d’azione sarà sempre limitato a ciò che esperiamo direttamente (boicottaggio delle merci “insanguinate”). Ragionare in termini politici significa invece puntare ad una modifica sociale di quei rapporti, al cambiamento delle strutture produttive, delle modalità di gestione del potere e di assunzione delle decisioni. Solo su questo versante dell’azione (non più individuale ma collettiva) possiamo sperare di porre fine anche all’asservimento umano non nel “mondo dei valori” ma in quello dei rapporti reali.
Infine, Caffo conclude:

Se (a) vacilla, perché vacilla (e pure assai), vacilla anche (d): chi vuole salvare gli umani, nell’incertezza dell’inutilità della battaglia animalista o nella possibilità (remota) del raggiungimento dell’obiettivo opposto, non vorrebbe avere mai nulla a che spartire con gli antispecisti: anzi dovrebbe contrastarli o ignorarli.

Abbiamo visto come (a) non vacilli affatto, anzi. Tuttavia (d) rimane in effetti sempre incerto e questo gli antispecisti politici lo sanno bene anche se li si accusa del contrario. I movimenti di liberazione umana (marxisti, anarchici ecc.) si disinteressano alla questione animale e tocca a noi l’onere della prova per cui questo disinteresse possa cessare. Possa, non “debba” necessariamente. Il problema della critica di Caffo, infatti, è che applica al ragionamento politico la logica formale. Ma già Aristotele avvertiva che si devono distinguere gli ambiti in cui è possibile determinare la necessità di un ragionamento, da quelli in cui il risultato del ragionamento è solo probabile. Il “rigore” non sta nel pretendere da ogni ragionamento l’assoluta necessità, bensì nel saper operare in ogni ambito con il metodo adeguato. Ora, per Aristotele solo gli enti eterni e immutabili potevano essere oggetti di scienza e dunque di ragionamento necessario. Tutto ciò che invece è in movimento si sottrae a questa determinazione; ciò non significa che sia oggetto di vana opinione bensì di un ragionamento probabile. L’etica e la politica rientrano ovviamente in quest’ultimo caso. Se si analizza un processo sociale è del tutto ovvio che non si potrà darne una descrizione in termini assoluti e necessari poiché si tratta non di oggetti “chiusi” definibili in modo formale e univoco bensì di oggetti costitutivamente “aperti” (le definizioni univoche in quest’ambito sono certo possibili procedendo in modo arbitrario e convenzionale, come avviene in quelle scienze sociali che “scimmiottano” le scienze della natura finendo per perdere la specificità del proprio oggetto). L’apertura degli oggetti sociali è dovuta a due fattori essenziali: 1) che essi sono nella storia e dunque ciò che essi “sono” lo si comprende solo includendo in essi la variabile “tempo” (cioè ciò che essi ancora “non” sono); 2) che essi non possono mai essere considerati dal soggetto che li studia come “oggetti” fuori di lui, poiché l’esistenza stessa del soggetto che conosce è “sociale” e, dunque, è parte del fenomeno che studia. La contraddizione che sorge da questa constatazione non significa che non può esserci “scienza” della società o “logica” nel ragionamento politico. Significa, molto semplicemente, come voleva Aristotele, che sarà una scienza sui generis e seguirà una logica in cui i fattori necessitanti non sono di per sé determinanti, poiché in essa rientra anche l’effetto delle scelte compiute dagli attori sociali (comprese quelle dell’osservatore).
Dunque l’antispecismo politico propone un ragionamento sociale in cui l’analisi  dell’intreccio tra sfruttamento animale e sfruttamento umano conduce ad una proposta di liberazione di entrambi che può o non può essere accettata. In parte ciò dipende dalla plausibilità che tale analisi e tali proposte hanno. Ma il destino di queste analisi, e dunque la loro “verità” in termini sociali e storici, è inevitabilmente indeterminata e aperta al futuro, poiché riposa su azioni (non individuali ma collettive) che quell’analisi cerca di suscitare.
Da ciò deriva l’ingenerosità dell’ultima accusa di Caffo, cioè il fatto che l’antispecismo politico sia “specista”:

Inoltre, a questo punto, anche (b) – ovvero la fine della ricerca dell’identico all’umano nell’animalità – andrebbe a farsi friggere nella margarina. Se muoviamo in direzione della liberazione animale soltanto, o soprattutto, o anche, perché questa libera gli umani allora stiamo esattamente facendo il gioco di Singer: troviamo un nostro tornaconto nella questione. Il filosofo australiano cercava umanità negli animali per salvarli, ponendo l’uomo a misura dell’ethos; gli antispecisti politici cercando un vantaggio per l’umanità nella loro battaglia animalista per salvarsi, ponendo anch’essi il bipede implume al centro della teoria etica.

Qui c’è senz’altro un grosso problema che va affrontato alla radice. Ma bisogna prima fare chiarezza. Anzitutto, è vero che se la liberazione animale fosse perseguita “solo o soprattutto” perché libera gli umani, è chiaro che ci troveremmo in un ragionamento di tipo egoistico e, dunque, forse si potrebbe dire “specista” (ma questa identificazione tra specismo ed egoismo, di nuovo, poggia su una concezione astratta e non sociale dello specismo). Resta invece da dimostrare che se si liberano gli animali “anche” perché così si liberano gli umani questo sia egoistico e/o specista. E Caffo questo non lo dimostra ma semplicemente lo afferma perché è funzionale alla sua definizione della liberazione animale come atto “super-erogatorio”, dunque ultra-etico. A parte il fatto che anche gli atti super-erogatori potrebbero essere descritti in termini egoistici, vedi il classico argomento secondo cui la madre che si sacrifica per il figlio lo fa perché non potrebbe vivere senza il figlio dunque lo fa per egoismo (e poiché qui egoismo e specismo non sono stati distinti dovremmo dire che anche l’atto super-erogatorio è specista). Quando si descrivono gli atti umani in termini puramente formali tutto si confonde, invece di chiarirsi, e si può affermare ogni cosa e il suo contrario (oppure si è costretti a ricorrere a definizioni arbitrarie che poi non rendono conto della ricchezza storica e sociale di quegli atti, e dunque la nostra descrizione non descrive niente di “reale” ma solo entia rationis; vedi sopra il concetto di “apertura”). Per questo occorre seguire il consiglio di Aristotele e in ambito etico-politico ragionare cum grano salis invece che attraverso distinzioni troppo rigide. Ora, dire che liberiamo gli animali “anche” per liberarci non significa affatto – come sostiene Caffo identificando scorrettamente “solo”, “soprattutto” e “anche” – che cerchiamo “un vantaggio per l’umanità”. Significa piuttosto che il rapporto tra la società umana e le società animali dovrà esprimersi in termini non gerarchici e non oppressivi e che questo non si potrà fare se la società umana stessa ragionerà e si organizzerà in termini ancora gerarchici e oppressivi. Si tratta di un presupposto talmente ovvio che stupisce ci sia ancora qualcuno che lo nega e che pensa si possa fare a meno dell’antispecismo “politico”. L’antispecismo “politico” non pone affatto l’uomo “al centro dell’etica” perché essa non pone un “soggetto” al centro della sua teoria bensì un “rapporto”! Infatti è “politica” e non “etica”! E quel rapporto di cui si occupa è un rapporto differenziale (cioè “tra” diversi) che si fa spesso gerarchico. Dunque è il rapporto tra umani e il rapporto tra umani e non-umani.
In tal modo l’antispecismo politico ci permette finalmente di articolare in modo corretto il rapporto tra umani e non-umani perché considera sia ciò che hanno in comune sia ciò che hanno di diverso, senza assolutizzare né l’uno, né l’altra. Caffo pretende di poter e dover agire “soltanto per loro” come se quel “loro” fosse un soggetto già definito. Ma questo “loro” non indica un soggetto, né in effetti “l’essere-altro” degli animali non umani è un “fatto”, bensì è, appunto, un “rapporto”. Questi “loro” esistono come tali in quanto la società umana si separa coscientemente dal resto del vivente e vi si contrappone. È scopo dell’antispecismo non mantenere questa percezione alienata (in senso proprio!) del nostro rapporto con le altre specie, bensì di ridefinirla in modo da articolare identità e differenza senza produrre una gerarchia.
Direi che per tutti questi motivi l’antispecismo politico, lungi dall’essere “una frittata confusa e filosoficamente fragile”, è il tentativo più serio fatto finora per risolvere alla radice le questioni che la sofferenza animale sempre più pone al pensiero e alla prassi.

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Comments
23 Responses to “Tre passi avanti e due indietro. Una riposta a Caffo.”
  1. sdrammaturgo ha detto:

    «Ritenere che questa “indifferenza” generale al dolore (di uomini e animali) accada per “devianza” morale dei singoli significa considerare l’umanità intera una specie immorale tranne pochi individui illuminati.»

    Ritengo che la risposta più soddisfacente a tale questione resti quella che prende le mosse dagli studi di Milgram e Zimbardo, ovvero che la “devianza” nella maggior parte degli individui non sia di natura morale, bensì biologica.
    Altresì: come ogni altro evento della nostra mente (emozioni e sentimenti compresi), anche il senso etico è il frutto di determinate combinazioni neurali. Chi pertanto non ha il cervello strutturato per concepire – o meglio, “sentire” – empatia verso gli oppressi e disgusto per la sopraffazione, in quanto mancante della possibilità fisica e cellulare di certe connessioni, ma anzi ha i neuroni tarati per l’obbedienza, continuerà a soggiacere al Potere, diventando soggetto, attivo o passivo, per la conservazione dello stato di cose.
    Insomma: chi non ha l’etica, non se la può dare.
    Siamo delle macchine organiche, e se una macchina è costruita per andare a ottanta all’ora, a trecentoventi non ci arriverà mai.
    Nessuna suddivisione in immorali e illuminati, dunque, ma semplicemente in dotati e privati dal caso di certe caratteristiche.
    Certo, rimane sempre l’importanza dell’influenza culturale esercitata dall’ambiente. Ma essa non è che il costrutto della maggioranza degli individui nati appunto come naturalmente portati ad essere sudditi o aguzzini.
    Pare che anche Singer stesso ultimamente si sia convinto di ciò.
    A causa di questo ineluttabile innatismo, che considero scientificamente attendibile, non nutro alcuna speranza per il futuro.
    La rassegnazione però – si badi molto bene – non mi scoraggia dall’agire, né mi offre una comoda scusa per il disimpegno. Anzi: è proprio dalla consapevolezza della sconfitta certa e matematica che si sviluppa quella che penso debba essere una nuova concezione dell’impegno: proprio perché sappiamo già che perderemo, dobbiamo quantomeno guastare il banchetto del Potere, rovinare la festa al dominio, disturbare l’establishment quanto più possibile. “Per un attivismo dei perdenti”, lo intitolerei.
    Il Potere è il Barcellona, l’antispecismo è l’Apoel Nicosia: si sa già che quasi sicuramente il Barcellona trionferà, ma non per questo l’Apoel si rifiuta di giocare. Xavi, Iniesta e Messi dovranno sudare almeno un po’.
    Che poi magari una volta capita pure di strappare una qualificazione ai quarti di finale di Champions League.

  2. sdrammaturgo: quindi saremmo mediamente “cattivi” biologici. il che implicherebbe che siamo anche profondamente stupidi, sopratutto noi antispecisti, che più veementi dei preti contro il sesso fuori dal matrimonio, cerchiamo di opporci al dominio sugli animali.
    Ciò però crea un ragionevole presupposto e cioè che caratteristiche biologiche condizionino fortemente le potenzialità comportamentali. come a dire che c’è una RAZZA (occhio perché quando una caratteristica biologica più fine della distinzione di specie, condiziona il comportamento, stiamo decisamente parlando del concetto di razza) di empatici (i santi) e una razza di non empatici (i deviati,, sudditi o aguzzini).

    Io direi che questa analisi è un po’ improbabile. Proprio perché di norma gli esseri umani non sono privi di empatia, ma semplicemente selettivamente empatici e guarda un po’, sono collettivamente selettivamente empatici. Vale a dire che le collettività manifestano diversi tipi di empatia selettiva che poi si scopre strettamente descrivente le basi ideologiche della cultura che permea la tale collettività e rispondente ai sistemi politici in cui tutto ciò si verifica. Insomma, gli italiani sono empatici verso i cani e i cinesi verso i maiali (almeno fino a prima dell’arrivo di mac donald’s). Entrambi empatici, selettivamente. In che modo questo sarebbe biologico? Sarebbe come sostentere che i cinesi hanno il gene della scarsa empatia verso i cani e quello dell’empatia verso i maiali. E’ credibile? E’ ragionevole? Quali sarebbero le evidenze di questo?

  3. sdrammaturgo ha detto:

    Mi baso su due – se non proprio prove – quantomeno indizi o prove indiziarie: le evidenze sperimentali di Milgram e Zimbardo e rispettivi epigoni (i dati stanno lì, basta andarseli a vedere) e soprattutto la Storia umana.
    Voglio dire: l’homo sapiens ha duecentomila anni. Credo che di tempo per migliorare le cose ne abbia avuto. E invece non è mai cambiato niente: non c’è mai stata una diminuzione della violenza e della sopraffazione. Sono mutate soltanto le forme in base ai tempi ed all’evolversi della tecnica: prima c’erano il faraone e gli schiavi, ora il presidente e gli operai. Duecentomila anni mi sembrano una solida base per concluderne che le cose non cambieranno mai.
    Come diceva Pasolini, “non ho più quelle speranze che sono alibi”.
    Ho peraltro specificato che chi si batte contro questo stato di cose non è stupido. Anzi, tutt’altro: è a maggior ragione intelligente. Deve soltanto prendere coscienza di essere votato alla sconfitta.
    E non si tratta neppure di arrivare a parlare di razze. Le facoltà etiche innate o mancanti sono perfettamente trasversali e appartengono indistintamente ad ogni etnia (proprio nel caso di italiani e cinesi: cambiano le specie sfruttate in base alla cultura, ma lo sfruttamento in sé non cambia) o sesso, e nemmeno va fatta la distinzione tra razza dei buoni e razza dei cattivi, bensì semplicemente di “organismi” differenti. Nessuno di noi parla di “razza dei biondi” e “razza dei mori”: c’è solo chi è nato con caratteristiche fisiche e biologiche diverse.
    Di fronte a un animale che soffre, due persone che hanno avuto la medesima educazione ed acquisito gli stessi valori non reagiscono in modo identico: uno smette di mangiare animali, uno continua. Perché accade questo? Perché uno è buono e uno cattivo, o perché uno ha letto un libro in più? Credo piuttosto che i due abbiano soltanto una composizione cellulare differente.
    Quindi, se davvero crediamo che un giorno gli animali verranno liberati e gli esseri umani saranno tutti uguali, beh, prepariamoci ad una sonora delusione.
    Non sopravvalutiamo il nostro pollice opponibile; non sopravvalutiamo l’umano; non sopravvalutiamoci.
    Siamo macchine organiche frutto del caso e nulla più, e null’altro.
    Poi se vogliamo sognare, sogniamo pure. In fondo non costa nulla.

    • marcomaurizi74 ha detto:

      una macchina che sogna è una contraddizione in termini.
      Il nichilismo ama vedere tutto nero perché è più semplice e ti fa mettere l’animo in pace, le sfumature e le contraddizioni sono difficili da fermare con lo sguardo. E’ una forma di religione rovesciata, invece della speranza invoca la disperazione e la chiama cinismo e la traveste di “oggettività”, “naturalità” ecc. ecc.

    • un nichilista attivo non è uno stupido? nel senso più stretto del termine, cioè fa cose inutili per sé e per gli altri, quando non addirittura dannose.
      “Perché uno è buono e uno cattivo, o perché uno ha letto un libro in più?” Ma veramente la “cultura” e la politica non si misurano in libri che uno legge. Dire che due persone “formalmente identiche” reagiscono diversamente per cause biologiche significa ipotizzare la clonazione identitaria che è irragionevole, ma sopratutto significa negare l’importanza della socialità negli individui umani… Ogni individuo è UNO ed è influenzato dal contesto in cui vive e lo influenza grazie alle potenzialità UNICHE che ha sviluppato. Non si può prescindere da questo. Non c’è nessuna evidenza del fatto che esista la cattiveria innata. Uno dei problemi degli antispecisti è che hanno veramente troppo poco a che fare con i bambini e con l’educazione della prima infanzia. Altrimenti saprebbero per mera esperienza vissuta, che tutti i bambini sono mediamente empatici alla stessa maniera e la “devianza” avviene per condizionamento culturale. E non diventano “cattivi” perché insieme ai brufoli l’adolescenza li rende tali, ma diventano dominanti e machisti perché è questa la realtà sociopolitica in cui vivono in OGNI PARTE DEL MONDO da MILLENNI.

      • sdrammaturgo ha detto:

        Sì, appunto, e infatti la domanda è: perché è questa la realtà sociopolitica in cui vivono in ogni parte del mondo da millenni?
        Finora la risposta più convincente che ho trovato è stata quella derivante da Milgram, Zimbardo ed epigoni, accolta anche da Peter Singer in un articolo recente (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42291).
        Mi riservo naturalmente di sostituirla non appena ne scoprirò di una più attendibile.
        Quando Guidolin dice che l’Udinese, pur essendo in zona Champions, difficilmente vincerà lo scudetto, è stupido se continua a far giocare la squadra? No, il gioco funziona così: partecipi e continui a giocare anche se perdi.
        Questo intendo io: si deve giocare anche se si perde.
        E noi siamo votati alla sconfitta. Prima lo accettiamo e meglio è.
        Se Guidolin dicesse: “Il primo posto è alla nostra portata”, i tifosi coltiverebbero vane e – quelle sì dannose – illusioni.
        A meno che il potere un giorno non diventi vegano ed obblighi tutti a non sfruttare più gli animali. Sarebbe quello l’unica possibilità di far smettere le persone di violare e violentare gli animali, in virtù delle dinamiche di istintiva accettazione dell’autorità descritte sopra.

      • @sdrammaturgo: Tu affermi che la cultura specista dipende dalla “natura” della razza più diffusa (quella specista), quindi dall’incapacità biologica a provare empatia. Ma ti ripeto, stai dimenticando che prima dell’apprendimento della cultura, ci sono dei bambini il cui potenziale empatico è elevatissimo e che lasciato fluire, questo di solito resta invariato. La storia sociale e politica dello specismo non è determinata da alcun obbligo biologico. La favola della cattiveria innata è quella con cui continuano a raccontarci che c’è un ordine nelle cose e che la nostra natura è predatoria, quindi i modelli che realizziamo sarebbero così “giusti” perché coerenti con la “natura”. Perfettamente convinti di questo ci lasciamo trascinare dalla corrente della sopraffazione, ma di fatto, resta una favola appunto: per bambini, per educarli alla sudditanza ed alla dominanza. Come vedi ci sono riusciti. Lo credi anche tu che ti definisci antispecista. Ma come può una persona dirsi “anti” qualcosa che afferma essere moralmente giusto perché innato (non si può giudicare moralmente ingiusto qualcosa che assolutamente un individuo non può evitare pena il proprio annientamento) e nell’ordine delle cose? Si può essere anti-specisti, con un minimo di sensatezza, solo se si pensa allo specismo come qualcosa di radicalmente estirpabile attravarso la pratica politica e la diffusione culturale. Altrimenti è come dirsi “anti-vomito”, come se domani io decidessi che vomitare è sbagliato e decidessi di oppormi: Ti ripeto, sarebbe semplicemente assurdo.

  4. sdrammaturgo ha detto:

    Però aspetta: tieni sempre presente che io stesso sono vegano, antispecista e pure anarchico, ed ho anche fatto appello all’importanza di un rinnovato impegno PROPRIO PERCHÉ la situazione è disperata.
    Non è che io abbia detto: “Ma sì, è tutta ‘na monnezza, quindi teniamoci il capitalismo e la bistecca”.
    Immagina quindi come possa sentirmi in un mondo specista e gerarchizzato alla luce della consapevolezza della sua immutabilità: spesso l’unica consolazione è pensare al Big Crunch.
    Altro che semplicità, dunque: amarezza costante, frustrazione permanente, pace impossibile.
    Nichilista sì (sono convinto che Cioran abbia capito il mondo e l’umanità molto meglio di Marx), ma solo come risultato dell’osservazione.
    Ed un nichilista attivo, mai in quiete, che si batte per cercare di salvare il salvabile.
    In fondo, l’unica cosa che ho detto è praticamente: continuiamo a fare esattamente tutto quello che stiamo facendo, ed anzi facciamo sempre di più. Soltanto, non aspettiamoci vittorie, perché temo che resteremmo delusi.

  5. marcomaurizi74 ha detto:

    non volevo dire che ti “semplifichi” la vita, questo no. Ma ti semplifichi il pensiero, perché pensare che l’uomo è bianco o nero significa negare l’alternativa e non pensarci più. Una volta che hai stabilito “beh tutto rimarrà sempre così” puoi sgravare il pensiero dal compito di dover fare i conti con tutte le ambiguità di questo mondo che smentiscono quell’affermazione ma che non ti garantiscono alcuna salvezza. Alla fine che tutto sia Bene o tutto sia Nulla è comunque una pacificazione e una conciliazione. Capisco che tu lotti quotidianamente contro tutto questo ma hai comunque una garanzia, per quanto disperante: che alla fine dei conti nulla conta. Cioran è meraviglioso ma è un dispensatore di certezze. Sinceramente lo amo per il fascino dell’ambiguità che riesce a ridestare col suo sguardo indagatore, non per le risposte che dà.

    • sdrammaturgo ha detto:

      Ma il punto è che io l’alternativa ce l’ho sempre ben chiara, ci penso in continuazione, e anzi la frustrazione è accresciuta dal fatto che so che è talmente semplice da non capacitarmi di come si sia ancora a questo punto.
      Ripeto, la spiegazione biologica è soltanto la più plausibile che ho trovato finora, non l’unica possibile.
      Ecco perché dico: Marx non va sostituito con Cioran, bensì semplicemente integrato.

  6. sdrammaturgo ha detto:

    Eva, continui ad interpretarmi un po’ a tuo piacimento e a fraintendermi e ad applicarmi cose che non ho mai detto né pensato.
    Quando mai io ho parlato di natura predatoria? Semmai ho parlato di natura da teste di cazzo.
    Quando mai ho detto che c’è un ordine in tutto questo?
    Quando mai ho detto che i modelli umani sono giusti in quanto coerenti con la natura?
    E quando mai ho detto che evitare lo specismo porterebbe all’annientamento? Tutt’altro, semmai.
    E non è per niente automatico e consequenziale che qualcosa di biologico sia moralmente giustificato.
    Ma stiamo facendo la gara a chi è più antispecista? Perché se è così dimmelo, che mi estrometto subito dal dibattito, perché gare del genere le trovo piuttosto ridicole.
    Quindi tu sei più antispecista di me in quanto non ti sei fatta ingannare dalle favole. Onore a te, che ti devo dire.
    Ri-ri-ripeto: non ho detto IO che le cose stanno così. Ho soltanto valutato varie spiegazioni ed ho trovato quella biologica la più attendibile per spiegare questo schifo di umanità.
    Pertanto non ho detto nemmeno che lo specismo sia inestirpabile. Se noi antispecisti (anzi, voi, perché abbiamo appurato che io non sono degno di questa definizione, avendo perso la gara a chi è più vegano) ci mettessimo a riprodurci a manetta e conquistassimo l’esclusiva sull’educazione dei nuovi umani, sì, sarebbe possibile, perché l’educazione martellante può, se non eliminare, quantomeno ridurre al minimo certe caratteristiche biologiche. Ma siccome bio-storicamente le teste di cazzo sono in maggioranza schiacciante, è più probabile che veniamo schiacciati e gli animali continuino a prendersela ‘n der culo.
    Non c’è una natura testadicazzista e un antinatura di empatici: ci sono solo due nature che si combattono, quindi non è che la prima è giusta. Semmai, facendo io parte della seconda (meno, eh. Vedi gara soprastante), la prima è abominevole.
    È solo questo ciò che ho detto.

    • Alcune delle cose che ho scritto sono conclusioni logiche rispetto alle tue affermazioni. Altre sono mie affermazioni, altre mie affermazioni logiche. Io ho contestato la tua logica che trovo come ho detto assurda, spero di averne la possibilità! Io non faccio a gara su chi è più antispecista, ma sul senso politico e logico dell’antispecismo ci tengo a dire ciò che penso ed a difenderne la valenza e la portata che non è la battaglia contro i mulini a vento delle crocerossine salva-deboli. Posso? Ri-ri-ripeto. Io ho criticato la tua tesi, il tuo attuale convincimento che secondo me non è né fondato (e di cui non hai portato alcuna prova manco teorica) né logica, né scientifica. Secondo te, io (come te) posso andare a dire a qualcuno che non deve opprimere gli animali in generale, sostenendo però che probabilmente è biologicamente costretto a farlo da una qualche tara genetica? Semplicemente gli dovrei dire: “diventa vegan, anche se non realtà non te ne frega un cazzo di nulla e mai te ne fregherà perché sei fisiologicamente nel tuo stato unico di immutabile testa di cazzo “? Ti ripeto, siccome qualcuno potrebbe pure crederti, io ci tengo a dire che queste tesi sono criticabili e devono essere criticate.

      • sdrammaturgo ha detto:

        Ma come non ho portato manco una prova? Ma se ho citato venti volte gli esperimenti di Milgram e Zimbardo?
        Io stesso – e ciò ti sbalordirà – sono proprio su posizioni di “antispecismo politico” affini a quelle di cui parla Marco Maurizi in questo stesso post. E questo perché non è che io creda che lo specismo sia inestirpabile, bensì che gli specisti, essendo numericamente in maggioranza, abbiano più possibilità di trasmettere il loro patrimonio di marciume, come accade da duecentomila anni.
        Insomma, prevalgono per una mera questione di numero.
        Pertanto sì, si può andare da chiunque a dire di non opprimere gli animali, perché “non si sa mai” e perché più la situazione è grave, più va fatta strenua resistenza ed opposizione. Va solo evitato un eccesso di fiducia, tutto qui. Non mi sembra così assurdo.
        Dicendo “qualcuno potrebbe pure crederti”, mi stai dando addirittura dell’individuo pericoloso per la causa!
        Ma dove sta scritto che per essere antispecisti sia obbligatorio essere ottimisti? Praticamente tu stai cercando di far fuori un semplice antispecista pessimista. Questo è ostracismo puro, roba da Direttorio. Sarà mica un delitto essere pessimisti? Come se poi uno non si impegnasse lo stesso, non facesse egualmente attivismo e non restasse allo stesso modo vegano. Praticamente stai cercando di imporre un unico carattere: chi ha un’indole meno speranzosa, è da boicottare. Francamente lo trovo talebano.
        Sarebbe bastato criticarmi sì, ma molto più “amichevolmente”: siccome stiamo dalla stessa parte, dicendomi semplicemente “Ma le cose secondo me non stanno così, bensì così e così, tu secondo me sei troppo pessimista”. Invece no: “Dagli al cazzaro, ci danneggia!”. È questo che mi ha turbato, non certo le ipotesi diverse esposte.

  7. Serena Contardi ha detto:

    Mi intrometto, per due motivi: il primo, chiaramente, è che sono un’impicciona, il secondo è che ho un debole per Sdrammaturgo. Claudio, a mio parere hai ampiamente frainteso gli interventi di Eva, non riesco a spiegarmi altrimenti la tua uscita sulla gara a chi è più antispecista. Tu hai un’idea molto rigida di natura, e dài per scontato che da questa irradi quasi fisiologicamente la società in cui viviamo, conflittuale e irrazionale come il contesto che re-itera: una sorta di seconda natura che rifletterebbe, di continuo e senza possibilità di redenzione, le stesse caratteristiche del mondo biologico. Sbaglio? A questo punto dobbiamo ammettere che gli individui provvisti del gene “empatia nei confronti degli animali” siano un’esigua minoranza, in caso contrario non ci troveremmo di fronte al genocidio istituzionalizzato. Non è un po’ forzata questa tua visione? Non c’è un’interazione molto più complessa tra individui e ambiente e non ha l’ambiente stesso un ruolo determinante nel plasmare gli individui? Possiamo forse concludere che esistono persone che si interrogano più di altre, ma dubito si possa fissare uno spartiacque così marcato tra “giusti” e “ingiusti”. Ma poi, mi metteresti dalla parte dei “giusti”?! Io voglio fare la cattiva, scusa (e anche tu non sei un granché).

    • sdrammaturgo ha detto:

      Sì, forse ho visto negli interventi di Eva più aggressività nei miei confronti di quella che effettivamente c’era. Sono più sensibile e fragile di quanto si creda 😀
      Quindi, Eva, se ho equivocato i tuoi toni e le tue intenzioni, scusa!
      Più che altro, in ciò che ho espresso, mi rifaccio agli studi di Milgram e Zimbardo (che non sono Verbo incarnato o Bibbia, ci mancherebbe), i quali non parlano di cattiveria innata o devianza et similia, e neppure, a dire il vero, di mancanza di empatia (di quello parla Singer nell’articolo che ho linkato), bensì di una particolare inclinazione all’accettazione dell’autorità da parte della maggioranza degli individui. Né giusti né ingiusti, pertanto, ma solo “obbedienti” e “meno obbedienti”.
      In sintesi: la maggioranza fa quello che l’autorità ordina; essendo l’autorità specista, la maggioranza è specista. Se l’autorità fosse antispecista, la maggioranza sarebbe antispecista. Siccome lo specismo è uno dei fondamenti indispensabili del dominio, difficilmente l’autorità diventerà antispecista. Ergo, difficilmente la maggioranza diventerà antispecista.
      Ecco, vedendo il mondo che mi circonda, ho sempre trovato questa spiegazione sensata, e ne sono stato sconvolto. Voglio dire: io non vedo l’ora di cambiare idea e spero con tutto me stesso che nuovi esperimenti, nuovi studi e nuove teorie smentiscano questa situazione disperante. Non è che sono contento che le cose stiano così (sempre che stiano così, ovvio. Il dubbio c’è sempre).
      Perché l’ambiente è composto dagli individui, e temo che gli individui siano proprio quelli descritti da Milgram. Certo, con infinite sfumature. Le macrocategorizzazioni si fanno per comodità discorsiva.

  8. sdrammaturgo ha detto:

    P.S. Per dire: io tra Adorno, Horkheimer e Marcuse, mi sono sempre sentito dalla parte di Benjamin. Il che la dice lunga cosa ne pensi della redenzione.

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