SENSAZIONI DI VIAGGIO: GLI ANIMALI NEL SUBCONTINENTE INDIANO

di Annamaria Manzoni

                                                          

Breve premessa sul contesto culturale e religioso

La costituzione indiana ha inserito tra i doveri fondamentali dei cittadini quello di “proteggere e migliorare l’ambiente naturale,  e avere compassione per le creature viventi” in conformità con il concetto buddista e gandhiano di rispetto per tutti gli esseri, umani e non umani, capaci di sofferenza (Pocar, La Nuova Italia 2005). Che il riferimento alla compassione, alla necessità di soffrire insieme agli altri, uomini o animali che siano, sia materia contenuta in un contesto che stabilisce i fondamenti stessi dello stato e del vivere civile pone l’India ad una distanza abissale  dal  nostro modo di pensare occidentale, alla lontananza delle chimere. “Le cose umane ci hanno mostrato purtroppo che la compassione è bandita dalla legislazione della nostra società” (R. Wagner, Sulla vivisezione, ETS 2006). Questo riferimento è possibile  grazie a  convinzioni, che a loro volta derivano dalla cultura e dalle  religioni che hanno forgiato l’essenza di questo subcontinente, che, a dispetto della disomogeneità dei suoi  comportamenti, continua a mantenere oggi, nell’immaginario collettivo, una connotazione di spiritualità, capace di calamitare ancora molte aspettative.

Tra le religioni, quella  più diffusa, che conseguentemente ne definisce più di ogni altra il profilo, è la religione induista, i cui seguaci sono  l’85% circa di una popolazione, che ha ormai raggiunto un miliardo e 100mila individui: i loro comportamenti sono di fatto modellati in parte sui precetti religiosi, filosofici, esistenziali, che gravitano intorno ad un concetto di armonia con l’ordine naturale. Secondo l’induismo, infatti, l’uomo non può realizzare il Divino senza comprendere l’armonia che lega ciascuno a tutto ciò che è intorno; le sue azioni non dovrebbero alterare alcun equilibrio naturale e, di conseguenza, nell’utilizzare ciò che vi è nell’ambiente, è tenuto ad agire con parsimonia, perchè non gli appartiene.

L’atto quotidiano del nutrirsi non può prescindere da queste premesse e di conseguenza il vegetarianesimo, nel rispetto assicurato alla vita degli animali non umani, dovrebbe esserne il  naturale corollario: esso non è però ingiunzione religiosa, ma piuttosto  principio di non-violenza, l’ahimsa, sentito e accettato a livello personale,  e riflette il dharma, l’adempimento al proprio dovere; è un modo di vivere attento a provocare solo il minimo e inevitabile danno agli altri esseri. Nei Veda, i testi sacri dell’Induismo, si possono leggere esortazioni a non consumare carne, perché “si diventa degni della salvezza quando non si uccide alcun essere vivente”: siccome  il cibo animale implica  l’atto di uccidere, è necessario astenersi dall’ingerire qualsiasi genere di carne. “Chi uccide gli animali non può provare piacere nel messaggio della verità assoluta”: l’uomo dovrebbe scorgere lo stesso principio della vita in tutti gli esseri viventi, non solo in quelli che condividono la sua specie.

E’ interessante il fatto che molte delle innumerevoli divinità induiste siano descritte  con un’essenza in cui gli elementi umani e quelli animali sono fortemente intrecciati:   Vishnu, il dio conservatore, che deve proteggere e tenere in ordine il mondo, viene raffigurato all’ombra di un serpente o seduto sulle sue spire. Il suo veicolo è Garuda, una creatura per metà uomo e per metà aquila. Vishnu , nel suo manifestarsi nove volte sulla terra, avrebbe incarnato, tra l’altro, un pesce, una testuggine, un cinghiale.

Shiva il distruttore è raffigurato avvolto da serpenti e protetto dal suo toro.

Ganesh è  il dio dalla testa d’elefante ed è accompagnato dal suo veicolo, un topolino.

Hanuman è il grande dio-scimmia: quali sue rappresentanti, le scimmie trovano accoglienza nei templi a lui dedicati, sparsi per tutta l’India.

Sarasvati, moglie di Brama, è raffigurata su un pavone.

Il culto di Khamdenu, la vacca sacra, descritta come madre degli dei, è incerto nelle origini: secondo alcuni miti  Brama creò questo animale insieme ai bramini per fornire il ghee, il burro usato nelle cerimonie rituali.

Nella religione induista, quindi, tra esseri umani-divini e animali non vengono marcate distanze e separazioni, ma essi si  contaminano nelle sembianze (Ganesh con la testa d’elefante), oppure sono i contenitori di una stessa divinità in epoche diverse (le reincarnazioni di Vishnu) o ancora convivono in un sodalizio di aiuto (i veicoli animali delle divinità); il dio scimmia e la vacca sacra poi sono divinità animali tout-court. La credenza  nel karma,  vale a dire nella legge di causalità per cui le azioni di una vita precedente determinano la vita futura, con la possibilità che un essere umano possa reincarnarsi in una forma animale (tra due reincarnazioni in un corpo umano ci sarebbero 8milioniquattrocentomila nascite non umane!), induce a vedere in ogni animale una potenziale essenza umana,  sede di un’anima che sta scontando gli sbagli di una vita precedente; agli animali viene  riconosciuta  la capacità di raggiungere stati di spiritualità elevata come agli esseri umani.

A rompere l’incanto,  tra le  divinità induiste compare anche Durga, dea terribile e fiera, la cui più popolare manifestazione è la dea Kalì, che placa la sua rabbia e soddisfa la sua sete di sangue con i sacrifici animali che di fatto hanno luogo in tutti i templi a lei dedicati, presenti soprattutto sul territorio bengalese, nel nord-est del paese.

Nel comportamento  quotidiano vengono riverberate le convinzioni di questa cultura che fonda la sua parte spirituale sulla commistione di  elementi diversi : in India  vi è sì una amplissima diffusione  del vegetarianesimo, ma non tutti gli indù lo abbracciano: le abitudini alimentari sono determinate e risentono di svariati fattori, relativi all’appartenenza a determinate  famiglie,  comunità,  correnti religiose, ma anche a cause climatiche e igieniche. Tradizionalmente la dieta vegetariana è riservata alle caste più alte, come marchio di distinzione sociale: quella del macellaio è una professione impura, perciò relegata a quegli indù che non appartengono a nessuna casta, i paria, che possono anche consumare la carne.
Le scelte sono determinate anche dalla preoccupazione per  la difesa della salute e per il rispetto verso l’ambiente, nella convinzione che il vegetarianesimo sia uno degli argini a molti problemi biologici, ambientali e sociali. E di questi si fa carico il  singolo con una scelta importante per la salute individuale, con i conseguenti benefici mentali e spirituali, e un  forte impatto collettivo etico, ambientale, economico.

Il rifiuto della carne, quale espressione del principio della non violenza e del rispetto assoluto della vita,  è tassativo invece per il jainismo (praticato solo dall’1% della popolazione), per il quale tutti gli esseri viventi, ma anche le pietre, i laghi, i fiumi e le città possiedono un’anima. Se i monaci spazzano i sentieri prima di camminare per non calpestare ragni e formiche di passaggio, i fedeli jain non possono allevare bestiame, cacciare o lavorare la terra, per non uccidere gli insetti che vivono nelle zolle. Entrare in un tempio jainista è un’esperienza particolare: bisogna depositare fuori dall’ingresso eventuali oggetti che portino con sé l’eco di una morte ingiusta e quindi cinture, portafogli o altro che contengano anche solo profili di pelle e poi lavarsi le mani prima di potervi accedere. Come sempre avviene, la portata di gesti simbolici sopravanza di gran lunga il gesto stesso e smuove contenuti ed emozioni ad esso collegati.

Presso le comunità ed i templi Jainisti, gli animali non devono temere per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso rifugi per animali anziani o feriti e centri veterinari, sovvenzionati dalle comunità dei laici. A Nuova Delhi, per esempio, esiste un grande ospedale per gli uccelli il Jain Charity Birds Hospital, costruito nel 1929 accanto al Digamber Jain Temple: qui vengono curate migliaia di  volatili, malati a causa di un inquinamento sempre crescente o feriti, spesso in conseguenza all’urto in aria con gli  aquiloni, che soprattutto in concomitanza con alcune ricorrenze, contendono loro lo spazio di volo,  o ancora per essere finiti tra le pale di un ventilatore : vengono curati, nutriti con una dieta vegetariana (persino le aquile: “si abituano”, dice un responsabile) e una volta guariti, anche se portati lì da un “proprietario”, viene data loro la libertà: quella della liberazione è esperienza che  gli operatori descrivono di enorme impatto emotivo. All’entrata del secondo piano dell’ospedale, un dipinto tratto da un antico racconto, appartenente alla tradizione sia  jainista che buddista, mostra un re, con un braccio e una gamba sanguinanti: lui stesso si è amputato mano e piede e li ha posti su un piatto della bilancia, mentre l’altro piatto è occupato da un uccello: il re pietoso dà la sua stessa carne e la sua stessa vita per salvare quella di un piccione.

Luoghi come questi sono passati indenni dalla mattanza che in gran parte del mondo ha fatto seguito alla paura dell’influenza aviaria: se un uomo soffrisse di HIV, voi lo uccidereste? chiede il creatore del più famoso website sul jainismo.

Non di rado, i Jaina acquistano animali dai macelli per dare loro salvezza e ricovero.

Il vegetarianesimo è sostenuto come pratica imprescindibile anche  dagli Hare Krishna: movimento nato in India e poi andato diffondendosi a partire dagli anni ’60 anche in occidente, che promuove un’ alimentazione che esclude qualsiasi tipo di carne, di pesce e di uova .

Per i devoti Hare Krishna, la nostra “violenza alimentare”, unita a tutte le altre forme di violenza, finisce per creare una grande ondata di karma negativi, che a sua volta produce un aumento dell’aggressività umana e quindi dei delitti compiuti in tutto il mondo. “Anche togliendo la vita ad una pianta”, spiega un portavoce degli Hare Krishna, “possono esserci reazioni karmiche negative, ma si provoca molto meno dolore che uccidendo animali, perché il sistema nervoso delle piante è assai meno sviluppato”.

Le loro teorie sono vicine a quelle di  varie discipline esoteriche, secondo cui il vegetarianesimo è l’alimentazione ideale anche per raggiungere livelli elevati di sviluppo spirituale. Il teosofo americano C.W. Leadbeater, vissuto per molti anni nello Sri Lanka, impegnato a rinvigorire la diffusione del buddismo, nel  saggio Vegetarianism and occultism (The Theosophical Publishing House 2001), sostiene che l’alimentazione vegetariana è l’unica che consenta un’indispensabile purificazione del corpo a chi si sforza di raggiungere la perfezione, e che l’alimentazione carnea, ottundendo la sensibilità, è anche di ostacolo allo sviluppo di percezioni extrasensoriali. I veri chiaroveggenti, afferma Leadbeater, devono essere tutti vegetariani. Il suo saggio, scritto alla fine del 1800, contiene argomentazioni assolutamente attuali e provocatorie (“Alle delicate signore che divorano bistecche che grondano sangue piacerebbe vedere i loro figli lavorare come macellai?”) , che inducono ad una sola amara riflessione sull’ essere ancora qui , più di un secolo dopo, impegnati nella stessa battaglia contro un esercito che nel frattempo si è ingrossato a dismisura.

In generale, le teorie esoteriche sostengono che cibarsi di carne risulta dannoso anche per chi intende praticare la meditazione, perché le energie negative che si assorbono quando si assimila la carne di animali brutalmente uccisi impediscono una perfetta armonizzazione delle proprie energie con quelle dell’universo. Non a caso tutti i grandi yogi indiani sono vegetariani.

I musulmani (oggi il 12 % della popolazione indiana) non si astengono dalla carne, se non, per motivi originariamente igienici, da quella del maiale: tradizionalmente si deve invocare il nome di Allah mentre si sgozzano gli animali. Per quanto riguarda gli animali cosiddetti d’affezione, in virtù della tradizione che vuole il gatto essere stato caro a Maometto, a questi felini viene dedicata attenzione e rispetto, ben diversamente da quanto succede per esempio ai cani, ritenuti sporchi e contrari all’Islam, che conducono vita grama sulle strade, allontanati a suon di sassi e destinati ad una faticosa sopravvivenza.

Il buddismo, oggi praticato in India da un’esigua minoranza di persone,  in quanto religione della moderazione in qualunque campo della vita, alimentazione compresa, predica come  regola  l’astinenza dagli animali; al Buddha, all’Illuminato riformatore, ripugnavano tutte le uccisioni di animali come quelle di uomini,  espressione le une e le altre di una civiltà fondata sul sangue. Egli sosteneva il concreto esercizio della compassione (karunā) per tutto ciò che vive e soffre, perché tutte le vite, quelle degli dèi, quelle degli uomini, quelle degli animali sono penose.  “Non dobbiamo uccidere e neppure ordinare di uccidere”. Ogni vita, anche la più piccola, ha pari dignità. Il monaco buddhista che, assetato, ha bevuto acqua in cui sapeva esserci piccoli esseri viventi, dovrà fare lunghe penitenze.
Ciò detto,  al fedele buddhista è comunque permessa la carne, in determinate circostanze, con la clausola che non bisogna aver partecipato all’uccisione dell’animale.  Chi aspira alla liberazione deve “non procurare mai dolore alle altre creature”, “eccetto che in taluni luoghi sacri”, cioè in occasione dei sacrifici di animali.

I cristiani, ben lo sappiamo, non si astengono dal nutrirsi di qualsiasi tipo di carne e solo gli animali che assurgono al ruolo di pet, si salvano.

In viaggio

Cucina

Certamente i ristoranti indiani tradizionali, di qualsiasi livello, sono un paradiso per i vegetariani occidentali, abituati in patria alla ricerca di rari ristoranti ad hoc o ad una metodica spunta di piatti in cui  pare coattiva la spinta a  rifinire e contaminare anche le pietanze più vegetali con qualche tocco carneo. In India, locali, locande, ristori e ristoranti sono in grande parte vegetariani ed offrono pane, riso, verdure, frutta; molto più raramente vegani in quanto diffuso è il latte cagliato (dhai) a volte  impreziosito con menta e cetriolo (raita). Quanto più si alza il livello del locale, tanto più frequentemente esiste un’opzione non-veg: e ciò è particolarmente comune nel nord del paese. In questi casi ha inizio il ben conosciuto delirio che pare non risparmiare nessuna specie, ad eccezione della vacca, la cui macellazione è vietata per legge: quindi a disposizione dei gusti diversificati  si trovano pesci, volatili, montoni, agnelli; questi ultimi, facilmente reperibili nei ristoranti di   Calcutta, sono andati diffondendosi in molte altre città. Non bisogna poi dimenticare che la cucina internazionale va sempre più dilagando  e che non mancano i McDonald’s, che non abbisognano di chiarimenti.

Di certo c’è un costume nuovo e ben percepibile: molte città, Bangalore in testa, si vanno occidentalizzando; l’andirivieni di stranieri, non alla ricerca di spiritualità, ma di affari, è strabordante; i giovani che vanno a studiare all’estero e tornano inevitabilmente contagiati da un ben diverso stile di vita sono sempre di più. Bene vengono descritte le nuove consuetudini ne “Il tappeto rosso. Storie di Bangalore” (Sankaran, Marcos Y Marcos 2006):  le ragazze, girato l’angolo di casa, lasciano il sari per i jeans, e i ragazzi cedono alle insistenze dei genitori ad  assoggettarsi a cerimonie rituali solo in cambio di un nuovo lettore CD; le une e gli altri si sottraggono al cibo speziato mangiato su foglie di banana in favore del sacchetto con patatine e hamburger. “Non dovresti mangiare quella roba: il vegetarianesimo non fa solo parte del tuo retaggio braminico, ma è anche di moda, no?”, esorta un  padre. Davvero significativa commistione di sacro e profano; e il sacro è vincente solo se si trova, fortunosamente,a coincidere con il profano.

Vacche e buoi

Tra tutto ciò che uno sguardo superficiale può cogliere girovagando per le strade, certamente lo spettacolo delle mucche che camminano indisturbate non può non colpire l’attenzione,  nelle campagne, ma anche in molte grosse città: ciò che oggi succede è che la vacche che non producono più latte perché vecchie o malate, stante il divieto di macellarle, vengono abbandonate dai loro proprietari e quindi se la sbrigano per così dire da sole in ambienti a volte davvero poco ospitali rispetto alle loro caratteristiche: girovagano in mezzo al traffico perché altro non possono fare, si nutrono andando a frugare nella spazzatura disponibile, contendendo gli avanzi ad un’umanità derelitta,  mentre auto e moto, ormai dilaganti, le evitano grazie all’ abitudine alle loro sagome, ai loro ritmi, alla loro lentezza. Sono in qualche modo integrate nel paesaggio urbano  e sollevano  solo la curiosità iniziale dei turisti.

Per altro nelle città più moderne, come Nuova Delhi, la realtà è diversa e le vacche non ci sono: pare che un sistema di microchips, analogo a quello usato in occidente per il riconoscimento dei cani, venga utilizzato per individuare il proprietario che abbandona l’animale in modo tale da porre fine al fenomeno che, in una città presidenziale, è evidentemente troppo poco ammesso.

Analogo rispetto non è però assicurato ai bovini maschi, a cui non è riconosciuta sacralità: non sono pochi quelli che si incontrano, con lunghe corna dipinte a tinte coloratissime

L’allegria dei colori non consola certo le povere bestie:  sono legate strette, l’una all’altra o ad un qualsiasi punto fermo,  con una corda cortissima che attraversa le narici, di fatto immobilizzandole. E’ evidente che questa forma di costrizione non risponde a nessuna necessità: anche uno spazio di movimento ben maggiore non impedirebbe di mantenere il   controllo su di loro; ma pare che nessuno ritenga questa coercizione degna di interesse: non i contadini  che, pur cercando di assecondarmi quando chiedo loro perché non allentare le corde, pensano solo che io voglia trovare un’immagine migliore da fotografare;   non chi nei villaggi ricopre un ruolo primario quale referente “politico” o religioso che, alle mie educatissime rimostranze, risponde con un sorriso divertito, che rivela che il mio è considerato al più come un eccentrico atteggiamento occidentale.

Lo spettacolo, non frequente, ma comunque presente, di bovini portati al macello si differenzia dai nostri solo per le dimensioni: qui si tratta di “carretti” su cui il numero di animali è ridotto; ma sono legati e stipati l’uno addosso all’altro, senza la possibilità di potere nemmeno girare  la testa. Sono solo animali da uccidere fra poco: perché mai usare riguardi?

Volatili

Pressoché impensabile invece in un contesto occidentale quanto conosciuto alle porte di Bangalore, al Morning Star, che, nonostante il  nome da resort a molte stelle, è in realtà una comunità ideata e gestita da un uomo dal nome improbabile, John Kennedy: ospita 55 bambini e ragazzi, raccolti e salvati dalla strada; molti sono portatori di handicap gravi, altri, decisamente dotati,  sono stati accompagnati e seguiti fino  a raggiungere un livello di istruzione universitario. In questo luogo fuori dal mondo l’abitudine è quella di nutrirsi dei prodotti della terra; John Kennedy, quarantenne dall’aspetto sicuro e prestante, è fruttariano se si esclude  lo sporadico accesso al chapati, il pane indiano. Ma ciò che non può non colpire è la presenza di galline e tacchini, non destinati all’alimentazione, ma al ruolo di pet, vale a dire di animali con cui i bambini possono giocare e a cui affezionarsi, non diversamente da ciò che fanno con i due gattini, di cui sono responsabili.

Si ha una sensazione di pace davanti a tutto questo e si sperimenta sulla pelle il significato del termine armonia, in questa convivenza dove esseri umani e non umani, diversamente collocati sui  gradini evolutivi,  stanno insieme, nella diversità dei loro ruoli, senza esercitare forme di sopraffazione.

L’incanto è presto rotto: al vicino mercato un uomo è seduto per terra accanto alle sue galline: sono costrette all’immobilità dalle zampe legate e il loro destino è chiaro. Come sempre succede, nessuno se ne cura e la sofferenza connessa a questa situazione innaturale, che gli animali prigionieri possono  manifestare solo con il nervoso movimento del collo e gli scatti della testa, non calamita l’attenzione di nessuno. Esattamente come succede per i pulcini, ammassati all’interno di un cesto di metallo, che inutilmente pigolano al mondo il loro smarrimento.

 

Scimmie

All’entrata di  un piccolo tempio, dedicato al dio scimmia Hanuman, alle porte di Mysore, si viene pressoché costretti ad accettare da persone insistenti fiori  recisi (all’uscita sarà d’obbligo saldare il conto…) e il perché, forse preannunciato in un idioma incomprensibile, lo si capisce all’interno. Il tempio è piccolo, scuro; il bramino celebra i suoi riti accendendo fuochi e tracciando segni al centro della fronte dei visitatori. Ma ciò che è incredibile è la quantità di scimmie che balzano qua e là, in totale libertà, nervose, rapide; più d’una ha il suo piccolo attaccato al collo. Si avvicinano ai visitatori afferrando velocemente gli immancabili fiori, in qualche caso più fortunato una piccola banana e si allontanano con un balzo mangiando con furia il bottino alimentare.

L’aspetto, le movenze, i gesti, sono del tutto familiari, visti mille volte: tra gli umani. I piccoli esigono di stare in braccio alle madri, queste di tanto in tanto se ne liberano per essere più rapide nei loro spostamenti, ma immediatamente dopo riafferrano il figlio e lo tengono con atteggiamento protettivo. Le scimmie sono inquiete: in fondo devono occuparsi di tante cose, tutte insieme: prendersi cura del piccolo, procurarsi cibo, mangiarlo velocemente prima che il generoso donatore possa cambiare idea……; ma nello stesso tempo sono visibilmente padrone dell’ambiente in cui si muovono con sicurezza. La preoccupazione del piccolo è angoscia da separazione: non  tollera di essere lasciato che  per qualche secondo. I versi, modulati e incomprensibili, sono la colonna sonora di questo inaspettato film. Il pensiero agli orridi esperimenti di Harry Harlow e all’orrido uso delle scimmie nei laboratori di vivisezione, riattivato nella memoria, colpisce con la forza di un violentissimo pugno nello stomaco.

Benedetto sia Hanuman!

Elefanti

Loro invece non so quanto possano ringraziare Ganesh, il dio a cui prestano la faccia. Gli elefanti sembrano re e sono schiavi: immensi, è facile vederli all’ingresso dei templi; certo non denutriti né apertamente maltrattati, anzi, nelle vesti dei beniamini, ornati e dipinti. Ma che immensa tristezza! Allungano la proboscide verso il visitatore e, se questo vi ha infilato denaro, gliela sdrusciano  a mo’ di benedizione e per ringraziamento sulla testa, prima di consegnare il bottino al loro signore e padrone. Soliti “ah!” di meraviglia e sguardi di ammirazione di chi pare davvero pensare  ad un atto di intelligenza anzichè ad un tirocinio infernale. Una zampa è incatenata;  la mole possente, fatta per le foreste tropicali e le aree boscose, è  immobilizzata e relegata giorno dopo giorno nella semioscurità.

Dove sono i suoi affetti? Dove è il branco? Sostituiti dalla solitudine in mezzo ad  una folla di umani che, ebeti, sorridono alla sua disperazione misconosciuta. Altri elefanti, non so se più o meno fortunati,  sono costretti ad aggirarsi, cavalcati dagli umani, nel traffico caotico dei centri delle città: e chissà quale sconfinata nostalgia degli  spazi ampi, dei compagni maestosi, forti e amorevoli provano mentre si  muovono in mezzo alla moltitudine umana vociante, polverosa e disordinata. Con gli altri potevano condividere afflizione e tristezza, gioia e amicizia; qui, è certo, nessuno penserà che le loro lacrime siano altro che insignificante secrezione fisiologica.

Cani  

Sono tanti in India: spesso di una razza indistinta, di un colore bianco sporco, con il pelo corto. Vivono nelle strade e sembrano trasparenti, perché nessuno presta loro attenzione; fanno quello che fanno moltissime persone: si guardano intorno senza sapere cosa fare; a volte si muovono in coppia o a piccoli branchi e in questi casi acquistano un po’ di baldanza e magari trotterellano in qualche direzione anziché restare fermi nel loro spaesamento. E’ molto comune vederli immobili, sdraiati su un fianco, apparentemente insensibili al rumore, al traffico, al caldo, esattamente come fanno molti uomini; spesso viene da chiedersi se non siano per caso morti, e qualche volta è certo che lo sono, perché se ci si avvicina si vedono nugoli di formiche e insetti nella carne in disfacimento. Prima o poi qualcuno toglierà l’ingombro.

Difficile dire quale sia il sentimento che gli indiano nutrono nei loro confronti: è certo che la paura con cui  qualcuno di loro reagisce ad un tentativo di approccio rivela senza ombra di dubbio precedenti maltrattamenti, a volte testimoniati anche dalla presenza di  ferite. Struggente, su una spiaggia, vederne uno  magro, debole, zoppo, avvicinarsi con un ultimo barlume di fiducia a due giovani seduti sulla sabbia, che lo scacciano a sassate: lui si allontana senza ombra di ribellione e si sdraia su un fianco, senza più forze: non si muoverà più, nemmeno ai miei tentativi di dargli del cibo.

L’atteggiamento più diffuso nei loro confronti  sembra però essere il disinteresse: e bisogna accontentarsi. Nelle case signorili, è possibile trovare qualche fortunato, entrato a buon diritto a far parte della famiglia e trattato perciò con tutti i riguardi.

A conclusione di queste brevi note, non si può che ricordare che, data l’immensità dell’India, la realtà percepibile è per forza di cose estremamente variegata e nessuna  osservazione può  essere generalizzata, in quanto potrebbe facilmente  essere smentita da altri fatti. Solo  una conoscenza approfondita della cultura del paese, nella dinamica costante dei cambiamenti che stanno avendovi luogo, potrebbe permettere di cogliere  la complessità che anche il rapporto con gli animali, come ogni altra questione, coinvolge.

Di certo è un dato di fatto che quella che si respira, nelle strade dell’’India, non è l’aria di spiritualità, che forse l’aveva contraddistinta fino ad un non lontano passato: la gente si muove affannosamente per tentare di sopravvivere in condizioni a volte durissime, ma anche per seguire modelli di sviluppo globalizzati entrati ormai prepotentemente nel paese. I  cambiamenti sono repentini e pervasivi e il rapporto con gli animali non sembra fare eccezione: certo ci sono regole ancora ferree quali il divieto di macellazione delle vacche; ma c’è anche un’inversione di tendenza se è vero per esempio che tradizionalmente il vegetarianesimo è stato appannaggio soprattutto delle caste privilegiate, mentre ora sono soprattutto le classi agiate, che possono permettersi di tutto, a non rinunciare al piacere di cibi molto costosi e non tradizionali. Il rischio che la compassione, celebrata nella costituzione, venga travolta  dalla superficialità  e dalla fretta, oltre che dall’inebriamento indotto da nuove possibilità, è reale. Mi suonano nelle orecchie le parole di Gino Ditadi, grande studioso di filosofie, che afferma che, accanto ai templi,  in India i macelli sono al lavoro 24 ore al giorno. E quelle scritte da Richard Wagner, secondo cui “..non oltre possiamo seguire le tracce di una compassione fondata su motivi religiosi, che i nostri antenati provavano per gli animali. Sembra che il processo di civilizzazione, avendo reso l’uomo indifferente  “al dio”, l’abbia trasformato in una feroce bestia da preda”.

Forse è vero che, anche in India,  i motivi religiosi oggi non sono più sufficienti; lì come dovunque allora devono essere la religione dell’etica, il richiamo alla ragione, il risveglio dell’empatia ad arginare l’espressione della violenza, così meschina e così facile contro i più deboli.

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Comments
One Response to “SENSAZIONI DI VIAGGIO: GLI ANIMALI NEL SUBCONTINENTE INDIANO”
  1. Mattia ha detto:

    Bell’articolo.
    Forse sbaglierò, ma sono sempre più convinto che l’antispecismo non possa prescindere da un totale rifiuto di ogni forma di religione, dogma, spiritualità.
    E’ quasi un paradosso: l’illuminismo che Adorno faceva coincidere con la logica del dominio sta alla base di quella riflessione etica che ci porta a riconoscere agli animali non umani tutti quei diritti che a oggi sono loro negati…

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