L’ idiota

di Serena Contardi

[Per Erika]: E così, arrovellandomi su come fosse impossibile per me rinunciare alla carne, mi accorsi che erano cinque giorni che non ne toccavo affatto. Improvvisamente quei cinque miseri giorni mi parvero un’eternità: il cavallo che avevo comperato la settimana precedente era ancora nel frigorifero, e nella mia testa quella confezione di carne cruda non ne voleva sapere di trasformarsi nell’immagine di un succulento filetto al pepe nero, piatto tra i miei preferiti in assoluto. In passato avevo detto di ammirare lo stile di vita dei vegetariani, scelta che per me non prendevo nemmeno in considerazione e il cui pensiero allontanavo nel più scontato dei modi: una battuta. La mia ironia, in realtà, era molto migliore di quella della maggior parte dei convinti anti-vegetariani cui avrei dovuto rispondere in futuro, di certo non meno in cattiva coscienza. Ma andiamo con ordine.
Quattro settimane prima ero capitata in uno squat di vegani in occasione di un festival musicale, e lì per la prima volta avevo sentito parlare di specismo e antispecismo, termini di cui non conoscevo minimamente il significato e che mi costrinsero ad un primo, incerto risveglio dal mio candido non voler sapere. Che la rassicurante differenza tra una scatoletta di tonno all’olio di oliva ed un pesce che ha occhi, bocca e terminali nervosi, nonché la capacità di patire dolore se trascinato violentemente con un amo conficcato nella carne (questo nella migliore delle ipotesi) non bastasse a rendere le mie scelte alimentari meno cariche di scomode implicazioni? Un interrogativo al quale non avevo mai veramente permesso di affiorare alla coscienza sembrava eludere la sorveglianza del mio sano buon senso e presentarsi sotto contorni ben definiti. Tuttavia, erano oltre vent’anni che consumavo scatolette, e quel primo risveglio durò ben poco. La sera tornai a casa e mi preparai una spadellata di pollo croccante, provando con tutta me stessa a immaginare una correlazione tra quell’ottima cena e l’animale vivo e ballonzolante. Mangiai di gusto: posso forse provare empatia per il mio cane, pensai, ma non per l’animale che non vedo – è la natura. Il giorno successivo tornai sul posto per l’ultima giornata del festival, ed ebbi modo di chiacchierare con una ragazza che pareva avere ben più confidenza di me con le idee che circolavano nello squat. Le spiegai in tutta franchezza che non avevo idea di cosa potesse essere lo specismo, e lei lo paragonò senza mezzi termini ad atteggiamenti come razzismo, sessismo e omotransfobia: pregiudizi fondati su una differenza moralmente irrilevante (razza, sesso, identità di genere, orientamento sessuale… e specie, per l’appunto). Mi sembrò un’esagerazione senza senso, fastidiosa e ingenua a un tempo. Come si può accostare il dolore di un pollo o di un porcello alla costante violazione di diritti e vite umane? Non avevo mai compreso le battaglie degli animalisti, e continuavo a non comprenderle: per quanto potessi reputare la sofferenza animale qualcosa di disdicevole, occuparmene realmente mi sembrava un discorso di secondaria importanza, a tratti persino puerile. Cercai di cambiare argomento, la mia interlocutrice mi lasciò fare.
Le settimane che seguirono successe una cosa strana. Cominciai a sentirmi spossata, e a desiderare molta più carne di quanta ne mangiassi solitamente. Presi anche ad informarmi sull’universo animalista e a parlarne così spesso ad amici e conoscenti da risultare mortalmente noiosa. Cercai di convincermi che l’antispecismo non sarebbe potuto propriamente esistere, perché anche nutrirsi di verdure, cereali e legumi avrebbe implicato una forma di specismo: quella contro le specie vegetali. Ovviamente tutti erano d’accordo con me, solo non capivano perché insistessi: come mai mi importava tanto? Scoprii nel frattempo dell’esistenza di un movimento di liberazione animale violento, e a quel punto mi fu facile trovare un’ancora di salvataggio che mi permettesse di mangiar carne senza provare senso di colpa alcuno. Ci sono vegani che dicono di considerare gli animali non umani la loro vera famiglia, sono disposti ad azioni di violenza contro chi li maltratta e predicano l’allontanamento dalla società e il suo danneggiamento poiché questa si regge sullo sfruttamento animale. I vegani non sono persone equilibrate, conclusi, ecco perché loro rinunciano alla carne e io no. Devono aver sofferto molto, quell’empatia verso la spigola che io non so provare è il risvolto di una totale perdita di fiducia nel mondo. La battaglia che compiono in nome degli animali è in realtà la loro battaglia, umiliazione e rabbia. Mi sentii molto turbata, e per un istante amai quei fanatici che mi facevano e mi fanno paura. Tuttavia, essi non sono tutti i vegani, e lo sapevo già allora.
La ragazza con cui avevo parlato al festival, d’altronde, non assomigliava per niente ad una pericolosa terrorista. Forse ciò che mi disturbava di più è che non assomigliava nemmeno ad una scemotta new-age: sembrava una persona ragionevole. E libera. Forse quella ragazza di cui non ricordavo il nome non aveva speso le ultime quattro settimane nella desolazione della sua stanza, come un’idiota, a cercar risposte ad un pc. Risposte o scuse? La rete può dirti tutto quello che vuoi sentirti dire. Può rafforzare claudicanti certezze, scongiurando lo spauracchio del nuovo che potrebbe costringere ad un ripensamento, oppure può farlo entrare. Attraverso una qualche breccia, scivolai fuori da quella camera, ed ora mi riusciva di abbracciare l’intera scena col colpo d’occhio dell’estraneo: l’ idiota era lì, a fermentare dentro di me, il suo temporeggiare mi era sicuramente noto. Qualcuno disse che i pirla non sanno di esserlo. Io mi intendo di idioti, ed essi possono certamente scoprirlo. Idiota, dal greco idiòtes: privato, proprio, personale. Anch’io stavo vivendo la mia esistenza da idiota, una tra le tante, barricata nella miseria del mio particolare. Quando avevo rinunciato agli animali? Troppo tempo era passato perché potessi ricordarmene. Li abbiamo espulsi dalle nostre città, poi dalle nostre coscienze, e siamo rimasti soli. Soli, nel nostro antinferno fatto su misura: a misura di idiota. Uscirne si può? Solo con bottiglie di lacrime, scrivono. Ma questa è un’altra storia, e io non la so ancora raccontare.

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Comments
3 Responses to “L’ idiota”
  1. pasquale75321 ha detto:

    “Li abbiamo espulsi dalle nostre città, poi dalle nostre coscienze, e siamo rimasti soli.”

    E’ ora di raccontare gli animali, basta con quest’uomo. Non ho mai visto un passero idiota, una lucertola idiota, un verme idiota…

    Bello il tuo racconto. Abbiamo bisogno di aneddoti, di esempi di vita.
    Appropriato il titolo: siamo e siamo circondati da idioti.

    “Questi idioti non capiscono quant’è pericoloso un mondo senza animali” Canetti (cito di nuovo a memoria)

  2. Marco Maurizi ha detto:

    Bello! in genere non apprezzo i racconti di “conversione”, mi sanno troppo di alcolisti anonimi, ma devo dire che questo tuo, così come quello di Leonardo, mi hanno fatto ricredere perché permettono di vedere alcuni meccanismi di rimozione smascherandoli dall’interno. Mi piace anche la riflessione sull’idiota. In effetti uno dei nostri problemi è far capire che la nostra scelta privata è pubblica, cosa che gli altri non vogliono accettare perché pensano che noi vogliamo ledere la loro sfera privata, sconfinare nella loro intimità… Che è sicuramente un tema delicato ma che va assolutamente posto e affrontato.
    grazie!

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