Arbitrio, detenzione, sadismo

di Leonora Pigliucci

Della vita quotidiana dei laboratori di vivisezione e dei mattatoi quel che si sa deriva dalle riprese video registrate di nascosto da parte di attivisti animalisti infiltrati. Ci sono associazioni come Animal Equality che fanno di queste incursioni informative nei luoghi della tortura la base della propria azione.
Può sembrare incomprensibile a chi pacificamente trovi necessario e “civile” l’utilizzo degli animali non umani per il sostegno della società umana, eppure gli abusi gratuiti che si aggiungono alle pratiche strutturalmente violente di sperimentazione e macellazione, gli atti di sadismo, le sevizie, le umiliazioni insensate nei confronti di creature ridotte alla sottomissione totale sono solidamente dimostrati da un’amplissima documentazione “illegale” che macchia l’autorappresentazione fornita dai lavoratori dei vari settori produttivi che interessano gli animali.
Per diverse ragioni, questioni igeniche nel caso dei mattatoi, di sterilità e brevettazione nel caso della vivisezione, la realtà di quei luoghi dove i viventi sono solo materia è onnipresente ma invisibile, avvolta in una segretezza che la fa quasi sparire, così che tutti abbiamo il pretesto di disinteressarci della storia della nostra bistecca o del nostro rossetto. Ma quando qualcuno, anche in assenza di indizi, intuisce che basti indagare un po’ per scoprire abusi gratuiti che si sommano ai meccanismi reificanti dello sfruttamento animale e li va a cercare, puntualmente ne trova a valanghe. La scimmia dallo sguardo rassegnato della foto, ad esempio, fu fotografata da attivisti della PETA all’interno dello statunitense Institute of Behavioural Research: sulla fronte, i sperimentatori che la utilizzavano per test sui danni spinali, le avevano tatuato la parola “crap” (merda o schifo in slang). La Rete è piena di immagini e video del genere.

Tutto questo perché accade?
Perché infierire su condannati senza via di fuga? Ed è plausibile immaginare di poter fare di corpi viventi il carbone della stufa capitalista ma restare nel frattempo integralmente “civili”?
E’ chiaro che nessuno, salvo persone disturbate mentalmente o dedite a un vile cinismo, gradisce il dolore e la sofferenza degli animali, e anzi politicamente corretta è una convinzione che, seppur contradditoria, suona come di buon senso: si riconosce, a un tempo, la natura senziente degli animali non umani e il conseguente obbligo morale di difenderli dagli abusi inutili, ma contemporaneamente si riafferma la legittimità dello sfruttamento senza limite dei loro corpi, risorsa indispensabile della stessa civiltà che ne afferma una sorta di, limitata, tutela.
In quest’ottica comunemente accettata, quella degli abusi gratuiti sembra tanto un’argomentazione strumentale di chi propugna la liberazione animale, ma priva di fondamento statistico o logico.
Eppure, che ci piaccia o no, la violenza “inutile” – o più esattamente connotata da quel surplus di gratuità che si aggiunge allo sfruttamento da parte di una specie su tutte le altre, con la mera giustificazione della forza – si integra strutturalmente all’ingranaggio della reificazione.  In quello spazio di indeterminatezza dove tutto è possibile, che si apre quando si alimenta l’illusione che il “male necessario” di infliggere dolore e privare della libertà degli esseri viventi non sia un Male in assoluto, ma che contenga al suo interno diverse declinazioni, tali che ad esso si possa giustamente attingere per servire un Bene percepito come prevalente. Sia questo un fiducioso progresso scientifico, l’alimentazione sana dei nostri figli, o anche, dato che la logica del “male necessario” funziona ad ogni livello, l’efficacia detergente di un nuovo sapone o la tenuta sotto l’acqua dell’ultimo innovativo rimmel allunga-ciglia.

Negli ultimi anni la psicologia sociale ha approfondito molto dettagliatamente l’attitudine caratteristica della psiche umana all’accettazione e all’attuazione di atti violenti e crudeli, e il sereno accostamento di essa a strutturate convinzioni morali, quando le azioni (che pure si riconosco di per sé ingiuste) siano opportunamente inserite all’interno di uno scopo assoluto e totalizzante per il quale anche esse non siano necessarie.
Tale attitudine ha incuriosito e al contempo inquietato generazioni di psicologi, a partire dai pionieri statunitensi degli anni ‘70. Il primo fu lo psicologo sociale Phil Zimbardo, che decise di studiare le dinamiche innestate dal contesto carcerario per vedere a cosa avrebbe portato l’immedesimazione di persone in piena salute mentale in un contesto nel quale i ruoli di potere e di subordinazione fossero rigidamente definiti. Costituì perciò una finta prigione e reclutò studenti universitari che nelle due settimane successive sarebbero stati guardie e prigionieri.
Ciò che accadde fu così drammatico che il test fu interrotto d’urgenza dopo solo sei giorni, poiché un’ incomprensibile e drammatica escalation di violenza aveva preso la mano a quelli che recitavano la parte delle guardie, i quali avevano iniziato ad abusare dei loro sottoposti con spietatezza inaudita.
Ciò che segnò la fase in cui quegli studenti abdicarono ad un normale comportamento civile fu l’azionarsi di una duplice dinamica che indusse i primi a realizzare di poter esercitare il proprio arbitrio in modo assoluto ed impunito, e i prigionieri a rendersi conto di essere effettivamente in balìa di altri e ad assumere di conseguenza atteggiamenti di sottomissione e docilità estremi.

Gli sperimentatori avevano inizialmente lavorato per “deindividualizzare” le guardie, ovvero favorire la deresponsabilizzazione che scatta quando una persona è investita di un ruolo di comando o di controllo, facendo loro indossare uniformi tutte uguali, così che sentissero di rappresentare un’autorità impersonale più che riconoscersi come individui singoli, ed occhiali a specchio a nascondere lo sguardo.
I carcerieri iniziarono impartendo con toni autoritari ordini e disposizioni, fino ad arrivare a privare i sottoposti del sonno e del cibo, a sottoporli a umiliazioni sessuali e a sevizie fisiche, in un crescendo sconvolgente che indusse gli studiosi a interrompere la prova prima che i “detenuti” subissero dei veri danni psicologici.

Le modalità del famoso esperimento carcerario di Stanford furono in seguito ripetute in molteplici altri contesti e con variabili differenti, che portarono al riconoscimento della forte influenza di quelle che la psicologia chiama variabili situazionali nel condizionare l’agire umano anche in contrasto con radicate prese di posizione etiche.
L’ingresso in quella che il sociologo Erving Goffman chiama istituzione totale coincide con una vera e propria metamorfosi dell’identità individuale, con un rimodellamento della personalità così profondo che  porta ad affermare che anche individui che si distinguano per pacatezza e sensibilità al prossimo non siano del tutto immuni dal potersi trasformare, con le giuste disposizioni situazionali, in sadici senza scrupoli che godono nel fare del male a coloro che siano loro sottoposti.
Secondo Zimbardo, non solo il carcere, ma tutte le istituzioni che attribuiscono un ruolo fortemente determinato e un valore relativamente ad esso, in primis università e istituti scientifici, sono continuamente a rischio di derive di questo genere.
Sia l’esperimento carcerario di Stanford che il parimenti noto test sull’autorità di Stanley Milgram, durante il quale studenti universitari accettarono di colpire individui sconosciuti con scosse elettriche infine mortali, per obbedienza da quanto ordinato loro dal professore, hanno, secondo l’interpretazione della psicologia sociale, messo in luce l’implausibilità di tracciare un confine netto atto a separare il male agito con naturalezza dal bene perseguito consapevolmente da esseri umani autorappresentantesi come “esseri morali”. E hanno di conseguenza individuato l’inefficacia di qualsiasi bastione morale a difesa degli individui di fronte a variabili situazionali contingenti.
Test di questo tipo nacquero infatti dalla volontà di capire cosa avesse reso possibile che tanti cittadini tedeschi “per bene” si fossero lasciati avvolgere nelle spire distruttive nel nazismo e ne fossero diventati agenti. I risultati a detta degli stessi autori di questi esperimenti hanno dato drammatica valenza sperimentale ed empirica a ciò che scriveva Hitler nel Mein Kampf, “avere cura di raccontare sempre e sempre più forte una storia unica, totale, legittimante” è utile a piegare e reindirizzare verso uno scopo arbitrario la volontà degli individui umani.

Uno degli elementi determinanti affinché questo possa avvenire è la definizione di un “bene essenzializzato”, opportunamente trasformato in entità fissa, chiusa in sé, cieca e sorda alle grida disperate di dolore delle vittime di cui costa il sacrificio.
Il Bene entra così a far parte di una dimensione etica formale e non reale. Esso non è più agito all’interno della relazione tra io e gli altri, ma si svincola dalla percezione della reciproca sofferenza e felicità: solo nella relazione autentica con chi si ha innanzi trovano invece spazio la compassione, la pietà e la comprensione, il riconoscimento empatico che, soli, possono costituire argine alla violenza cieca che ha cadenzato e macchiato di sangue tutta la storia della civiltà umana.

Nell’ambito delle indagini sulle sevizie perpetrate 2004 nel carcere di Abu Ghraib da parte di soldati americani ai danni di prigionieri iracheni – tutto il mondo rimase sbigottito nell’osservare uomini e donne fotografarsi reciprocamente sorridenti accanto a prigionieri umiliati, incatenati e seviziati – si è fatto uso dei risultati dell’esperimento di Stanford del 1971 e Zimbardo contestò l’interpretazione data dal generale Rumsfeld che aveva tentato di risolvere la questione con la cosidetta teoria delle mele marce, che descriveva le persone colpevoli come soggetti deviati o malati di mente, quando i soldati artefici e complici delle violenze, sottoposti a test psicologici, non dimostrarono nessuna tendenza sadica o patologica e furono giudicati persone perfettamente normali.
I toni apocalittici usati dalla propaganda dell’allora presidente americano Bush, che definiva quello statunitense e occidentale l’asse del Bene, tutore e rappresentante dei valori sacri della democrazia e del diritto, uniti alla deresponsabilizzazione che sempre avviene negli eserciti, contribuirono certamente a offrire una legittimazione implicita a soldati opportunamente “caricati”, che favorì con grande probabilità il manifestarsi di una vergogna come quella di Abu Ghraib.

Ma è possibile far valere i risultati di Stanford in un’analisi sulla condizione psicologica di chi sperimenta sugli animali o è incaricato di condurre al macello o allevare gli animali destinati all’alimentazione dell’uomo? Si potrebbe obiettare che le dinamiche che scaturiscono in condizioni particolari nella relazione tra umani che impersonano il ruolo di guardie e prigionieri, data sopratutto la potenziale intercambiabilità delle posizioni, siano necessariamente più complesse di quelle che possono intercorrere tra umani e animali, e che l’eccezionalità della situazione in questione, o la consapevolezza della colpa e della penitenza dei detenuti in un carcere vero, possano giocare un ruolo significativo rispetto alla “normalità” dell’assoggettamento animale. E questo è certamente vero.
Ma la ricerca psicologica ha però altre volte evidenziato che tra la crudeltà sugli animali e quella sugli esseri umani esistono un forte legame e una radice comune. Progetti di ricerca condotti da Camilla Pagani presso l’Istituto di Psicologia del CNR hanno rilevato come ogni forma particolare di violenza su animali o su umani sia riconducibile ad uno stesso tipo di rapporto maladattivo e nevrotico con la realtà, che esse si moltiplichino in un contesto sociale caratterizzato da dinamiche competitive e dall’esistenza di strutture di potere al suo interno, in cui la violenza gratuita si esprime come modalità di affermazione di un gruppo sociale o di un individuo su quelli che si trovano più in basso nella scala gerarchica. Sulla base di questi studi, Pagani ha affermato la necessità di non giustificare mai nei bambini la violenza nei confronti sugli animali, perché  tale accondiscendenza corrisponde ad un insegnamento di impunità rispetto all’arbitrio esercitato su chiunque, umano o non umano che sia, si trovi in una condizione, anche momentanea, di debolezza. E in molti studi nei quali si è analizzata la maggiore o minore propensione all’esercizio della crudeltà su insetti e animali domestici da parte dei bambini [1] si è dimostrato come effettivamente l’assenza di una pronta riprovazione rispetto a queste manifestazioni da parte degli adulti favorisca l’insorgere successivo di atteggiamenti prevaricatori anche nei confronti degli esseri umani, a partire da un maggior numero di episodi di bullismo fino a vere e proprie azioni criminali.
In più la “deumanizzazione”, ovvero il categorizzare un altro individuo o gruppo sociale come essere inferiore, è riconosciuta come uno dei fattori chiave che determinano un immediato cedimento degli standard morali, che consente alla crudeltà di esplodere senza freno e senza un residuo di senso di colpa. Essa è il principale degli elementi psicologici dinamici che, come Zimbardo sottolinea, entrano in gioco come disposizioni situazionali.
Non a caso i nazisti raffiguravano gli ebrei come topi di fogna, gli hutu chiamavano i tutsi scarafaggi. Giorni fa è stato divulgato un video girato ad aprile, nel quale si vede un dissidente siriano che viene sepolto vivo: alle sue preghiere, urlate, nella disperazione di quello che gli sta accadendo, i suoi aguzzini rispondono, gridando sempre di più a coprirne la voce, la frase “sei solo un cane, sei solo un cane!”. Il processo della deumanizzazione sembra rafforzarsi in contrasto alla crudeltà dell’atto, così da tenere sopito fino all’ultimo il senso morale. In questo caso è particolarmente evidente anche come l’esistenza della “zona franca” in cui sono stati spinti gli animali la cui vita è senza valore sia ciò che consente di relegare tra loro anche gli individui umani che devono momentaneamente essere privati nella considerazione morale, altrimenti riconosciuta da parte della società.
L’autoassoluzione viene mediata dall’obbedienza agli ordini e dalla razionalizzazione degli atti atroci che si stanno compiendo. Avere elevati standard morali è assolutamente compatibile con le condotte riprovevoli, grazie all’intervento di meccanismi psicologici che liberano dal senso di autocondanna e portano a quello che tecnicamente è definito dalla psicologia “disimpegno morale”.
Secondo lo psicologo sociale Bandura, il più potente degli aggiustamenti che consentono di agire in modo crudele, poi, è la rivisitazione degli stessi atti crudeli in chiave morale: il male fatto per il Bene fa scaturire un senso di profondo orgoglio in grado di annullare la naturale riprovazione.
Mi sembra che tutti questi meccanismi possano valere ampiamente nel valutare la condizione psicologica di sperimentatori e allevatori.

Come se non bastasse, Zimbardo aggiunge che la disponibilità ad abdicare ai propri principi morali non sarebbe direttamente proporzionale al valore attribuito allo scopo entro cui si inserisce un’azione che isolatamente si ritiene sbagliata. Gli studi compiuti dallo psicologo suggeriscono che l’ accettazione senza remore di essa, da parte della coscienza, sia molto più legata a fattori relativi all’autorevolezza della fonte da cui proviene la disposizione (ma anche la legittimazione tacita), piuttosto che all’entità e alle dimensioni dell’azione da compiere o compiuta (o anche omessa, perché studi analoghi, citati da Zimbardo ne “L’effetto Lucifero”, hanno riguardato la facilità con la quale si rinuncia a salvare la vita ad un individuo in pericolo se presi da contingenze anche futili). Questo suggerisce che gli esseri umani non siano tanto agenti razionali, quanto invece menti razionalizzanti a priori e a posteriori, a livello sociale e individuale, di azioni immorali che si incastrano all’interno di un quadro giustificatorio razionale e “giusto”. Si chiama dissonanza cognitiva, e definisce la dicrepanza che si apre tra il comportamento agito e le convinzioni che si hanno.

Gli esseri umani appaiono così privi di un’identità consolidata, che si percepisce più stabile di quella che è per una serie di fattori tra cui una sorta di ottimismo illusorio (anch’esso più volte sottoposto all’analisi della psicologia) che porta a credersi più liberi e più moralmente consapevoli di quel che si è in realtà, cosa che induce ad avere in qualche modo meno attenzione sul fatto che il proprio comportamento sia effettivamente morale. Più che un esercizio di libero arbitrio guidato dal faro di principi morali consolidati culturalmente e individualmente, l’agire della coscienza si rivela vulnerabile a condizionamenti esterni anche inediti e improvvisi, che lo influenzano in modo profondo e imprevedibile.

Che sia più utile allora iniziare a prenderne atto, e provare ad attuare a livello sociale e politico meccanismi di difesa nei confronti dell’esplodere di una brutalità troppo umana, sempre in agguato, piuttosto che limitarsi a celebrare le annuali giornate del ricordo delle discriminazioni e degli eccidi, sfoggiando la faccia dell’indignazione e dello sconcerto di rito, ma permettendo intanto all’eterno olocausto delle silenziose vittime animali di agire indisturbato?
Delegittimare la forza di ideologie totalizzanti, siano esse identitarie, progressiste, religiose o scientiste, è il primo passo: l’ombra del Male, dice Zimbardo, si allunga ampiamente quanto è grande il Bene che si crede di perseguire. Compiere il Male, d’altro canto, non è incarnare un’entità astratta e diabolica da parte di umani differenti dai “cittadini normali” che noi tutti siamo, quanto interrompere il dialogo col vivente che ci circonda, oggettivarlo, deumanizzarlo appunto: fare il Male è banalmente e semplicemente fare male, infliggere patimento e sofferenza.
E’ riduttivo allora credere che i mattatoi e i laboratori di vivisezione delle nostre città, in cui la legittimazione dell’abuso dà spazio ad una violenza senza speranza, assomiglino soltanto, o simboleggino, gli olocausti umani: essi in realtà li covano e li rendono perennemente presenti. Come i rintocchi di una pendola nella giornata della storia dell’uomo, gli ingranaggi dello stesso meccanismo mortifero scattano sempre uguali a se stessi nella nostra mente e nella nostra realtà, all’ombra di una pretenziosa e autocelebrata, sfuggente, coscienza razionale e morale.


[1] Nella revisione del DSM-III (1987) (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dell’American Psychiatric Association e nella International Classification of Mental and Behavioural Disorders (ICD-10, 1996) della World Health Organization è stata inserita la crudeltà fisica nei riguardi degli animali tra i sintomi del disturbo della condotta. Questo disturbo che viene generalmente diagnosticato per la prima volta nell’infanzia o nell’adolescenza, è descritto come “un modello ripetitivo e persistente di comportamento in cui i diritti fondamentali degli altri o le principali norme o regole sociali appropriate ad una determinata età vengono violati”. La ricerca psicologica in questo campo è stata effettuata soprattutto nell’area anglosasson e gli Stati Uniti sono il paese in cui è stato realizzato di gran lunga il più grande numero di studi e dove più ampio è stato il dibattito su questi problemi non solo in ambiente accademico, ma anche in quello giudiziario, politico, sociale e scolastico.
La Federal Bureau of Investigation ha riconosciuto l’importanza di questa connessione già negli anni ’70, delineando i profili di alcuni serial killer. L’FBI ha scoperto che tutti i serial killer hanno un passato di violenze molto serie e ricorrenti ai danni degli animali. Inoltre, utilizza i verbali sui maltrattamenti agli animali per analizzare la potenziale minaccia data da sospetti criminali violenti o pregiudicati e quando si tratta di valutare il livello di rischio di una persona tenuta in ostaggio, uno dei fattori che prende in considerazione è se il rapitore ha una storia di violenze su animali.  (Fonte: Progetto Link Italia)

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Comments
12 Responses to “Arbitrio, detenzione, sadismo”
  1. Maria C. ha detto:

    Non mi convince, mi pare riduttivo. “Le ricerche psicologiche” sono tante e tante sono le interpretazioni (non si può parlare di “interpretazione della psicologia sociale”). Mi pare inoltre che ci siano delle inesattezze molto grosse relative all’esperimento di Zimbardo e anche su Milgram (soprattutto sulle conclusioni da trarre).
    Non voglio toccare tutto l’articolo, preferisco soffermarmi solo su alcuni punti.
    Partiamo dall’esperimento di Zimbardo: scopo della ricerca era capire se le cause della violenza sono disposizionali (dovute al soggetto) o contestuali. Parlare di una verifica dell’attitudine all’accettazione o attuazione di crudeltà mi pare un po’ eccessivo, è come sostenere che ogni persona è portata alla crudeltà. Piuttosto si cercava di capire se, quando e perché una “brava persona” diventa “cattiva”.
    Scopo dell’esperimento non era quindi quello di studiare le dinamiche di un contesto carcerario (per fare ciò sarebbe stato più appropriato recarsi in un carcere reale od utilizzare soggetti adulti piuttosto che ragazzi), piuttosto si è ricorsi alla simulazione di un contesto carcerario quale espediente sperimentale (a proposito, mi domando perché usi la parola “test” in modo così inappropriato!) per verificare l’ipotesi di partenza, perché consentiva di tenere sotto controllo alcuni elementi:
    – L’assoluta normalità dei partecipanti prima dell’esperimento
    – La creazione, attraverso svariate manipolazioni, di un contesto in cui possono verificarsi violenze.
    L’escalation di violenze non è causata propriamente dalle guardie che si fanno “prendere la mano”, bensì entrambi i gruppi sperimentali si immedesimano in un modo sorprendentemente veloce nel ruolo grazie a:
    – Manipolazioni pensate dai ricercatori (ad esempio gli occhiali a specchio sono stati scelti perché i prigionieri non potessero vedere gli occhi delle guardie né capire le loro emozioni; i prigionieri vennero realmente arrestati, rasati, costretti ad una doccia e trattamento antipidocchi, eccetera…)
    – Conoscenze pregresse (consapevoli o meno) sui ruoli di prigioniero e guardia
    L’avvio dell’escalation di violenze avviene a causa dei prigionieri, dopo solo 24 ore di esperimento: per tutto il primo giorno non succede nulla, le guardie, ancora disorientate, non fanno niente se non “la conta” (chiamano di tanto in tanto i prigionieri e gli chiedono quale è il loro numero). Il secondo giorno, tuttavia, i prigionieri organizzano una violenta rivolta che risulta inaspettata ed ingiustificata. Per qualche ora le guardie non sanno cosa fare, chiamano rinforzi e poi cominciano le punizioni (inizialmente flessioni, poi aggiungono la conta notturna, impediscono l’utilizzo del bagno eccetera). Addirittura abusi sessuali e sevizie fisiche? Senza nulla togliere alla gravità del dover defecare in un secchio, non ci furono abusi sessuali né sevizie fisiche.
    Dici poi che gli studiosi hanno interrotto “la prova” prima che i detenuti subissero danni psicologici: questo non è assolutamente vero, quando l’esperimento è stato interrotto c’erano già gravi danni (depressione, depersonalizzazione, pianti isterici, passività, deumanizzazione…). Difatti non è nemmeno vero che l’esperimento è stato ripetuto in altri contesti: episodio troppo grave e non ripetibile, che anzi ha fornito importanti spunti di riflessione sull’etica della ricerca. Una cosa del genere oggi non sarebbe fattibile. Negli anni successivi ci sono stati accesi dibattiti e simulazioni con software (tra le varie conclusioni: se le guardie fossero state più severe ed autoritarie fin dall’inizio, non ci sarebbero state rivolte e la situazione non sarebbe quindi degenerata).
    Per quanto riguarda Milgram: anche qui non si parla di “test” bensì di esperimento in laboratorio (ma tralasciamo questa “sottigliezza”), il campione sperimentale era costituito da uomini tra i 20 e i 50 anni (non studenti universitari) che interagivano con lo sperimentatore e dovevano infliggere scosse elettriche ad un terzo soggetto. Ora, a parte che parlare di “interpretazione della psicologia sociale” mi fa un po’ sorridere (le interpretazioni possono essere anche molteplici…!), devo dissociarmi da ciò che riporti. Lo studio era finalizzato ad indagare la tendenza all’obbedienza all’autorità, una autorità che è ritenuta legittima (i risultati infatti cambiano se non è così) e che si assume le responsabilità delle conseguenze.
    Siamo quindi in una condizione già molto diversa rispetto a quella di Zimbardo: qui c’è un’autorità legittima (lo sperimentatore) che si assume esplicitamente le responsabilità delle azioni del soggetto prima che questi agisca.
    Comunque, il risultato è che tendiamo ad obbedire ad un’autorità se questa ci pare legittima e se si assume le responsabilità delle nostre azioni. Su questo sì, ci sono state molte repliche volte ad individuare le variabili situazionali che influiscono:
    – Distanza emotiva dalla vittima -> c’è maggiore obbedienza se non si vede e non si sente l’effetto provocato. Allo stesso modo, quando la persona vede e sente l’effetto, riduce l’obbedienza (questo lascia molto spazio alla sensibilizzazione e alla possibilità di comportamenti alternativi)
    – Vicinanza dell’autorità -> la presenza fisica dell’autorità aumenta l’obbedienza, la sua distanza (es. ordini impartiti per telefono) la riduce
    – Legittimità dell’autorità -> in alcune repliche lo sperimentatore usciva con una scusa e chiedeva ad un collaboratore di prendere il suo posto. L’obbedienza si riduce.
    – Influenza dell’autorità istituzionale -> molti soggetti dichiararono di aver obbedito per via del prestigio dell’università di Yale (in cui si svolse il primo esperimento). Repliche in università sconosciute mostrano un calo sensibile dell’obbedienza.
    – Effetto del gruppo -> replica in cui vi sono altri soggetti (in realtà complici) che, al posto di infliggere scosse, si ribellano: la quasi totalità dei soggetti sperimentali si ribella.
    Mi paiono quindi riduttive e troppo deterministiche le tue conclusioni, anche perché non tieni conto di una cosa fondamentale: l’influenza delle variabili culturali. Ovvero: perché siamo realmente così portati ad obbedire? Perché nella nostra cultura l’obbedienza all’autorità legittima e responsabile viene inculcata fin dalla nascita: bisogna obbedire ai genitori, poi agli insegnanti, poi agli educatori, poi al capo, eccetera. Inoltre le variabili culturali sono in continua evoluzione ed il loro effetto è relativo: cosa succede se sottoponiamo una persona che è a conoscenza di tutte queste cose all’esperimento di Milgram? Una persona che è consapevole che obbedire all’autorità può essere gravemente sbagliato, obbedirà comunque e senza porsi domande? Ovviamente no. Anche per questo mi fa un po’ ridere leggere che ci sono state molte ricerche dettagliate e che c’è una sorta di soluzione univoca e immodificabile. Peculiarità delle conoscenze psicologiche è che queste cambiano la realtà, entrano nel contesto sociale e nella vita delle persone e le cambiano (anche se non vengono ben comprese!), per cui non si può dare una risposta unica, uguale per tutti, ed immodificabile nel tempo.
    Ultimo appunto: secondo la teoria della dissonanza cognitiva proviamo disagio nel momento in cui mettiamo in atto comportamenti dissonanti con i nostri atteggiamenti. Una delle strategie per ristabilire coerenza è la razionalizzazione (ma ce ne sono altre). È una teoria che, tuttavia, ha i suoi limiti: presuppone che non siamo in grado di tollerare incoerenze…ma siamo proprio sicuri che sia così? Ne dubito fortemente: ci sono situazioni in cui siamo consapevoli delle nostre incoerenze e non facciamo nulla per “riparare”. Quante persone conosci che dicono che la sperimentazione animale è sbagliata, eppure utilizzano prodotti testati? Perché non modificano il loro comportamento né il loro atteggiamento? Perché accettano la propria incoerenza.

    • stopthatrain ha detto:

      Maria, grazie delle tue osservazioni. Rispondo punto per punto alle tue obiezioni che però non toccano il senso di quello che ho cercato di dire. Questo articolo non ha la pretesa, e mi sembra sia chiaro, di essere un articolo scientifico (faccio la giornalista, non la psicologa!) ma è piuttosto una proposta di interpretazione di alcuni dati oggettivi, i maltrattamenti animali nei luoghi in cui essi sono oggetto di qualche processo produttivo, nell’ottica di rilevanti esperimenti di psicologia sociale. Anzi mi piacerebbe molto che in seguito qualcuno con strumenti tecnici maggiori dei miei potesse approfondire la plausiblità di questa lettura in modo più dettagliato.

      M: Non mi convince, mi pare riduttivo. “Le ricerche psicologiche” sono tante e tante sono le interpretazioni (non si può parlare di “interpretazione della psicologia sociale”).

      L: Scusa ma mi pare ovvio che se parlo di interpretazione della psicologia sociale non mi riferisco all’opinione della totalità degli psicologi, ma a posizioni accreditate all’interno di essa. Ti risulta che sopratutto all’interno delle scienze umane, necessariamente inesatte, ci sia qualcosa su cui tutti parlano in coro?

      M: Mi pare inoltre che ci siano delle inesattezze molto grosse relative all’esperimento di Zimbardo e anche su Milgram (soprattutto sulle conclusioni da trarre).
      Non voglio toccare tutto l’articolo, preferisco soffermarmi solo su alcuni punti.
      Partiamo dall’esperimento di Zimbardo: scopo della ricerca era capire se le cause della violenza sono disposizionali (dovute al soggetto) o contestuali. Parlare di una verifica dell’attitudine all’accettazione o attuazione di crudeltà mi pare un po’ eccessivo, è come sostenere che ogni persona è portata alla crudeltà. Piuttosto si cercava di capire se, quando e perché una “brava persona” diventa “cattiva”.

      L: Non ti capisco, per te esistono “le brave persone” e i “cattivi”? Nei suoi testi Zimbardo tende ad universalizzare le conclusioni cui arriva, proprio perché ritiene che le semplificazioni binarie e la tendenza a considerarsi migliori di quel che si è, siano ciò che favorisce nei contesti adatti l’emergere della crudeltà IN TUTTI. E’ tanto vero questo che sia Zimbardo che Piero Bocchiaro, nel libro “La psicologia del male” in cui racconta Stanford, Milgram e altri due esperimenti analoghi, dedicano spazio ad analizzare cosa distingua i pochissimi, gli “eroi” come li chiamano talvolta, che fanno valere in ogni caso il proprio codice morale.

      M: Scopo dell’esperimento non era quindi quello di studiare le dinamiche di un contesto carcerario (per fare ciò sarebbe stato più appropriato recarsi in un carcere reale od utilizzare soggetti adulti piuttosto che ragazzi), piuttosto si è ricorsi alla simulazione di un contesto carcerario quale espediente sperimentale (a proposito, mi domando perché usi la parola “test” in modo così inappropriato!)

      L: come ti dicevo, perché non questo non è un articolo scientifico e i termini mi continuano ad apparire perfettamente intercambiabili.

      M: per verificare l’ipotesi di partenza, perché consentiva di tenere sotto controllo alcuni elementi:
      – L’assoluta normalità dei partecipanti prima dell’esperimento
      – La creazione, attraverso svariate manipolazioni, di un contesto in cui possono verificarsi violenze.
      L’escalation di violenze non è causata propriamente dalle guardie che si fanno “prendere la mano”, bensì entrambi i gruppi sperimentali si immedesimano in un modo sorprendentemente veloce nel ruolo grazie a:
      – Manipolazioni pensate dai ricercatori (ad esempio gli occhiali a specchio sono stati scelti perché i prigionieri non potessero vedere gli occhi delle guardie né capire le loro emozioni; i prigionieri vennero realmente arrestati, rasati, costretti ad una doccia e trattamento antipidocchi, eccetera…)
      – Conoscenze pregresse (consapevoli o meno) sui ruoli di prigioniero e guardia
      L’avvio dell’escalation di violenze avviene a causa dei prigionieri, dopo solo 24 ore di esperimento: per tutto il primo giorno non succede nulla, le guardie, ancora disorientate, non fanno niente se non “la conta” (chiamano di tanto in tanto i prigionieri e gli chiedono quale è il loro numero). Il secondo giorno, tuttavia, i prigionieri organizzano una violenta rivolta che risulta inaspettata ed ingiustificata. Per qualche ora le guardie non sanno cosa fare, chiamano rinforzi e poi cominciano le punizioni (inizialmente flessioni, poi aggiungono la conta notturna, impediscono l’utilizzo del bagno eccetera). Addirittura abusi sessuali e sevizie fisiche? Senza nulla togliere alla gravità del dover defecare in un secchio, non ci furono abusi sessuali né sevizie fisiche.

      L: Forse umiliazioni sessuali è più corretto, ne parla esplicitamente Zimbardo. E i getti gelidi con gli idranti, il digiuno e le vessazioni psicologiche penso possano chiamarsi “sevizie”.

      M: Dici poi che gli studiosi hanno interrotto “la prova” prima che i detenuti subissero danni psicologici: questo non è assolutamente vero, quando l’esperimento è stato interrotto c’erano già gravi danni (depressione, depersonalizzazione, pianti isterici, passività, deumanizzazione…).

      L: Una settimana dopo, racconta Zimbardo, le condizioni psicologiche di tutti tornarono identiche a quelle precedenti l’esperimento.

      M: Difatti non è nemmeno vero che l’esperimento è stato ripetuto in altri contesti: episodio troppo grave e non ripetibile, che anzi ha fornito importanti spunti di riflessione sull’etica della ricerca. Una cosa del genere oggi non sarebbe fattibile. Negli anni successivi ci sono stati accesi dibattiti e simulazioni con software (tra le varie conclusioni: se le guardie fossero state più severe ed autoritarie fin dall’inizio, non ci sarebbero state rivolte e la situazione non sarebbe quindi degenerata).

      L: E’ vero, non è stato ripetuto un esperimento con le stesse modalità, ma Zimbardo nel libro di cui sopra fa riferimento a prove (ti piace “prove”?) in cui emerse la forza delle variabili situazionali che agirono a Stanford. Se ne parla anche ne “La psicologia del male” di Piero Bocchiaro.

      M: Per quanto riguarda Milgram: anche qui non si parla di “test” bensì di esperimento in laboratorio (ma tralasciamo questa “sottigliezza”), il campione sperimentale era costituito da uomini tra i 20 e i 50 anni (non studenti universitari) che interagivano con lo sperimentatore e dovevano infliggere scosse elettriche ad un terzo soggetto. Ora, a parte che parlare di “interpretazione della psicologia sociale” mi fa un po’ sorridere (le interpretazioni possono essere anche molteplici…!), devo dissociarmi da ciò che riporti.

      L: sono contenta per te della tua ilarità e su questo ti ho risposto.

      M: Lo studio era finalizzato ad indagare la tendenza all’obbedienza all’autorità, una autorità che è ritenuta legittima (i risultati infatti cambiano se non è così) e che si assume le responsabilità delle conseguenze.
      Siamo quindi in una condizione già molto diversa rispetto a quella di Zimbardo: qui c’è un’autorità legittima (lo sperimentatore) che si assume esplicitamente le responsabilità delle azioni del soggetto prima che questi agisca.
      Comunque, il risultato è che tendiamo ad obbedire ad un’autorità se questa ci pare legittima e se si assume le responsabilità delle nostre azioni.

      L: è esattamente quello che ho scritto nell’articolo. La deresponsabilizzazione svincola l’azione dalle nostre pur consolidate convinzioni morali, che vengono messe da parte. Essa, l’azione, fa in seguito riferimento a un “bene essenzializzato”, che può essere contenuto nella decisione autorevole di chi ne sa più di noi o essere uno scopo elevato per il quale vale anche il sacrificio di esseri viventi che altrimenti ci apparirebbe ripugnante.

      M: Su questo sì, ci sono state molte repliche volte ad individuare le variabili situazionali che influiscono:
      – Distanza emotiva dalla vittima -> c’è maggiore obbedienza se non si vede e non si sente l’effetto provocato. Allo stesso modo, quando la persona vede e sente l’effetto, riduce l’obbedienza (questo lascia molto spazio alla sensibilizzazione e alla possibilità di comportamenti alternativi)

      L: mi fai venire in mente che, guarda caso, gli sperimentatori tagliano le corde vocali agli animali su cui sperimentano per non sentirne le grida di dolore e dunque aumentare la distanza emotiva da essi e neutralizzare l’empatia.

      M: – Vicinanza dell’autorità -> la presenza fisica dell’autorità aumenta l’obbedienza, la sua distanza (es. ordini impartiti per telefono) la riduce
      – Legittimità dell’autorità -> in alcune repliche lo sperimentatore usciva con una scusa e chiedeva ad un collaboratore di prendere il suo posto. L’obbedienza si riduce.
      – Influenza dell’autorità istituzionale -> molti soggetti dichiararono di aver obbedito per via del prestigio dell’università di Yale (in cui si svolse il primo esperimento). Repliche in università sconosciute mostrano un calo sensibile dell’obbedienza.
      – Effetto del gruppo -> replica in cui vi sono altri soggetti (in realtà complici) che, al posto di infliggere scosse, si ribellano: la quasi totalità dei soggetti sperimentali si ribella.
      Mi paiono quindi riduttive e troppo deterministiche le tue conclusioni, anche perché non tieni conto di una cosa fondamentale: l’influenza delle variabili culturali. Ovvero: perché siamo realmente così portati ad obbedire? Perché nella nostra cultura l’obbedienza all’autorità legittima e responsabile viene inculcata fin dalla nascita: bisogna obbedire ai genitori, poi agli insegnanti, poi agli educatori, poi al capo, eccetera.
      Inoltre le variabili culturali sono in continua evoluzione ed il loro effetto è relativo: cosa succede se sottoponiamo una persona che è a conoscenza di tutte queste cose all’esperimento di Milgram? Una persona che è consapevole che obbedire all’autorità può essere gravemente sbagliato, obbedirà comunque e senza porsi domande? Ovviamente no. Anche per questo mi fa un po’ ridere leggere che ci sono state molte ricerche dettagliate e che c’è una sorta di soluzione univoca e immodificabile.

      L: E chi l’ha detto? Io non ho parlato di soluzioni ma piuttosto del fatto che sulla base dei risultati di un’ampia sperimentazione sarebbe utile a mio parere un’educazione che servisse a riconoscere questi meccanismi che, a causa di molteplici variabili agenti frequentemente nei contesti sociali umani, condizionano pericolosamente l’agire.

      M: Peculiarità delle conoscenze psicologiche è che queste cambiano la realtà, entrano nel contesto sociale e nella vita delle persone e le cambiano (anche se non vengono ben comprese!), per cui non si può dare una risposta unica, uguale per tutti, ed immodificabile nel tempo.
      Ultimo appunto: secondo la teoria della dissonanza cognitiva proviamo disagio nel momento in cui mettiamo in atto comportamenti dissonanti con i nostri atteggiamenti. Una delle strategie per ristabilire coerenza è la razionalizzazione (ma ce ne sono altre). È una teoria che, tuttavia, ha i suoi limiti: presuppone che non siamo in grado di tollerare incoerenze…ma siamo proprio sicuri che sia così? Ne dubito fortemente: ci sono situazioni in cui siamo consapevoli delle nostre incoerenze e non facciamo nulla per “riparare”. Quante persone conosci che dicono che la sperimentazione animale è sbagliata, eppure utilizzano prodotti testati? Perché non modificano il loro comportamento né il loro atteggiamento? Perché accettano la propria incoerenza.

      L: Beh posso dirti la mia opinione sulla dissonanza cognitiva ma dato che non sono una psicologa non mi pare così rilevante. In realtà credo che effettivamente si tenda a riassorbire le proprie incoerenze ed è il motivo per cui da vegani si incontrano persone onnivore cui anche non si rivolge alcuna critica ma che tendono a giustificare la propria scelta come inevitabile e al contempo ad affermare il proprio rispetto per gli animali e dispiacere per la sorte che li porta ad essere “necessariamente” sacrificati per l’alimentazione umana. E questo direi che conferma ciò che sostengo nell’articolo. L’esempio dei prodotti testati poi mi sembra molto poco calzante: credi che se tutti coloro che sono contro gli esperimenti sugli animali e sanno riconoscere i prodotti li evitassero, la sperimentazione animale cesserebbe d’incanto? Sai bene, e lo sanno tutti, che le multinazionali vendono prodotti molti diversificati e spesso si finanzia la ricerca su animali anche comprando prodotti non testati. (Vedi L’Oreal che ha acquistato il marchio cruelty free Body Shop). C’è qualcuno che siccome è contro la guerra valuta di non pagare le tasse perché parte dei suoi soldi saranno usati in armamenti? L’irrisorietà della propria scelta rispetto alla soluzione reale del problema, quando non si voglia solo conformarsi ad uno stile vita per senso di appartenenza, immagino giochi un ruolo significativo.

  2. sdrammaturgo ha detto:

    Aspettavo impazientemente questo articolo, e l’attesa è stata ampiamente ripagata.
    Brava, Leonò. Ti sei meritata il Chinotto Neri.

  3. marcomaurizi74 ha detto:

    ottimo articolo. Bravissima Leonora! Fa anche giustizia di quanto Bauman in “Modernità e Olocausto” non è riuscito a vedere citando i tuoi stessi esperimenti.

    • stopthatrain ha detto:

      Grazie! Io sono rimasta molto colpita dal fatto che Zimbardo, pur descrivendo le situazione degli umani in casi limite con caratteristiche tipiche della condizione perenne degli altri animali, a loro non faccia mai cenno. Per lui la deumanizzazione è una pacifica riduzione dell’uomo ad “animale o cosa”.

  4. derridiilgambo ha detto:

    Mi permetto anche io, come Maria, alcune critiche.
    Innanzitutto trovo la psicologia sociale – al contrario di Maria, immagino – una forma, a monte, di disclipinamento. Quello che si racconta attraverso di essa, ma ci metto la psicologia in toto, senza remore, è una struttura dell’uomo che non c’è ma si vuole imporre. Insomma, gli enunciati della psicologia – ora non ho il tempo, ma non è difficile dimostrarlo prendendone nel mucchio, o secondo una gerarchia d’importanza – non sono descrittivi ma performativi. Come tutte le discipline che “parlano” della “natura umana”, la psicologia dà fondamento a questa o quella natura che si vuole imporre all’uomo, raccontando la favola per cui i fondamenti posti, in realtà sarebbero stati “rinvenuti” (scientificamente, razionalmente, ecc…). Anche in forma “negativa” (es l’uomo è cattivo ma dobbiamo farlo diventare buono il più possibile).
    La psicologia pretende delle invariani astoriche che non esistono. Esistono delle tendenze storicamente e socialmente determinate che tendono a prevalere su altre, ma sono, per loro natura, modificabili, anzi sempre in “modificazione”. In questo senso accostare Goffman alla psicologia è profondamente “ingrato”, dato che quello che lui fa è esattamente esplorare contesti storico-sociali derminati con nessuna pretesa di naturalismo: tanto che egli stesso usa precisare sempre la collocazione della variante “osservatore”, avvisando dei propri “valori” di riferimento, della propria collocazione sociale ecc…
    Studi e lettini degli psicologi sono luoghi di “scrittura” della natura umana, così come lo è il DSM. Non c’è nessun “oggetto”, da afferrare.
    La storia e la “situazione sociale” sono delle invarianti, allora? Sì, ma a patto di non fare della storia uno storicismo e della società una iper-determinante che impone a tutti i “soci” un’identità monolitica.
    Sia la storia che la società (la storicità e la socialità) vanno concepiti a partire da un’assenza di fondamento, in modo tale da impedire alla storia di diventare una sequenza necessitata, ma di lasciarla essere all’evenemenzialità dell’ignoto, in cui lo stesso passato viene rigiocato continuamente, in una reinterpretazione infinita. E in modo tale di rimette la società a quell’assenza di fondamento che è l’abissale essere-con che permette ogni configurazione sociale, impedendo però ad essa di chiudersi (mi permetto di rinviarvi al mio articolo su queste stesse pagine, in cui discuto più diffusamente la questione: https://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/02/interludio/).

    Da questa ottica forse è più facile comprendere perché gli esseri umani del capitalismo post-fordista sono tanto “asserviti” all’idea di male minore (perché sono investiti a pieno dalle determinazioni ontologiche leibniziane, fra cui la sua teodicea); e tanto capaci di dimostrarsi eticamente schifosi in esperimenti “scientifici”: perché appena dici “scienza”, gli occidentali (post)moderni perdono il controllo delle loro funzioni cerebrali e cominciano a prostrarsi al clero di questa neo-divinità. Se mille anni fa avessi detto Dio, avrebbe fatto lo stesso effetto.

    Io penso che sia per questo, che negli “esperimenti sociali”, gli umani portano a parossismo le indicazioni dei ricercatori, immettendovi uno zelo che mostra l’idolatria per tutto ciò che si autodefinisce scienza. Quindi fra il nazismo e lo specismo, nelle loro forma “normali” ed “eccessive”, e questa roba, non c’è nesso. Se non diverse forme di idolatria per la “scienza” (non è un caso che sia il nazismo che lo specismo non facciano che invocarla)

    • stopthatrain ha detto:

      Grazie per le tue osservazioni molto interessanti. Condivido con te molta poca simpatia e grande scetticismo nella capacità di discipline come psicologia e psichiatria di descrivere in modo oggettivo qualcosa di universalmente presente nella natura dell’uomo. Non sono neanche certa che questo qualcosa da scoprire esista, anche fuori da tutte le variabili storiche e culturali che entrano necessariamente in gioco nelle loro analisi ed esperimenti.
      Penso però che l’universalizzazione che tende a dare Zimbardo dei risultati emersi da Stanford sia molto funzionale a svelare meccanismi che effettivamente agiscono nella psiche quanto meno dell’uomo contemporaneo, e che hanno funzionato parimenti nella storia dell’occidente, a prescindere dalla loro effettiva corrispondenza con qualcosa da definirsi come autenticamente umano. Il caso di Abu Ghraib fu davvero paradigmatico.
      Il mio obiettivo qua, allora, era utilizzare queste argomentazioni in modo strumentale e relativo, tentando di individuare una contraddizione tra le modalità di azione, e di potere, del sistema scientifico e un’etica che almeno formalmente è presa comunque a fondamento. Sia i protocolli della vivisezione che i dettami della cultura cattolica (entro cui, converrai con me, si inserisce il nostro vigente sistema di valori) legittimano il dominio e lo sfruttamento degli animali da parte dell’uomo ma condannano le violenze gratuite nei loro confronti. Che succede se scopriamo che la reificazione e lo sfruttamento implicano le sevizie supplementari, perché il fatto stesso di essere legittimati a trattare soggetti viventi come cose induce a replicare materialmente quella violenza entro cui l’azione si inquadra teoricamente? E se il dominio che è costituito dall’allevamento e dalla sperimentazione animale, per poter essere agito, avesse bisogno di una continua azione svilente dell’animale ridotto a materia, per poter essere accettato da quell’animale uomo che altrimenti se ne chiamerebbe fuori?
      Mi sembra che l’emergere di una contraddizione del genere, se effettivamente plausibile, sarebbe molto funzionale a scardinare il sistema dello sfruttamento.
      Una contraddizione che mi sembra in qualche modo analoga sta emergendo dalle scoperte dell’etologia cognitiva e delle branche analoghe di studio sugli animali. Con la vivisezione scopriamo l’autocoscienza animale (è di ieri la notizia della scoperta dei neuroni che la costituirebbe nell’uomo nel cervello dei macachi) che scardina il cartesianesimo sotteso alla possibilità etica della sperimentazione animale! Tolto quello la vivisezione si svela nella pura brutalità che è: siamo pronti a reggere il colpo?
      Poi, l’idolatria scientista che tu dici possa aver funzionato nel corso degli esperimenti citati, non credi sia la stessa che muove la mano degli sperimentatori? Che li rende ciechi di fronte alla sofferenza e all’aberrazione di ciò che fanno? Io non parlo di specismo e della sua “normalità”, come tu obietti, ma di situazione particolari e circoscritte nello spazio come sono i laboratori di vivisezione, dove agisce il poco sacro fuoco della conoscenza razionalista.
      Sulla natura autoritaria dello scientismo spingerei, anzi, il discorso ancora più in là. Credo il suo potere sia ancora più pervasivo di quello che la religione aveva un tempo. Cioè prima era necessario conformarsi almeno esteriormente ai dettami derivanti dalla parola di Dio ma in cuor suo ciascuno era libero di dubitare e perciò di osservare la realtà esercitando la propria facoltà indipendente di giudizio. L’influenza del dogmatismo scientista è ben più subdola. Le “verità” scientifiche vengono presentate e fatte valere come assoluti derivanti da un’evidenza che si afferma essere dimostrabile sempre e da chiunque, anche quando tratta in realtà di semplificazioni autoritarie. Penso a temi bioetici. La morte cerebrale come indicatore di morte, quando il cuore batte, è un’idea arbitraria, è un dubbio, una domanda, un mistero, che invece chiesa e istituzioni scientifiche propugnano come sicurezza accertata “dagli esperti”. Questo ha conseguenze sugli espianti da corpi che possiamo serenamente ipotizzare che siano ancora vivi. Se distaccarsi dalla verità del sistema un tempo era affermazione di libertà, il dubbio oggi tende ad essere fatto passare per ignoranza o, paradossalmente, penso a quelli che a mio parere sono legittimi interrogativi sulla natura senziente o meno degli embrioni e delle piante, per affermazione di una fede codificata o meno.

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