Altre vie? Una risposta a “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale” di Leonardo Caffo

di Alberto Manganaro

Ho letto con interesse l’articolo “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale” pubblicato su questa rivista, ed in risposta vorrei porre qualche – spero utile – riflessione.

Il punto da cui vorrei partire è l’affermazione finale: il problema della sperimentazione non è scientifico, ma etico. Non credo che dire questo sia sbagliato, ma una posizione del genere mi suscita dei dubbi. Quello principale è legato al timore che essa implichi una concezione di “etica” assoluta, cioè slegata dal contesto socio-culturale in cui viviamo. Forse il termine più corretto è anti-storica (o meglio ancora, a-storica). Ciò che intendo è che, sia al fine di una riflessione puramente filosofica, sia al fine di una riflessione maggiormente orientata al progettare come agire nel concreto attuale, mi sembra sbagliato ragionare senza prima studiare e capire cosa sia oggi la scienza e come venga interpretata. Il rischio è quello di ragionare in modo del tutto astratto, senza considerare il mondo “vero” in cui ci muoviamo. Quello che credo è che un approccio in cui si dica cosa sia giusto e cosa non lo sia, dichiarando in anticipo che non ci interessa minimamente quale sia la realtà dei fatti, non mi pare ottimale. E, da un punto di vista più pragmatico, può implicare una cattiva comunicazione, che rischia di non essere compresa dai più.

In concreto, non credo che si possa fare un riflessione utile accantonando in partenza la domanda se la sperimentazione sia un passaggio fondamentale o meno nello sviluppo di nuovi farmaci. Credo che partire dalla certezza dell’una o dell’altra tesi abbia un ruolo non indifferente nello sviluppo della nostra idea di etica. Mi sembra interessante porre una domanda che esula dal discorso sulla sperimentazione, ma che può aiutare a comprendere ciò che intendo. Io, da vegano, sono convinto che mangiare animali non sia etico; ma questa mia convinzione può essere del tutto slegata dalla convinzione che senza carne ed altri derivati animali si possa vivere bene? Quest’ultima, da molti punti di vista, è una conoscenza di tipo scientifico, tanto è vero che nel dibattito sul tema gli strumenti principali arrivano per lo più da medici, nutrizionisti, associazioni di professionisti e così via. Ma mi chiedo appunto (e non in modo retorico), se sapessi di andare incontro a seri problemi di salute seguendo una dieta vegana, la considererei comunque una scelta etica? Io (e non intendo un soggetto astratto, voglio proprio dire io, la persona concreta che vive qui ed ora) sarei stato in grado di elaborare, o anche solo immaginare, un percorso per arrivare a dire che sia giusta ed auspicabile una scelta la quale mi porterebbe a seri problemi di salute e ad una morte probabile?

Tornando alla sperimentazione, la mia domanda è quindi se non sia pericoloso discutere di come sia sbagliato usare gli animali all’interno di pratiche scientifiche, senza studiare e capire quale sia davvero il ruolo di tali pratiche, di come vengano comunemente interpretate e valutate a livello sociale, e di quali siano le prospettive future delle loro possibili evoluzioni. Mi rendo conto di mischiare forse in modo confusionario un piano più speculativo (possiamo dire filosofico?) con uno più pragmatico (possiamo dire propagandistico?). Questo è forse dovuto al fatto che il mio dubbio principale verte sul timore che molti ragionamenti e riflessioni, anche importanti, spesso rischiano di basarsi su idee astratte e non sul mondo che davvero esiste. E, come conseguenza, da essi difficilmente si possono trarre indicazioni davvero utili per le attività concrete in favore degli animali – le quali, di contro, spesso sono intraprese in totale assenza di ragionamenti e prospettive filosofico-politiche antecedenti, restando dunque contingenti e prive di prospettiva.

In modo speculare a quanto scritto fino a qui, credo vadano poste delle osservazioni all’approccio che viene definito “Anti-Vivisezionismo Scientifico”. Infatti trovo quanto meno rischioso affrontare la questione della sperimentazione sul lato scientifico, intendendo la scienza come qualcosa di astratto e perfetto, avulso da quello che succede realmente nella società. Avere una idea di scienza come di una attività che, per sua stessa essenza, non è influenzata dai concetti di etica o di interesse (insomma, dalle “cose umane”) mi pare del tutto sbagliato. Quanto meno, un approccio come l’AVS andrebbe affiancato da un ragionamento approfondito su come la scienza si muove, e di quali siano i reali meccanismi con cui cambia e si evolve – in modo da avere prima di tutto ben chiaro se e come sia possibile intervenire sul suo corso per spingerla verso l’abbandono della sperimentazione animale.

La necessità di una riflessione più ampia sulla scienza mi pare importante anche perché molto spesso si mischiano, in modo a mio avviso caotico, molti piani che sono fondamentalmente diversi: si critica il solo utilizzo di animali o la critica è più ampia? Spesso il punto di partenza è la sperimentazione, ma appare in modo più o meno chiara una critica a tutto il sistema scientifico “ufficiale”, per poi accavallarsi alla critica di altri aspetti di natura più economico-politica (il potere e l’influenza delle multinazionali). Per questo potrebbe essere utile una riflessione oggettiva sulla scienza, che ci aiuti ad elaborare meglio cosa esattamente vogliamo criticare e sopratutto quale prospettiva abbiamo: come antispecisti che tipo di scienza ci immaginiamo, e quale ruolo dovrebbe avere nella società futura?

Da queste riflessioni, a dire il vero un po’ confuse e confusionarie, ne deriva che forse la mia idea è che una divisione come quella fra “Anti-Vivisezionismo Etico” e “Scientifico” non avrebbe motivo di essere discussa (né tanto meno incoraggiata). Al posto di tale dicotomia, immagino una posizione in cui l’etica abbia un ruolo fondamentale, ma sia supportata ed affiancata da una seria riflessione sulla scienza; e dall’altro lato, le attività anti-vivisezioniste di tipo scientifico siano mirate non tanto a definire la sperimentazione come “cattiva scienza”, quanto a mostrare come tale approccio abbia forti limiti e quindi sia concretamente (con gli strumenti attuali e con quelli che verranno sviluppati) sostituibile. Dunque, una situazione in cui etica e scienza siano complementari, e si sviluppino insieme partendo dal dato concreto della situazione reale, evitando di proporre soluzioni astratte – le quali, oltre ad essere difficilmente riconducibili alla complessità del mondo reale, portano a molti problemi nell’ambito della comunicazione.

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7 Responses to “Altre vie? Una risposta a “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale” di Leonardo Caffo”
  1. devetag ha detto:

    Sono abbastanza d’accordo. Secondo me il tuo paragone con il veganismo è calzante. Se noi antispecisti non fossimo certi di non andare incontro a morte precoce diventando vegani (e questa certezza ci deriva dalle nostre conoscenze scientifiche), credo che non teorizzeremmo il veganismo come scelta etica. Il parallelo con la sperimentazione animale sta nel fatto che se noi fossimo certi che interrompendo la sperimentazione verremmo falcidiati a milioni da malattie gravissime, la nostra propensione verso l’abolizione della sperimentazione animale sarebbe, credo, molto più traballante di quanto non sia nella realtà, seppur con molte differenze tra di noi. Non è invece per nulla traballante anche perché in cuor nostro “sappiamo” (pur se molti di noi non sono medici e scienziati) che esistono in alcuni casi metodi sostitutivi altrettanto efficaci, e che in altri casi l’inventiva di homo sapiens non tarderebbe a trovarne degli altri, altrettanto se non più efficaci. In altre parole, nel nostro “calcolo morale” in qualche modo entrano anche le considerazioni sulle nostre conoscenze scientifiche attuali e future, anche se magari non ne siamo nemmeno del tutto consapevoli. A questo punto, però, qualcuno che si focalizzi su di un’idea di morale astratta e assoluta potrebbe obiettare che io affermo questo solo perché nella parte delle vittime ci sono gli animali. Se al posto degli animali ci fossero dei neri, degli ebrei, degli umani “inferiori” non ci sarebbe metodo sostitutivo che tenga; l’imperativo morale di cessarne il loro uso per i nostri scopi di sopravvivenza sarebbe evidente a tutti noi e non solo a noi. Di conseguenza, direbbe l’assolutista morale, la nostra posizione deve essere intransigente “come se”, invece che batterci per gli animali, ci battessimo per la fine dell’uso di umani “inferiori” negli esperimenti, senza concessione alcuna a considerazioni su metodi alternativi, ecc. Però qui entra in gioco proprio il peso del contesto e della storia. L’imperativo morale può anche avere uguale forza nei due casi per noi antispecisti, ma così non è per la società nel suo complesso. Perché, piaccia o no, lo status quo è quello di utilizzare gli animali, non i neri, gli ebrei (perlomeno non più, per fortuna) o altre categorie di umani sfortunati. E lo status quo, sorretto da un’ideologia compiacente fatta da millenni di antropocentrismo, ha una sua intrinseca forza e inerzia difficilissima da scalzare. Di conseguenza, se usciamo dalla morale astratta e includiamo la storia, l’equivalenza tra caso reale (animali) e caso ipotetico (neri/ebrei/ecc.) secondo me non regge più. Ergo: è inopportuno e controproducente trattare il primo caso ESATTAMENTE come tratteremmo il secondo, cioè senza fare alcun riferimento alle nostre conoscenze scientifiche attuali e future, e al fatto che siamo abbastanza certi/e che esse potrebbero tranquillamente (tutt’al più con qualche rallentamento) portare a ottenere gli stessi risultati che oggi otteniamo grazie all’impiego di animali. Mi sa che ho fatto un discorso un po’ contorto per dire qualcosa di in fondo semplice, ma spero che almeno si sia capito 🙂

  2. derridiilgambo ha detto:

    Io credo che bisognerebbe apertamente ammettere che il blocco della sperimentazione animale possa essere catastrofica per la ricerca e per la salute umana.
    Uso il condizionale proprio perché non credo possa darsi una scienza “oggettiva”, per come oggi intendiamo questo strambo concetto.
    E che quindi non stiamo maneggiando un aut aut fra due possibilità secche.
    Non è solo la lettura di testi di epistemologia e la mia predilezione per una visione “occasionalista” e non “causale” (vi ricordate Malebranche? Ecco, però senza Dio. Oppure una versione “tragica” del placido Hume: che forse dà come risultato Nietzsche, non so) della realtà, ma proprio la lettura di testi scientifici “specialistici” (biologia, biologia evoluzionista, psicologia cognitiva, neurologia, neurobiologia: ok non sono proprio a mio agio con la matematica, ammetto il mio forte limite) e l’esperienza come “paziente”, diciamo così, di TANTE branche della medicina (purtroppo 🙂 ), a convincermi del fatto che, quantomeno al di fuori di alcune ramificazioni della fisica contemporanea, la scienza sia, oggettivamente, sempre “traballante”.
    Ammetto che l’esperienza individuale è scarsamente generalizzabile, ma ugualmente vi racconto una vicenda interessante (spero). Per un periodo non brevissimo della mia vita ho sofferto di calcolosi colecistica, una patologia stupida e diffusa quanto spiacevole. Benché i sintomi fossero cominciati dall’estate precendente nessun medico l’ha riconosciuta o intravista (l’ipotesi di colite spastica si sprecava ma non era la sola) fino alla diagnosi che avvenne il 25 dicembre del 2006, dopo pranzo natalizio esagerato (non ero manco vegan al tempo) e nientemeno che un intero (tutto) panettone divorato durante la tombola. La colica sta volta non si fermava, e corro al PS di Peschiera del Garda dove mi ricoverano. Due settimane non esattamente ricreative (non mangiai quasi niente, solo flebo) dal 25 dicembre al 6 gennaio (olé). Alla fine (non annoto qui gli iniziali “casini” diagnostici con rischio di un’operazione ancora in via sperimentale) mi dimettono con indicazione di colecistectomia nel giro di qualche mese e dieta ferrea (da fame): così, mi dissero, perché era necessario che la colecisti “sfiammasse” prima dell’operazione che, altrimenti sarebbe stata troppo rischiosa (confermato da un chirurgo di Milano che strapagai). Ovviamamente, preso da un sacco di altri problemi, come ogni umano, passato il disastro di avvertimento, quasi mi dimentico del problema e rinvio più volte l’operazione. Fino al secondo e definitivo disastro durante una gita a Pisa, dove mi ricoverano e operano d’urgenza (calcolosi del coledoco, ovvero rischio che i calcoli raggiungessero il pancreas, al che: patatrac, fine, morte in 95 casi su 100). Sapete che mi dicono, a Pisa? Che la colecisti va operata sùbito, altrimenti rischia di formare aderenze e “rendere l’operazione più complicata e rischiosa”, lo sanno tutti. Ah. Ok. A Pisa, dato il viaggio dei miei calcoli in metà del mio addome attraverso le vie biliari, mi lasciano un Tubo di Ker, sgradevole affare in plastica di una 30ina di cm che mi esce dalla pancia atto a convogliare possibili sassolini dispersi durante l’operazione (mi viene da pensare a un salvataggio in mare). Per un mese. Un mese, sicuri, vero? No, perché non è proprio simpatico e pret-a-portet. Stia tranquillo, un mese, un mese. Dopo quel mese durante il quale persi bile sempre dallo spazio fra il tubo e la pelle (non dal tubo stesso), fenomeno che i chirurghi di Pisa parevano non aver mai osservato, visita dal chirurgo (uno nuovo, con la mutua) al S Raffaele, e sopresa: guardi che il Tubo di Ker, a parte che non si usa più e non capisco come mai l’abbiano usato su di lei, ma non si toglie dopo un solo mese, senò 1 su 10 si verifica una perdita di bile che causa, non essendo i tessuti intorno al tubo sufficientemente inspessiti, un’ustione chimica di una certa gravità. Ah. Ma a Pisa mi han detto che… No, guardi, è così. va tenunto 3 mesi, e poi si può togliere in sicurezza. Ah. Al che, sulla base di una condizione emotiva contingente, non dovuta al Ker, non simpatica (depressione) mi trovo davanti a un bell’aut-aut: scelgo di far peggiorare la depressione in un atto unico (ustione chimica interna) o “spalmandola” con calma (altri due mesi di Ker)? Non sto a tediarvi col seguito penoso e strappalacrime della storia, vi dico solo che altri due mesi di Ker non mi fecero benissimo. Ma non è una cosa terribile, un tubino dalla pancia, direte. No, per chi non sta soffrendo di depressione con tratti di fobia sociale (roba, la seconda, che non mi appartiene affatto, quindi tanto più fastidiosa).
    Ma, ricapitolando:
    1) la colecisti non si opera subito senò è pericoloso (PdG/Milano). La colecisti si opera subito senò è pericoloso (Pisa).
    2) il Ker si tiene un mese, dopo non c’è pericolo (ribadito al telefono dopo visita con chirurgo: però faccia come preferisce. Pisa). Il Ker si tiene tre mesi, che c’è pericolo che… (S Raffaele).
    Ora questo è un esempio stupido che potrebbe essere ricondotto a qualche forma di malasanità (ma da parte di chi? Ho pensato a organizzare un convegno internazionale sulla colecistectomia, ma nessuno mi ha dato finanziamenti: dicevano che è come farlo sull’appendicite o le tonsille: anzi le tonsille avrebbero richiamato più pubblico). Temo però sarebbe tanto semplice quanto consolatorio. Purtroppo (per me) questo è un caso esemplare ma non il peggiore, di discordanze nelle pratiche mediche fra diverse comunità. Comunità mediche che a volte corrispondono a un ospedale, a volte trasversalmente a un “certo sapere” (intendo un sapere riguardo a un oggetto alquanto ristretto come la colecisti 🙂 ), a volte al singolo. Non credo che abbiate idea di quanta “discordanza” esista per esempio in psichiatria: diciamo che esiste una gerarchia, della discordanza, sia in psichiatria che nell’ambito clinico del comportamentismo e del cognitivismo (lascio fuori il resto, a partire dalla psicanalisi, ché, come immaginerete, senò non se ne esce vivi). A un primo livello, la discordanza è fra scuole (organicisti contro psicodinamicisti in senso ampio o lato, riduzionisti contro olisti ecc…), e questo lo si sa abbastanza, anche solo dopo tanto Maurizio Costanzo Show. A un secondo livello, fra istituti. Anche se entrambi sfrenatamente organicisti, non troverete fra due ospedali protocolli clinici non dico identici, ma simili. Se li trovate, nell’ipotesi fantascientifica che li troviate, le pratiche non corrisponderanno a quei protocolli. A un terzo livello, il più importante, non troverete MAI due psichiatri che riguardo alle MEDESIME questioni vi danno le stesse risposte, neanche all’interno dello stesso ospedale, neanche se vedete il primo al mattino e il secondo al pomeriggio. Lo so, sto chiedendo un po’ un atto di fede, perché non sto presentando casi o dati verificabili. Non lo faccio perché non li ho, ma perché vi ho già raccontato abbastanza dei cavoli miei – se non vi fidate, contattatemi in pvt ;-). Comunque, giurarvelo posso giurarvelo (e poi, tutta la nostra vita è un giurare il vero): se non avessi avuto alle spalle studi di epistemologia e più in generale di filosofia, la psichiatria mi avrebbe letteralmente fatto “dare di matto”. Ma potete provarci anche voi, a darci di matto, leggendovi un libro di psicologia clinica cognitiva dove l'”argomentazione” procede di solito in questo modo: “Tizio, su un campione di 30 pazienti ha dimostrato che (metti) la memoria, nei pazienti affetti da (metti) depressione cronica ricorrente, risulta deficitaria per i compiti x e y; d’altra parte, Caio, su un campione di 45, pazienti con follow up di 3 mesi, ha dimostrato il contrario: non ci sono deficit, anzi rispetto ai compiti y i depressi sembrano comportarsi meglio dei soggetti di controllo. Bisogna però segnalare che Sempronio, in un trial su 64 pazienti con follow up di 4 mesi, non ha raccolto dati significativi né in una direzione ne nell’altra. Noi, dato il metodo più completo usato nelle sua ricerca (tradotto: quello che usiamo anche noi; quello che ci piace di più; quello che chi ci paga ci ha imposto), ci attestiamo all’ipotesi di Caio. Quindi sembrerebbe…” e così via di questo tono per magari 400 pagine.
    La psichiatria non è una branca della medicina abbastanza sviluppata per trarre conclusioni sulla medicina in generale, direte. Qualcuno alzerà il tiro: la psichiatria è una falsa scienza. La medicina, direte, non è una scienza, ma una pratica tecno-scientifica largamente empirica, con aspetti aleatori dati dalla complessità dell’oggetto a cui si applica (l’organismo umano).
    Tutto vero (o probabile). Eppure: empiricamente parlando, gli oncologi non si comportano in modo molto differente dagli psichiatri. Materie entrambe complesse. Ovvio, ma che si raccontano, entrambe, come oggettive: non solo all’esterno (il paziente, la pubblica opinione) ma anche all’interno della disciplina (i medici hanno “oggettivo” sempre in bocca anche fra di loro, soprattutto quando litigano fra di loro). Di più: la lotta per l’oggettività si dà in ambito medico come in quello di scienze (più “hard”): la lotta per l’appropriazione della patente di “darwinismo autentico” fra “iper”darwinisti, equilibristi punteggiati, riduzionisti e olisti, “egoisti” e “altruisti”, sociobiologisti e antisociobiologisti, è ormai una soap nella quale, come in ogni soap che si rispetti, non mancano certo colpi bassi e tentativi poco scientifici di discredito reciproco. Per non parlare di anti-darwinisti come Brian Goodwin (non è un creazionista, ma un matematico) e di “revisionisti” come Lewontin. Direte: ma il darwinismo NON si può mettere in dubbio senza cascare fuori dalla scienza. Peccato che sia stato il darwinismo a insegnarci la “sopravvivenza del più adatto”. Ecco: il darwinismo, più che oggettivo, è “molto” adatto (soprattutto all’era capitalista) E non parliamo di neuroscienze, che se parlate con due neuro-qualcosa diversi, sembra che non parlino manco dello stesso organo. In fisica va forse un po’ meglio, ma ancora non sappiamo se l’universo resterà così com’è, se imploderà o si dilaterà fino a che ogni singolo atomo non orbiterà attorno a un altro (un affare di materia oscura? Beh sì, ma intanto fioccano le “ipotesi”). Se stiamo in un UNIverso o in una parte di MULTIverso fatto di universi infiniti ecc…
    Il punto è che la scienza è sì un prodotto sociale, ma nel senso di un prodotto di rapporti di forza, in cui, con buona pace di Popper, l’adattività (cioè: la migliore aderenza al paradigma assiomatico di partenza) conta di più dell’oggettività. In cui più di quest’ultima conta la persuasività rispetto allo “sfondo” sociale di riferimento. In cui a premiare i più “convincenti”, non è tanto la comunità scientifica (una chimera fatta totem), quanto i finanziatori delle ricerche (multinazionali, fondazioni, banche, governi, ecc…). Pensate al semplice e sconcertante fatto di come certi manuali diagnostici di medicina che vengono compilati negli States, ma poi diventano testi di riferimento internazionali, siano, di fatto, un negoziato fra “professionisti” della disciplina e assicurazioni private.
    Quel che sfugge però a chi di solito fa questo ragionamento (finanziatori compresi) è che se anche si danno fatti (diversi tipi di “fatti”), in ambito scientifico, non è a sua un “fatto” il modo in cui questi fatti vengono legati insieme in modo coerente. Esistono più modi di formulare teorie (e a questo non si sfugge) e checché ne dica Putnam, né i fattori epistemici, né quelli “valoriali” cadono nell’ambito dell’oggettivo (ammesso e non concesso che vi cadano i “fatti” di cui abbiamo detto sopra). Si dirà che almeno alcune teorie non possono essere formulate a partire da certi fatti: beh, è probabile che questo sia il limite storicamente e socialmente dato del nostro “mondo” e del nostro linguaggio. Oppure un limite “umano”. In entrambi i casi, dato che la storia non si arresta, la società non si fissa manco col fascismo, e che l’umano è il nome di un limite transeunte (o pensiamo ancora di essere il vertice e la fine dell’evoluzione?), quei limiti non sono affatto inaggirabili. L’evoluzione “naturale” e quella tecnica stanno lì apposta a sbriciolare limiti di tutti i tipi. I rapporti di forza non sono le uniche condizioni, con buona pace dei realisti della geopolitica, a partire dalle quali certe teorie prevalgono su altre. E’ il nostro linguaggio, la nostra percezione del mondo e delle cose, la nostra gettatezza, e un elemento di alea ”libera”, senza condizioni, a fare della nostra “scrittura del mondo” un campo del tutto sdrucciolevole, inclinato e indominabile. In questo senso credo che abbia ragione Rovatti, quando dice che, dato che siamo tornati indietro (in filosofia: ma mica solo) il (tanto vituperato) pensiero debole è un orizzonte tutto da esplorare (da conquistare, dice lui, mi pare). Allora è da ripensare ancora e ancora il modo in cui si danno il vero e il falso, al di là di ogni ingenuo realismo (cioè di ogni realismo). Siamo gettati dal linguaggio e dalla storia (dalla nostra epoca) in un gioco interpretativo radicale: “non ci sono fatti, solo interpretazioni: ma anche questa è un’interpretazione! Certo!”: dove questa sorta di sillogismo “negativo” non indica in direzione dell’arbitrio del soggetto o dello scatenamento delle volontà di potenza, ma della fine della possibilità di questi. Perché il soggetto e la sua iper-sovranità appropriativa sono declinati, e sopravvivono solo nella forma di “ritornanti” con cui non abbiamo (non tutti) fatto i conti fino in fondo. Il declino del soggetto, e quindi del paradigma dicotomico soggetto-oggetto che s’è incaricato dal moderno in poi dell’appropriazione e del dominio del reale, apre alla possibilità di verità che quel paradigma di dominio aveva occultato e che non stanno, appunto, né nel soggetto né nell’oggetto, ma nello spazio – nella relazione – fra gli esistenti, spazio che rimette i loro discorsi sul vero e sul falso ad una continua trasformazione, ridefinizione, metamorfosi. Concepire la verità come un gioco non significa affatto burlarsi della verità, né tantomeno denigrare la scienza nelle sue pratiche. Piuttosto ammettere, di fianco a una nicciana “leggerezza” una nuova fatica che questo modo della verità, non “salvaguardata” da una fissa oggettività, implica: anche e soprattutto in termini etici e politici. Che non vuol dire tanto sostenerla perché da sola non si regge, ma usarla contro ogni oggettivismo autoritario per produrne la dissoluzione, o almeno l’erosione. Perché: chi decide dell’oggettività di una teoria, chi o cosa la garantisce? Ogni volta che si accetta un oggettivismo ci si piega al principio di autorità (la verità scientifica si basa sulla possibilità di falsificare una teoria, direte: certo, ma riducendosi a dire questo significa non poter questionare i paradigmi scientifici dominanti, l’autorità delle premesse: già questo lo rifiutiamo quando invece che di sociobiologia parliamo di politica o sociologia). Leonardo dice che contro la SA e lo specismo in generale ci servono criteri etici *oggettivi*. Beh, poniamo che in etica si possano dare criteri e giudizi di tale natura: chi ci garantisce che tale oggettività si dia in favore dei non umani e dell’antispecismo? Se alla fine di un lungo dibattito si riuscisse a stabilire che *oggettivamente* i non umani non sono soggetti di diritto? Che essi sono eticamente meno rilevanti degli umani, e quindi la gerarchizzazione specista “ha ragione”? Beh, potremmo anche ragionevolmente spararci. Ma, appunto, in etica (ma pure in ontologia: a parte forse in alcune ontologie regionali, ma non più di questo) questa dittatura dell’oggettivo non può darsi, per fortuna. Dico di più: che se superare lo specismo è superare la metafisica (metafonica, soggettivista, essenziali sta, logocentrica ecc…), allora l’antispecismo dovrebbe configurarsi come qualcosa di diverso da un oggettivismo, da un fondazionismo. So che non tutti i pensatori antispecisti metterebbero la firma sotto questa “proposta”. Ma a loro modo, di fatto, in molti già praticano un antioggettivismo, a cominciare da Maurizi, che tenta di liberarsi dell’idea di natura e di quella di “origine”. Certo, il diffuso “francofortesismo” in ambito antispecista fa propendere un po’ tutti per un’idea di “razionalità critica”: ma non credo che essa sia poi – azzardo – tanto lontana da una “ragione debole”. Tra l’altro io mi riconosco solo in parte nel “debolismo” per come si è dato fin ora, essendo più interessato a un pensiero della differenza e della coesistenza (diciamola così). Ma certo qui si è in un ambito che ha fatto i conti con l’oggettivismo (e quindi col soggettivismo che lo genera).

    Quindi: sostenere l’AVS è in realtà potenziare gli argomenti scientifici pro-SA, perché a reggere entrambi è una visione oggettivista del mondo, che riduce la verità a un’alternativa binaria secca (sì/no, pro/contro, ecc…). Anche se l’AVS fosse può solida di come è oggi (e oggi lo è molto poco), potrebbe rivelarsi “prevalentemente” falsa, cioè gran parte dei suoi argomenti risultare falsi o fallaci. Ne usciremmo fortemente “indeboliti” (e non nel senso di Vattimo o Rovatti).

    Ma la stessa cosa varrebbe per un AVE oggettivista. Anzi, se ammettiamo che ciò che definiamo “oggettivo” è l’effetto di rapporti di forza (pensate a quell’abbozzo di programma filosofico che è “Verità e menzogna in senso extramorale”, in cui Nietzsche ipotizza come l’uomo conosca solo attraverso metafore, e che la verità – oggettiva – si costruisca a partire da un scontro fra vari sistemi metaforici, alla fine del quale non prevale il più vero, ma quello del più forte), allora non sarà la verità “oggettiva” antispecista a prevalere. Certo, l’antispecismo deve entrare in un “agone” e scontrasi con altri “discorsi di verità”, ma nel farlo deve mettere in discussione la forza stessa, sabotare non questo, ma ogni rapporto di forza in quanto tale, le idee stesse di autorità e gerarchia: altrimenti un mondo a-specista non si darà mai, dato che esso dovrebbe essere esattamente un mondo liberato dalle tassonomie gerarchizzanti di un volutamente travisato darwinismo, in direzione di una gerarchia “naturale” da ri-proiettare sull’uomo per giustificare sistemi d’ordine e dominio – e, certo il dominio totale degli umani sui non umani.
    È solo da quattro secoli che l’umanità concepisce la realtà secondo la dicotomia soggetto-oggetto. Non che prima la verità si desse in modo meno autoritario e oppressivo: ma dato che indietro non si può andare (non così tanto, quantomeno; o, almeno non è così desiderabile), ci tocca andare avanti, il che significa oltre quel paradigma, in direzione dello smontaggio di ogni paradigma di dominio.

    Quindi dovremmo dire chiaramente: fino a che le ricerche non in vivo non saranno in grado di sostituire completamente, o sufficientemente, quelle in vivo – quindi: finché i finanziamenti non si riorienteranno in modo decisivo verso quelle – la ricerca rallenterà, le promesse di sconfiggere il cancro e le malattie genetiche saranno “dilazionate”, i nuovi virus si apriranno la strada nelle popolazioni umane come il burro.

    Ma ciò che non può essere più accettato è che una vita venga sacrificata a un’altra vita, o anche a milioni. Tanto più che morire, si muore sempre. Nessuno umano dominerà più un altro umano o non umano.
    Questa è una battaglia etica e politica da vertigini. Ma non possiamo farne a meno.
    L’alternativa è diffondere un antispecismo a moduli: qualcuno antivivisezionista e carnivoro qualcuno viceversa…

  3. Adelio ha detto:

    Mi permetto di esprimere la immodesta opinione in merito a quanto scritto dall’Autore dell’articolo:

    La sperimentazione animale è una pratica scientifica elaborata a scopo di studio e ricerca su animali “da laboratorio”, per fini farmacologici, fisiologici, fisiopatologici, biomedici e biologici. A seconda del contesto di applicazione, e dei risultati sperati, gli esperimenti sugli animali possono avere natura variegata. Diffusa è la pratica di indurre, su un campione animale, specifiche patologie per testare farmaci, ad altre pratiche con valore terapeutico. Nella maggior parte dei casi, agli animali possono essere, per esempio, inoculate sostanze chimiche, batteriche o virali; vengono effettuate mutilazioni di arti e, se serve, gli animali possono essere esposti a radiazioni ovviamente nocive. Tale pratica, erroneamente chiamata “vivisezione”, fornisce un primo, e fondamentale, elemento per riflettere sui limiti della scienza.

    Prima considerazione : una contraddizione evidente in ciò che vi è scritto in questo primo tratto : “Tale pratica, erroneamente chiamata “vivisezione “.
    Se si ammette che agli Animali vengano “vengono effettuate mutilazioni di arti “ allora si deve riconoscere che il termine “vivisezione” non è erroneo, anzi tutt’altro. Infatti , anche pur ammettendo che tali mutilazioni possano essere eseguite con l’applicazione dell’anestesia, si sta comunque sperimentando su un Animale a cuore battente, respirazione controllata e circolazione ematica attiva , quindi su un Animale vivo. Altrimenti se l’Animale fosse privo di qualsiasi funzione vitale , non sarebbe più “vivisezione” ma un atto autoptico.
    Inoltre , la stessa direttiva europea 63/2010 regolamento il fatto stesso della procedura anestetica , fatto salvo, che le sperimentazioni siano rivolte a studi su antidolorifici, pratiche neurologiche, o lo studio stesso degli anestetici. Quindi l’Animale è completamente sveglio e vigile. Questa non è vivisezione ?

    C’è un fatto scientifico – quello dell’ottenere nuove conoscenze tramite la sperimentazione – e c’è un fatto etico – quello della sofferenza degli animali non umani che diventano mezzi per queste conoscenze. Non starò qui ora a raccontare, per l’ennesima volta, l’indubitabile sofferenza animale (si veda, mi permetto, il mio Soltanto per loro) ma darò per scontato – concedetemelo – che tutti concordino che l’animale da laboratorio, in quanto possessore di un sistema nervoso centrale, sia in grado di esperire il mondo, e di soffrire tanto quanto un’altra macchina corporea – ivi umana inclusa. C’è dunque qualcosa che permette all’umano di continuare a proporre pratiche scientifiche ingiuste sotto il profilo etico. E questo qualcosa, è il disconoscimento totale dell’etica come disciplina oggettiva. Ancora, e per meglio chiarire il punto, potremmo dire che è proprio la convinzione che la scienza sia qualcosa di “serio”, mentre l’etica no, a portare l’umano verso i deliri onnipotenti delle infinite sorti e progressive. Credo che quello della sperimentazione animale sia il caso migliore da analizzare per ragionare sul rapporto tra etica e scienza, e per comprendere quanto di questo rapporto sia falso – un falso rapporto, insomma. Esistono due diversi modi – isolati in letteratura – per opporsi alla vivisezione. Antivivisezionismo etico (AVE) e scientifico (AVS): il primo si oppone alla vivisezione per motivi etici, discutendo il limite della scienza che qui ci siamo riproposti di trattare, il secondo – per sudditanza nei confronti della scienza – cerca di attaccare le pratiche scientifiche dal loro interno, dunque con altre argomentazioni scientifiche.

    In questo secondo brano vi sono dei fondamenti completamente errati. Sembra che l’autore stia dando parola a quelli che sono chiaramente dichiarati a favore della sperimentazione Animale. E’ innegabile che da parte di è contrario alla SA dal lato scientifico, non rinnega il fatto che la sperimentazione venga preservata, continui ad esistere e continui a progredire, ma deve rimanere chiaro e forte il concetto che tale sperimentazione non deve essere compiuta in nessun caso utilizzando modelli Animali.
    Chi afferma che l’Etica non sia una “cosa” poco seria ? Questa è la contrarietà proposta e perseguita da chi è favorevole alla sperimentazione Animale , e dalla lettura , sempre che garbi, delle loro pagine , risulta molto evidente.
    Mai nessun AVS ha affermato , o se lo ha fatto lo ha detto a livello personale assumendosene la responsabilità, che l’Etica sia una cosa “da ridere”, una “barzelletta”. E questo risulta in modo evidente da tutte le dichiarazioni degli AVS. Ho sempre ritenuto che l’AVE e l’AVS debbano camminare uniti , uno senza l’altro significherebbe una perdita totale di forza e questo ricadrebbe sistematicamente sulle Teste degli Animali.
    Chi vuol far apparire questo rapporto come “falso” stia “lavorando” sicuramente a favore di una persistente sperimentazione sugli Animali.
    Il voler a tutti i costi apparire come vittima dell’Autore è sconfortante. Lui stesso vorrebbe far credere che l’AVE e l’AVS siano in contrasto e che quindi sia meglio dividere le due concezioni, sia meglio condannare l’AVS perché utilizza il concetto scientifico per dimostrare che la SA non funziona , non è sicura e non serve all’umano. Questa è una chiara contorsione mentale che non può che portare danno alla lotta contro la vivisezione. Vorrebbe far credere che gli AVS siano completamente privi di Etica , ma questo è un convincimento assurdo. Chi si considera un AVS, anche se queste distinzioni mi fanno ridere a crepapelle, nell’Etica vede un punto di riferimento, accompagnato da un altro punto che è quello della controprova scientifica. Sono convintissimo che se gli AVS riescono a dimostrare che con metodi alternativi, meglio sostitutivi, possono ottenere risposte sicure e concrete nei test per farmaci o per tutti gli altri prodotti, sia la dimostrazione lampante che la SA non serve. Ma questo si lega all’Etica a doppio filo per il semplice fatto che come AVS ritengo che la SA condanni sia l’Animale che l’Umano. Nutro enorme dispiacere , contrarietà, avversione, nel fatto che per testare una sostanza , che si presume utile all’umano, si torturi e si uccida un Animale e non si dia sicurezza all’Ammalato. E questo per un Valore Etico che dovrebbe essere sempre presente in chi è coinvolto in pratiche Mediche , Farmacologiche, Biologiche, Chimiche, ecc… rivolto agli Animali , ma anche verso gli Umani.

    Io argomenterò in favore dell’AVE, contestando alle sue radici l’AVS cercando di far comprendere che, se si vuole trovare un limite etico alle pratiche scientifiche, questo non può essere un limite a sua volta scientifico. Chi si oppone scientificamente alla vivisezione sostiene che ogni specie animale possieda propri caratteri biologici non confrontabili, pertanto sperimentare su una specie differente dalla nostra rappresenti un azzardo scientifico, poiché non sapremo mai a priori se quanto osservato negli animali corrisponde a quanto accade nella nostra specie. In buona sostanza ci si oppone alla presunta uniformità di paradigmi diversi – ciò che vale per un topo, può non valere per un umano. La scienza sarebbe idiota, se questa critica cogliesse il punto – ed infatti non lo coglie, perché la sperimentazione animale, parte di un più vasto sistema di sperimentazione, serve eccome.
    E il suo servire, sia chiaro, è vincolato ad un concetto di “utile” che il pensiero scientifico fissa a monte del suo darsi.
    Come AVS non voglio porre dei limiti etico alle sperimentazioni scientifiche, ma cerco di porre argomentazioni valide e provate perché si scriva la parola FINE al capitolo della vivisezione o sperimentazione Animale , che dir si voglia. Porre delle limitazioni non serve sicuramente a far cessare la sperimentazione Animale, ma serve solo a concedere uteriore tempo a chi non cerca di cambiare sistema di ricerca e si prefigge di considerare continuamente la SA come “valore” per un risultato finale sicuro, cosa che non è.
    Uno dei fattori per cui la sperimentazione sugli Animali è da considerarsi non sicura , e motivo perché gli AVS si oppongono, è proprio legato alle diversità di specie. L’affidarsi al 98% di prossimità genica, non significa sicuramente sicurezza, infatti proprio per quel 2% la mia sostanza potrebbe causare danni. Ma non finisce qui, altri fattori scientifici di differenza sostanziale tra Animale e Uomo, portano a sperimentare in uno “stagno fangoso”, dove le basi non sono stabili e sicure e quindi lo stesso “palazzo” che molti vorrebbero costruire traballa notevolmente in attesa del crollo definitivo.
    Leggere poi questo passo : “La scienza sarebbe idiota, se questa critica cogliesse il punto – ed infatti non lo coglie, perché la sperimentazione animale, parte di un più vasto sistema di sperimentazione, serve eccome. E il suo servire, sia chiaro, è vincolato ad un concetto di “utile” che il pensiero scientifico fissa a monte del suo darsi “. Questo concetto detto da un difensore della SA sarebbe normale , ma detto da chi vuole essere antispecista e persino AVE, è estremamente fuorviante , direi quasi assurdo. Detto da un favorevole alla SA può servire come blanda giustificazione nelle sue teorie e concezioni della SA : sperimentare sugli Animali serve. Ma a chi ? E per quale motivo si deve sperimentare sugli Animali per avere questa certezza ? Ed è proprio a queste domande che un AVS deve rispondere e deve saper dimostrare che le risposte date da un favorevole alla SA, sono perlomeno ipocrite. Non si può concepire il salvataggio di una vita , sacrificando un’altra vita. Non è questo il concetto che fonda il rispetto verso gli Esseri Viventi , Animali o Umani che siano. E quindi quel “serve” è legato prettamente ad un termine affibbiato a chi non ha mai voluto capire che la Vita è importante per tutti.

    Entriamo nel merito. La sperimentazione dei farmaci, ad esempio, è divisa in due macro – fasi: (1) La sperimentazione pre – clinica, in cui il preparato, frutto della ricerca teorica, deve subire un test prima di essere sperimentato sull’uomo e viene dunque somministrato su un cosiddetto modello sperimentale della malattia, vale a dire un sistema che “esibisce” lo stesso bersaglio farmacologico per cui si studia il farmaco. Talvolta, il modello può essere un semplice modello matematico, ma nella maggior parte dei casi assistiamo o ad una coltura di cellule (modelli in vitro, detti erroneamente “alternativi”), o – e qui entriamo nel nostro terreno – su animali da laboratorio (modelli in vivo)[1]; (2) La sperimentazione clinica, divisa in quattro fasi principali – (I) Farmacologia clinica, (II) studio di efficacia, (III) studio multicentrico e, infine, (IV) gli studi condotti dopo la commercializzazione del farmaco. In nessuna di queste quattro fasi sono presenti studi su animali. Sorge dunque spontanea la prima domanda: in un processo così lungo ed elaborato (dura anni), in cui la meticolosità si accoppia a studi e pubblicazioni scientifiche, perché l’inutilità del modello animale assume un ruolo centrale per coloro che argomentano utilizzando l’AVS?

    L’apoteosi della confusione ? Probabilmente l’autore vorrebbe fare una analisi etica dello studio dei farmaci, ma si denota che non gli è ben chiara la procedura, in molti tratti.
    Vero, l’approvazione alla commercializzazione di un farmaco, prevede due “fasi sperimentali” , quella pre clinica e quella clinica. Nella fase pre clinica la mia sostanza, principio attivo, (non certo un preparato) viene sottoposta a test in vitro, (studio cellulare, algoritmi, testi scientifici, ecc. ), superata questa fase, se non scartata, si passa alla sperimentazione Animale, (non nella maggior parte dei casi ma sempre) e qui si ha una ulteriore scrematura delle sostanze, perché all’Animale ha prodotto danni , effetti collaterali oppure decesso, da queste fasi abbiamo solo rilevato alcuni dati rivelatisi dal fatto che se non uccidono le cellule o gli Animali, possono essere sperimentate sull’Umano. E qui andrebbe capito che la sperimentazione non può funzionare in questo modo, non può essere così approssimativa.
    Infatti cosa accade ? Se ho ottenuto parere favorevole per la mia sostanza, ho l’autorizzazione per passare alla fase successiva , quella clinica , inizio cioè la vera sperimentazione quella sull’umano. E a questo punto che accade l’ecatombe, 9 sostanze su 10, non superano i test clinici, non sono utili all’uomo. Ma come, se i favorevoli alla SA ci dicono che i test sugli Animali evitano le catastrofi umane , come mai queste 9 sostanze vengono scartate nella fase sperimentale umana ? Dov’è andata a finire quella sicurezza data dall’Animale , quel voler far credere che l’Animale sia una specie di “setaccio a maglia fine” servito per evitare i guai agli umani. Ma come mai allora quelle sostanze vengono scartate ? Ed allora, non può valere il fatto che una sola sostanza superi anche la fase clinica ed arrivi in commercio, dove verrà attentamente monitorata dal sistema di farmacovigilanza per altri 10 anni, e che purtroppo qualche volta compia misfatti sulle Persone che l’assumono.
    Ed ecco allora che il contestare la sperimentazione Animale per un AVS diventa importante , fondamentale, una contestazione che va dritta alla inutilità, alla imprevedibilità, alla insicurezza, dato che l’Animale non mi risolve questi punti e sapendo che si possono applicare metodi alternativi , sostitutivi, allora mi da la conferma che la SA non serve.

    È ovvio che il farmaco finale, quello messo in commercio, è in minima parte frutto della sperimentazione animale e il suo presunto mal funzionamento è, difficilmente, imputabile all’utilizzo del modello animale. Ma andiamo avanti, e cerchiamo di vederci chiaro. Secondo coloro che si oppongo tramite la scienza, alla scienza stessa, entro la fase pre – clinica, l’uso di animali comporterebbe l’errore di paragonare organi animali, e umani, solo perché svolgono la stessa funzione. Se prendessimo, ad esempio, i modelli animali che vengono utilizzati in tossicologia, ci accorgeremmo – secondo un’ipotesi diffusa entro l’antivivisezionismo scientifico – che la sovrapposizione dei risultati non supera il 25% e che dunque, con un dato così poco efficace, non solo non possiamo validare il modello ma dovremmo dichiararne la sua inaffidabilità. Beata ignoranza, viene da dire. Tutto ciò avrebbe senso se e solo la sperimentazione animale fosse l’unico step prima della commercializzazione del farmaco. Quel 25% è oro per gli scienziati che, sia chiaro, non sperano di avere sovrapposizioni totali tra modelli diversi, ma vogliono proprio sfoltire il più possibile l’incertezza. Ciò che rimane incerto, verrà reso certo (o quasi) nelle quattro fasi che abbiamo detto che, proprio grazie alla sperimentazione animale, avranno il 25% per cento in meno di possibilità di andare a cattivo fine. Se la vita animale non vale nulla, mentre quella animale vale la scienza stessa, allora quella che per gli antivivisezionisti scientifici è una bassa percentuale, per gli scienziati è un dato essenziale.

    Mi viene spontaneo chiedere all’Autore, che definisce che il farmaco è frutto in minima parte della sperimentazione sugli Animali, si è mai chiesto come mai i favorevoli alla SA ritengono così importante proprio la SA, tanto da proclamare che se la SA venisse regolamentata severamente o , molto meglio, abolita sarebbe la fine della ricerca, delle sperimentazioni per trovare le “cure” contro il cancro o l’aids ? Come AVS contesto il fatto, invece, che l’utilizzo dell’Animale non porta , come si vuol far credere , ad un aiuto concreto nelle fasi sperimentali, dato lo scarso risultato nella clinica. Da parte della AVS non è mai stato detto che il farmaco sia frutto della SA, ma bensì che la vera sperimentazione è quella che riguarda la fase clinica, semmai da parte nostra vi è la completa avversione ad un passaggio, quello sugli Animali, che può e deve essere sostituito. Ma un’altra domanda dovrebbe porsi l’Autore : come mai da pochi anni a questa parte vi è un aumento di interesse , vi sono continue scoperte di metodi alternativi , sostitutivi ? Mentre prima di allora chi parlava di metodi che potevano sostituire gli Animali nei test , veniva definito un fuorilegge , un pazzo, uno stregone ? Forse perché qualche ricercatore si è accorto che la fase della SA è inutile e fuorviante ? Come mai le case farmaceutiche , negli ultimi tempi , dichiarano sempre più spesso che la SA è uno spreco di denaro perché è fallimentare , ad esempio la Bayer insegna ? E proprio negli studi tossicologici sono stati registrati e validati numerosi metodi “alternativi” , quindi si dimostra che proprio quel 25 % non è propriamente oro , ma piuttosto si è rivelato ottone ben lucidato. E mi spiace deluderla , ma nessun prodotto è certo, nemmeno dopo i quattro steep’s clinici, un prodotto diventa sicuro dopo aver superato i 10 anni di controllo di farmacovigilanza. Infatti dovrebbe sapere l’Autore , che un farmaco in commercio può riservare la gradita sorpresa di effetti collaterali o sintomi avversi, e che anche in questi giorni , farmaci sono stati ritirati oppure venduti con speciali cautele.
    D’altro canto non si può negare che da parte dei favorevoli alla SA vi sia sempre stata una campagna tesa nel dimostrare che l’Animale sia utile nei test. Basti pensare la scandalosa proposta di paragonare il Topo con la Bambina, facendo dire al Topo : “Un domani ti salverò la vita”. Quel 25% è un dato essenziale per i favorevoli alla vivisezione, certo , non riescono ad avere certezze superiori. Ma le chiedo lei acquisterebbe un auto nuova sapendo che funziona , forse , solo per un 25% ? E un auto non è paragonabile alla Salute.

    Qui risiede quel concetto di “utile” di cui parlavamo, e che ha portato filosofi come Peter Singer (si pensi al suo Liberazione Animale) a formulare un suo antagonista, basato su un utilitarismo delle preferenze che si applichi anche agli animali non umani. Insomma, ci si oppone alla sperimentazione animale perché c’è un problema etico, ma si usa la scienza perché si pensa che l’etica non abbia il potere per contrastarla. Niente di più falso, e di questo potere oggettivo dell’etica dovremmo cominciare a parlare diffusamente, perché senza una morale che esuli da questioni di gusti, tutto è concesso. L’antivivisezionismo etico, fa qualcosa di più che discutere un nuovo concetto di utile: ovvero va oltre lo stesso pensiero singeriano. Ammettiamo, per esperimento mentale, che il modello animale sia essenziale – necessario – per la nostra scienza, ovvero, che senza non si possa ottenere un dato sostanzialmente accettabile per commercializzare i farmaci. Se la vita animale e quella umana hanno lo stesso valore, questo il senso dell’antispecismo, allora non possiamo mai sfruttare un animale per benefici di un altro animale (l’uomo). Dunque, anche se la sperimentazione animale fosse necessaria, per chi usa l’AVE, non avremmo comunque diritto di avvalerci di questa pratica scientifica. Ma non è ancora tutto, demolire l’AVS e la sperimentazione animale è possibile anche utilizzando un altro caso paradigmatico: quello della sperimentazione su animali per altri animali – i pet. Se sosteniamo che il problema della sperimentazione risiede nella variazione di paradigma, per cui il topo è rotondo mentre l’uomo è quadrato, rischiamo di rimanere senza nessun argomento, “avviluppati” direbbe il Sagredo galileiano, dinnanzi ad un’argomentazione che uno scienziato con velleità neanche troppo filosofiche potrebbe farci a proposito della sperimentazione su animali come gatti e cani “senza padrone”, volta a trovare farmaci, o migliorare il cibo, per i cani e i gatti domestici. In un caso del genere, infatti, assistiamo ad un paradigma 1:1 per cui la sovrapposizione genetica è totale, e la scienza minore di chi usa l’AVS svela la sua inutilità di fronte alla scienza, diciamolo francamente, con la “S” maiuscola. Opporsi alla sperimentazione, in un caso del genere, è possibile solo per mezzo dell’etica che deve rivendicare l’uguale diritto alla vita dell’animale non umano che soffre, ha cognizione del mondo, ed è dunque cosciente e inorridito da quanto gli capita. Il problema della sperimentazione non è scientifico, ma etico. Fin quando non capiremo questa banalità filosofica, la Scienza contro cui si oppone la scienza, avrà sempre il diritto di disporre della vita degli altri che, resi “cose”, porteranno sicuramente un vantaggio a chi invece è concesso la statuto ontologico di “individuo”.

    Vede , il fatto che voglia metterci in “bocca” parole che solo lei legge e a cui non vuole dare la giusta interpretazione, dimostra un concetto prioritario di voler separare , come vuole definirle, l’AVE e l’AVS. Da parte nostra , così le semplifico la faccenda, non vi è mai stata la definizione di utilità o inutilità dell’Animale , come soggetto alla SA, ma bensì definiamo inutile il procedimento metodologico della SA, cosa molto diversa.
    Ho sempre dichiarato che gli Animali nei laboratori di ricerca mai avrebbero dovuto entrare, ma questo non perché sono il pazzo vagante , ma proprio perché nel corso dei miei studi e della mia Professione , ho trovato metodiche, procedure, farmaci , terapie, che agivano in modo completamente diverso sull’umano , da come invece venivano descritte da case farmaceutiche o ricercatori. Gli stessi procedimenti chirurgici in sala operatoria venivano completamente stravolti, in special modo su chi aveva provato sugli Animali. Essere obiettore di coscienza per la SA non è un tarlo mentale, non vuol dire ammazzare i Pazienti o non curarli, vuol dire cercare altre strade che non sacrifichino vite. I miei mentori lavoravano grazie al frutto delle loro esperienze fatte sul campo professionale , non perché avevano torturato e ammazzato 1.000 Topi e 200 Cani. La nostra professione deve essere frutto di un “furto” quello della professionalità altrui. Un farmaco non va prescritto solo perché indicato per quella patologia, si deve conoscere a fondo il Paziente , si deve tracciare una anamnesi più completa possibile, e solo allora si può valutare se prescrivere questo farmaco al posto di quest’altro. E spesso si deve avere il coraggio di dire di no, si deve avere il coraggio di consigliare al Paziente che restarsene a casa per qualche giorno è la cura migliore. Si deve avere il coraggio di dire chiaro al Paziente che il farmaco può portare a patologie derivanti , per cui per curarne gli effetti , bisognerà prescrivere altri farmaci. Si deve insistere con il fatto della prevenzione continua e costante. E’ inutile ridere se un Paziente ti dice che le cose più buone sono quelle che fanno più male , oppure che si vive una volta sola.
    E mi vien da ridere quando leggo che per curare gli Animali serva torturare e uccidere altri Animali. Posso concepire che vi sia una fase clinica prevista anche per loro, ma non accetterò mai l’idea che vi sia una fase pre clinica che preveda sofferenza e morte. I metodi alternativi , sostitutivi, vanno studiati ed utilizzati anche per loro.
    Mi spiace , non condividerò mai il concetto che AVE e AVS siano antagoniste, secondo il mio modestissimo parere, sono come le due braccia per un corpo, lavorando assieme si compongono le cose più importanti. Non è accettabile che le due mani vengano utilizzate solo per lavarsi , e che non collaborino per arrivare al totale rispetto di tutti gli Esseri Viventi.

    [1] Nel caso di farmaci per il derma possono essere adoperati tessuti artificiali che riproducono le caratteristiche dell’epidermide umana.

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