L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale

di Leonardo Caffo

Uno dei trabocchetti più pericolosi per uno scienziato è quello di non riuscire a distinguere tra le competenze dell’uomo e quelle di Dio.

Walter Bishop, Fringe

La sperimentazione animale è una pratica scientifica elaborata a scopo di studio e ricerca su animali “da laboratorio”, per fini farmacologici, fisiologici, fisiopatologici, biomedici e biologici. A seconda del contesto di applicazione, e dei risultati sperati, gli esperimenti sugli animali possono avere natura variegata.  Diffusa è la pratica di indurre, su un campione animale, specifiche patologie per testare farmaci, ad altre pratiche con valore terapeutico. Nella maggior parte dei casi, agli animali possono essere, per esempio, inoculate sostanze chimiche, batteriche o virali; vengono effettuate mutilazioni di arti e, se serve, gli animali possono essere esposti a radiazioni ovviamente nocive. Tale pratica, erroneamente chiamata “vivisezione”, fornisce un primo, e fondamentale, elemento per riflettere sui limiti della scienza. C’è un fatto scientifico – quello dell’ottenere nuove conoscenze tramite la sperimentazione – e c’è un fatto etico – quello della sofferenza degli animali non umani che diventano mezzi per queste conoscenze. Non starò qui ora a raccontare, per l’ennesima volta, l’indubitabile sofferenza animale (si veda, mi permetto, il mio Soltanto per loro) ma darò per scontato – concedetemelo – che tutti concordino che l’animale da laboratorio, in quanto possessore di un sistema nervoso centrale, sia in grado di esperire il mondo, e di soffrire tanto quanto un’altra macchina corporea – ivi umana inclusa. C’è dunque qualcosa che permette all’umano di continuare a proporre pratiche scientifiche ingiuste sotto il profilo etico. E questo qualcosa, è il disconoscimento totale dell’etica come disciplina oggettiva. Ancora, e per meglio chiarire il punto, potremmo dire che è proprio la convinzione che la scienza sia qualcosa di “serio”, mentre l’etica no, a portare l’umano verso i deliri onnipotenti delle infinite sorti e progressive. Credo che quello della sperimentazione animale sia il caso migliore da analizzare per ragionare sul rapporto tra etica e scienza, e per comprendere quanto di questo rapporto sia falso – un falso rapporto, insomma. Esistono due diversi modi – isolati in letteratura – per opporsi alla vivisezione. Antivivisezionismo etico (AVE) e scientifico (AVS): il primo si oppone alla vivisezione per motivi etici, discutendo il limite della scienza che qui ci siamo riproposti di trattare, il secondo – per sudditanza nei confronti della scienza – cerca di attaccare le pratiche scientifiche dal loro interno, dunque con altre argomentazioni scientifiche. Io argomenterò in favore dell’AVE, contestando alle sue radici l’AVS cercando di far comprendere che, se si vuole trovare un limite etico alle pratiche scientifiche, questo non può essere un limite a sua volta scientifico. Chi si oppone scientificamente alla vivisezione sostiene che ogni specie animale possieda propri caratteri biologici non confrontabili, pertanto sperimentare su una specie differente dalla nostra rappresenti un azzardo scientifico, poiché non sapremo mai a priori se quanto osservato negli animali corrisponde a quanto accade nella nostra specie. In buona sostanza ci si oppone alla presunta uniformità di paradigmi diversi – ciò che vale per un topo, può non valere per un umano. La scienza sarebbe idiota, se questa critica cogliesse il punto – ed infatti non lo coglie, perché la sperimentazione animale, parte di un più vasto sistema di sperimentazione, serve eccome. E il suo servire, sia chiaro, è vincolato ad un concetto di “utile” che il pensiero scientifico fissa a monte del suo darsi. Entriamo nel merito. La sperimentazione dei farmaci, ad esempio, è divisa in due macro – fasi: (1) La sperimentazione pre – clinica, in cui il preparato, frutto della ricerca teorica, deve subire un test prima di essere sperimentato sull’uomo e viene dunque somministrato su un cosiddetto modello sperimentale della malattia, vale a dire un sistema che “esibisce” lo stesso bersaglio farmacologico per cui si studia il farmaco. Talvolta, il modello può essere un semplice modello matematico, ma nella maggior parte dei casi assistiamo o ad una coltura di cellule (modelli in vitro, detti erroneamente “alternativi”), o – e qui entriamo nel nostro terreno –  su animali da laboratorio (modelli in vivo)[1]; (2) La sperimentazione clinica, divisa in quattro fasi principali – (I) Farmacologia clinica, (II) studio di efficacia, (III) studio multicentrico e, infine, (IV) gli studi condotti dopo la commercializzazione del farmaco. In nessuna di queste quattro fasi sono presenti studi su animali. Sorge dunque spontanea la prima domanda: in un processo così lungo ed elaborato (dura anni), in cui la meticolosità si accoppia a studi e pubblicazioni scientifiche, perché l’inutilità del modello animale assume un ruolo centrale per coloro che argomentano utilizzando l’AVS? È ovvio che il farmaco finale, quello messo in commercio, è in minima parte frutto della sperimentazione animale e il suo presunto mal funzionamento è, difficilmente, imputabile all’utilizzo del modello animale. Ma andiamo avanti, e cerchiamo di vederci chiaro. Secondo coloro che si oppongo tramite la scienza, alla scienza stessa, entro la fase pre – clinica, l’uso di animali comporterebbe l’errore di paragonare organi animali, e umani, solo perché svolgono la stessa funzione. Se prendessimo, ad esempio, i modelli animali che vengono utilizzati in tossicologia, ci accorgeremmo – secondo un’ipotesi diffusa entro l’antivivisezionismo scientifico – che la sovrapposizione dei risultati non supera il 25% e che dunque, con un dato così poco efficace, non solo non possiamo validare il modello ma dovremmo dichiararne la sua inaffidabilità. Beata ignoranza, viene da dire. Tutto ciò avrebbe senso se e solo la sperimentazione animale fosse l’unico step prima della commercializzazione del farmaco. Quel 25% è oro per gli scienziati che, sia chiaro, non sperano di avere sovrapposizioni totali tra modelli diversi, ma vogliono proprio sfoltire il più possibile l’incertezza. Ciò che rimane incerto, verrà reso certo (o quasi) nelle quattro fasi che abbiamo detto che, proprio grazie alla sperimentazione animale, avranno il 25% per cento in meno di possibilità di andare a cattivo fine. Se la vita animale non vale nulla, mentre quella animale vale la scienza stessa, allora quella che per gli antivivisezionisti scientifici è una bassa percentuale, per gli scienziati è un dato essenziale. Qui risiede quel concetto di “utile” di cui parlavamo, e che ha portato filosofi come Peter Singer (si pensi al suo Liberazione Animale) a formulare un suo antagonista, basato su un utilitarismo delle preferenze che si applichi anche agli animali non umani. Insomma, ci si oppone alla sperimentazione animale perché c’è un problema etico, ma si usa la scienza perché si pensa che l’etica non abbia il potere per contrastarla. Niente di più falso, e di questo potere oggettivo dell’etica dovremmo cominciare a parlare diffusamente, perché senza una morale che esuli da questioni di gusti, tutto è concesso. L’antivivisezionismo etico, fa qualcosa di più che discutere un nuovo concetto di utile: ovvero va oltre lo stesso pensiero singeriano. Ammettiamo, per esperimento mentale, che il modello animale sia essenziale – necessario – per la nostra scienza, ovvero, che senza non si possa ottenere un dato sostanzialmente accettabile per commercializzare i farmaci. Se la vita animale e quella umana hanno lo stesso valore, questo il senso dell’antispecismo, allora non possiamo mai sfruttare un animale per benefici di un altro animale (l’uomo). Dunque, anche se la sperimentazione animale fosse necessaria, per chi usa l’AVE, non avremmo comunque diritto di avvalerci di questa pratica scientifica. Ma non è ancora tutto, demolire l’AVS e la sperimentazione animale è possibile anche utilizzando un altro caso paradigmatico: quello della sperimentazione su animali per altri animali – i pet. Se sosteniamo che il problema della sperimentazione risiede nella variazione di paradigma, per cui il topo è rotondo mentre l’uomo è quadrato, rischiamo di rimanere senza nessun argomento, “avviluppati” direbbe il Sagredo galileiano, dinnanzi ad un’argomentazione che uno scienziato con velleità neanche troppo filosofiche potrebbe farci a proposito della sperimentazione su animali come gatti e cani “senza padrone”, volta a trovare farmaci, o migliorare il cibo, per i cani e i gatti domestici. In un caso del genere, infatti, assistiamo ad un paradigma 1:1 per cui la sovrapposizione genetica è totale, e la scienza minore di chi usa l’AVS svela la sua inutilità di fronte alla scienza, diciamolo francamente, con la “S” maiuscola. Opporsi alla sperimentazione, in un caso del genere, è possibile solo per mezzo dell’etica che deve rivendicare l’uguale diritto alla vita dell’animale non umano che soffre, ha cognizione del mondo, ed è dunque cosciente e inorridito da quanto gli capita. Il problema della sperimentazione non è scientifico, ma etico. Fin quando non capiremo questa banalità filosofica, la Scienza contro cui si oppone la scienza, avrà sempre il diritto di disporre della vita degli altri che, resi “cose”, porteranno sicuramente un vantaggio a chi invece è concesso la statuto ontologico di “individuo”.


[1] Nel caso di farmaci per il derma possono essere adoperati tessuti artificiali che riproducono le caratteristiche dell’epidermide umana.

Su questo tema si veda:

S. Cagno: L’antivivisezionismo scientifico è controproducente?

M. Filippi: Penso di sì. Risposta all’articolo di Stefano Cagno, L’antivivisezionismo scientifico è controproducente?

[Marco Maurizi crede in una “terza via” rispetto alle due delineate: ma se il dibattito sfocia nel caos, come credo, sarà lui a dirvi qualcosa]

Annunci
Comments
27 Responses to “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale”
  1. Alberto ha detto:

    Caro Leonardo,

    come sai mi affascina molto il tema del nostro rapporto con la scienza, e non solo per quel che riguarda la questione della sperimentazione animale; colgo finalmente l’occasione di partecipare un po’ attivamente ad una discussione sul tema, spero in modo non troppo sconclusionato e confusionario!

    Scrivi cose molto interessanti, ma ci sono alcuni punti che mi piacerebbe sviluppare meglio. Forse quello da cui partire e’ la tua affermazione finale “Il problema della sperimentazione non è scientifico, ma etico”. Ora, non credo che dire questo sia sbagliato, ma ultimamente sto riflettendo sul fatto che una posizione del genere mi suscita dei dubbi. Quello principale e’ il timore che essa implichi una concezione di “etica” assoluta, cioe’ slegata dal contesto socio-culturale in cui viviamo. Forse il termine giusto e’ anti-storica (o a-storica). Quello che intendo e’ che, sia al fine di una riflessione puramente filosofica, sia al fine di una riflessione maggiormente orientata ad immaginare come agire nel concreto attuale, mi sembra sbagliato ragionare senza prima studiare e capire cosa sia oggi la scienza e come venga interpretata. Il rischio e’ quello di ragionare in modo del tutto astratto, senza considerare il mondo vero in cui ci muoviamo. Quello che intendo e’ che un approccio in cui si dica cosa e’ giusto e cosa non lo e’, dichiarando in anticipo che non ci interessa minimamente quale sia la realta’ dei fatti, non mi pare ottimale. E da un punto di vista piu’ pragmatico, puo’ portare ad una cattiva comunicazione, che rischia di non essere compresa dai piu’.

    Per fare un esempio, io non credo che si possa fare un riflessione utile accantonando in partenza la domanda se la sperimentazione sia un passaggio fondamentale o meno nello sviluppo di nuovi farmaci. Credo che partire dalla certezza dell’una o dell’altra tesi abbia un ruolo non indifferente nello sviluppo della nostra idea di etica. Se posso “allargare” l’esempio, voglio porti una domanda che mi interesserebbe approfondire magari in altra sede. Io, da vegano, sono convinto che mangiare animali non sia etico; ma questa mia convinzione puo’ essere del tutto slegata dalla convinzione che senza carne ed altri derivati animali si possa vivere bene? Quest’ultima, da molti punti di vista, e’ una conoscenza di tipo scientifico, tanto e’ vero che nel dibatitto sul tema gli strumenti principali arrivano per lo piu’ da medici, nutrizionisti, associazioni di professionisti e cosi’ via. Ma mi chiedo appunto (e me lo chiedo veramente, non in modo retorico), se sapessi di andare incontro a seri problemi di salute avendo una dieta vegana, la considererei comunque una scelta etica?

    Tornando alla sperimentazione, la mia domanda e’ quindi se non sia pericoloso discutere di come sia sbagliato usare gli animali all’interno di pratiche scientifiche, senza studiare e capire quale sia davvero il ruolo di tali pratiche, di come vengano comunemente interpretate, e di quali siano le prospettive future delle loro possibili evoluzioni. Posso supporre che una posizione del genere ti faccia storcere il naso – ed io per primo mi rendo conto di mischiare in modo confusionario un piano piu’ speculativo (possiamo dire filosofico?) da uno piu’ pragmatico (possiamo dire propagandistico?)

    D’altronde considera anche che una critica speculare mi sorge a fronte di quello che chiami AVS; infatti trovo quanto meno rischioso affrontare la questione della sperimentazione sul lato scientifico, intendendo la scienza come qualcosa di astratto e perfetto, e avulso da quello che succede realmente nella societa’ attuale. Avere una idea di scienza come di una attivita’ che per la sua stessa essenza non e’ influenzata dai concetti di etica o di interesse (insomma, dalle “cose umane”) mi pare del tutto sbagliato.

    Per questo, in modo un po’ confuso, forse la mia idea e’ che una divisione come quella fra AVE e AVS non avrebbe motivo di essere discussa ne’ tanto meno sostenuta. Al suo posto, immagino una posizione in cui l’etica abbia un ruolo fondamentale, ma sia supportata e affiancata da una seria riflessione sulla scienza; e dall’altro lato, le attivita’ antivivisezioniste di tipo scientifico siano mirate non tanto a bollare le sperimentazione come “cattiva scienza”, quanto a mostrare come tale approccio abbia forti limiti e quindi sia concretamente (con gli strumenti attuali e con quelli che verranno sviluppati) sostituibile.

    Per ora chiudo, spero di non essere stato troppo confusionario 🙂 Ne approfitto anche per rimediare ad una mancanza: vi faccio i complimenti ed un augurio sincero per questo nuovo progetto asinesco, a te, a Marco e a Serena (e ovviamente anche agli altri coinvolti che non conosco!). A presto, ciao

    A.

  2. devetag ha detto:

    Sono molto d’accordo con ciò che dice Alberto. Mi sento di rispondere solo su di un punto: se fosse dimostrato che la dieta vegana porta a morte precoce e malattie, la scelta di essere vegani sarebbe ancora una scelta eticamente difendibile (quando fatta per sé), ma il prezzo da pagare sarebbe per moltissime persone troppo altro, e quindi credo che in pochi la seguirebbero. In altre parole, un nonviolento radicale potrebbe comunque ancora scegliere quella strada, ma ci si chiederebbe legittimamente la sensatezza di tale scelta a livello collettivo, dato che se adottata da tutti porterebbe inevitabilmente all’estinzione volontaria di homo sapiens.

    Sono comunque d’accordo che il discorso etico non possa essere completamente slegato da una conoscenza dello stato dell’arte per quanto riguarda la scienza medica e non solo. Anche perché, estremizzo: se fossimo del tutto privi di metodi alternativi e se, per assurdo, uno stop alla s.a. si traducesse automaticamente e con certezza nella morte (qui e ora) di milioni di persone per malattie incurabili dopo sofferenze indicibili, il dilemma etico assumerebbe di certo tinte ben più fosche, e la “bilancia” non potrebbe che pendere più di quanto accada nella realtà dalla parte di homo sapiens. Fortunatamente, il dilemma etico non è così drammatico, perché sappiamo che ci sono metodi sostitutivi e sappiamo che altri ne possono essere scoperti investendo in essi maggiori risorse. In altre parole, secondo me dobbiamo sporcarci le mani anche con questioni un pochino più pragmatiche.

  3. L. C. ha detto:

    Caro Alberto,

    è un’ottima risposta, che apre importanti questioni.

    ti chiederei una cosa, anzi due,

    1) ti va di risistemare questo commento e di pubblicarlo come articolo qui su Asinus? Questo per dare il via ad un serio dibattito e confronto sulla questione.

    2) Ti faccio questa domanda. Se scoprissimo che sperimentando sui neri riusciremmo a salvare i bianchi da tutte le malattie, avremmo bisogno di falsificare la scienza – o di sperare che sia falsificabile – o ci basterebbe fare appello all’etica?

    un abbraccio

    • devetag ha detto:

      Posso farti una contro-domanda semi/seria? Se i bianchi da salvare fossero molti di più dei neri da sacrificare, Peter Singer sarebbe d’accordo a sacrificarli sulla base del calcolo dell’utile? 😉

      • L. C. ha detto:

        Ciao Giovanna, se i bianchi fossero molti di più Singer sarebbe d’accordo. Ma anche se i neri fossero di più, i bonobo fossero di più, ecc.

        Infatti i topi sacrificati per noi sono moti di più di noi 🙂

      • devetag ha detto:

        Bene, ho deciso che sono decisamente anti-Singeriana 😉

    • Alberto ha detto:

      Caro Leonardo,

      intanto grazie per lo spazio che mi avete dato. E ringrazio anche Deventag per i suoi commenti – molto interessanti, mi riprometto di risponderle con calma.

      Intanto abbozzo una risposta veloce alla tua seconda domanda. Anche se non è facile, perchè ovviamente una domanda simile non ha un risposta secca… Come credo sia chiaro, in parte sai già che condivido il tuo punto di vista, ed una prima risposta sarebbe giustamente che il punto di partenza è l’etica. Ma provo ad aggiungere ulteriori domande: una ipotetica situazione come quella che illustri si potrebbe realizzare in una società che non fosse strutturalmente razzista? Intendo dire, se delle concezioni razziste non fossero fortemente radicate nella cultura di tale ipotetica società, sarebbe concretamente possibile che un numero rilevante di scienziati si dedicasse a tali pratiche scientifiche? E dall’altro lato, sono fortemente convinto che l’andamento della scienza abbia una profonda influenza sulla società, in un meccanismo che vedo come di feedback reciproco, e quindi mi chiedo: se tali pratiche scientifiche fossero sviluppate, non contribuirebbero fortemente a radicare idee razziste nella società?

      Forse quello a cui voglio arrivare (ma come sai, non sono sicuro di nulla in particolare!) è che l’interazione fra scienza e società è molto forte, e bi-direzionale: la scienza è fatta da uomini, e dunque il modo e la direzione in cui si sviluppa non è impermeabile alle credenze, all’etica, agli interessi e così via; e dall’altro lato la scienza non porta ad un mero sapere “strumentale”, per cui i suoi risultati contribuiscono a modificare la società in tutti i suoi aspetti, compresi quelli etici. In uno scenario simile, quello che mi chiedo è ad esempio se le attività mirate a falsificare (a torto o a ragione) una determinata pratica scientifica, oltre ad essere una attività “interna” al campo scientifico (e quindi da valutare secondo le leggi astratte e logiche della scienza), non possano rappresentare un forte contributo a modificare la struttura (etica, ma anche economica) della società. E quindi, in parte, essere un contributo a cambiare l’idea etica che in quel momento risulta dominante nella società.

      Probabilmente in questo commento sono stato molto più confuso di prima… mi rendo conto che comunque quello che mi suscita dubbi sia una visione eccessivamente lineare dove il punto di partenza sia unico (l’etica) e da esso derivino, diciamo “a semplice cascata”, una serie di cambiamenti nella società. Mi rendo anche conto che di sicuro tu non proponi una visione così semplificata, ma il punto è proprio che mi fa piacere discuterne per chiarirmi meglio le idee su quale possa essere una lettura sensata della situazione e delle nostre prospettive. Ancora grazie della bella occasione di dibattito 🙂

      Ciao

      A.

  4. vanna ha detto:

    Caro Leonardo, mi fa piacere questo tuo articolo sulla sperimentazione animale! Infatti l’imminente recepimento della Direttiva 2010/63/UE in tutti i 27 paesi dell’UE offre a chi ne ha tempo e voglia uno straordinario campo di riflessione e intervento proprio sul terreno dell’antispecismo, dell’antivivisezionismo etico e della politica, nei primi decenni del XXI secolo.

    Non c’è bisogno di andare lontano. Basta esaminare il “considerando” n. 1 – vale a dire la prima proposizione in cui s’imbatte chi comincia a leggere il testo della Direttiva sulla vivisezione -, che spiega con candore per quale motivo e a quale scopo essa sia stata promulgata. Negli ultimi anni – si legge – “alcuni Stati membri hanno adottato misure nazionali che garantiscono un elevato livello di protezione agli animali utilizzati a fini scientifici mentre altri si limitano ad applicare i requisiti minimi. Tali disparità rischiano di costituire degli OSTACOLI AGLI SCAMBI DI PRODOTTI E SOSTANZE PER LO SVILUPPO DEI QUALI SONO EFFETTUATI ESPERIMENTI SU ANIMALI”. Di conseguenza – prosegue il testo della legge- “E’ opportuno che la presente direttiva preveda norme più dettagliate al fine di RIDURRE TALI DISPARITA’ […] e al fine di garantire il CORRETTO FUNZIONAMENTO DEL MERCATO INTERNO”.

    Garantire la concorrenza e “il funzionamento del mercato”, “ridurre le disparità”, ovviamente al livello più basso e con un occhio fisso a ciò che avviene nel Lontano Oriente, Cina in testa. Il risultato è che pratiche che in precedenza non erano permesse o che sembravano in via di superamento (i.e. il RIUTILIZZO di uno stesso animale anche in procedure che gli causano “intenso dolore, angoscia e sofferenza”, la possibilità di fare test su cani e gatti randagi, la possibilità di sperimentare in un quadro di “procedure amministrative semplificate”, senza controlli e senza necessità di specifiche autorizzazioni, ecc. ecc.) ora potranno invece diventare prassi corrente, senza incorrere in sanzioni.

    Tra deroghe e contro-deroghe, nel labirinto dei “se”, dei “ma”, del dico-ma-non-dico, delle “clausole speciali” e delle “salvaguardie” (a favore degli sperimentatori), l’inventario delle incongruenze concettuali e linguistiche contenute nelle 130 pagine di questa Direttiva è lungo e stupefacente, beckettiano nell’ispirazione, intollerabilmente preciso e mirato per ciò che comporta nella pratica.
    L’allegato VIII elenca le diverse tipologie di esperimenti consentiti per legge. Per esempio: scosse elettriche inevitabili per indurre impotenza acquisita; nuoto forzato o altri esercizi il cui punto finale è l’esaurimento; isolamento completo di specie socievoli come cani e primati per lunghi periodi; uso di gabbie metaboliche con limitazione grave del movimento per un lungo periodo, traumi intesi a produrre insufficienze organiche multiple, toracotomie (apertura del torace) senza somministrazione di analgesici… Ma il titolo che hanno ritenuto di affibbiare a questa specie di suppliziario medievale è “Direttiva sulla protezione (SI’, PROTEZIONE) degli animali utilizzati a scopi scientifici”. Insomma, al di là del confronto tra AVE e AVS, un documento ineguagliabile, orrendamente straordinario, per dire in quale tempo viviamo. E allora ben vengano tutte le riflessioni del caso!
    Vanna

    • L. C. ha detto:

      Ciao Vanna!
      grazie per essere passata!

      una cosa ci tengo a dire, proprio le molte riflessioni potranno far si che si arrivi ad un punto di arrivo comune,

      l’importante è l’umiltà e la volontà di mettersi in discussione,
      purché si anteponga sempre, prima di tutto, un principio non violento nelle pratiche scientifiche.

  5. michele ha detto:

    Caro Leonardo e carissimi amici
    ovviamente concordo con te che l’aspetto etico sia più “fondamentale” (si può dire “filosoficamente”? 🙂 e originario rispetto a quello scientifico; se i ricercatori facessero esperimenti sulle piante, ammesso, che la vita senza sistema nervoso non senta dolore
    (e per me è così) a me non interesserebbe tale pratica, scientifica o meno.
    Il fatto è che gli animali “sentono” ed è qui tutto il problema; ma l’argomentazione etica, benché sia quella fondamentale, da sola non mi convince, sia a livello teorico che pratico-propagandistico.
    Senza dubbio la vivisezione ha incrementato la conoscenza medica, ma la presentazione ideologica della medicina come un continuo progresso sulla base della sperimentazione animalie è falsa e falsificabile; certo un buon 25% di farmaci è efficace e sicuro sull’animale e “quindi” sull’uomo, non è cosa poco, ma non prendi in considerazione il seguente aspetto:
    1) Quali sono gli effetti sull’uomo nelle 4 fasi cliniche dopo la sperimentazione animale? Le cavie a stazione eretta hanno avuto effetti collaterali gravi? reversibili o irreversibili? Chi sono questi soggetti? Chi ne sa qualcosa? Nel 2006 6 giovani inglesi rischiarono la vita (forse uno è morto, sicuramente andò in coma) e gli altri a quel che si dice hanno avuto effetti collaterali irreversibili. Ma chi ne sa niente degli altri. Qui la teoria non si può ridefinire dopo che si è dimostrata falsa alla luce dei fatti, perché è in gioco la salute dell’uomo e la sua vita. Tu dimentichi, sia detto senza nessuna polemica 🙂 appunto il perché viene scartato quel 50% (secondo studi più attendibili) di farmaci dopo la sperimentazione umana. Certo, hai ragione nel dire che un farmaco in commercio è stato testato sull’uomo e quindi è impossibile dire che l’errore sia nella metodologia vivisezionistica, ma sicuramente l’esperimento preclinico era del tutto fasullo; in realtà la sperimentazione clinica umana è spesso errata perché costosa e fatta su pochi uomini e in tempi brevi, ma non è la stessa cosa che dell’errore metodologico dell’esperimento animale; qui c’è un sistema complesso che non può assurgere a modello di un altro sistema complesso, così come risolvere un’equazione sulle forze di due oggetti non è per nulla la stessa cosa che risolvere un’equazione a tre corpi (l’uno non può fungere da modello dell’altro, perché i sistemi complessi non possono fungere se non da modelli di se stessi)
    2) Trascuri anche il fatto che è del tutto possibile che tra il 70% dei farmaci scartati nella fase preclinica ce ne sia qualcuno efficacissimo sull’uomo, occorrenza ammessa anche dai ricercatori, dato che la differenza genetica non è un dettaglio nemmeno a livello intraspecifico (l’anemia falciforme uccide solo perché un amminoacido scambia il posto con un altro in una sequenza di 550 amminoacidi della proteina, figurati 60 milioni di basi che differenziano lo scimpanzé dall’uomo)
    3) Gli errori metodologici della vivisezione servono a livello propagandistico; alla gente non interessa la sofferenza dell’animale, o almeno si presume così (allora perché gli scienziati hanno bisogni di lavorare come i servizi segreti e di mentire – “Noi li trattiamo bene….”?). Dire che il Baycol, il cliochinolo, il Vioxx e via discorrendo avevano passato la prova dell’animale (ma anche quella umana, però la differenza è sostanziale: lì si tratta di errore metodologico, qui di scarsità di volontari e brevità di tempo) può far aprire gli occhi alla gente e instillare il dubbio che la vivisezione non sia quella precisa rigorosa e scientifica metodologia che ci ha SOLTANTO permesso di sconfiggere le malattie (peraltro in gran parte sconfitte dall’alimentazione e dall’igiene) ma anche una pratica che ha portato alla morte e che non elimina la sperimentazione sull’uomo (come la gente tende a credere)
    Ciao, scusa non ho tempo di rifinre la forma linguistica, devo scappare 🙂
    Buon lavoro

    michele

  6. michele ha detto:

    va da sé che Singer soprattutto l’ultimo Singer deve essere abbandonato, perché credo che faccia più danni che benefici ai movimenti di lotta per i diritti animali.

    • L. C. ha detto:

      Ciao Michele,

      grazie per le tue riflessioni,

      credo che l’unico modo per capirci qualcosa sarebbe un bel dibattito tra AVS ed AVE pubblico,

      chissà se qualcuno lo organizzarà mai, seriamente, e senza preconcetti.

  7. michele ha detto:

    grazie a te; ho riletto, la forma linguistica lascia molto a desiderare e infatti qualche concetto è espresso così male che si fa fatica a capire….ad ogni modo, bisognerebbe risolvere un altro problema; da vecchio lettore dilettante di epistemologia e di storia della scienza, mi risulta assai strano che una parte della comunità scientifica (e parlo di ricercatori di fama, di professori universitari di prestigiose università, di medici ecc.) non accetti la metodologia dell’approccio vivisezionista; si badi bene, non una teoria specifica (quello ovviamente fa parte della normale dialettica del progresso scientifico), ma la metodologia pura e semplice. Non ho mai conosciuto un fisico che criticasse la metodologia galileiana e newtoniana. Tutt’al più, la si storicizza e le si concede una validità parziale (per es.,si critica l’insistenza sull’approccio analitico piuttosto che olistico – in altri termini si mette in discussione l’approccio riduzionista e meccanicista, ma sempre storicizzando e mettendo in risalto la validità seppure parziale di quel metodo); qui invece si tratta di scienziati che rigettano in toto quella modalità di conoscenza – il modello animale – e non la “filosofia generale” del vivisettore o qualche teoria o sottoteoria. Non dico che abbiano ragione questi scienziati e filosofi della scienza ma bisognerà pure chiedersi come mai succede questo: che prof. universitari, premi Nobel, ricercatori sostengano una totale non scientificità della vivisezione, gente preparata che ha ottenuto la laurea o la cattedra o il posto in laboratorio da vivisettori e compagni…..

  8. devetag ha detto:

    Leonardo, avrei un’altra domanda per te: nel lungo processo che porta alla commercializzazione di un farmaco lo scienziato compie un’operazione di restrizione progressiva del numero di possibili opzioni che possano funzionare per l’umano. Ciò che tu sostieni, a ragione, è che la fase della sperimentazione sull’animale consente di ridurre di molto l’incertezza e di restringere lo studio nelle fasi successive solo a quei farmaci rivelatisi efficaci e sicuri negli animali. Benissimo, solo che a questo punto ti chiedo: visto che la sovrapposizione tra modello umano e modello animale è solo parziale, tra i possibili “errori” statistici dell’uso del modello animale non c’è solo da considerare quello che porta a selezionare un farmaco che funziona sull’animale ma NON funziona sull’uomo, ma anche quello opposto: l’esperimento su animale porta all’eliminazione dalla fase clinica di moltissimi farmaci che sull’animale hanno mostrato di NON funzionare o di avere effetti collaterali intollerabili. Ma chi ci assicura che tali farmaci eliminati alla fase 2 non avrebbero potuto funzionare sull’uomo? Nessuno. Il problema è che questi farmaci non passano mai alla fase successiva (e sono la stragrande maggioranza) e non vengono esplorati ulteriormente. Cioè, chi ci assicura che andando a frugare nel “cestino dei rifiuti” dei farmaci scartati non si potrebbero trovare dei farmaci utili per noi?

  9. L. C. ha detto:

    Ciao Giovanna.
    Come sai sono un filosofo, e conosco solo parzialmente le questioni tecniche della sperimentazione.

    Non sono sicuro, ad esempio, che i farmaci testati in pre-clinico sugli animali vengano scartati come dici, perché magari passano il test del modello statistico/matematico, o del vitro. (ma davvero, non lo so, e non fingo ipotesi)

    Detto questo, proprio perché io parlo di filosofia morale, e non di scienza, credo che il modello animale andrebbe eliminato NON perché può creare inceppi per la farmacologia umana, ma perché il concetto stesso di “modello animale” è una discriminazione,

    qualsiasi animale “da” qualcosa, è discriminato. E in una società antispecista, e per adesso in una filosofia antispecista, non c’è spazio per modelli volti al massacro.

    Badate bene, non è un discorso astratto. E credo che spinga proprio a cercare metodi alternantivi. Alberto ha ragione, la scienza deve trasformarsi e trasformare il mondo perché noi proponiamo una nuova idea di mondo.

    Ma nella mia visione dell’antispecismo, l’unica priorità è la liberazione animale, senza “se” e senza “ma”.

    La scienza potrà sempre dirti che gli animali “servono”, e noi non possiamo contraddirla perché questa è conclusione logica delle sue premesse. Solo distruggendo il “servono” attraverso l’etica, possiamo sperare in questi “alternativi” metodi che voi proponete.

    • devetag ha detto:

      Caro Leonardo,

      ma la mia domanda non era comunque in contrasto con l’ipotesi etica, era solo un interrogarmi su di un aspetto che secondo me porta a concludere che la sperimentazione animale sia “anche” se non pessima, perlomeno non eccezionale dal punto di vista dell’utilità scientifica. Poi uno l’argomento scientifico può decidere di non usarlo perché controproducente rispetto all’affermazione del principio etico, ma questo è un altro discorso. Aggiungo che nemmeno io sono esperta di ricerca biomedica, ma da quello che mi è capitato di leggere mi sembra proprio che il procedimento sia strettamente sequenziale e non ammetta “andamenti a ritroso”: dal vitro si passa al vivo e poi eventualmente all’uomo. Se il vivo non funziona, si scarta e si prova daccapo con qualcos’altro (ma naturalmente ribadisco che su questo potrei essere smentita perché non sono un’addetta ai lavori).

      Sempre sulla questione etica, tu hai ragione a battere su quel tasto. Ma, anche in una prospettiva di etica assoluta e se al posto degli animali ci fossero i neri o gli ebrei, e se si fosse in una situazione di “o noi o loro” (cioè o noi usiamo loro negli esperimenti o noi moriamo di malattie atroci) siamo sicuri che l’etica ci imporrebbe di morire per non “usare” gli altri? Per esempio mi sembra già di capire che uno come Singer non risponderebbe “sì” ma ne farebbe una questione di numeri. Altri, non lo so.

  10. L. C. ha detto:

    Cara Giovanna,

    scusa se ho frainteso. Non so, forse il modello animale non è necessario, forse è quel concetto di “necessario”, a non essere a sua volta necessario.

    Singer si, starebbe sui numeri. Io no, credo che il problema sia disporre della vita di altri, per salvare altri.

    Chi ci autorizza a farlo? Il detto “uno per salvarne cento” non mi ha mai convinto. Ma credo che se ne parliamo du presenza, o “quasi”, come ventilavi tu, forse ne veniamo a capo 🙂

  11. osservatore interessato ha detto:

    Salve ho letto con molto interesse l’articolo pubblicato. Sono un sostenitore della sperimentazione animale e ho sempre trovato, scusate le parole, ridicola la posizione di chi la dichiara totalmente inutile. L’unica via che riconosco sensata, da scienziato anche se non del campo, per motivare lo stop alla SA è quella etica. Trovo molto più intellettualmente onesto chi vuole rinunciare alla SA perchè ritiene la derattizzazione o la disinfestazione un genocidio di massa rispetto a chi, sbagliando, la ritiene inutile. La filosofia e l’etica si prestano alla discussione, la scienza invece non è democratica. Buona serata

  12. Carlo montuori ha detto:

    contrario alla vivisezione per questione etica però la domanda nasce dal fatto che se comunque l’ultimo passaggio viene fatto sull’uomo quel 25% che precede le altre fasi non potrebbero estraporarlo utilizzando procarioti, frazioni subcellulari, colture cellulari, tessuti ed organi separati? quanto influisce realmente il fattore economico sulla scelta degli animali per la sperimentazione nei laboratori? saluti carlo

    • osservatore interessato ha detto:

      Si usa l’animale meno costoso adatto allo scopo. Per l’apparato cardiocircolatorio il maiale o il cane ad esempio. Per lo studio dei tumori i topi perchè lo sviluppo della malattia è rapido e “facilmente” procurabile alla cavia. Senza contare che la maggior parte delle cavie sono drosophile e pesci zebra. Sia chiaro che il costo di mantenere una cavia di laboratorio rispetto al vitro o alle simulazioni è enormemente superiore, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Per dirne una un beagle di GH ha un tariffario sui 3000 euro cca. Dei topi “normali” intorno a 70-80 e possono arrivare più in alto. Tutto questo senza contare il costo del mantenimento degli animali. Ad oggi non ho ancora trovato una persona che mi abbia logicamente dimostrato come mai se esistono metodi alternativi che: 1) Costano meno 2)Toglierebbero un sacco di problemi etici alle case farmaceutiche e alle università essi non vengono adottati. Non ha senso! Esistessero si userebbero. Poi qui si è trattato soprattutto di farmacologia ma la SA è tutt’ora il fondamento per la ricerca di base (le staminali non sono state scoperte in vitro 🙂 )

Trackbacks
Check out what others are saying...
  1. […] per Asinus Novus Rivista di Antispecismo e Filosofia ~ ISSN […]

  2. […] L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale, 20 Maggio 2012 […]

  3. […] L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale, 20 Maggio 2012 […]

  4. […] Da: “Asinus Novus” – L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale di Leonardo Caffohttp://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/20/lunica-via-per-dire-no-alla-sperimentazione-animale/ […]

  5. […] letto con interesse l’articolo “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale” pubblicato su questa rivista, ed in risposta vorrei porre qualche – spero utile […]

  6. […] secondo autore che ha scritto di antivivisezionismo, Leonardo Caffo, nel suo articolo, “L’unica via per dire “no” alla sperimentazione animale”, ha invece dichiarato la superiorità della critica etica alla SA rispetto a quella […]



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: