Mica pretenderai che leggiamo la tua opera omnia?!

di Marco Maurizi

Mi è capitato spesso negli ultimi tempi, di fronte a delle critiche ricevute per un testo, di aver fatto riferimento ad altri testi che avevo scritto in precedenza. Mi è stato risposto che uno non è costretto a leggersi la mia “opera omnia” e che io, non avendo scritto “Il capitale”, non potevo pretendere chissà quali attenzioni per i miei articoli passati. Ammetto che mi trovo in imbarazzo a rispondere a questo tipo di obiezioni. Se ciò che penso potesse riassumersi in poche righe l’avrei scritto in poche righe. Se, viceversa, oggi c’è un gruppo di testi che considero importanti per comprendere come la penso su alcune questioni evidentemente si tratti di testi che non ho potuto evitare di scrivere.

D’altronde, se tralasciamo articoli più vecchi che non ritengo oggi interessanti, ho iniziato a scrivere di antispecismo dal 2005 e, nel bene o nel male, le cose che ho scritto hanno fatto discutere. Alcuni le apprezzano, altri le disprezzano. Ad ogni modo, non è certo il fatto che esse abbiano suscitato interesse che ne giustifica l’esistenza o ne impone la lettura. Qualche sciocchino prova oggi a squalificare le mie tesi suggerendo che essi “affascinino” delle persone, volendo così suggerire che dietro il “seguito” che possono avere non ci sia poi tanta consistenza. Ma il problema è che anche ammesso che le mie idee abbiano avuto qualche riscontro di lettori, non è per questo che pretendo che esse siano lette e comprese nella loro interezza. È che proprio non posso far finta che gli articoli che sono andato scrivendo da 7 anni a questa parte non esistano! Io ho cercato di fare una ricerca teorica sull’antispecismo che, a prescindere dai suoi eventuali meriti, ha una articolazione interna molto forte, tesi e argomentazioni, credo, abbastanza chiare anche se talvolta complesse. Per chi vuole conoscerle non posso far altro che proporre la lettura del libro Al di là della natura, in cui ho sintetizzato gran parte delle ricerche e degli esiti teorici e pratici delle stesse. Felice Cimatti ne ha fatto un’ottima sintesi.

Poiché viviamo in tempi di crisi, qualcuno storcerà il naso all’idea di dover spendere dei soldi. Per costoro, non posso che rimandare a quanto si trova su vari siti internet, aggiungendo qui di seguito una lista e una breve presentazione dei singoli articoli in modo da render loro più facile l’orientamento. Non è l’opera omnia, anche perché dovrei essere morto o vicino alla santificazione per averne una, ma una lista ragionata che traccia il percorso che ho seguito finora e i contributi che ritengo di aver dato al dibattito sull’antispecismo. Trovo che parlare di sé a proposito di questioni teoriche sia indecoroso ma essendoci costretto da coloro che mi criticano senza sapere nulla di ciò che ho scritto finora, spero di poter pagare qui il prezzo dell’imbarazzo una volta per tutte.

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Questo articolo è diviso in due parti. La prima mostra come la tradizionale critica all’antropocentrismo di Marx da parte degli animalisti sia errata e che nei concetti attraverso cui Marx analizza il capitalismo non c’è alcun ricorso ad assunti antropocentrici. Dunque è possibile servirsi dei concetti marxiani per criticare il capitalismo da un punto di vista antispecista. Nella seconda parte si mostra come in Marx ed Engels non ci sia però alcuna intuizione circa il ruolo che il rifiuto dello sfruttamento animale può svolgere in un progetto di liberazione umana. Un ruolo importante nel modificare la prospettiva marxista in direzione dell’empatia verso la natura non-umana è indicata nelle opere della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse)

Un breve testo in cui ho cercato di fissare i punti che mi sembravano carenti dell’uso del termine “specismo” diffuso nel movimento di liberazione animale. In sintesi sostengo che non è possibile descrivere in generale l’atteggiamento dell’umanità nei confronti degli animali non-umani con questo termine poiché (1) la storia umana ci presenta comportamenti diversi che non possono essere, senza forzature, ricondotti sotto un’etichetta semplificatrice; (2) non esiste l’umanità, ma esistono società concrete in cui gli umani hanno ruoli e funzioni diversi sia tra di loro che nei confronti della natura; (3) la stessa definizione di umano e non-umano soggiace a queste variabili socio-storiche. Dunque il problema tanto dell’oppressione quanto del pregiudizio va cercato e risolto con un’analisi storica e sociale se non vuole rimanere ad un livello “metafisico”. Ipotizzo qui che questo errore si ritrovi già in Singer (che parla dello specismo come “ideologia della nostra specie”) e non sia stato successivamente corretto.
Quale marxismo per l’animalismo? (Marzo 2005)

Una risposta alle numerose critiche suscitate da “Marxismo e animalismo”. Queste critiche si basavano su due incomprensioni: secondo molti, io avrei sostenuto che la sinistra storica fosse di per sé “animalista” o che bisognasse abbandonare l’animalismo per abbracciare il marxismo; altri pensavano addirittura che io chiedessi di votare i “partiti” di sinistra.   

Un sito chiamato “Osservatorio politico animalista” aveva aperto una sezione di dibattiti sulle migliori strategie politiche per il movimento. Le strategie discusse erano tre: lobbismo (creare gruppi di pressione per influenzare i partiti esistenti), entrismo (infiltrarsi nei partiti ecologisti ecc.), costituire un partito animalista. Considerando prematuri questi discorsi suggerivo nell’intervento di iniziare a discutere di quali fossero gli obiettivi strategici da porsi per realizzare una società non specista. Ribadivo che i miei interventi su Marx volevano semplicemente suggerire di dotarsi di strumenti concettuali adatti per comprendere la società capitalistica. Rifiutavo inoltre la concezione, proposta da Adriano Fragano, di stilare una sorta di etica normativa che dovesse fungere da base programmatica per qualsiasi futura attività politica.

Per un breve periodo sembrò possibile organizzare un forum delle realtà antispeciste per discutere di temi politici. Il progetto (come altri che seguirono) naufragò nel nulla. Scrissi un breve memorandum sui punti che mi sembravano essenziali per un ipotetico programma politico: (1) il fine politico va concepito come la realizzazione di una “società” non specista, quest’ultima cioè non è la semplice somma di individui vegani; si tratta di un’ideale regolativo di cui possiamo al massimo definire i contorni generali; (2) un movimento antispecista non può che lottare contro il principio del profitto poiché questo non solo si basa sullo sfruttamento di umani e non-umani ma, in generale, concepisce l’intera natura come materia da mercificare; (3) ciò implica liberare la scienza dalle distorsioni del mercato; al tempo stesso, anche l’ideologia scientista va combattuta poiché i fini della scienza vanno decisi democraticamente dalla società  e non dalla scienza stessa: in tal modo auspicavo un superamento della distinzione tra antivivisezionismo etico e scientifico dal punto di vista di una società non specista; (4-5) un movimento antispecista deve praticare e tentare di realizzare una democrazia radicale e pensarsi come impresa mondiale; (6-7) integrare la prassi del boicottaggio delle merci derivate da sfruttamento animale con la costruzione di un soggetto politico in grado di elaborare strategie a lunga scadenza; (8) lavorare all’elaborazione di una più vasta “cultura antispecista” in grado di concettualizzare in modo adeguato i problemi teorici e pratici del movimento.

Lettura critica dell’editoriale “Il nostro antispecismo” pubblicato sul primo numero della rivista Nemesi. Sostenevo che esso mostrava l’atteggiamento “metafisico” che avevo denunciato nelle Tesi, secondo cui la schiavitù animale era stata il prodotto di un pregiudizio di superiorità dell’uomo e che da questo atto originario sarebbero derivati storicamente tanto il razzismo che il sessismo.

Questo testo riprende le Tesi sullo specismo e cerca di svilupparne positivamente il contenuto. Se usiamo il criterio singeriano e consideriamo lo specismo un “pregiudizio” lo specismo diventa un fenomeno storicamente recente poiché prima delle società illuministe l’uomo “come tale” non era al centro della considerazione etica. Occorre dunque (1) distinguere tra prassi materiale di sfruttamento e pregiudizio ideologico e chiedersi quando l’uomo inizia a sfruttare gli animali. Risposta: nel momento in cui li priva della libertà, cioè attraverso l’addomesticamento. Inoltre (2) occorre chiedersi quando l’uomo inizia a considerarsi “superiore” agli altri animali e ciò accade quando alla fase “magica” e totemica si sostituisce quella delle religioni antropomorfe. Infine (3) occorre domandarsi a beneficio di chi viene posta la gerarchia tra umani e non-umani e a ciò va risposto sottolineando come con la costituzione delle prime società di classe che sfruttano umani e animali si costruisca un meccanismo di accumulazione di potere che va a beneficio delle elite politico-religiose. La tesi fondamentale dell’articolo è: “senza schiavitù animale non ci sarebbero state le società di classe, ma senza le società di classe non ci sarebbe stato lo specismo”.

Marxismo e antispecismo: un incontro mancato ma necessario (dicembre 2006)

Ulteriore intervento in cui distinguo la questione “politica” dalla questione “partitica”, chiedendo al movimento antispecista di iniziare un processo di revisione dei concetti di “specismo”, di “diritti” e di “lotta di liberazione” in grado di affrontare il tipo specifico di società in cui ci troviamo: il capitalismo avanzato. Il boicottaggio individuale delle merci (veganismo) non può scalfire il principio della mercificazione che è un principio sistemico.

Questo testo riprende i temi de La genesi dell’ideologia specista mostrando come la Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer e Marcuse) avesse già intuito e chiarito i termini essenziali della questione. Come avevo sostenuto nella seconda parte di Marxismo e animalismo, c’è in questi autori una critica del dominio sulla natura che permette di mostrare l’unità tra sfruttamento umano e sfruttamento della natura. Il concetto di “dominio” elaborato da Adorno & co. infatti mostra l’intreccio che c’è tra: (1) il dominio sulla natura esterna; (2) il dominio sulla natura “interna” (controllo delle istanze pulsionali dell’uomo); (3) il dominio di classe. Nessuno di questi momenti può essere posto come originario rispetto agli altri, tutti sinergicamente contribuiscono a rendere la civiltà un meccanismo di oppressione dell’inferiore in cui il ruolo del “dominato” viene di volta in volta occupato dagli animali non-umani, dai lavoratori, dalle altre etnie, dalla donna, dagli aspetti della psiche non funzionalizzabili ai fini del dominio stesso. La sfera dell’irrazionale e del naturale vengono così a sovrapporsi e l’orizzonte della liberazione non può che dischiudersi mettendo in discussione questa sovrapposizione e le strutture repressive che la riproducono e se ne servono.

Breve testo che sintetizza i risultati delle ricerche condotte in precedenza: “non sfruttiamo gli animali perché li consideriamo inferiori, piuttosto li consideriamo inferiori perché li sfruttiamo”. Inoltre riprendo la questione del pensiero di Singer differenziandolo più accuratamente dall’uso che è stato fatto del suo pensiero nell’ambito del movimento per i diritti animali. Osservo infatti come l’originaria definizione di “specismo” riguardi la giustificazione delle “proposizioni morali” e non gli “atti” in quanto tali. Dunque la definizione di antispecismo “metafisico” da me proposta va più propriamente attribuita a chi trasforma questo concetto logico in una forza storica (l’antropocentrismo come habitus mentale o addirittura come “causa” dell’oppressione animale).

Un articolo che riprende la questione del rapporto tra pensiero marxiano e questione animale. Si evidenziano alcuni limiti nell’analisi di Marx del nostro rapporto con la natura che vanno integrati. Tali limiti non vanno posti a livello “etico” poiché (come mostrato in Marxismo e animalismo) il pensiero di Marx è una critica dell’etica astratta e individualistica e si comprende come una critica materialistica della società che deve rendere possibile, una volta liberato l’uomo dai condizionamenti economici, una vita libera e, dunque, anche una vita finalmente etica. Distinguo invece l’analisi sistemica del capitale (in cui il riferimento alla natura non-umana come sostrato del nostro dominio può legittimamente essere messa in secondo piano), dall’analisi genetica del capitale, cioè il ruolo occupato dal capitalismo nella storia delle società di classe. In quest’ultimo caso, poiché lo sfruttamento della natura non-umana rappresenta la base economica e materiale su cui si erge il dominio di classe non è possibile compiere un’analisi completa del capitalismo senza ripercorrerne la preistoria. Discutendo la nozione di “progresso materiale” in Marx osservo che “la schiavitù animale rientra nella storia della schiavitù umana non della sua libertà”.  

Questo testo analizza le diverse teorie del “progresso”, sia quelle critiche (il primitivismo), sia quelle favorevoli (illuminismo e marxismo), sostenendo che esse sono insufficienti perché la questione animale viene sempre elusa. Diversamente con l’antispecismo. Quest’ultimo è il prodotto del progresso materiale e culturale, il momento in cui l’estraniazione dell’uomo dalla natura (interna ed esterna) raggiunge l’apice e un possibile punto di rovesciamento. Esso diventa così il momento in cui attraverso la storia della civiltà quest’ultima giunge a comprendere il proprio rapporto dissociato con la natura.  

Tesi sulla natura (pubblicato su “Liberazioni”, n. 2, Settembre 2010)

Brevi tesi che problematizzano l’uso del concetto di “natura”. Quest’ultimo non è comprensibile in modo “intuitivo” o piattamente “oggettivistico-scientifico” poiché la natura appare all’uomo sempre nella mediazione storica e sociale. Si tratta di comprenderla dunque nella sua dialettica con la civiltà per articolarne l’ambiguità e le contraddizioni.

Marx e gli animali (Dicembre 2010)

In questo piccolo articolo apparso su “Liberazione” ho cercato di sintetizzare semplificando al massimo alcune tesi elaborate in precedenza: In particolare ho tentato di giustificare l’interesse per il non-umano come una questione che esula dalla “sensibilità” soggettiva.

Si tratta di un testo scritto dopo un incontro fallimentare con rappresentanti dell’area libertaria e antagonista in cui cerco di chiarire la distanza incolmabile, nonostante l’apparente vicinanza, tra “difesa della natura” e “antispecismo”. Critico la visione “idillica” dell’allevamento tradizionale e dell’auto-produzione e sottolineo la necessità di spostare il confronto dal piano delle azioni a quello delle idee che le sostengono. In particolare sviluppo l’argomento secondo cui soprattutto i vegani non dovrebbero entrare in questo dialogo come rappresentanti di uno “stile di vita” (cosa che fa spostare sempre il nodo del dibattito dalle vittime di un sistema produttivo ai comportamenti individuali nella sfera del consumo), bensì come sostenitori di un modello di società diverso e alternativo al presente. Traccio qui per la prima volta e giustifico la differenza teorica e qualitativa tra “antispecismo” e “veganismo”. La loro confusione è deleteria perché confonde l’effetto con la causa, l’azione con la sua giustificazione ideale.

La disputa sugli argomenti indiretti: un falso problema  [pubblicato su “Liberazioni”, n. 4, marzo 2011]

Testo che cerca di superare la distinzione tra argomenti diretti (cioè “etici”) e argomenti indiretti (cioè “strumentali”). Poggiando sulla distinzione weberiana tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità argomento in favore di una visione politica della questione animale. In primo luogo, mostro come il ricorso all’argomento diretto, seppure preferito presso il pensiero antispecista “radicale”, poggi su premesse fragili (ovvero la presunta inefficacia e/o ingiustizia del ricorso ad argomenti strumentali per “convincere” gli specisti a cambiare atteggiamento nei confronti degli animali). In secondo luogo, mostro come l’argomentazione diretta impedisca pregiudizialmente di passare dall’interesse animale a quello umano e viceversa, impedendo di comprendere la (possibile) unità tra questi interessi e, dunque, una declinazione politica del discorso antispecista. Un discorso “politico”, nei termini weberiani, è un discorso che riesce a mediare l’istanza etica con la considerazione fattuale rispetto agli effetti dell’azione. Da ultimo sottolineo che la forma attuale degli argomenti indiretti sia erronea e come essi siano inservibili perché spesso fattualmente inesatti.

Questa analisi mostra il modo in cui il grande antropologo francese articolava in modo dialettico il concetto di “umanismo” proponendone una critica (umanismo come espressione dell’egocentrismo di specie) che facesse però salva l’esigenza di un allargamento della sfera della considerazione etica alle altre specie (umanismo come capacità di pensarsi “insieme” all’altro da noi). L’articolo ripercorre alcuni nodi importanti dell’opera di Lévi-Strauss come la concezione del “simbolico” e l’ambiguo rapporto che esso produce nei rapporti tra natura e cultura e il rapporto di dipendenza tra razzismo e antropocentrismo/specismo.

Possono gioire? Appunti per una zoofilia antispecista  [pubblicato su “Liberazioni”, n. 7, dicembre 2011]

In questo articolo provo a rielaborare il concetto di “zoofilia” a partire da una riflessione sul concetto di “amicizia” in Aristotele e Nietzsche. Mostro come questi due pensatori sviluppino due opposti concetti di amicizia: amicizia nella somiglianza e nella razionalità (Aristotele), amicizia nella dissomiglianza e nel prospettivismo vitalistico (Nietzsche). Pur criticando l’antropocentrismo residuale di Nietzsche argomento a favore di un’ontologia “relazionale” in cui la differenza sia accettata come valore in sé, in cui l’io e l’altro si determinino reciprocamente come altrettante irriducibili prospettive sulla Vita, intesa come infinito darsi di “prospettive” sul mondo. Si tratta di un’ipotesi di lavoro per passare dalla nozione negativa di etica in Bentham ad una nozione positiva di essa: non chiedersi se gli animali possono “soffrire” ma se possono “gioire”.

Il libro che raccoglie, sintetizza e rilancia le ricerche compiute negli anni precedenti. La tesi fondamentale che emerge è quella di una dialettica della natura in cui cultura e natura si determinano reciprocamente: la cultura come “altro” apparente dalla natura di cui riproduce i meccanismi di violenza e accaparramento; la natura come voce soffocata di un’alterità che si afferma sotto e nonostante il dominio di cui è fatta oggetto. Solo annullando con un gesto di solidarietà il proprio dominio nei confronti della natura (e riconoscendosi parte di essa) la civiltà potrebbe compiere il “salto qualitativo” che la porterebbe ad inaugurare nuovi rapporti tra le specie, realizzando con ciò stesso quell’alterità che andava cercando vanamente nella repressione della natura stessa. La dialettica della natura si realizza come paradosso in una sorta di contraddizione performativa.

In questo intervento distinguo la prassi del movimento antispecista sotto le sue due forme: il conflitto e l’inclusione, cioè la lotta contro lo specismo e la diffusione dell’antispecismo. Mostro le difficoltà che sorgono dal non aver chiarito sufficientemente (a) l’oggetto del conflitto e (b) le modalità inclusive di relazione. Entrambi gli errori derivano da un concetto inadeguato di “specismo” che porta a concepire tanto l’azione in termini atomistici e non sistemici. Così non solo le strutture del potere (politico, economico, sociale, culturale) specista non vengono intaccate ma si attua una prassi di conflitto con gli altri umani. La prassi inclusiva dovrebbe invece distinguere (1) la comprensione del messaggio antispecista, (2) l’accettazione del messaggio antispecista e (3) il “reclutamento dei militanti. Anche su questo versante mostro i problemi che derivano dal confondere “veganismo” e “antispecismo” (verso la comprensione di quest’ultimo dovrebbero essere rivolti gli sforzi e non alla diffusione di uno “stile di vita”), dall’uso degli argomenti “diretti” che produce un inevitabile scivolamento nel moralismo e nel settarismo identitario.    

Asinus novus. Lettere dal carcere dell’umanità, Ortica editrice, Aprilia 2012.

Le parole e le cozze (marzo 2012)

Articolo che tematizza la natura radicalmente non-identitaria che il movimento antispecista dovrebbe assumere se volesse tenere fede alla propria vocazione di liberazione dell’alterità animale. Per non ridursi ad essere semplicemente l’espressione di uno dei tanti gruppi umani dediti all’identitarismo irriflesso (spacciando cioè per “verità” ciò che è funzionale ad una mera volontà di distinzione e auto-conservazione), esso dovrebbe teorizzare e praticare la non-identità almeno su tre distinti livelli: (1) quella tra pensiero e azione, (2) quella tra individuo e società, (3) quella tra interesse all’autoconservazione del gruppo e liberazione animale effettiva.

Ipotesi di rilettura antispecista della teologia che sviluppa le proposte ontologiche avanzate in Possono gioire?

Teriofobia (maggio 2012)

Testo che sviluppa questioni affrontate in precedenza: in particolare viene ripresa la tematica del ruolo svolto dalla natura come sfondo negativo, temuto, disprezzato e represso della civiltà. La “teriofobia” è la paura della natura in quanto origine di ciò che è intrinsecamente “selvaggio” e che si oppone alla civilizzazione: non solo la natura non-umana, ma la stessa natura umana in quanto logicamente, psicologicamente ed emotivamente si oppone ai meccanismi di addomesticamento della cultura repressiva. Attraverso una breve analisi dei meccanismi simbolici di “rimozione” dell’animalità e dunque del suo riapparire in forma alienata e paranoide nel comportamento umano, mostro come tale odio si sposti facilmente nei confronti di coloro che si ergono a difensori della natura non-umana. Alla fine del testo propongo una breve critica del concetto di “vegefobia” suggerendo di includere i fenomeni descritti da quest’ultimo nel concetto più ampio di teriofobia.

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  1. […] precisa. Critica cioè quello che lui definisce arbitrariamente “antispecismo politico” mentre le analisi che sono state prodotte in questi anni (e che sono l’unica cosa che andrebbe seriamente discussa) vengono totalmente ignorate e passate […]

  2. […] [10]  M. Maurizi, Mica pretenderai che leggiamo la tua opera omnia?!, pubblicato il 27 maggio 2012 su Asinus Novus – rivista online di Filosofia e Antispecismo, http://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/27/mica-pretenderai-che-leggiamo-la-tua-opera-omnia/ […]



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