La sindrome da burnout e l’attivismo per i diritti animali

a cura degli Animalisti FVG

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La sindrome da burnout è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere.

Stiamo parlando di una sindrome che coinvolge molte figure professionali, come ad esempio i medici o il personale sanitario che si occupa di pazienti affetti dalle malattie più gravi, per le quali si rendono necessarie terapie lunghe, impegnative e spesso dall’esito incerto.
Essi sono pertanto esposti a un elevato rischio di sviluppare il burnout, una sorta di esaurimento psicoemotivo specifico dell’ambito sanitario.

Chi quotidianamente e attivamente si occupa di diritti animali tende a sviluppare (attraverso l’esperienza o in virtù di una predisposizione naturale), un forte stato di empatia nei riguardi degli animali non umani;
egli non pone mai una linea di demarcazione tra il dolore degli animali umani e quello degli animali non umani, riconoscendo a entrambi pari dignità e pari diritto alla vita.
Questa straordinaria capacità di “sentire dentro”, di andare non solo verso l’altro, ma anche di portare questi nel proprio mondo, è un potente mezzo di cambiamento, uno strumento necessario a farci comprendere fino in fondo l’infinita sofferenza che si abbatte quotidianamente sugli animali.
Si tratta però di un’arma a doppio taglio che ci accompagna in un ambiente estremamente ostile, rendendo visibile quel carico di morte che ci circonda anche nelle più banali azioni quotidiane; inutile fare una lista, il dolore degli animali si trova proprio sotto i nostri occhi, ovunque ci giriamo, ed è impossibile sfuggirne.
E come se tutto questo non bastasse, quando cerchiamo di fare qualcosa a riguardo, informandoci per potere a nostra volta testimoniare questo dolore, è inevitabile imbatterci in immagini estremamente forti.
Chi, come attivista, si trova a dovere utilizzare la rete e i social network come strumento di informazione e divulgazione, è spesso sottoposto ad un forte e intollerabile carico di stress dovuto alle immagini della sofferenza degli animali non umani.
A miliardi, stipati su vagoni della morte e condotti al mattatoio, manipolati nell’asettico silenzio di uno stabulario, sfruttati in un allevamento, sottoposti a ogni forma di sopraffazione, ogni minuto di ogni giorno.

Questa overdose di dolore non è per niente facile da metabolizzare; l’attivista si trova a doverla affrontare da solo, senza strumenti e spesso senza la possibilità di condividere con la famiglia, con i colleghi, con gli amici, il proprio profondo disagio; in un contesto sociale del tutto impermeabile alla questione animale ci si trova a vivere la frustrazione di non vedere cambiamenti tangibili e a breve termine.
Nei momenti di minore sconforto ci facciamo coraggio e cerchiamo di immaginare il giorno in cui la liberazione animale da noi tutti auspicata possa avvenire, pur chiedendoci se la nostra generazione potrà mai vedere l’alba di quel giorno.

Quello dell’attivista non è un lavoro inteso nel senso comune del termine, tuttavia esso presenta le stesse logiche di stress psicofisico riscontrate in numerosi contesti lavorativi.
La differenza è che l’attivista non può contare su una rete di sostegno, garantita invece nel caso di alcune categorie professionali e di grande aiuto a chi si trova quotidianamente a fronteggiare questioni come il dolore e la morte.

Non ci sono rimedi o vie d’uscita, ma se vogliamo aiutare concretamente e lucidamente (quindi efficacemente) gli animali, dobbiamo in qualche modo fare lo sforzo, nel contempo, di tutelare il nostro equilibrio emotivo e- cosa difficile ma necessaria- quella minima dose di gioia di vivere che è una premessa indispensabile per prendersi cura degli animali nel migliore dei modi.

Cadere vittime del vortice di dolore che ci circonda, sviluppare un atteggiamento estremamente negativo e sfiduciato nei confronti della società e dei nostri stessi compagni di viaggio, con tratti fortemente depressivi e al limite del cinismo, non aiuterà gli animali a vedere l’alba di un mondo diverso da quello di oggi.

Difenderci non è un modo di eludere la realtà che ben conosciamo; difenderci è difendere chi da solo non può farlo e ha bisogno del nostro aiuto.
E’ reagire veicolando l’empatia in qualcosa di concreto per gli animali non umani, è reagire a un sistema che nega la loro sofferenza riducendoli a unità, a numeri, a cose, e allo stesso tempo cerca di contrastare, sminuire o ridicolizzare il nostro impegno per loro.

Molte realtà e presidi sanitari hanno, da anni, messo in campo piani e strategie per tutelare gli operatori dal rischio dello stress prolungato, causato da una sovraesposizione alla disperazione; questo non solo per difendere i loro interessi, ma soprattutto perché un operatore sereno, consapevole e preparato, è anche una risorsa per il soggetto più debole, colui che deve essere difeso.
Ci auguriamo che queste brevi riflessioni possano servire in qualche modo da stimolo a un dibattito sulla questione, aprendo a una collaborazione con professionisti vicini alle tematiche antispeciste/animaliste e con competenze specifiche in ambito psicologico che possano essere di supporto agli attivisti attraverso un percorso che li porti a difendersi da questa sindrome, ancora poco conosciuta, chiamata burnout.

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Comments
7 Responses to “La sindrome da burnout e l’attivismo per i diritti animali”
  1. incandenzanimal ha detto:

    Ho perso 12 chili in un mese stando dietro ai mici americani, ACC, PODR. Ho un livello di empatia molto forte, quando facevo l’educatrice avevamo una volta la settimana lo psicologo. ora non c’è nessuno. ma ho imparato che DEVO staccare ognitanto, a meno che non ci sia chi mi può badare….è dura, ma loro hanno solo noi.

  2. Irene ha detto:

    pattrice jones, scrittrice e attivista ecofemminista americana, parla a tal proposito di PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress), che può interessare le persone che fanno attivismo, investigazioni ed entrano in contatto con il mondo della liberazione animale e della loro sofferenza.

    Nel 2005 scrive un articolo per la rivista Satya intitolato “Fear of Feeling: Trauma and Recovery in the Animal Liberation Movement”, lo potete leggere qui (in inglese): http://www.satyamag.com/jun05/jones_fear.html

    Successivamente pattrice approfondisce l’argomento nel libro “Aftershock: Confronting Trauma in a Violent World: A Guide for Activists and Their Allies”.

    Chiunque si occupi degli animali, lavori in un rifugio, si occupi di investigazioni o liberazioni, si trova ad affrontare, più o meno consapevolmente, le conseguenze emotive di un lavoro così pericoloso, spiega pattrice.
    Essere continuamente esposti alla sofferenza e alla violenza e alla frustrazione per non poter salvare tutti gli animali che abitano questo mondo può manifestarsi come un trauma da non sottovalutare.

    Ogni giorno le persone che combattono contro la violenza, l’ingiustizia e lottano per la pace e la libertà devono confrontarsi con le loro stesse paure. Molte attivisti e attiviste devono quindi combattere con quello che pattrice chiama “aftershock”, una ripercussione fisica ed emotiva che fa eco alla paura, all’orrore e a tutte le esperienze traumatiche che una persona può esperire durante il suo cammino di attivista.

    Potete leggere la prefazione del libro qui (in inglese): http://www.lanternbooks.com/excerpt.html?id=9781590561034&expid=467

    • feminoska ha detto:

      L’articolo che citi è molto interessante, credo lo tradurrò 🙂
      Peraltro in uno dei passati incontri di liberazione animale c’era un workshop proprio su questo tema, che trovo molto interessante perché ovviamente riguarda anche me personalmente come attivista, e molte persone che ho conosciuto. Credo sia davvero necessario riuscire a creare occasioni di ascolto e supporto tra attivist*, in modo da poter condividere emozioni, strategie e ritrovare motivazione, e in questo senso gli incontri, i camp sono momenti irrinunciabili nei quali “ricaricare le pile”… sempre che ci si sforzi di evitare di trasformarli in ennesime occasioni di conflittualità!

      • Irene ha detto:

        Ricordo il workshop di cui parli (ero parte dell’organizzazione), fu interassante, ma a mio parere poco azzeccato.
        Mi spiego, i temi toccati erano molto interessanti, ma più di sensibilizzazione verso un “pubblico” sensibile alle tematiche femministe ma non animaliste, e non viceversa. Invece non si può certo dire, lo dico per esperienza, che il movimento animalista sia sensibile alle tematiche femministe/antisessiste/ecc. se non nei propri slogan.
        A tal proposito ci sono degli atricoli di pattrice jones anche su questo argomento molto interessanti e ben scritti, in cui affronta la tematica dell’interconnesione fra le lotte, le motivazioni psicosociologiche dell’interconnessione tra specismo e sessismo, e alcuni spunti “pratici” per far incontrare questi due mondi.
        E’ un tema che mi sta molto a cuore, tienimi aggiornata per la traduzione! 🙂

      • feminoska ha detto:

        Ciao Irene, ti segnalo che domani – mercoledì – pubblicheremo la traduzione! A presto, feminoska

  3. Anna Maria ha detto:

    È vero, questo dolore mi ha portato a diventare vegetariana dopo 40 anni di bistecche, inclusi 27 di selvaggina.
    La coscienza dell’orrore e del terrore presente nei laboratori, negli allevamenti, nei macelli mi opprime lasciandomi la testa piena di incubi, che sia notte o giorno.
    In generale è la frustrazione dettata da non poter arginare la crudeltà e la vigliaccheria che ogni giorno subiscono i deboli, nell’indifferenza di tutti.

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