Il corpo più che umano

di Kris Forkasiewicz

(The More-Than-Human-Body, traduzione italiana feminoska revisione di H20, pubblicata sul sito Intersezioni)

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Il pensiero occidentale ha perlopiù ridotto il corpo a una cosa, un oggetto del mondo come tutti gli altri. Solamente in tempi recenti è stato rimodellato in qualcosa di molto più articolato: il fondamento e l’espressione della soggettività.
I primi a spingere il discorso in questa direzione sono stati pensatori anticonformisti come James, Dewey e Nietzsche. Poi, a partire dalla metà del 20° secolo anche i fenomenologi, le femministe e gli scienziati cognitivi hanno aderito a questa visione. Ma la discussione da loro animata si è rivelata decisamente limitata, restando perlopiù circoscritta a un particolare tipo di corpo, quello dell’Homo sapiens sapiens. Questa mossa ha condizionato, pregiudicandola, la nostra predisposizione a sentirci in relazione con gli altri esseri corporei. Al tempo stesso, ha avuto l’effetto di concettualizzare il corpo come veicolo di cultura e spirito umano – per quello che continua ad essere visto come “più-che-animale.” In altre parole, il ripensamento e la rivalutazione del corpo sono serviti principalmente a sostenere un nuovo umanesimo, a rabberciare una risposta sul significato di essere umani.
Da un lato, questo approccio può essere inteso come una componente auspicabile e necessaria nella lotta contro la cancellazione tecno-scientifica del Soggetto. È più facile proteggere un’essenza umana dall’attacco tecnologico quando è perfettamente isolata dall’inessenziale. D’altra parte, una tale dissociazione è compatibile con l’atteggiamento tecnico-strumentale che seziona il mondo che circonda il Soggetto. In questo senso, offre un ulteriore apporto al processo artificiale di distanziamento dell’umano dagli altri animali. Facilita la liquidazione del Soggetto Non Umano che ora procede a velocità raddoppiata, mentre l’umanesimo va a braccetto con la reificazione tecnologica. Nel frattempo, il corpo e il somatico vengono colti, a livello concettuale, come il substrato di qualità a lungo elogiate non solo come squisitamente umane, ma rese feticcio del coronamento del processo evolutivo. La ragione, l’intelligenza e il linguaggio, ora concepiti come incarnati, sono in gran parte riservati al corpo inteso come umano. Perché nelle circostanze in cui il nostro corpo viene ancora chiamato “animale” ciò avviene per lo più in omaggio all’eredità darwiniana e al metodo scientifico in generale. E a ben guardare, la concezione prevalente vuole che l’essere umano non sia veramente e precisamente un animale.
Quali che siano le intenzioni che si nascondono dietro a una tale presa di distanza dall’animalità, alcuni degli effetti sono stati di: 1) sostenere ideologicamente la dominazione umana in un mondo profondamente specista e, 2) allontanare ulteriormente dagli animali umani la gioia di vivere. Come specie, siamo diventat* sempre più isolat*, sol* e alienat* dal mondo. Le somiglianze e differenze interspecifiche sono scoperte e riconosciute, ma non al fine di stabilire un apprezzamento pluralista. Anche quando al nostro corpo viene data maggiore attenzione, la comunanza carnale di tutti gli animali viene vista come un residuo di un passato da dimenticare. Al suo posto si dipana un’esclusione omogeneizzante dell’Altro, incoraggiata dall’ultimo colpo di scena nella narrazione dell’eccezionalità umana.
L’organizzazione caratteristica delle nostre facoltà fisiche apparentemente ci eleva, in molti modi, rispetto agli altri animali che popolano la terra. Distinguendoci, esistiamo. Sicur* della nostra unicità, possiamo permetterci di guardare dall’alto in basso i nostri parenti animali. Ci sentiamo, sfacciatamente, un caso davvero speciale. Senza nulla togliere alla nostra unicità di animali bipedi dai grandi cervelli, se guardassimo alle cose con onestà, le caratteristiche e i talenti specifici che costituiscono la nostra unicità potrebbero non offrire tutti i motivi di soddisfazione che alla maggior parte di noi piace prendere per buoni. Quella parte del nostro organismo che abbiamo astratto dalla sua propria vita e che chiamiamo “mente”, “anima” o “spirito” si è da tempo scollegata dal mondo. Da allora, siamo stati incapaci di ricondurvela. E addirittura consideriamo quella stessa astrazione come il nocciolo del sé propriamente umano.
L’umano è stato identificato proprio con questo senso prevalente di ego con tutte le sue presunte caratteristiche di autonomia, autodeterminazione, autocontrollo. Queste sono state intese agire al di là e al di sopra della carne, e poi – dopo la “svolta corporea” – attraverso la carne stessa. Quello che ne è seguito è stata una profonda e prolungata contrazione del nostro essere biologico. I vincoli e le pressioni capaci di gonfiare l’enorme ego individuale e culturale sono fin troppo reali; gli accomodamenti materiali, istituzionali e discorsivi che dominano la vita sociale strappano l’atomistico “Io” dalla spontaneità subconscia della vita corporea, scagliandola in una prigione fatta di separazione. Senza seguire un ordine particolare, l’elenco dei fattori che determinano questo stato di cose include: povertà indotta e reale accompagnata da un senso di angoscia nei confronti del futuro, predominanza di un regime di lavoro forzato e competitivo – e correlata esperienza di vita percepita come frettolosa e smarrita; sovraccarico sensoriale da una parte e noia derivante dall’isolamento all’interno delle quattro mura dall’altra; accelerazione della privatizzazione dello spazio e inaridimento della vita comunitaria. Molti più elementi potrebbero essere aggiunti, ma questa non vuole essere la sede per una loro discussione dettagliata.
Gli sviluppi menzionati sono generalmente riconosciuti. Il punto è piuttosto che, presi nel loro insieme come costitutivi del progresso umano inevitabile, possono rivelarsi come la nostra eredità primaria. Certo, esistono vantaggi pratici che ci rendono le cose più semplici e che ci sostengono. Ma a livello sistemico servono principalmente ad ammortizzare il nostro inserimento in strutture astratte ed ostili, che sorreggono e facilitano la nostra alienazione dal resto della natura, dagli altri esseri, e l’un* dall’altr*. Siamo manipolat*, spesso da forze che appaiono del tutto impersonali, nell’approfondire la nostra situazione esistenziale. Al suo apogeo civilizzato, l’umanità è più lontana che mai da una modalità relativamente armoniosa di essere-nel-mondo. Innegabilmente, l’umanità è un Impero. Ma al suo cuore si trova l’individuo che, sempre più spinto in una massa di altri senza volto, continua a sopportare, come un muscolo uno spasmo lancinante.
Non tutt* si sentono sottopost* alle richieste dell’egemonia tecnocapitalista con la stessa intensità. Le persone di posizione sociale ‘elevata’ mi accuseranno di esagerare. Ma è mia convinzione che la comodità della minoranza si costruisca attraverso una presa ferrea e continua alle gole degli innumerevoli diseredati. Nonostante il tipico torpore fatto di routine che li caratterizza e le loro impressionanti capacità di negazione, anche coloro che ne beneficiano tremano subliminalmente alle prospettive di un’instabilità crescente nella esistenza (post)moderna. L’ansia repressa ribolle, alimentando nevrosi, fino a quando non diventa matura ed esce allo scoperto. In un sistema fortemente strutturato e intriso di tecnologia, non siamo lasciat* a noi stessi nella ricerca di sollievo. Mentre una patologia dopo l’altra viene trasformata in una fonte di profitto, la moda, infinitamente riproposta e confezionata, della gratificazione immediata viene proposta come uno degli antidoti all’incombente sforzo psichico e all’intorpidimento. Le pressioni della vita quotidiana aumentano e l’industria culturale non deve sforzarsi troppo per per promuovere sciatte esperienze mirate a sostituire la sensibilità perduta della presenza animale. L’unica cosa che può offrire qui e ora è il bene di consumo con tanto di confezione appariscente.
Valide in sé, ma povere come sostituti di un’animalità traboccante – musica, arte, sport, spettacoli, turismo e altro ancora – diventano professionalizzati e standardizzati, ritagliati in comode porzioni e venduti. Tanto per non sbagliare, vengono buttati nel calderone anche dei farmaci, come scorciatoia per i risultati desiderati. Ma sia perché sono una farsa sia perché la nostra insaziabilità viene coltivata con cura, siamo perennemente insoddisfatt* di queste soluzioni tappabuchi. Invece del sollievo promesso e della liberazione dal peso del nostro ingombrante ego, sentiamo amplificarsi il nostro torpore sensoriale, e sperimentiamo l’assenza dall’esperienza. Oppure ci ritroviamo un’altra volta a non provare più neanche quella. Mentre ci rassegnamo alla gratificazione illusoria e restiamo ignar* dell’animalità repressa dentro di noi, le nostre energie vitali si disperdono sempre di più.
Finiamo anche di avere una visione distorta della spontaneità, del gioco e dell’animalità. La spontaneità viene contemporaneamente desiderata e perduta. Ridotta a oggetto di contesa, sempre sfuggente e rincorsa, è rimandata e inavvertitamente spinta fuori dalla nostra portata. A sua volta, agli occhi di molti, la giocosità viene a sovrapporsi con la frenesia dionisiaca: l’adrenalina deve scorrere a tutti i costi! Fino a quando non si impazzisce, non ci si diverte. Se lo sfondo non fosse quello di una forma di vita agonizzante, non vi sarebbe motivo di pensarla così. L’animalità viene svalutata in gioco sciocco o truce fatica. Nella realtà, come dimostrato dall’osservazione prolungata della miriade di altri animali da parte degli etologi, essa si estende ben al di là di entrambi. Gli altri animali non mancano quasi mai di prendersi cura dei propri bisogni vitali, dei quali il gioco è in molti casi una componente importante. Prima di consegnarli al “regno della necessità”, si dovrebbe osservare a lungo come giocano e come si divertono. In realtà, il confine tra “lavoro” e “gioco” nella vita degli altri animali è spesso impossibile da delimitare. Questo può essere visto come uno dei tratti distintivi dell’animalità libera.
Mentre la nostra vita si faceva sempre più compartimentalizzata, abbiamo cercato di ritrovare negli altri animali un qualche segno della nostra animalità. Ciononostante, di questi tempi, abbiamo raramente l’opportunità, la pazienza, l’attenzione o l’umiltà di notare veramente quello che fanno piccioni e scoiattoli. Gli animali considerati da compagnia potrebbero essere la tappa successiva. Ma pur essendo fonte di gioia, compagnia e amore per coloro che se ne prendono cura, molti di loro sono stati resi troppo dipendenti ed estraniati dalle proprie vite originarie per restituirci il senso di libertà che l’animalità pienamente espressa porta con sé. Basti pensare a guinzagli, collari e catene al collo dei cani. E altre specie sono già avviate nella stessa direzione. Molte persone tengono i gatti chiusi in casa per tutta la vita o li portano al guinzaglio. Lo zoo, da sempre e per definizione, non offre gioco e spontaneità ma artificio, puro e semplice. Funge da specchio, e allo stesso tempo maschera le gabbie nelle quali ci rinchiudiamo: i tratti desolati del mondo tecnologico.
Un tempo eravamo capaci di riapprendere gesti di spontaneità animale dai nostri figli. La sensazione di recuperare qualcosa che è venuta a mancare, qualcosa che è stata persa, sembra essere parte della fascinazione degli adulti verso l’infanzia e i bambini in generale. Ma, come sostenuto da alcuni abili scrittori, l’infanzia sta rapidamente scomparendo e i bambini stanno diventando sempre di più simili agli adulti. Prima cominciano a parlare, contare e leggere, meglio è. Il loro tempo diventa sempre più strutturato e organizzato da parte di professionisti, il gioco si trasforma in ricreazione progettata e sorvegliata. E la ricreazione alimenta e ruota intorno al miglioramento delle prestazioni. In questo modo, i bambini subordinano gradualmente i propri impulsi giocosi all’atteggiamento tecnico.
Il percorso che può portarci fuori da questo circolo vizioso richiede una comprensione viscerale del fatto che questo corpo è più che umano, che non è solo la base di concettualizzazioni astratte che non è semplicemente il punto di partenza verso i regni disincarnati dell’abilità tecnica e contemplativa, e non è solo un oggetto di considerazioni utilitaristiche. Ridotto a un’appendice della macchina, il corpo-come-(s)oggetto soffre e si inaridisce. L’umanesimo non è stato in grado di capire questo concetto e comprenderne le conseguenze devastanti. Ha consacrato la cultura e l’ha contrapposta alla tecnologia, dimenticando che entrambi sono costrutti che ci strappano dalla immediatezza dell’essere mondano.
Questioni riguardanti la nostra animalità possono suggerire rotte più desiderabili per il difficile compito di rinascita somatologica. Fino a quando queste ultime non sostituiranno quelle della nostra umanità, le probabilità di restare animali in guerra con noi stessi, il mondo e i nostri stessi costrutti tecnologici rimangono alte. Se l’astrazione dell’essere umano dall’animale continua ad essere analiticamente di qualche utilità, se abbiamo dovuto prendere posizione su quelle basi, sarebbe opportuna una breve confessione: è il corpo che si sostiene attraverso la sua essenza suppostamente umana, e non viceversa. È quando, sotto la pressione di circostanze materiali e culturali, il corpo usa la propria mente contro di sé, che le cose prendono una brutta piega. In caso contrario, il corpo “possiede un’innata saggezza”-come disse Nietzsche per il bene proprio e di coloro che lo circondano. È vulnerabile e fragile, compianta sede di dolore. Ma è anche poderoso, il potente sovrano di Nietzsche. Permette ma non chiede il permesso. La sua voce si esprime e si percepisce come limiti, bisogni, desideri e istinti, pensieri e come l’ego stesso. Non contiene solo la chiave di tutte le esperienze, consce e inconsce. Questo corpo sensibile e senziente è l’esperienza stessa.
Solo trascendendo la dicotomia mente/corpo, saremo in grado di apprezzare nuovamente la relativa coerenza e sanità della vita animale. Si può riconoscere a parole l’animalità, ci si può definire homo sapiens sapiens, designare uno spazio tutto per noi in uno schema tassonomico, e chiudere il discorso. Ma se veramente siamo una specie animale, e se difficoltà e tragedie costituiscono una parte inevitabile della vita animale, potrebbe veramente convenire affrontare la realtà da animali riconciliati con le proprie varie dimensioni, piuttosto che da animali autorepressi. A causa di un’idea di contrapposizione tra l’animale e l’umano, tra il corpo e la mente, abbiamo scavato un solco nella nostra carne sensibile, tentando di sfuggire a noi stessi in nome di una sorta di eterea autonomia. Ma l’umano non è l’opposto, o l’altra facciata, dell’animale. Non ne è che un’estensione, che non si sviluppa come alcuni vorrebbero credere in “verticale”, offrendo una via di fuga fino al cielo. Piuttosto, si dispiega “orizzontalmente”, lasciandoci immersi, insieme a tutti gli altri animali nelle ecologie circostanti e la sporcizia, il dolore e le gioie della vita carnale.
Queste considerazioni sono da intendersi come mero frammento della germinazione lenta di una riflessione più ampia. Come chi mi ha preceduto, intendo suggerire che è necessario riconsiderare la visione mondiale dominante che ha 1) menomato l’umano, 2) gli ha concesso una nobiltà immeritata e fasulla e, 3) ha condannato una moltitudine di altri animali alla miseria, sulla scia di una qualche supremazia umana. Tale ripensamento richiede una teoria sulla quale lavorare, insieme, intorno e contro le astrazioni in cui siamo ormai immers*, avendo sacrificato la dimensione sensuale della nostra natura animale. Ma l’impulso volto alla rivalutazione dell’animalità non ha origine nella teoria e non dovrebbe concludersi lì. Lasciare la questione sulla carta significherebbe tradirla e continuare a tradire noi stessi. Questi pensieri emergono, e rimandano alla vita pratica e quotidiana, e solo lì possono davvero diventare reali. Come tali, essi richiedono una trasformazione graduale ma radicale. In molti di noi matura un desiderio, di condizioni di vita che consentano la vera semplicità, l’immediatezza, la presenza, l’empatia e la saggezza. Attualmente, le opzioni per coloro che si sentono in disarmonia con l’ordine attuale sono poche: alcun* accolgono e accettano sostituti fallaci, altri sopravvivono ai margini, nella speranza di essere risparmiati dagli ingranaggi del sistema. La maggioranza si muove tra questi due poli. Ma questo corpo più-che-umano vuole qualcos’altro. Percepisce la verità di una vita altra.

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4 Responses to “Il corpo più che umano”
  1. Maria Antonietta ha detto:

    L’essere umano è, nel momento “storico corrente” (tra le virgolette ma facendo le innegabili
    eccezioni)…. un animale con 2 zampe rilasciate sui fianchi.
    Egli forse è l’essere più infido dell’universo.
    E’, considerando le eccezioni, limitato, condizionato e condizionabile sino ad essere commovente e patetico…
    Chi me l’ha detto?
    Qui, non faccio citazioni, ma asserisco che non lo dico soltanto io, ammesso ch’io sia un io!
    Leggevo, in altre sedi, speculazioni sulle abitudini di Gesù in cucina!
    Mangiava o non mangiava carne? Senza togliere importanza a Gesù (e men che mai al Cristo) evidenzio (per i cannibali carnivori) che l’antispecismo esibisce orrore puro, stimola sospetto di sadismo accentuato, pazzia di cerebrolesi che hanno decretato dominio sugli animali:
    orrore, dolore, disperazione, azioni che inducono le mani sugli occhi e sulle orecchie per non leggere tante schifezze e per non udire i loro urli…..
    Maria Antonietta
    Sardegna

  2. pasquale cacchio ha detto:

    Articolo troppo denso.
    Ogni capoverso il titolo di un volume.

    «Come chi mi ha preceduto» (2.o rigo, ultimo capoverso).
    Peccato che l’Autore non dica chi, anche se alcuni sono ben riconoscibili.

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