Che c’è di nero, nell’animalismo libertario? A confronto col settimanale Left

di Leonora Pigliucci

Pubblichiamo qui una risposta all’articolo uscito due settimane fa su Left sull’animalismo nero a firma di Andrea Musella, a cui già aveva replicato immediatamente Leonardo Caffo su Asinus Novus e sul settimanale Gli Altri.
Left non ha ritenuto di accogliere questo scritto polemico nei confronti dell’autore poiché, nelle parole del vicedirettore Bonaccorsi,

da parte nostra non c’era alcun intento denigratorio nei confronti di un movimento che porta avanti una battaglia giusta e importante. Né si intendeva prendere posizione sulle sue pratiche. Il pezzo in questione aveva l’obiettivo di descrivere la strana presenza, all’interno di quel movimento, di gruppi neofascisti. E il ruolo centrale svolto dall’ex ministro del governo Berlusconi Michela Brambilla, in accordo con gruppi storici dell’animalismo e dell’ambientalismo democratico italiano. Stimolando, attorno a questa notizia, una discussione. La discussione che è nata su quel pezzo, invece (hanno ricevuto decine di lettere di protesta n.d.R.) si è incentrata su un presunto attacco del nostro giornale al movimento animalista. E non sul tema centrale di quell’articolo, che era la presenza della destra nel movimento.

Un articolo come quello però, che nulla dice della filosofia antispecista, ma prende spunto dagli episodi più clamorosi e mediatici accaduti, esclusivamente per dire della presenza estemporanea di personaggi come Paolo Mocavero dei 100% animalisti e della Brambilla, e viene pubblicato a due giorni dalla manifestazione nazionale contro Green Hill da parte di un giornale importante per la sinistra, che non si è altrimenti mai occupato di antispecismo, è apparso quasi come un boicottaggio, un tentativo di soffocare la rivoluzione in culla col marchio d’infamia del neofascismo.

Non è la prima volta che questo avviene, che la giusta critica della presenza di personaggi discutibili apparentemente ben inseriti nel movimento serva a screditarlo per intero e ad allontanare energie preziose per la liberazione animale.

Credo sia comunque da accogliere e da prendere seriamente in considerazione l’ invito alla chiarezza da parte nostra che questa volta arriva dalla redazione di Left. Se il movimento vuole guadagnarsi una credibilità politica, ampliare il discorso ai movimenti teoricamente affini antisessisti e antirazzisti, e sopratutto tramutare l’antispecismo in azione concreta di liberazione di individui, ha bisogno dell’acquisizione generale di una forte consapevolezza dello spirito libertario che lo anima e del suo essere essenzialmente in contraddizione con ogni possibile deriva autoritaria. C’è bisogno di diventare soggetto politico.
Ora che i riflettori ci sono puntati addosso e la vittoria, storica, su Green Hill è possibile, il giorno della presa di posizione netta non è più rimandabile.

L’animalismo non è nero, ma libertario. Che è successo il 28 aprile a Green Hill?

Credo sia d’obbligo contestare l’articolo di Antonio Musella comparso su Left il 14 giugno scorso, per l’importanza che attribuisce alla componente neofascista del movimento animalista.
Musella cita di sfuggita alcune proteste spettacolari accadute di recente in Italia, contro allevamenti e laboratori di vivisezione, raccontandone in parallelo ad una presunta ascesa del militante di Forza Nuova Paolo Mocavero e del suo gruppo chiamato “100% animalisti”, quasi ad attribuire loro, seppure implicitamente, una sorta di paternità di quelle azioni. L’intensificarsi dell’offensiva antivivisezionistica, culminata il 28 aprile con la liberazione di 70 cani dall’allevamento di Green Hill che ha sdoganato l’azione diretta al punto che il 30 giugno c’è stato un nuovo tentato blitz di liberazione di massa, è stata altrimenti dipinta dalla maggioranza della stampa con toni quasi folkloristici: immagini da fotonotizia per i siti main stream. Eppure questi episodi hanno cambiato l’immagine dell’Italia agli occhi di migliaia di attivisti europei ed americani senza che qui, fuori dal movimento, ce ne si sia quasi accorti. La politica con la “p” minuscola, quella di cui parla Musella, con destrorsi e sinistrorsi che abbracciano una o un’altra causa sporadica per ragioni di comodo, con la recente esplosione del movimento di difesa degli animali, non c’entra un bel niente. Ma c’entra invece la politica, quella vera, quella che può cambiare la direzione della storia.

Il 28 aprile è la data chiave, gridata da una folla di manifestanti giunti da ogni dove tra le infuocate vie di Roma, in un sabato di metà giugno: più di 10.000 in piazza, per la più imponente manifestazione antispecista degli ultimi tempi. Tutti animati e commossi dal ricordo della quasi miracolosa incursione di un mese e mezzo prima che ha portato qualcuno dei cani altrimenti condannati, in salvo, ma chissà dove. Sì, perché di quegli scampati ad una cupa sorte, in una splendida giornata di primavera, si sa e si deve dire poco, poiché molti dei loro salvatori (una madre di famiglia cinquantenne, ma nessun novello eroe dannunziano tra loro Musella, glielo garantisco) rischiano di affrontare un processo con pesanti accuse.
A dar loro forza c’è di sicuro il pensiero che quei cuccioli che hanno abbracciato e portato lontano dall’allevamento, e poi passato a qualcuno accanto a loro, sono vivi grazie a una catena umana tanto solidale quanto disobbediente, che ha coinvolto anche gli insospettabili.
Che cosa abbia reso possibile, quel giorno, un’azione che non era preparata e anzi nessuno si aspettava, o osava immaginarsi, men che meno gli organizzatori del presidio, è infatti un mistero un po’ per tutti. Chi c’era ha raccontato che le forze dell’ordine abbiano sostanzialmente lasciato avvenire l’irruzione, e lo si vede dai filmati pubblicati anche su youtube, con una parte del corteo che si allontana dal gruppo e sale, nell’indifferenza generale, sulla collina che dà sul retro dell’allevamento, dove avverrà la liberazione.
Ci si chiede se le autorità volessero permettere un atto illegale dimostrativo, da usare poi come pretesto per vietare i successivi presidi, o c’è addirittura chi ha pensato che gli stessi poliziotti, verosimilmente donne e uomini con familiarità ai cani (di quadrupedi, cani e gatti, ne abitano nell’80% delle case italiane), una volta compreso quello che stava per accadere, cioè la salvezza dalla tortura vivisettoria per piccoli snoopy di due mesi di età, non se la siano sentita di fermare i loro salvatori. A conferma di questa interpretazione sentimentale ci sono altrettanti video, caricati su internet sull’onda di un moto ingenuo (poiché anche quelli adesso costituiscono per molti indizi di colpevolezza) dove si vedono i liberatori commossi che baciano e alzano al cielo i cagnolini, fotografandosi alla luce del sole (chi è così sciocco, se non chi sa di essere dalla parte di una ragione più alta di una stupida proprietà privata, da fermarsi a immortalare il proprio reato sotto gli occhi dei poliziotti?) mentre solo due o tre animali sfortunati sono stati restituiti ai loro carcerieri quando si trovavano a un passo dalla libertà. Per loro (due cuccioli e una mamma incinta) che, a quanto si è saputo poco dopo, sono stati soppressi a causa della “contaminazione” con l’ambiente esterno, non bastano le lacrime.
Nessuna associazione nella regia di quanto avvenuto, come sostenuto erroneamente da Musella, ma un coordinamento di individualità unite dalla convinzione che siano maturi i tempi per mutare in azione concreta la riflessione sulla liberazione animale, che da anni avviene limitrofa, e via via sempre più coesa, con i movimenti di liberazione che prendono vita negli ambienti anarchici, della sinistra critica e dei gruppi Lgbt.
Un soggetto politicamente nascente quello antispecista che, consapevole del trasporto emotivo, ottimo per la propaganda, che gli animali suscitano, non fa che rifiutare i tentativi di strumentalizzazione estemporanea di personaggi come la Brambilla & co., e ribadisce invece a gran voce le proprie radici in una storia, che seppure poco conosciuta, è articolata sia come pratiche e sopratutto come pensiero. Che oggi cerca di interpretare, e far fruttare, l’accelerazione che sembra esser avvenuta all’improvviso dopo il 28 aprile.
A raccontarla di sfuggita, come ha fatto Musella, questa storia dal sapore libertario, solo come pretesto per dire di Mocavero e di Forza Nuova, l’ottica sulla notizia è apparsa perciò del tutto decentrata. Che quanto è avvenuto possa essere svilito al punto da considerarsi come la cassa di risonanza per un destrorso che ha da farsi bello agli occhi dei suoi camerati, è onestamente ridicolo.
Se Musella conoscesse qualcosa del movimento di cui parla, allora, e non lo riducesse a una sorta di involucro vuoto da usare solo strumentalmente per screditare il suo nemico nero “che odia gli immigrati, ma difende le scimmiette” (come a intendere che a queste ultime dovrebbe essere indirizzata la violenza da risparmiare ai primi) saprebbe che quella dei 100% animalisti è una minoranza presente tra i sostenitori dei diritti animali da tempo, che agisce con molta pompa verbale, ma poca sostanza, praticamente in sordina nel panorama italiano. Il più delle volte le loro azioni, prevalentemente fatte di attacchinaggi di manifesti e presidi, avvengono in modo slegato dalla collocazione politica del suo fondatore, così che molti attivisti possano trovarsi alle loro manifestazioni senza nulla avere a che fare con quei personaggi. La ragione di questo è ciò che costituisce la debolezza dell’altrimenti rivoluzionario movimento antispecista, e cioè l’assenza di una forte consapevolezza politica e l’alto tasso di pathos. Saprebbe che se oggi si combatte, dal 2010, contro l’allevamento di beagle di Montichiari, è perché esso è l’unico presente in Italia dopo che una strenua campagna di boicottaggio e proteste durata anni ha fatto chiudere un
altro fornitore di cani e cavie per la vivisezione, il Morini di San Polo d’Enza. Saprebbe che questa modalità di lotta è mutuata da un modello anglosassone che ha una sua storia interessante, che con le stesse strategie di accerchiamento pacifico e boicottaggio economico ha portato alla chiusura di diversi allevamenti e laboratori del Regno Unito.
Ma sopratutto non potrebbe prescidere dal fatto che il discorso sulla liberazione animale e la relazione tra gli umani e i non umani anima il dibattito accademico internazionale con gli animal studies in maniera rilevante, ed è stato oggetto della riflessione di molti dei maggiori filosofi del 900, dalla scuola di Francoforte, agli esistenzialisti, ai fenomenologi.
Il filone politico dell’antispecismo, poi, considerato come una seconda generazione rispetto alla più nota concezione etica elaborata dall’utilitarista Peter Singer e il giusnaturalista Tom Regan, ha preso atto del potenziale di emancipazione insito nella liberazione animale, vedendo in essa la fine della plausibilità di ogni forma possibile di schiavitù e discriminazione: finché ci sono gli animali a gemere negli scantinati del grattacielo capitalista, descritto dal filosofo Horkeimer, notano gli antispecisti politici, la discesa agli inferi e l’aprirsi degli olocasti continuerà ad essere possibile anche per gli umani.
Che senso estetico potremo attribuire allora allo spirito della storia, se oggi ci stesse indicando la strada della libertà per tutti attraverso lo sguardo languido di un cucciolo liberato! Ci pensi Musella.

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Comments
4 Responses to “Che c’è di nero, nell’animalismo libertario? A confronto col settimanale Left”
  1. stregaa ha detto:

    Tanto di cappello! 😉

  2. Marco Reggio ha detto:

    Certo Musella non conosce molto del “movimento”, questo è chiaro, e non sa che i centopercento sono una minoranza (ma attenzione, sono però la maggioranza quelli che di fatto li giustificano, nei metodi, nell'”apoliticità”, nella retorica, e così via). Ma anche dire che Morini ha chiuso soltanto per la campagna di pressione è un po’ approssimativo, secondo me. E soprattutto, il “modello” anglosassone che qui è definito “interessante”, cioè il modello SHAC, diciamo, è – come è noto appunto in chi “frequenta” il movimento – sostanzialmente fallito. Fallita la campagna SHAC, fallita in Italia AIP che ne ricalcava gli schemi, tanto che la campagna successiva a Morini (quella contro Green Hill) ha progressivamente cambiato l’impostazione, prendendo altre direzioni. Non so, questo mi lascia un po’ perplesso.
    A parte questo, non ho capito bene una cosa: tu dici davvero che i poliziotti (!) potrebbero aver “lasciato fare” perchè empatizzano con i liberatori perchè anche loro hanno i cagnolini a casa? E perchè mai allora due mesi dopo hanno caricato gli stessi manifestanti nello stesso posto? Se non vogliamo passare davvero per un movimento politicamente ingenuo (già lo siamo, direi), dobbiamo essere chiari su queste cose, no?

  3. stopthatrain ha detto:

    Mi stupivo che ancora non fossero arrivate esattamente queste critiche! Sui 100% non la penso come te, la maggioranza, dalla percezione che ne ho io, non sa e se sa non li condivide, non li vuole alle manifestazioni e non va alle loro. Poi l’approccio inglese dei risultati li ha ottenuti in Inghilterra, il Morini è vero che non ha chiuso durante la campagna ma comunque a seguito dei danni di immagine ed economici che aveva subito anche se nel frattempo le proteste si erano interrotte. In Italia è stata poi comunque l’importazione di Shac e la nascita di Chiudere Morini e AIP a diffondere il veganismo e l’idea radicale della liberazione animale. Fino a quel momento, e prima della nascita di agireora che ha promosso l’iniziativa personale nell’attivismo stavamo nelle mani della Lav…
    Poi, se i poliziotti abbiano lasciato fare per empatia per i cani non lo so e ho avanzato un’ipotesi a partire da quello che ho visto e sopratutto mi hanno raccontato dettagliatamente persone che erano presenti quel giorno. Ovvio che non credo si tratti di una strategia ufficiale, quella di far fuggire i cani, che c’entrano le cariche? Ma mi è capitato, e sarà capitato anche a te penso, di ricevere da parte di singoli poliziotti attestazioni di solidarietà alla causa durante le manifestazioni: sono persone, che quel giorno hanno fronteggiato un imprevisto che richiedeva personali prese di posizione, non sono un blocco repressivo radiocomandato.
    In ogni caso non è il punto rilevante che volevo sottolineare. Era per dire che l’azione illegale di liberazione e addirittura l’estetica ALf sono state acclamate fuori dal movimento e non era mai successo. Penso anzi, che invece di considerare quell’episodio come una vittoria di qualcuno, visto che putroppo per ora nessuno mi sembra ne stia gestendo bene il seguito, sia molto rilevante l’impatto della liberazione al di fuori, e credo sia anche ciò che è più interessante al momento da analizzare.

  4. Marco Reggio ha detto:

    solo una cosa al volo: “mi è capitato, e sarà capitato anche a te penso, di ricevere da parte di singoli poliziotti attestazioni di solidarietà alla causa durante le manifestazioni”. Sì, mi è capitato, soltanto che io non sono così ingenuo da crederci. O meglio, mi è capitato di sentire tali attestazioni da parte sia di funzionari – è allora è una precisa strategia – sia da parte di agenti, e allora magari individualmente sono “sinceri”, poi però immancabilmente tirano fuori il manganello quando serve. Non capire questo è una grave ingenuità, tutto qui. Non c’entra con il “giudizio” sulle persone, sul fatto che i poliziotti sono pur sempre persone (un po’ stronze, come persone, concedimelo…), ecc. ecc. Sai, in Italia poi si fa presto a parlare di “mele marce”.

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