Sogno una piazza, a Sacile…

di Alessandra Colla

Intervento scritto per “NO sagra osei”

Altri interventi sul tema di Marco Maurizi/Leonardo Caffo

Non ho mai amato le sagre e le feste di paese.
Ci sono capitata, qualche volta, nelle pigre domeniche d’estate della mia giovinezza, quando ancora ci si poteva divertire con pochi soldi e nessuna tecnologia.
Ma il piacere era quello dell’andarsene in giro col ragazzo o con gli amici, e qualunque contesto andava bene.

Poiché non ho mai amato la carne, che si celebrasse la festa della salsiccia, della salamella, dell’oca o del maiale per me non ha mai fatto troppa differenza: quella grande bouffe oscenamente diméntica dell’animale macellato, della sua individualità corporea dolente e cancellata d’un tratto; quel retaggio ormai insensato di un antico sberleffo alla fame da parte del contadino asservito ma libero per un giorno — mi hanno sempre messo addosso una tristezza… di più, un’inquietudine amara che per anni non sono riuscita del tutto a comprendere.

Così, non ci si stupirà se dico che neanche sapevo dell’esistenza della Sagra dei Osei, che si tiene ogni anno a Sacile la prima domenica dopo Ferragosto, dalla fine del 1200. Fino a poche settimane fa, il nome di Sacile per me evocava soltanto la figura di Pier Paolo Pasolini e le due guerre mondiali — anche se sui libri di scuola non se ne parla poi molto, questa bella cittadina ha goduto di un’importanza strategica di tutto rispetto, al punto di essere bombardata più volte in entrambi i conflitti.

Adesso, invece, so di questa sagra. E vorrei non saperlo. Vigliaccamente, codardamente, disperatamente vorrei non saperlo — non sapere delle decine di migliaia di volatili torturati in nome di quella stessa “tradizione” che legittima tante analoghe violenze in tutta Italia, da secoli.

Ho parlato di tortura: sono certa che sarebbero in molti a contestarmi, ed aspramente, questo termine, così evocativo di sangue versato e ossa spezzate. Niente di tutto questo, a Sacile. Semplicemente (semplicemente? Può il dolore, ogni dolore, essere semplice?), in quella domenica d’agosto che immagino verdazzurra fra cielo fiumi e campi, migliaia e migliaia di uccelli vengono esposti e venduti. Esposti, per il divertimento dei turisti; venduti, per condannare a morte membri della loro stessa specie.

Perché a questo servono, gli uccelli da richiamo: a richiamare, come letali sirene, i loro simili attirandoli nelle reti tese dai cacciatori. Ogni anno sono migliaia i merli, le allodole, i tordi e le cesene catturati nel periodo migratorio grazie al canto straziante dei loro simili costretti in gabbia.

Come se noi umani, col nostro solo parlare, rendessimo possibile la cattura e la morte di altri umani.
Ma noi sappiamo, noi capiamo, noi possiamo scegliere. L’animale no. L’uccello da richiamo non può rifiutarsi di cantare. Se non canta, è perché è malato: dunque morirà. Al suo posto, ne verrà un altro che canterà, canterà con tutta la forza dei suoi piccoli polmoni per gridare al mondo il suo esserci, per testimoniare la sua pura esistenza, lui «che non possiede niente, tranne la propria vita, che così spesso gli prendiamo. (…) che vive esclusivamente la sua realtà di essere, senza tutto il falso che noi aggiungiamo alla sensazione di esistere»: si esprimeva così Marguerite Yourcenar, cogliendo in poche parole il mistero abissale dell’essere e l’abissale vergogna del nostro arbitrio.

Così gli uccelli, creature veramente ultraterrene che incantarono Dante e affascinarono Leonardo, a Sacile vengono costretti a perdere tutta la loro grazia, come le meduse iridescenti dai mille colori che una volta spiaggiate restano ammassi informi di gelatina grigiastra — pezzi di carne palpitante, merce, oggetto.
Può esistere un orrore più grande? Un essere vivente compiuto nella sua integrità, adattato al suo ambiente, perfetto nella sua capacità individuale di dipanare il filo dell’autoconservazione e della riproduzione, unicum irripetibile nel vertiginoso ripetersi delle generazioni — ridotto a cosa.

Non posso non pensare alle incisioni raffiguranti il mercato degli schiavi: perché non posso, non riesco a tracciare confini di specie di fronte alla sofferenza subìta, alla dignità annullata, all’umiliazione inflitta nel nome di un’autoreferenziale “superiorità”. Ebbene, qualunque — dico qualunque — pretesa di superiorità accampata su basi di specie o di razza afferma indiscutibilmente l’inferiorità etica di chi la proclama: al punto che ogni oltraggio arrecato sulle medesime basi non è più soltanto un atto deprecabile, ma diventa un crimine. E tutti i “mai più!” gridati contro ogni guerra e contro ogni olocausto perdono irreparabilmente di senso se chi li grida non spende almeno un sussurro contro l’annientamento quotidiano di milioni di viventi non-umani.

Rifugiarsi dietro il comodo paravento dell’“usanza”, della “tradizione”, della “cultura contadina” è una ben povera scappatoia, per poco che ci si ragioni: gli ultimi decenni della nostra società globalizzata hanno svuotato di senso usanze e tradizioni ben più serie e radicali; e la cultura contadina è progredita parecchio, lasciando larga parte della sua storia alle sale ben strutturate di tanti musei etnografici. Sacile, e i molti luoghi d’Italia che celebrano analoghe feste, avrebbero molto da guadagnare se decidessero di rinunciare a una manifestazione d’inciviltà in favore della rinnovata intesa con una natura che è sempre meno da sfruttare e sempre più da tutelare — per salvare (anche e non solo) l’umano attraverso il non-umano. Che non sono poi così distanti.

Sogno una piazza, a Sacile, in una verdazzurra domenica d’agosto, fra cielo fiumi e campi, con una mostra fotografica che racconti — ammonendo — di orrori passati, e turisti a spasso col naso all’insù per guardare migliaia di uccelli in volo, liberi e vivi.
Come noi.

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Comments
One Response to “Sogno una piazza, a Sacile…”
  1. rita ha detto:

    Bellissimo articolo.
    Bisognerebbe andarci a questa sagra e liberare tutti gli uccellini.

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