L’uccello dipinto

di Thomas S. Szasz

 Pubblichiamo le pagine conclusive del libro I manipolatori della pazzia di Thomas S. Szasz, un classico dell’antipsichiatria, pubblicato originariamente nel 1970. Il documento è interessante perché dimostra un’ulteriore possibile continuità tra le tematiche della liberazione umana e della liberazione animale. Benché l’ottica antropocentrica di Szasz non gli permetta di fare il “passo” necessario a collegare i meccanismi coercitivi dell’istituzione psichiatrica con la violenza sistematica sull’animale non-umano, in queste pagine identifica chiaramente il necessario referente “subumano” di ogni pratica materiale e simbolica di dominio dell’Altro e, addirittura, usa un racconto di Kosinsky incentrato su un animale per descriverla. Purtroppo, come il lettore noterà, ciò che Szasz estrapola da tale racconto è l’esistenza di un supposto meccanismo “naturale” di espulsione del capro espiatorio dalle comunità animali, piuttosto che l’intuizione di una violenza e di un’oppressione generalizzate della società umana nei confronti dei membri delle altre specie. Il progresso morale auspicato da Szasz, fondato sul rifiuto del meccanismo del “capro espiatorio” (cioè dell’identificazione del Diverso la cui eliminazione garantisce la sopravvivenza del gruppo umano), affonda le proprie radici sull’esclusione dell’animale non umano. Assumendo un’ottica antispecista, pertanto, il discorso di Szasz acquista una coerenza ed un’ampiezza che non possiede nella sua formulazione originaria e una rinnovata capacità di critica dell’esistente. Basterebbe guardare la scena descritta da Kosinsky con gli occhi inquieti del ragazzo sfortunato che partecipa, suo malgrado, al massacro dell’uccello dipinto.

 

Amare l’Altro come ami te stesso è il peccato originale, l’imperdonabile crimine di una società dominata dall’etica tribale. Devi amare soltanto il gruppo, il collettivo che tutto abbraccia. […]

La tendenza (forse si dovrebbe chiamarla “riflesso”) a sacrificare il capro espiatorio onde salvare il gruppo dalla disintegrazione e, di qui, se stessi dalla dissoluzione, è chiaramente fondamentale nella natura sociale dell’uomo. Ne consegue che il rifiuto da parte dell’uomo di sacrificare capri espiatori […] costituirebbe un grande passo sulla via della sua evoluzione morale, paragonabile, forse al suo ripudio del cannibalismo. Ritengo che nel rifiutare o nel trascendere il principio del capro espiatorio stia la più grande sfida morale per l’uomo moderno. Sulla sua risoluzione potrà imperniarsi il destino della nostra specie. […]

Ogni volta che gli uomini [hanno] voluto degradare, sfruttare, opprimere, o uccidere l’Altro, lo hanno sempre dichiarato un essere non “veramente” umano. Questo è stato l’aspetto caratteristico delle conquiste, degli asservimenti e dei delitti di massa lungo tutto l’arco della storia. Di fronte all’oppressione ci si pone sempre la domanda se la sua vittima sia o non sia un essere umano (completo). Questa fu la domanda basilare nel sistematico antisemitismo della Spagna e della Germania; nella caccia alle streghe in Europa; nello schiavismo negro americano; e nella persecuzione moderna, virtualmente mondiale, del malato di mente. Poiché, se la vittima non è completamente umana, se questa non è un individuo, ne consegue che non può rivendicare i diritti enumerati nella Dichiarazione d’Indipendenza, nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, o nella Costituzione più di quanto non lo possa un gatto, un cane, o un qualsiasi altro essere non umano. […]

L’uomo sociale teme l’Altro e cerca di distruggerlo; ma […] paradossalmente, egli ha bisogno dell’Altro e, se necessario, lo crea, così da potersi confermare come buono invalidandolo come cattivo.

Queste idee sono rese con consumata abilità artistica da Jerzy Kosinsky nel suo straordinario libro L’uccello dipinto. Il titolo allude a questo tema: “L’uccello dipinto” è il simbolo dell’Altro perseguitato, dell’“Uomo macchiato”.

La storia è il racconto straziante di quanto accade ad un ragazzo di sei anni “proveniente da una grande città dell’Europa orientale [che] durante le prime settimane della seconda guerra mondiale… fu mandato dai suoi genitori, come migliaia di altri ragazzi, a rifugiarsi in un lontano villaggio”. Per proteggere il figlio dalle devastazioni della guerra nella capitale, i genitori, appartenenti alla media borghesia, lo affidano alle cure di una contadina. Dopo due mesi dal suo arrivo, questa muore. I genitori non lo sanno, e il ragazzo non ha alcun modo di comunicare con loro. Egli va alla deriva su un mare di umanità talvolta indifferente, spesso ostile, raramente protettiva. Durante le peregrinazioni per le campagne di una Polonia lacerata dalla guerra, il ragazzo vive per qualche tempo sotto la protezione di Lekh, un giovane gigantesco, solitario e onesto che si procaccia da vivere tendendo trappole. Passiamo all’episodio che svolge in modo così commovente il tema che, per la tribù, l’Altro è un pericoloso estraneo, membro di una specie ostile che si deve distruggere.

Lekh ama una donna, Ludmila, con cui ha dei rapporti sessuali appassionati. Ludmila era stata violentata da ragazza, e quando la incontriamo, è pazza di desiderio sessuale. I contadini la chiamano “Ludmilla la scema”. L’episodio che qui ci interessa veramente viene dopo un periodo di separazione tra Lekh e Ludmila. Lo citerò in toto.

Talvolta i giorni passavano e Ludmila la scema non compariva nella foresta. Un’ira silenziosa si impossessava di Lekh. Fissava grave gli uccelli nelle gabbie, borbottando qualcosa fra sé. Alla fine, dopo un esame prolungato, sceglieva l’uccello più robusto, se lo legava al polso e preparava della vernice puzzolente di diversi colori, mischiando i più svariati componenti. Quando le tinte lo soddisfacevano, Lekh rovesciava l’uccello e gli dipingeva le ali, il capo e il petto in sfumature d’arcobaleno sino a che diventata più screziato e vivido di un mazzo di fiori selvatici. Poi si andava nel folto della foresta. Là Lekh estraeva l’uccello dipinto e mi ordinava di tenerlo in mano e di spingerlo leggermente. L’uccello cominciava a cinguettare e a richiamare uno stormo della stessa specie che ci volava nervosamente sopra. Il nostro prigioniero, nell’udirli, si protendeva verso di loro, gorgheggiando ancora più forte; il suo cuoricino, racchiuso nel petto dipinto di fresco, batteva con violenza. quando un numero sufficiente di uccelli si era ammassato sul nostro capo, Lekh mi faceva cenno di liberare il prigioniero, che si slanciava in alto, felice e libero, un punto d’arcobaleno sullo sfondo delle nubi, per poi tuffarsi tra lo stormo che attendeva sul terreno. Per un istante gli uccelli restavano confusi. L’uccello dipinto circolava da un capo all’altro dello stormo, invano cercando di convincere i propri simili di essere uno di loro. Abbagliati dai suoi smaglianti colori, gli volavano attorno, ma non erano persuasi. L’uccello dipinto veniva spinto sempre più lontano mentre cercava tenacemente di entrare tra i ranghi dello stormo. Subito dopo vedevamo un uccello dopo l’altro staccarsi dallo stormo per un attacco feroce. In breve la forma multicolore perdeva il suo posto nel cielo e precipitava a terra. Questi incidenti accadevano spesso. Quando ritrovavamo gli uccelli dipinti di solito erano morti. Lekh esaminava attentamente il numero di beccate che l’uccello aveva ricevuto. Il sangue scorreva attraverso le ali colorate, diluendo la vernice e macchiando le mani di Lekh.

Ludmila la scema non torna ancora. Per dar sfogo alla sua ira frustrata, Lekh appresta un altro uccello-sacrificale. Ecco come lo descrive Kosinski:

            Un giorno prese in trappola un grande corvo e gli dipinse le ali di rosso, il petto verde e la coda di azzurro. Quando uno stormo di corvi apparve sul nostro capanno, Lekh liberò l’uccello dipinto. Non appena esso raggiunse lo stormo, ebbe inizio una disperata battaglia. L’uccello mascherato veniva attaccato da tutti i lati. Penne nere, verdi, rosse, azzurre cominciavano a caderci intorno. Nel cielo i corvi erano in preda a furore omicida, ed improvvisamente il corvo dipinto precipitava sul terreno arato di fresco. Era ancora vivo, apriva il becco e tentava invano di muovere le ali. Gli occhi gli erano stati strappati a beccate, e del sangue fresco gli scorreva sulle penne dipinte. Fece ancora uno sforzo per alzarsi dalla terra appiccicosa, ma non aveva più forza.

L’uccello dipinto è il perfetto simbolo dell’Altro, dell’Estraneo, del Capro espiatorio. Con abilità inimitabile, Kosinksi ci mostra entrambe le facce del fenomeno: se l’Altro è diverso dai membri del branco, viene espulso dal gruppo e distrutto; se è come loro, l’uomo interviene e lo fa apparire diverso, che possa venire espulso dal gruppo e distrutto. Come Lekh dipinge il suo corvo, così gli psichiatri colorano i loro pazienti, e la società nel suo insieme macchia i suoi cittadini. Questa è la grande strategia della discriminazione, dell’invalidazione e del sacrificio del capro espiatorio. L’uomo cerca, crea ed imputa differenze per alienare l’Altro. Con l’espellere l’Altro, l’Uomo Probo si fa più importante e sfoga la sua ira repressa in un modo approvato dai suoi simili. Per l’uomo, l’animale del gregge, come per i suoi antenati umani, la sicurezza risiede nella similarità. Questa è la ragione per cui la conformità è bene, e la devianza è male. Emerson lo comprese molto bene. “Dappertutto la società cospira contro l’individualità di ciascuno dei suoi membri”, egli avvertì. “La virtù nella maggior parte dei casi è conformità. La fiducia in sé è il suo contrario”.

Chi apprezza la libertà individuale, la diversificazione umana ed il rispetto per l’individuo può solo disperare di fronte a questo spettacolo. Per chi crede, come me, che il medico dovrebbe essere il protettore dell’individuo, anche quando questi viene in conflitto con la società, è in special modo disperante che, ai giorni nostri, dipingere uccelli sia divenuto un’attività medica normale, e che, tra i colori usati, le diagnosi psichiatriche siano quelle più in voga.

(tratto da Th. S. Szasz, I manipolatori della pazzia. Studio comparato dell’Inquisizione e del Movimento per la salute mentale in America, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 326-333)

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