Message in a bottle

di Serena Contardi

Di film brutti ne ho visti parecchi, ma Instinct – Istinto primordiale di Jon Turteltaub si merita sicuramente un posto di tutto rispetto in questa infame classifica. Non che l’abbia guardato con l’attenzione che si conviene allo spettatore virtuoso (cosa che non sono); faceva molto caldo e io, in un bagno di sudore, cercavo di non fondermi col copridivano e decidere che cosa fare con queste benedette palpebre: sforzarmi stoicamente di tenerle aperte o lasciarle chiudere appena, qualche secondo, magari…che poi si trasforma immancabilmente in una mezz’ora o più (e lo sai perfettamente che finisce così, anche mentre te la racconti, nonostante tu non sia più così presente).
Le riprese di una famiglia di gorilla che scorrazzano liberi per la jungla mi incoraggiano a resistere. E resisto.
Suppongo il tema del film sia la messa in scena dell’animalità primordiale che alberga inascoltata dentro di noi, libera da cultura, libera da morale e incrostamenti, brutale, dura, innocente. Il tutto, ovviamente, trattato con una banalità sconcertante. La storia è quella del primatologo Ethan Powell (Anthony Hopkins) che, intenzionato a studiare i gorilla, decide di inoltrarsi sino a dove nessun uomo si era spinto mai. Non pago di osservarne il galateo e di interagire saltuariamente con loro, Powell mira infatti a diventare uno di loro, mantenendo comunque la propria individualità di uomo: punta, cioè, ad essere accolto come essere umano in un clan di scimmie, sfaldandone i confini. Dopo incertezze e primi fallimenti, il naturalista viene finalmente accolto “in famiglia” e, in un crescendo drammatico, il suo successo personale è suggellato da mamma gorilla che gli concede di tenere fra le braccia il suo cucciolo. In quel preciso momento, la telecamera inquadra alcuni cacciatori che si fanno strada tra la fitta e umida vegetazione pluviale, e si odono alcuni spari: la famiglia di gorilla è sotto attacco. Powell, che ormai si è fuso completamente coi suoi ospiti, si trova quindi nella situazione paradossale di dover scegliere con quale famiglia schierarsi, quella assegnatagli dalla specie e soprattutto dalla civiltà, o quella che gli ordina irresistibilmente la pancia, l’istinto. Il film si chiama Instinct e, manco a dirlo, Powell opta per la seconda ipotesi. Anzi, nemmeno opta, che implica un vieppiù di pensiero cosciente: lo fa e basta. Alla violenza risponde con altra violenza e, preso da foga animalesca, ammazza con le sue mani alcuni dei cacciatori che gli si parano davanti. Gli altri lo braccano, gli restituiscono un paio di cortesie e lo riconsegnano alla giustizia umana, che deciderà per il carcere psichiatrico. Il suo rapporto col giovane medico tronfio d’ambizione che cercherà di penetrarne la complessa psicologia (?) e carpirne il segreto è, in realtà, il nodo semantico attorno al quale ruota tutto il film. Ma è penoso e tremendamente scontato, ciò che contribuisce a fare di Istinto primordiale una sbrodolata hollywoodiana buona per umani sentimental smaniosi di ricongiungersi con la propria animalità ancestrale per la durata di un’ora o due, possibilmente dalla poltroncina di casa propria e senza tutti quei fastidiosi mosquitos.

In ogni caso, sono qui a scriverne, dunque, che io lo ammetta o no, qualcosa deve pur avermi lasciato. Credo che, suo malgrado, persino un filmaccio di serie b possa dire qualcosa di vero. Turteltaub non è Sofocle, e infatti imposta l’intero suo film sull’abusata diade natura/cultura, quando lo spunto più interessante che poteva offrire e offre, non so quanto consapevolmente, è la lacerazione (tragica) di Powell, diviso tra legge umana e un altro genere di diritto, più vago e inafferrabile, mai dimostrabile, eppure innegabilmente presente: ciò che in Antigone costituisce il comando divino, gli agrapta nomima. Mi scuseranno i grecisti per questo ardito parallelo, non meno blasfemo dell’accostare Certe notti di Ligabue a un notturno di Alcmane (ho sentito anche questa, ebbene sì), ma chi si batte per liberare gli animali capisce molto bene a cosa intendo alludere.

Mi è capitato, recentemente, di vedere questo video:

 

 

Siamo in uno zoo, uno scimpanzé spiega ad alcuni visitatori che pagano per vederlo rinchiuso come fare per liberarlo. Con tanto di dettagli: è un animale autocosciente, reattivo e intelligente. A quanto pare, i tizi lo trovano divertente. Mentre sento le loro risate in sottofondo e ancora sto cercando di riprendermi dall’inenarrabile tristezza che mi suscita quella scena, mi chiedo se in questo caso esibire una reazione à la Powell non sarebbe l’unico e maggiore indizio di autentica salute mentale. Del tipo, utilizzare la testa di quei visitatori – senza far loro troppo male, che poi si sparge in giro la voce i vegani siano brutti sporchi e cattivi – per infrangere la vetrata e liberare tutti quei fratelli di Kanzi. Non si può fare. E allora mi domando: è attualmente in corso un’opera di speciazione, e io appartengo ad un nuovo ceppo che ha facoltà diverse da quelle di quegli esemplari di homo sapiens? Sono io una psicolabile, ho una sensibilità disturbata che non mi permette di accettare la sola differenza di specie legittimi ad ogni livello noi si faccia ciò che si vuole di queste sciagurate creature? O piuttosto quegli individui sono sì classificabili come homines, ma non hanno occhi, non hanno orecchie, non hanno cuore né cervello e, lobotomizzati da una cultura così esageratamente specista, semplicemente non si pongono il problema?

Per quanto mi riguarda, lascerei libero di zampettare dove preferisce anche un tacchino. È così diverso da me, ed così difficile, per me, riconoscermi in un tacchino; ma diamine, ha una sua sensibilità e una sua percezione del mondo, dunque perché non lasciarlo in pace. Comprendo per qualcun altro questo ragionamento possa non risultare così immediato. Ma qui stiamo parlando di scimmie! Sui macachi facciamo ogni sorta di esperimento. A furia di dargli scosse, abbiamo capito che, piuttosto che vedere i loro compagni prendersi le scosse, cagarsi addosso per le ripetute scosse, preferiscono patire i morsi della fame – quella vera. A furia di scalottarli, abbiamo imparato possiedono gli stessi neuroni nostri dell’autoconsapevolezza, e insomma forse non era proprio il caso di scalottarli. Gli scimpanzé si riconoscono allo specchio: superano il solo test che nella nostra sconfinata arroganza crediamo possa accertare la presenza di autocoscienza. Sanno chi sono, sanno che ci sono. E noi sghignazziamo, se chiedono di liberarli – ce lo chiedono direttamente.

Non mi chiamo Powell, e di massacrarli non se ne parla. Voglio però lasciare un messaggio ai posteri, che è legale e pure gratis: io, in mezzo a questa gabbia di matti – non saprei come altro definirli – , ho in effetti il sospetto ci sia qualcosa che non vada. Molto, che non vada. Un amico ha coniato la bellissima espressione «carcere dell’umanità»: ecco io so di esserci rinchiusa.

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Comments
3 Responses to “Message in a bottle”
  1. MM ha detto:

    brava, proprio bello! e grazie per l’attestazione di amicizia (o ti riferivi a Lévi-Strauss? :D)

    • Serena ha detto:

      Grazie 🙂 Certo che mi riferivo a te: già mi tocca lasciare messaggi ai posteri, almeno gli amici cerco di scegliermeli vivi!

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