SE PUOI VEDERE, GUARDA

di Francesca Testi

Se puoi vedere, guarda, se puoi guardare, osserva

(Libro dei Consigli)

Questo scritto non ha alcuna ambizione teorica, nasce a seguito della mia esperienza diretta, e dal confronto costante e animaleyesprezioso con tutti gli interlocutori che hanno voluto ragionare con me di questi temi, amici o semplici passanti (anche se quest’ultimo termine mi pare un po’ riduttivo poiché nessuno che abbia lasciato un seme nella nostra vita può essere detto “semplice passante”).

L’imput definitivo è venuto, tuttavia, durante un breve ma intenso soggiorno bolognese e la lettura del bell’articolo di Eleonora Adorni recentemente apparso sulla rivista Liberazioni[1].

Mi si perdonino le imperfezioni e le ovvietà, qualora se ne riscontrassero, e l’assenza quasi totale di bibliografia e riferimenti autorevoli, e si veda tra queste righe solo una semplice riflessione a “voce alta”.

Comincio dalle domande:

cosa lega soggetto “guardante” e oggetto “guardato”? Esiste tra i due un evidente nesso che non può essere equivocato, o forse il legame tra i due – ponendo che esista davvero – è relativo e necessita sempre e comunque di essere chiarificato affinché non generi errori di interpretazione, o deformazioni?

Cosa è un’immagine? Quali tipi di immagine esistono, e con quale esito queste possono essere utilizzate a fini educativi?

Cosa importa di tutto ciò a chi porta avanti giorno per giorno il faticoso e necessario progetto di costruire un futuro più giusto in cui uomini e animali non umani potranno finalmente avere la medesima possibilità di perseguire i propri interessi finalmente liberi dalla schiavitù reciproca di essere carnefici e vittime in un sistema cieco al dolore e ai bisogni fondamentali di tutti noi (nessuno escluso)?

Provo a rispondere:

posto che non posso in questa sede sviscerare tutte le possibili implicazioni di quanto è convenzionalmente ritenuto “soggetto” e quanto “oggetto”, e del loro complicato legame, perché non ne avrei la possibilità né le competenze, mi limito a semplificare la faccenda nei termini dell’esperienza quotidiana che condividiamo tutti, e quindi scelgo di attribuire al mio ormai caro semplice passante il compito di rappresentare il primo, mentre il secondo sarà, per ora, il mio amico gatto Tullio. Tullio è bianco, ha il pelo morbido e vaporoso e due splendidi occhi azzurri trasparenti, nessuno che io conosca per ora ha mai potuto negargli un complimento più o meno sentito, immagino che il passante farà altrettanto e ravviserà nel simpatico felino circa quanto ravvisano gli altri.

Se ci fermassimo qui diremmo che il nesso soggetto-oggetto è univoco e produce sempre lo stesso risultato.

Ma chi è Tullio? È solo il suo essere “bello”? E se d’improvviso non lo fosse più? Io che lo conosco da tanto tempo sono legata a lui per come appare? Credo di no.

Riduciamo il mio paziente amico alla sua innegabile condizione di gatto la cui apparenza “gattesca” sarà condivisa con tantissimi altri individui, e non tutti saranno bianchi e morbidi, alcuni (purtroppo ancora troppi) saranno anzi sporchi, chiaramente malati e denutriti, abbrutiti dalla vita difficile e dai torti subìti. Che dirà di loro il passante? Vedrà ciò che li accomuna a Tullio, o ciò che li distingue?

Entrambe le cose. Ossia, esistono contemporaneamente entrambe le possibilità. Ecco che quindi il nesso che stiamo indagando comincia a diventare più labile.

Andiamo quindi oltre e conserviamo di Tullio una natura ancora meno personalizzante, il suo essere un animale non umano. Condividerà ciò con altri gatti senza dubbio, ma anche con leoni, cani e maiali, questi, a loro volta, potranno essere apparentemente invitanti, se guardati nella loro forma più gradevole, o del tutto respingenti, allo stesso modo in cui un bell’individuo risulta più gradevole di uno malato, ma anche – e qui la faccenda si complica – essere considerati non solo in base alla loro essenza biologica ma anche in base alla loro destinazione nel mondo culturale in cui il passante-soggetto vive.

Così il leone è sia il re della foresta che un pagliaccio da circo, il cane è sia il miglior amico dell’uomo che uno strumento di lavoro, il maiale è… il povero maiale può essere veramente di tutto.

Cosa resta del nesso? Chi vedrà chi, o cosa nell’animale non umano che ha di fronte?

Del nesso resta poco o niente, anzi, per esperienza posso dire che provare a ricostruire nel semplice passante la connessione che esiste fra un gatto e un maiale, e portarlo dunque a riconoscere ad entrambi lo status di individui non umani è un lavoro faticoso e a tratti snervante. Persino l’interlocutore più aperto, se non avvezzo a tali argomenti, resta sorpreso nel paragone. La risposta più innocua che ci si sente dare è quella vede distinte le due specie in base all’essere una domestica e l’altra… l’altra no, la più crudele nega al maiale persino la possibilità di aver una vita schiacciandolo completamente nel ruolo di mero prodotto di consumo che il nostro mondo gli ha attribuito.

Come è possibile che si annulli quasi completamente la capacità/possibilità di ravvisare nell’animale il suo essere un individuo vivo e, in quanto tale, degno dell’opportunità di vivere?

Eppure, se guardati (e non solo visti) tra Tullio e un maiale non esiste poi tutta questa enorme differenza.

Dovremmo dedurre a questo punto che non esiste nulla di dato a priori nel rapporto fra guardante e guardato?

Vengo agli altri due interrogativi posti in partenza.

Devo dire che a questo proposito l’articolo di Eleonora Adorni, e il piacevole scambio di opinioni con lei sono stati determinanti permettendomi di ordinare quello che nella mia testa faticava a prendere forma.

Un’immagine è la rappresentazione estetica di qualcosa, o qualcuno, da distinguere attentamente dalla cosa in sé. Per dirla in parole povere, la foto di una sedia non è una sedia, e la foto di un cane non è un cane, e non lo sarà mai per infiniti e abbastanza ovvi motivi.

Nel caso in cui il semplice passante-soggetto si debba rapportare – come spesso accade quando, per esempio, ci si occupa di divulgazione in strada – con una riproduzione e non con l’oggetto che tipo di nesso viene a crearsi?

Viviamo una realtà fatta di sovraesposizione alle immagini, vediamo tutto di tutto in qualsiasi momento, ciò che ieri avrebbe sconvolto i nostri genitori oggi non ci tocca quasi più poiché l’abitudine rende insensibili e disattenti. Ciò nonostante continuiamo a voler vedere in un atteggiamento di curiosità morbosa e sterile, vediamo senza guardare in un vortice che ci appiattisce nel ruolo di spettatori, e annienta la comunicazione con quello diventa un “guardato” funzionale solo ad appagare il nostro voyeurismo. La distanza tra raffigurato e osservatore permette di saziare la fame di informazioni senza comprometterci in uno scambi dialettico che, in quanto tale, comporterebbe una messa in dubbio di cui spesso non abbiamo voglia.

Conserviamo una idea di noi stessi e di quanto ci sta attorno che non deve essere scalfita in alcun modo, vogliamo sapere senza conoscere perché il dolore che nasce dal contatto diretto provoca uno sconvolgimento troppo forte, e fa paura. Fa paura guardare qualcosa che rivendica una sua dimensione ontologica in maniera chiara, fa male quando lo sguardo distratto che intendiamo lanciare a vuoto viene in realtà raccolto e restituito senza possibilità di equivoco. Fa male quel ponte che si chiama dialogo perché ci costringe a uscire dal nostro piccolo io e a fare i conti con chi ci è davanti rivendicando un’esistenza.

L’immagine muta ci salva da tutto questo coltivando l’illusione di sapere – avendo visto – prescindendo dal coinvolgimento.

Ma l’immagine è sempre muta? Spesso, sempre di più, ma non sempre.

Esistono immagini ancora in grado di portare in sé una forte carica comunicativa, capaci di testimoniare quanto altrimenti rimarrebbe nell’ombra della coscienza di pochi.

Penso alle fotografie e ai filmati in cui agnelli sono scaraventati su camion quasi fossero sacchi da buttar via[2], ai visoni sconvolti in gabbie che gli permettono appena di muoversi[3], ai topolini nello stabulario che cercano invano una via d’uscita che non esiste[4]. Mi vengono in mente gli occhi bassi delle persone che non hanno il coraggio di guardare, che si voltano per non sapere, che giurano di non potercela fare.

Fare cosa? Guardare un fotogramma? Sì, perché quest’ultimo ha ancora la capacità di toccare, quasi fosse un’entità fisica, richiamando l’osservatore alla realtà che stride dolorosamente con l’idea che ama coltivare.

Dobbiamo domandarci cosa intendiamo ottenere quando mostriamo quelle che convenzionalmente vengono considerate immagini cruente, perché queste conservano ancora un buon potenziale comunicativo, possono ancora essere testimoni del dolore di quegli agnelli, di quei visoni, di quei topi creando un ponte che possa avvicinare il soggetto e l’oggetto ricreando quel nesso che non può essere ridotto a un’opinione.

Non credo che se i macelli avessero le pareti trasparenti saremmo tutti vegetariani, le nostre incredibili capacità adattive ci verrebbero rapidamente incontro cosicché nel giro di una generazione saremmo insensibili persino a uno spettacolo tale.

L’immagine non è la cosa in sé, ribadisco, è portatrice di un messaggio che però non è in grado di riadattare momento per momento, ripete senza sosta le stesse parole che, se non dosate attentamente, possono diventare poco più di un ritornello, sottofondo indecifrabile della nostra quotidianità che s’abitua presto a tornare sorda e cieca, e se questo dovesse accadere sarebbe un bel problema.

Chiunque abbia provato almeno una volta a discutere con il nostro semplice passante sa che abbattere il muro di apatia che lo separa dalla realtà della sofferenza che ignora è difficilissimo, pazienza e determinazione possono non bastare perché non basta sapere per capire, e non basta vedere per guardare.

Un mio insegnante diceva sempre che questo mondo ci vuole anestetizzati, privi cioè della capacità di sentire. Preferiamo il nulla di una vita artificiale al dolore che fuggiamo come il male assoluto dimenticando che è solo l’altro volto della consapevolezza, dello scambio, del piacere.

Non so come rendere univoco il nesso fra soggetto guardante e oggetto guardato, ma so che se riuscissimo anche solo un momento a guardare Tullio e il maiale semplicemente per quello che sono, e non per come crediamo che siano, un piccolo passo avanti lo avremmo compiuto.

 


[1]          E. Adorni, Il tradimento degli animali. Immaginari umani e corporeità animale nell’esposizione museale di esseri viventi, Liberazioni, IV, 13, pp. 57 – 81.

[2]          Materiale a cura di Animal Equality, disponibile sul sito www.salvaunagnello.com

[3]          Materiale a cura di essereAnimali e Nemesi Animale, disponibile su sito www.visoniliberi.org

[4]          Materiale a cura del Coordinamento Fermare Green Hill, disponibile sul sito www.fermaregreehill.net

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