Vivisezione e (s)corretta informazione

di Filippo Schillaci

Vivisezione Milano

Il 20 aprile 2013 un gruppo di animalisti occupò uno stabulario dell’università statale di Milano in cui erano rinchiusi animali usati per ricerche su malattie come il morbo di Parkinson e di Alzheimer. Gli animalisti posero come condizione per la fine dell’occupazione la liberazione di tutti gli animali e portarono infine via con sé circa 200 fra essi, ottenendo la garanzia che anche gli altri sarebbero poi stati liberati, un impegno che però l’università non mantenne. L’azione avvenne in contemporanea con una manifestazione contro la vivisezione e ne generò un’altra, un microcorteo composto da 24 ricercatori universitari favorevoli alla vivisezione.

Qui tuttavia non è tanto del fatto in sé che intendo parlare quanto dell’interessante modo in cui un quotidiano nazionale, Il Corriere della Sera, ne diede notizia. Interessante perché esemplare di ciò che oggi è l’ “informazione” in Italia.

 Il quotidiano diede notizia del fatto in due articoli firmati Federica Cavadini apparsi il 22 e 24 aprile rispettivamente in cronaca di Milano e in cronaca nazionale. Ciascuno di essi era illustrato da due fotografie, ed è su di esse che vorrei qui soprattutto soffermarmi. Prendiamo quelle del secondo articolo (quelle del primo sono pressoché identiche). La più grande, impaginata in posizione centrale, di formato orizzontale, raffigura i 24 ricercatori che hanno inscenato quella che il quotidiano chiama “la contro-manifestazione”. Sono quasi tutti in camice bianco, facce da bravi ragazzi, espressioni distese e, in alcuni casi, sorridenti. Due di essi hanno il volto coperto da un fazzoletto bianco, ma quasi non ci si fa caso. Mostrano alcuni cartelli sul più grande dei quali è scritta la frase: «Ribellati contro la cultura dell’ignoranza». La seconda immagine è impaginata in alto a destra, dunque in posizione periferica, il formato è verticale, è inclinata e un angolo di essa si sovrappone parzialmente alla prima con l’effetto di un cuneo che vi penetra. L’insieme di queste caratteristiche dà la sensazione che l’immagine non appartenga alla pagina ma vi sia appena entrata dall’esterno. La fotografia raffigura un animalista che indossa un giubbotto nero e il cui volto è coperto da una maschera grottesca e ringhiante dai connotati “bestiali”, il quale tiene alto sopra la testa un cartello con la parola «Assassini». Una banda nera diagonale sul suo petto crea un ulteriore effetto dinamico per cui si ha l’illusione che la persona “penda” verso sinistra.

Proviamo ora ad analizzarle. Innanzi tutto le dimensioni: l’immagine che raffigura i ricercatori-vivisettori è tre volte più grande di quella che raffigura l’animalista. Poi la collocazione nella pagina: centrale la prima, periferica, anzi, abbiamo detto, idealmente esterna la seconda. Questi due primi elementi sono già portatori di un preciso significato: caro lettore, i ricercatori-vivisettori sono interni, anzi centrali, rispetto al contesto cui tutti noi apparteniamo, sono membri a pieno titolo di quella società civile in cui tutti noi ci identifichiamo. L’animalista invece viene da fuori, è un estraneo, appartiene a una realtà minoritaria e marginale, insomma, non è uno di noi.

Un secondo punto è dato dall’insieme di tre elementi: 1) il formato orizzontale (statico) della prima immagine, contrapposto al formato verticale (dinamico) della seconda. 2) la disposizione corretta (statica) della prima immagine, contrapposta all’inclinazione (dinamica) della seconda. 3) la posa naturale dei ricercatori-vivisettori che conferisce loro un’apparenza pacata e tranquilla contrapposta alla posa illusoriamente inclinata e alle braccia enfaticamente alzate dell’animalista che brandisce il cartello. Ciascuno di questi tre elementi concorre a dare dei ricercatori-vivisettori l’immagine di persone equilibrate, stabili, con i piedi ben piantati per terra e dell’animalista l’immagine di una persona agitata, priva di equilibrio interiore, che agisce in base ad impulsi emotivi.

Un terzo punto è la raffigurazione dei ricercatori-vivisettori in quanto gruppo mentre della manifestazione animalista (probabilmente ben più numerosa) viene raffigurata una singola persona. Il messaggio è anche qui chiaro, una volta avuto ben presente che l’uomo è in maniera innata un animale sociale e nei suoi criteri di giudizio la contrapposizione fra ciò che è in-group e ciò che è out-group gioca un ruolo fondamentale: i ricercatori-vivisettori in quanto gruppo appartengono a una dimensione sociale, l’animalista è un isolato, un out-group. Ancora una volta, non è uno di noi.

Un quarto punto è che dei ricercatori-vivisettori vediamo chiaramente i volti mentre quello dell’animalista è nascosto da una maschera. È un vecchio trucco che risale ai tempi di Ejsenstein il quale, nella celebre scena della scalinata di Odessa, non ci mostra mai i volti dei soldati che sparano sulla gente ma solo, e con gran profusione, i volti delle loro vittime. L’effetto è la disumanizzazione di coloro di cui non vediamo il volto. Così come i soldati di Ejsenstein appaiono simili ad automi senz’anima, l’animalista il cui volto è coperto da una maschera ringhiante appare come “una bestia” furiosa. Sempre di più, non è uno di noi.

Un quinto punto è la contrapposizione cromatica fra il bianco arioso dei camici dei ricercatori-vivisettori e il giubbotto nero, cupo e inquietante, dell’animalista-animale. Non è poi secondario notare a questo proposito che, nell’immaginario del “signor Rossi industrializzato”, il camice bianco è ormai da tempo dotato di ben precisi connotati simbolici: è l’icona del detentore del sapere, del Gran Sacerdote della Conoscenza. E poiché, come la psicologia sociale ci insegna, la mente del signor Rossi “in-group” funziona non per analisi razionali ma per un incedere caracollante di stereotipi e pregiudizi, è vano notare, come qualcuno ha fatto, che i camici bianchi li indossano anche i macellai.

Una cosa da aver ben presente nell’interpretare quanto detto, è che così come solo una piccola parte dell’attività psichica umana appartiene al livello della coscienza, solo una piccola parte dei messaggi che ciascuno riceve dai mass media e dal gruppo sociale in generale, viene recepito a questo livello. Il resto viene “assorbito” inconsciamente aggirando le capacità di analisi critica. Diciamolo meglio: in un qualsiasi messaggio possiamo distinguere due livelli; il primo è quello esplicito, ovvero l’argomento dichiarato, che recepiamo consapevolmente; il secondo è quello implicito, contenuto nella struttura formale, che recepiamo in maniera inconscia e che spesso, proprio per tale motivo, è molto più pervasivo del primo. In una fotografia il livello esplicito è il soggetto rappresentato (nel nostro caso le due parti contrapposte nei fatti di cronaca narrati), quello implicito è il modo in cui viene rappresentato (nel nostro caso l’insieme delle caratteristiche formali che ho sopra descritte, le quali inducono il lettore, senza che nemmeno se ne accorga, a sentire “simile a sé” una delle due parti, estranea e ostile l’altra).

Quanto ai testi dei due articoli, sul primo c’è poco da dire: riporta soltanto le posizioni dei vivisettori, il che non sorprende. Nel secondo va un po’ meglio: agli animalisti è dedicato un amplissimo 20% del testo (696 battute su 3.511) mentre il rimanente 80% è un impeccabile contrappunto fra descrizione dei fatti e puntuale commento di indignata condanna dei medesimi ad opera di ricercatori ed autorità accademiche varie. Il tutto confluisce sulla notizia finale che gli autori dell’occupazione sono stati denunciati. Così imparano.

Ho detto che non intendevo entrare nel merito dell’argomento vivisezione tuttavia una frase visibile su uno dei cartelli mostrati dai ricercatori-vivisettori impone un commento. La frase è: «Orgogliosi di salvare la vita anche a voi». Trovo questa frase arrogante e menzognera, perché se parliamo di malattie cronico-degenerative come la malattia di Parkinson o di Alzheimer, la verità è che i ricercatori, vivisettori o meno che siano, di vite ne salvano ben poche. Queste malattie, come ho avuto modo di constatare io stesso da vicino qualche anno fa, una volta esplose, sono assolutamente incurabili. Punto.

Piuttosto ci sarebbe molto da dire sul fatto che esse, come pure molte forme tumorali, sono ritenute da più parti connesse in misura non trascurabile allo stile di vita e in generale alle condizioni ambientali, e dunque molto si potrebbe fare a livello di prevenzione primaria. Ma di prevenzione, chissà perché, non si parla mai. Qualche “marginale” formula a questo proposito un’ipotesi: che la prevenzione sia così sonoramente ignorata perché non frutta nulla alle aziende farmaceutiche, alle quali al contrario giova, e giova molto, che la gente si ammali.

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