Gli animalisti dietologi dell’ultimo romanzo di Karen Duve

 di Leonardo Caffo

(articolo divulgativo apparso sul quotidiano Linkiesta il 22 Settembre 2012)

Si può essere migliori a partire da ciò che mangiamo o, meglio, da chi mangiamo. Questa la trama dell’ultimo romanzo di Karen Duve – Il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore (Neri Pozza 2012).

Tutto comincia con un “pollo pronto per la cottura” – definito come piatto gustoso alla stregua di qualsiasi altro oggetto. E che male c’è, ci si chiederà? Avendo una vaga idea della storia di quel pollo, tra gli infiniti senza nome stipati a migliaglia in uno spazio angusto e triste (si pensi alla denuncia filosofica di Peter Singer in Liberazione Animale, il Saggiatore 2003), le prime differenze tra oggetto e soggetto cominciano a fare capolino.

Kerstin, amica di Karen (il romanzo è autobiografico), apre gli occhi della scrittrice verso un mondo di sofferenze nascosto: “come puoi comprare questa carne martoriata?” è la domanda che insinua il dubbio abissale nei confronti di un’assuefazione al male istituzionalizzato. E le risposte, che magari pensiamo possano essere facili e repentine, talvolta si bloccano dinnanzi alla brutalità dell’immagine di un figlio strappato ad una madre innocente. Un figlio di un’altra specie, certo: ma pur sempre una creatura vivente – capace di soffrire, di vivere e di intrattenere relazioni.

Karen diventa vegetariana, ma fin qui potrebbe sembrare che il romanzo sia figlio di una trama scontata, quasi clone di classici come La vita degli animali di Coetzee (Adelphi 2003).

Ma Karen, intrapreso il suo percorso verso una coscienza che possa dirsi “migliore”, si trova dinnanzi alla scena di Notting Hill in cui compare una fruttariana che rifiuta di mangiare vegetali perché viventi.

E perché dunque essere da meno, e fermarsi al non mangiare animali? Non sono viventi anche loro?

E così il percorso verso l’essere migliori attraverso varie fasi, dal veganesimo al fruttarianesimo: in una lotta, spasmodica e spesso imbarazzante, verso una coerenza impossibile.

Karen Duve, pur analizzando con puntualità il dramma della morte degli animali, riesce a far comprendere le derive borghesi di un falso moralismo che sfocia, spesso e volentieri, in prescrizione alimentari degne del centro di cura dietetica a cui venne sottoposto il povero ragionier Fantozzi: “niente mangiare, niente bere … niente di niente!”.

Un libro che fa riflettere, una volta e per tutte, sui limiti di un movimento animalista che schiaccia le sue posizioni sulla questione alimentare: quasi che essere antispecisti coincida col non mangiare animali. Come dire che essere femministi significhi, esclusivamente, non prendere a calci le donne.

Ma si possono scambiare i mezzi per i fini? E le cause per le conseguenze?

Non sarebbe ora di guardare, finalmente, meno al piatto e più alle condizioni di possibilità del sistema economico e culturale che permettono ad un pollo di arrivare nel nostro stomaco?

Beh, ai fruttariani, o ai mangiatori di sassi, l’ardua sentenza

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Comments
3 Responses to “Gli animalisti dietologi dell’ultimo romanzo di Karen Duve”
  1. ritaciatti ha detto:

    “Ma si possono scambiare i mezzi per i fini? E le cause per le conseguenze?”

    Già, questo andrebbe ricordato a tutti quelli che riducono la liberazione animale alla sola questione del veganismo. Come dico sempre io, la scelta vegana è il massimo che possiamo fare per noi stessi, per definirci persone coerenti con i nostri valori e principi di nonviolenza, ma non è abbastanza per liberare gli animali, tante altre, diversificate e nascoste sono le maniere attraverso cui si esplica lo sfruttamento degli animali e soprattutto altrove è da ravvisarne la causa.

    La questione della sofferenza delle piante che si pone l’autrice del romanzo però non la trovo pertinente con la liberazione animale (mi rendo conto che il punto de romanzo verta più sulle considerazioni personali dell’autrice, poi lo leggerò): le piante non sono animali. Sono vive, certo, crescono, danno frutti, emettono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, ma non sono animali. E comunque mica possiamo morire di fame, mangiare vegetali ci è necessario, sfruttare animali no. Soprattutto le piante ricrescono, prova un po’ a vedere invece se ricresce un verme schiacciato.

    “Non sarebbe ora di guardare, finalmente, meno al piatto e più alle condizioni di possibilità del sistema economico e culturale che permettono ad un pollo di arrivare nel nostro stomaco?”

    Beh, ovviamente sì! Sarebbe ora!
    Bravo Leonardo, come sempre!

  2. devetag ha detto:

    Leo, ci ho messo un po’ a capire che la “scienza di Notting Hill” era un refuso 🙂
    Bello, comunque!

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