Alexandre, ovvero, anche gli animali negoziano la loro libertà, ma non vengono ascoltati

di Rita Ciatti

Ogni giorno vengono uccisi miliardi di animali dopo una non-vita trascorsa in gabbia. Se volessi – e lo vorrei – dedicare un post ad ognuno di loro dovrei smettere di respirare ed il tempo non basterebbe comunque.
Oggi voglio però commemorare Alexandre, la giraffa che ieri, ad Imola, è stata uccisa a causa di una dose eccessiva di tranquillanti somministratile al momento della cattura dopo la sua fuga dalla gabbia del circo Orfei in cui era rinchiusa e dopo aver vagato alcune ore in mezzo ad un territorio a lei del tutto alieno. Era un giovane esemplare maschio. Nel video potrete vedere l’eleganza dei suoi ultimi passi nel mondo; in un mondo che non era il suo, perché il suo avrebbe dovuto essere quello della Savana. Non che alla povera vittima serva più ormai questa commemorazione, ma infatti le commemorazioni sono per i vivi, a ricordarci di qualcuno che non c’è più, di qualcuno la cui esistenza ha significato qualcosa.
Al povero Alexandre nessuno potrà mai più spiegare il perché dell’egotica idiozia dell’uomo che si diverte ad umiliare animali selvatici dalla rara bellezza costringendoli ad eseguire tutti quegli stupidi numeri da circo, però, se la sua vita ha avuto davvero quel significato che tutti noi antispecisti gli riconosciamo, facciamo in modo che i tanti articoli, i tanti post sui blog che gli sono stati dedicati, servano a ricordarci l’urgenza di lottare per un circo senza animali. Che la sua morte almeno abbia un senso, non più per lui, povero esserino spaventato, ma per tutti gli altri che vivono costretti in gabbia: elefanti, tigri, cammelli, ippopotami, leoni, foche, scimpanzé e altre specie rare, bisognose di spazi aperti, di foreste, di alberi su cui arrampicarsi, di vita sociale tra i propri simili, di libertà.

Qui un articolo ben fatto – sempre dal sito AnimalStation di Riccardo – che spiega nei particolari tutti gli abusi che sono costretti a subire gli animali da circo e la maniera, non proprio gentile, in cui vengono addestrati.

 

Del resto non è la prima volta che un animale scappi da un circo o che si ribelli al proprio domatore. Vorrei anche segnalare questo saggio  (a sua volta citato da Steve Best durante le sue recenti conferenze in Italia): Fear of the Animal Planet: the Hidden History of Animal Resistance di Jason Hribal; un saggio in cui si documenta la consapevolezza degli animali ridotti in schiavitù dall’uomo e dei loro tentativi di ribellione, fuga, giusta rivincita progettati e messi in atto scientemente al momento opportuno.

Giusto ieri sera discutevo con chi sostiene che la lotta per i diritti degli animali portata avanti da noi antispecisti non ha una validità morale in quanto gli animali sono esclusi dal contratto sociale degli uomini, non avendo i mezzi e le capacità per negoziare la loro libertà e di stabilire le loro condizioni.
Le cose non stanno affatto così.
Ogni volta che un animale tenta (e magari qualche volta ci riesce, sono frequenti i casi di cronaca che documentano la fuga di animali da allevamenti, circhi, luoghi vari di detenzione) di fuggire dalla gabbia o di liberarsi dalla catena (non solo simbolica, ma reale) che lo tiene legato al palo, egli sta esprimendo la propria volontà di essere libero, quindi sta negoziando la propria libertà.
Il problema, l’unico vero grande problema è il vizio dell’antropocentrismo che affligge la specie umana da secoli; quel vizio che ci porta a considerare e giudicare le altre specie solo tramite i parametri umani, per cui tanto più una specie possiederebbe requisiti e caratteristiche (sia fisici, che intellettivi) simili ai nostri, più sarebbe meritevole di essere ascoltata e presa in considerazione per la sua intelligenza e capacità di esperire la realtà consapevolmente. E invece da parecchio tempo ormai la scienza e i suoi studi etologici hanno stabilito che non esiste un’unica intelligenza ed evoluzione, ossia quella umana, ma tante diverse intelligenze ed evoluzioni: ogni specie ha la sua propria, un’evoluzione che non guarda assolutamente in direzione degli orizzonti umani. Il nostro linguaggio ed il pensiero astratto, abilità in cui noi ci siamo particolarmente evoluti, non sono l’unità di misura assoluta a partire dalla quale si debbono giudicare tutte le altre specie.
Che significa ciò? Che per negoziare non necessariamente ci si deve esprimere tramite la lingua del dominante. Anzi, se la negoziazione dev’essere un punto di incontro, si dovrà fare in modo che si trovi un terreno comune di espressione. Ora non è che gli animali per chiedere la loro libertà debbano necessariamente esprimersi nella nostra lingua o firmare un contratto su carta bollata, basterà invece saper ascoltare cosa essi hanno da dire nel loro specifico linguaggio.
Non è vero che essi non parlano e non domandano. Lo fanno invero continuamente. Siamo noi ad essere talmente arroganti e supponenti da aspettarci che lo facciano proprio nella nostra lingua.
La lingua dell’uomo non è la lingua universale. Anche il vento comunica qualcosa, ad esempio che sta arrivando una tempesta (e ben lo sanno i naviganti che hanno appreso determinati segni); la lingua è un segno verbale. Il segno comunica qualcosa. Ed è convenzionale. Anche gli animali si esprimono e comunicano. Solo che usano altri segni, non verbali. Oggi il “mio” gatto, muovendo in maniera convulsa la coda, mi ha comunicato che voleva essere lasciato in pace a sonnecchiare. L’ho rispettato. Lui ha negoziato con me il suo diritto al riposino.
Se solo tutti quelli che sfruttano gli animali fossero meno miopi, sordi, ottusi, imparerebbero a decodificare i segni della comunicazione degli animali, che ogni specie ha i propri, e si accorgerebbero di quanto essi, da millenni, stanno disperatamente cercando di negoziare la loro libertà.

Alexandre, scappando dal circo Orfei ci ha detto qualcosa. Ha detto qualcosa al mondo. Ha detto: voglio tornare libero nella mia foresta. E tutti quegli uomini che lo circondavano, sordi, ciechi, chiusi nella miopia dei loro angusti antropocentrici ristretti confini mentali non hanno saputo e voluto ascoltarlo, né tantomeno capirlo e per tutta risposta gli hanno iniettato una dose di tranquillante rivelatasi letale. Esattamente come un tempo si faceva ai malati di mente, i diversi, che infatti non è che non comunicassero il loro disagio, la loro paura, il linguaggio del loro mondo interiore, solo che avevano segni arbitrari, non soggetti alle norme convenzionali. Gli animali come i diversi.
Da sempre lo strumento del Potere è solo uno: quello di zittire, mettere a tacere.
E all’animale che urla e scalpita nella sua gabbietta troppo stretta viene tirata ancor di più la corda attorno al collo fino a che il suo grido non diventa sempre più flebile, fino a che non è del tutto soppresso.

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Comments
8 Responses to “Alexandre, ovvero, anche gli animali negoziano la loro libertà, ma non vengono ascoltati”
  1. lauralu ha detto:

    grazie Rita,come sempre mi hai commossa e ,se possibile, in qualche modo consolata . le tue parole appassionate sono acqua cristallina . grazie davvero.

    • rita ha detto:

      Grazie a te Laura,
      vorrei che le mie parole arrivassero a tutti quelli che sono convinti che sia giusto e “normale” sfruttare gli animali, e che aprissero una breccia nelle loro errate convinzioni.

  2. Krop ha detto:

    “Giusto ieri sera discutevo con chi sostiene che la lotta per i diritti degli animali portata avanti da noi antispecisti non ha una validità morale in quanto gli animali sono esclusi dal contratto sociale degli uomini, non avendo i mezzi e le capacità per negoziare la loro libertà e di stabilire le loro condizioni.”
    Che poi, come fai giustamente notare, questa storia del contratto sociale (e della obbligarietà per l’altro di utilizzare la lingua del dominante) è la stessa che è stata utilizzata per giustificare le più diverse situazioni di dominio nel corso della storia: che si trattasse del diverso come “pazzo” o del diverso come “straniero”.
    E, comunque, l’amico anellide dei giorni scorsi mi è sembrato più che altro – anziché attenersi alla realtà come forse voleva fare – cercare di trovare un modo per giustificare quella che gli piacerebbe fosse la realtà, anche se la sua costruzione, pur (più o meno) coerente al suo interno, aveva scarsi o nulli fondamenti empirici…fino a costruire una teologia mascherata da razionalismo. Una teologia che però – fortunatamente – col razionalismo nulla ha a che fare. 😉

    • rita ha detto:

      Infatti Krop, la lingua è sempre stata uno strumento di potere fortissimo, basti pensare a come le potenze colonizzatrici abbiamo sempre imposta la loro (e sappiamo che poi la lingua si porta dietro anche tutto il sistema culturale inerente, quindi imponendo la lingua si impone la cultura del dominante; solo i Romani non imponevano il latino ai popoli conquistati). Cosa fa Robinson Crusoe quando arriva sull’isola? Insegna a Venerdì, che poi diverrà suo schiavo, la lingua inglese.

      In quanto all’amico anellide, ha scoperto le sue carte. E non aggiungo altro.

      Ciao e grazie per il commento. 🙂

      • pasquale cacchio ha detto:

        Belle le riflessioni sulla lingua.
        Vorrei aggiungere il genocidio linguistico in atto,
        di dialetti e lingue di ogni parte del mondo,
        per imporre la lingua globale del capitale.
        Ma l’aveva già scritto Pasolini.

  3. ritaciatti ha detto:

    Esatto Pasquale, che l’abbia già detto Pasolini non importa, è sempre bene ribadire certe cose.
    Aggiungerei un’ulteriore osservazione: quando si ha a che fare con culture molto diverse dalla nostra ci troviamo anche di fronte a termini linguistici di cui non può esistere un equivalente nella nostra, proprio perché non esiste nemmeno il fenomeno o concetto indicato. Penso a culture come quella indiana, giapponese. Cancellare una lingua quindi significa anche cancellare intere visioni del mondo ed imporre la cultura dominante.

    Tornando agli animali, ovvio che finché non ci toglieremo il vizio di paragonare le loro capacità a quelle umane, non ci renderemo nemmeno conto della loro assoluta bellezza e diversa capacità di esperire il mondo. Ma questo la gente non lo vuol capire.
    Tutti rimangono stupiti di come gli scimpanzé, i primati in genere siano in grado di compiere azioni simili a quelle che compiamo noi (aprire porte, bere da un bicchiere ecc.), come se l’umano fosse la perfezione massima cui aspirare. Ovvio che in questa scala, gli insetti, i pesci, gli uccelli, non verranno mai considerati abbastanza.

    • pasquale cacchio ha detto:

      Si sono privilegiati i linguaggi verbali a svantaggio di gesti, voci, sguardi, movimenti. Dovremmo recuperarli per comprendere i diversi linguaggi degli animali.
      Anche quello di una giraffa in fuga. Il sedativo è un’altra barriera che poniamo fra noi e loro. Con gabbie, riserve naturali e sedativi rinunziamo a capirli.

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