Chi ha paura della teriofobia? Risposta ad una polemica infondata

di Marco Maurizi

È veramente penoso dover abusare del tempo del lettore per questioni che si sperava potessero essere lasciate al suo libero giudizio. Purtroppo, essendo stato chiamato di nuovo in causa – stavolta da una “scomunica” ufficiale di un gruppo di attivisti del Veggie Pride (Brunella Bucciarelli, Antonella Corabi, Agnese Pignataro, Marco Reggio, [d’ora in poi BCPR]) – sono costretto a rispondere direttamente.

 

Premetto subito che questo non sarà un intervento conciliante poiché non ho apprezzato né lo stile, né il contenuto delle risposte che sono state date al mio scritto. Gli inviti a “moderare i toni” sono risibili, sorrisi falsi e anche fastidiosi visto il modo in cui si è impostata tutta la polemica. In sostanza, come si ribadisce anche nel sottotitolo dell’articolo di BCPR, mi si accusa di “criticare senza sapere”, così come mi si è accusato di “non leggere”: accuse ben peggiori di un semplice e brutale “non hai capito”, che avrei apprezzato di più. BCPR si chiedono poi ironicamente dove starebbero le “ingiurie” che mi sono state rivolte. A me sembra sinceramente offensivo che si accusi qualcuno di parlare senza sapere o senza informarsi, ma capisco che si tratta di una percezione soggettiva. Ad ogni modo, avevo parlato di una “sassaiola dell’ingiuria” espressione che, per chiunque conosca Branduardi o Caparezza, sarebbe dovuta apparire evidentemente come ironica. Temo però che dalle parti di BCPR ci sia una certa inclinazione alla seriosità che non permette di cogliere simili sfumature.

Ebbene sì, ammetto di non passare i pomeriggi a frequentare siti in cui si parla di vegefobia, né di aver letto tutti i contributi pubblicati su questo tema. Eppure ho letto. Molto? Poco? Quanto è “molto”? E dopo quante letture si è “autorizzati” a parlare? Mah. Oltre ad aver letto, negli ultimi anni ho ascoltato e interpellato diversi sostenitori del VP e della vegefobia. Ritengo perciò di avere una conoscenza dell’argomento sufficientemente precisa. Sicuramente non inferiore a quella dei molti attivisti che sostengono attivamente la vegefobia o che vanno al VP. È però curioso che per sostenere la vegefobia basti l’intuizione dell’uomo della strada, mentre per poterla criticare bisogna leggere tutti i documenti, i comunicati e gli aggiornamenti sul sito. E siccome il sito, al pari di tutti i siti, è costantemente aggiornato, come Achille e la tartaruga, verosimilmente non si sarà mai in condizione di criticare la vegefobia…o no? 🙂

E veniamo ora al testo di BCPR:

 

L’articolo “Teriofobia” di Marco Maurizi, recentemente pubblicato su questa rivista, contiene nella sua seconda parte una critica della nozione di vegefobia, che propone di sostituire con quella di teriofobia illustrata nella prima parte dello scritto.

Già dire “seconda parte” implica una percezione distorta del mio testo. Come ho già avuto modo di scrivere, Teriofobia consta per la stragrande maggioranza di considerazioni che riguardano il rapporto tra lo specismo e i meccanismi di repressione dell’animalità propri della civiltà. Solo nell’ultima parte si fa un breve accenno alla vegefobia come considerazione aggiuntiva rispetto al discorso precedentemente intrapreso. Solo una visione vegefobico-centrica può immaginare (come ha scritto Marco Reggio in un commento “a caldo”) che il testo sia stato scritto per criticare la vegefobia. Il testo è stato scritto per parlare della teriofobia.

Cogliamo l’occasione per segnalare un interessante contributo sul tema, l’articolo “Vegafobia” dei sociologi britannici Matthew Cole e Karen Morgan (tradotto dall’inglese da Michela Pezzarini per il blog vegephobia.info), che oltre a contribuire al dibattito sulla vegefobia ci sembra concordare con le nostre tesi e dunque in qualche modo rinforzarle, attraverso un’analisi sociologica rigorosa.

Cosa sia un’analisi “sociologica rigorosa” è ovviamente oscuro. Un’analisi sociologica “rigorosa” è quella che avvalora la tesi di BCPR, qualsiasi altra analisi sociologica (o politica) sarà non rigorosa. Ad es. quella proposta da Maurizi. Facile, no?

Mentre le diffuse resistenze che l’idea di vegefobia ha incontrato finora nel movimento animalista erano basate sul rifiuto di credere all’esistenza di questo fenomeno, l’articolo di Maurizi non nega che la vegefobia esista ma ne limita l’importanza, in nome della ricerca di una maggiore inclusività e coerenza che l’autore crede ravvisare nel concetto di teriofobia.

Osservo come il semplice fatto di parlare di “resistenza” mostri una mentalità da setta. Sbaglio o nei termini del discorso sulla vegefobia, se uno “resiste” e non vuole ammettere l’esistenza della vegefobia vuol dire che è vittima lui stesso della vegefobia e del suo potere capillare che lo costringe a minimizzare o negare il fenomeno? (un po’ come chi “resiste” alla psicoanalisi e “rifiuta” l’esistenza dell’inconscio deve essere per forza un nevrotico…il che dimostra che la psicoanalisi e l’inconscio esistono!). Chiaro poi che se uno invece ammette l’esistenza della vegefobia ma critica il modo in cui essa viene teorizzata, vuol dire che non l’ha capita.

Per altro, il fenomeno vegefobia non viene solitamente contestato in toto – è difficile che un veg*ano non abbia vissuto la pressione dell’ambiente esterno per la sua scelta alimentare ed etica – bensì nella sua assolutizzazione. Si cerca cioè di ridimensionare il peso che esso assume dentro il discorso del Veggie Pride. A questa intuizione abbastanza comune io stesso ho accordato un giusto peso (cosa che qui non viene riconosciuta da BCPR), sostenendo in una parte dell’articolo che parlare di “discriminazione” è offensivo. Ad ogni modo, anche solo “ridimensionare” la vegefobia è un errore (“ne limita l’importanza”). Non c’è niente da fare, bisogna per forza accettarlo così com’è ‘sto concetto!

In questo momento ci interessa arrestare il deplorevole effetto valanga provocato dall’articolo “Teriofobia”: una sorta di corsa agli armamenti terminologici in cui tutti si gettano sulla novità del momento, attirati dal carisma di chi le propone piuttosto che convinti dai suoi ragionamenti, spesso compresi male o addirittura per niente (abbiamo ad esempio letto in un blog l’interpretazione secondo cui Maurizi avrebbe semplicemente proposto di cambiare termine, teriofobia al posto di vegefobia, lasciando intatto il contenuto!)

Anche in questo passaggio si nota la divertente, per quanto tragica, auto-percezione da parte degli organizzatori del Veggie Pride: una sorta di fortilizio delle virtù assediato dal cattivo mondo esterno. Il fatto che un paio di persone abbiano considerato interessante il discorso da me svolto sulla teriofobia diventa addirittura un “effetto valanga” (!), si parla di una “corsa agli armamenti terminologici” (!!) e di una sorta di fenomeno di costume in cui addirittura “tutti” (!!!) si gettano sulla “novità del momento” (!!!!). Troppa grazia S. Antonio, magari fosse così! Si tratta invece solo della paranoica percezione che BCPR hanno della realtà animalista in quanto pongono se stessi al centro di essa e immaginano che i minuscoli movimenti che avvengono “fuori” – ad esempio un paio di commenti su un blog – siano tracce di chissà quali manovre oscure intese a scalzarli dal loro baricentro.

Vorrei tranquillizzarli. Ci sono stati tantissimi commenti a favore della vegefobia sul nostro blog (probabilmente maggiori di quelli a favore della teriofobia), con buona pace del mio “carisma”. Ritengo tuttavia che Bucciarelli, Corabi, Pignataro e Reggio dovrebbero scusarsi per aver offeso le persone che hanno postato commenti a mio favore. Di fatto li hanno accusati di essere degli idioti che subiscono il fascino di qualcuno di cui non capiscono nemmeno i ragionamenti (ovviamente, invece, coloro che hanno commentato a favore della vegefobia sono tutte persone intelligenti e profonde che non si fanno menare per il naso dalle “mode”). Mi chiedo come si possa giungere a un tale livello di accanimento nell’auto-difesa dallo smarrire anche il minimo senso del rispetto per il prossimo.

Di certo queste precisazioni ci pesano perché il nostro interlocutore, che non disdegna la lettura e il rigore dell’argomentazione filosofica, sa benissimo che se si vogliono confutare le idee altrui è buona norma riportarle in modo attendibile, con citazioni e rimandi il più possibile esatti.

Non penso affatto che queste precisazioni abbiano pesato minimamente a lor signore/i, visto che già poche ore dopo la pubblicazione di Teriofobia il nostro blog, facebook e addirittura il blog di ignari amici che si erano lasciati andare a commenti favorevoli sono stati presi d’assalto dalle truppe cammellate del VP, attraverso post in cui si affermava senza tanti complimenti che non sapevo ciò di cui parlavo.

Queste precisazioni ci pesano perché il buon senso dice che non dovremmo esser noi a farle, che l’onere della prova spetta a chi critica.

Queste precisazioni non vi pesano affatto, cari BCPR, perché oltre all’aver postato a casaccio i vostri link e relativi commenti indispettiti subito dopo la pubblicazione di Teriofobia, qualcuno di voi ha anche pubblicato sul suo blog una frettolosa difesa della vegefobia in cui oltre a ribadire la mia insipienza, rimandava ad un suo testo (L’animale è politico) in cui sosteneva di aver già confutato le mie tesi. Senza averle né lette, né citate, ovviamente. Ma ammetto che questo potrebbe essere un argomento ad hominem, dunque mi taccio. Vi faccio tuttavia notare lo strano “doppio standard” con cui giudicate ciò che è “buon senso” e ciò che è “buona norma”. Ah, vi faccio anche notare che L’animale è politico compare ancora sul vostro sito, semmai vi fosse sfuggito.

E veniamo alle presunte confutazioni del mio articolo, ovvero i passi in cui io avrei citato in modo “distorto” le tesi della vegefobia.

 

1. La vegefobia è una discriminazione degli animali? No, se non sul piano del discorso. L’articolo “Teriofobia” afferma che «Il discorso sulla vegefobia non solo non aiuta a chiarire la differenza e ad articolare il rapporto tra discriminazione e sfruttamento, ma addirittura confonde ancora di più le cose, parlando della discriminazione degli animali attraverso la discriminazione degli umani.» I testi di approfondimento sulla vegefobia non hanno mai parlato di discriminazione degli animali.

BCPR dovrebbero sapere che un buon giornalista deve prima riportare il fatto e poi interpretarlo e che avrebbero ragione a criticarmi se io avessi riportato in modo distorto il fatto, cioè “cosa è” la vegefobia. Ora BCPR qui estrapolano una parte del mio testo come è evidente dal fatto che la frase inizia con “il discorso sulla vegefobia non solo non aiuta ecc.”. E si tratta della parte della mia analisi in cui io sto già interpretando ciò che secondo me (a partire dal discorso svolto qui e altrove) è un limite della vegefobia. Non sto affatto definendo la vegefobia. Stranamente, BCPR non citano il passo in cui io definisco la vegefobia.

Eccolo:

Si è infatti parlato di “vegefobia” come della “discriminazione” di cui sarebbero fatti oggetto i veg*ani e del modo in cui tale discriminazione sia, in realtà, una mossa per mettere a tacere ancora una volta la voce degli animali, rappresentati metonimicamente da chi sceglie di non mangiarli.

 

Come si vede la discriminazione è correttamente riferita ai veg*ani e il passo è ricalcato su ciò che ho letto e sentito diverse volte dai sostenitori della vegefobia, motivo per il quale BCPR non hanno avuto modo di sottoporlo a critica.

E veniamo alla mia interpretazione, che andrebbe però citata nella sua interezza:

come è stato da più parti obiettato a chi denunciava la “vegefobia”, è particolarmente infelice parlare di “discriminazione” per il fatto di essere talvolta derisi a tavola o perché la mensa scolastica non offre pietanze adeguate. Si possono raccogliere tutte le testimonianze di questo mondo o tacciare l’intero sistema mediatico di atteggiamenti derisori o persecutori nei confronti dei veg*ani, ciò non cambia il dato di partenza: a fronte della violenza e del sangue che storicamente grondano dalla parola “discriminazione” è un chiaro atto di formalizzazione e di spoliticizzazione definire “discriminatori” questo tipo di fenomeni.

La violenza e il sangue, si dirà, non saranno quelli dei veg*ani ma sono quelli degli animali. Certo, solo che il problema di questi ultimi non è il loro essere “discriminati” (come vuole l’antispecismo che prende le mosse da Singer), bensì il loro essere “sfruttati”. Il discorso sulla vegefobia non solo non aiuta a chiarire la differenza e ad articolare il rapporto tra discriminazione e sfruttamento, ma addirittura confonde ancora di più le cose, parlando della discriminazione degli animali attraverso la discriminazione degli umani.

Si tratta di un pericoloso cedimento all’ideologia liberale che ha portato alla pratica del politically correct: quest’ultima sublima la lotta materiale di gruppi oppressi dentro specifici sistemi di potere nell’ecumenico riconoscimento della diversità a livello discorsivo, attraverso pratiche ben oleate e amministrate di cooptazione delle classi dirigenti di quegli stessi gruppi e il riconoscimento di diritti formali che non intaccano gli interessi materiali che profittano della loro oppressione.

Qui ci sono tre passaggi argomentativi che ora ho evidenziato con degli spazi ma la cui scansione era ben percepibile anche nel testo originario.

(1) parlare di “discriminazione” nel caso della vegefobia è stato spesso (giustamente) contestato perché il concetto di discriminazione è storicamente riferito all’oppressione e allo sfruttamento e dunque risulta, se non offensivo, sicuramente bizzarro quando viene usato nei confronti dei veg*ani.

(2) il discorso sulla vegefobia, però, fa costantemente e ambiguamente riferimento al nesso vegefobia-morte degli animali; tutto il pathos della vegefobia è dovuto a questo riferimento allo sfruttamento animale. Che però costituisce un salto dall’orizzonte discorsivo della discriminazione a quello materiale dello sfruttamento. In nessun modo i discorsi sulla vegefobia si pongono il compito di spiegare l’oppressione degli animali (lo specismo come prassi di sfruttamento) e dunque non permettono di chiarire la distinzione tra discriminazione e sfruttamento. Perché questa mancanza è essenziale lo spiegherò subito.

(3) Si potrebbe dire: “ma a noi non interessa chiarire questa distinzione”. E sarebbe di per sé legittimo. Tuttavia in questo passo sto interpretando appunto i limiti della vegefobia e considero limitante qualsiasi discorso animalista che non affronti e chiarisca questo nodo, poiché considero (insieme a David Nibert e altri) un grave problema dell’animalismo l’aver preso le mosse da una teoria della discriminazione e non averla saputa superare in direzione di una teoria dello sfruttamento. Come ho argomentato in Cos’è l’antispecismo? la definizione che Singer dà dello specismo è del tutto giustificata nel suo ambito di discorso (la filosofia morale) in quanto riferisce l’aggettivo “specista” a proposizioni prescrittive, non ad azioni; e tuttavia è insufficiente proprio perché non permette di superare il concetto di specismo come mera “discriminazione”. Da ciò la tendenza a muoversi nell’orizzonte ristretto del liberalismo, con la sua formalizzazione e spoliticizzazione delle lotte politiche. Su questo tornerò sotto.

C’è però da aggiungere che – in una sorta di clamoroso autogol – proprio negli stessi passi che BCPR citano per dimostrare che la vegefobia non parla di “discriminazione” degli animali, la discriminazione è effettivamente riferita agli animali:

 

Il ridicolo, la disapprovazione, la negazione, non sono per noi veg*ani. Sono gli animali i veri destinatari delle risatine e delle battute spiritose, della disapprovazione, della negazione.

Che cosa rappresentano infatti “il ridicolo, la disapprovazione, la negazione … le risatine …le battute spiritose, …la disapprovazione” se non la classica descrizione di un atteggiamento discriminatorio?

BCPR ammettono che

In verità, l’espressione “discriminazione degli animali attraverso la discriminazione dei vegetariani” ricorre unicamente nel comunicato che due mesi fa annunciava il mancato svolgimento del Veggie Pride 2012 in Italia: basta un’espressione usata a mo’ di slogan in una recente comunicazione di servizio per inficiare una lunga riflessione iniziata più di dieci anni fa?

Il mio intento tuttavia non era di “inficiare” alcuna nobile tradizione di pensiero. Semmai di porre l’attenzione su un problema. E il problema è che non avendo riflettuto adeguatamente sui limiti del discorso sulla “discriminazione” e sulla necessità di comprendere lo specismo come prassi materiale di sfruttamento, questo tipo di confusione è sempre a portata di mano. Il lapsus del comunicato VP 2012 non è affatto casuale.

Seconda critica:

 

2. La vegefobia è una negazione simbolica degli animali? No, è la loro negazione fisica attraverso la negazione simbolica dei vegetariani. L’articolo “Teriofobia” afferma che «a suo supporto (del discorso sulla “vegefobia”) è stato infatti elaborata la teoria della “negazione simbolica” degli animali attraverso la discriminazione dei veg*ani. In sostanza, denunciare la “vegefobia” è un modo per ricordare come sia la voce stessa degli animali uccisi ad essere silenziata attraverso la “discriminazione” dei veg*ani.» Nessuno ha mai parlato di “negazione simbolica degli animali”: chi potrebbe mai affermare una sciocchezza del genere?

In questo caso BCPR sembrano davvero arrampicarsi sugli specchi interpretando in modo volutamente forzato ciò che ho scritto. Torniamo alla definizione che ho dato di vegefobia:

Si è infatti parlato di “vegefobia” come della “discriminazione” di cui sarebbero fatti oggetto i veg*ani e del modo in cui tale discriminazione sia, in realtà, una mossa per mettere a tacere ancora una volta la voce degli animali, rappresentati metonimicamente da chi sceglie di non mangiarli.

Mi sembra evidente che se dico che la voce degli animali viene messa a tacere attraverso la negazione di coloro che li rappresentano “metonomicamente”, sto anticipando quello che dico successivamente con la teoria della loro “negazione simbolica” (la struttura del paragrafo è: definizione della vegefobia, critica del “dire troppo”/discriminazione, critica del “dire troppo poco”/negazione simbolica). Ributto sui miei critici la loro domanda retorica: chi può essere così sciocco da pensare che non c’è “negazione fisica” degli animali? È ovvio che se parlo di “negazione simbolica” degli animali sto parlando della negazione di cui sono fatti oggetto attraverso i loro rappresentanti: i veg*ani.

Terza critica:

 

3. La vegefobia colpisce genericamente chi si astiene dalla carne? No, colpisce la nostra solidarietà con gli animali. L’articolo “Teriofobia” afferma che «…non è il fatto di astenersi dal “mangiare carne” di per sé a provocare la reazione sarcastica, stizzita o autoritaria denunciata come “discriminatoria”. È il fatto di mostrare solidarietà con la vita animale (umana e non-umana) che costituisce l’architrave del sistema sociale vigente a far scattare il meccanismo difensivo che porta alla derisione o al linciaggio (per fortuna solo simbolico) di chi esercita quella solidarietà» Non sappiamo se definire tragica o comica questa affermazione. Da sempre la solidarietà nei confronti degli animali è il perno della lotta contro la vegefobia.

Soprassediamo sulla meschina ironia di BCPR in questo passaggio. Rimango piuttosto allibito dall’inspiegabile cedimento della loro capacità di comprensione. Poiché si tratta di persone colte, intelligenti e raffinate non riesco a credere che non capiscano quello che leggono. Eppure da ciò che scrivono sembra proprio così. In Teriofobia ho ricordato una cosa semplicissima e, per molti versi, anche banale: che chiunque, ogni volta che mostra solidarietà nei confronti dell’animale o dell’animalità repressi dai processi di civilizzazione provoca in reazione scherno, paura, rabbia per la messa in discussione dell’ordine costituito. Da ciò deriva che tali reazioni nei confronti dei veg*ani sono solo una parte delle reazioni che la società specista mette in moto contro questa incrinatura dell’ordine costituito. Ed è per questo che sostengo che ciò che di sensato c’è nella vegefobia dovrebbe essere incluso in una teoria più ampia della negazione (simbolica e materiale) dell’animale (anche umano). Se non si vuole chiamarla “teriofobia” la si chiami “pimpirino” a me non importa. L’importante è che si focalizzi l’attenzione sulla negazione dell’animale e dell’animalità in ogni sua forma, senza privilegiare la questione alimentare. Per tutta risposta BCPR mi citano i passi di vari scritti sul VP in cui si parla della “solidarietà con gli animali”. Una risposta del tutto sconclusionata.

a) A prima vista, sembrerebbe infatti che la vegefobia intende la stessa cosa della teriofobia (viene attaccato chi solidarizza con gli animali) e che la mia critica sia ingiustificata. Ne deduco, quindi, che la questione alimentare non sia centrale per definire questo fenomeno. Rimane allora un mistero perché la chiamino “vegefobia” e perché tale teoria sia organica ad una manifestazione che si chiama “Veggie” pride.

b) Inoltre, contrariamente alla teriofobia, qui si continua a parlare di “animali” intendendo sempre e solo gli animali “non umani”. Da nessuna parte mi sembra che la “vegefobia” e il “veggie pride” parlino del rapporto tra l’oppressione dell’animale umano e quella dell’animale non-umano, anzi, mi risulta che uno dei principi fondamentali del VP sia proprio il rifiuto aprioristico di porre qualsiasi rapporto di implicazione tra queste forme di oppressione. Poiché considero tutto ciò un errore teorico, non vedo perché non debba richiamarlo quando parlo di un limite essenziale della “vegefobia” che non c’è nella “teriofobia”.

c) Infine, la teriofobia denuncia anche la repressione dell’animalità umana. La “vegefobia” no.

(motivo per cui, tra l’altro, secondo la teriofobia le “risatine di scherno” sono rivolte sia al veg*ano, sia all’animale non-umano macellato, sia all’animalità repressa di colui che esercita la risata di scherno)

E veniamo ora alle conclusioni:

I difetti che Marco Maurizi attribuisce alla nozione di vegefobia sono pretestuosi, perché basati su una sua rappresentazione faziosa, discordante con tutto ciò che sulla vegefobia si può leggere. Si tratta di una semplificazione funzionale allo scopo dell’autore, che è quello di denunciare come “inficiata dal liberalismo/individualismo/moralismo singeriano e animalista “classico”” ogni linea di pensiero che non corrisponda all’interpretazione dell’antispecismo data da lui stesso. Tutte le visioni alternative alla sua sono liberali (individualiste, astratte, apolitiche, etc. etc.), ripete Maurizi. Sarà difficile dire altrimenti, fintantoché lui stesso continuerà a camuffarle per poterle abbattere meglio (procedimento molto comune, si chiama straw man argument).

Come abbiamo visto, BCPR sono stati costretti a riportare (spesso in modo fazioso) la mia critica alla vegefobia per poter continuare a sostenere che “non conosco ciò di cui parlo”. La mia definizione della vegefobia era invece perfettamente corretta e ci si è perciò lamentati dell’interpretazione che ne ho dato. Ora, mi chiedo quale interpretazione della vegefobia possa mai andare a genio a BCPR: sicuramente solo quella che afferma che la vegefobia esiste, è una teoria importantissima e utilissima al movimento di liberazione animale. Chiunque sostiene il contrario  non ha molta possibilità di farsi ascoltare dagli adepti del partito preso. Allo straw man argument, si può contrapporre il tipo di argomento opposto usato da BCPR per il quale non mi sovviene un nome altrettanto anglosassone: chiamiamolo l’ogni-scarrafone-è-bello-a-mamma-soia-argument.

Infine, affrontiamo l’accusa più sostanziosa che mi si rivolge: quella secondo cui “ogni linea di pensiero che non corrisponda all’interpretazione dell’antispecismo” data da me, verrebbe da me bollata come “liberale-individualista-moralista”. In realtà ciò è grossolanamente falso. Esistono anche marxisti-leninisti (Aldo Sottofattori) e oggettivisti-fisicalisti (Martin Balluch, Filippo Schillaci) che non sono affatto liberali-individualisti-moralisti ma che critico per il motivo esattamente opposto (cioè non riconoscono il necessario spazio di azione e autonomia del soggetto). Ma non voglio tirarmi indietro: è vero che considero la stragrande maggioranza del pensiero animalista viziato da questo errore. Praticamente tutto ciò che ho scritto è dedicato alla sua identificazione e denuncia teorica. È però abbastanza ingenuo da parte di BCPR pensare che io vada in giro ad accusare gli altri di essere liberali-individualisti-moralisti aspettandomi in risposta sorrisi benevoli e pacche sulle spalle. È ovvio che se critico una posizione teorica (soprattutto se sostenuta da chi ha un minimo di coscienza e di cultura politica e magari è anche “di sinistra”) accusandola di ricadere nello schema classico dell’animalismo singeriano, lo sto facendo per denunciare un errore di cui tale posizione non è consapevole.

È ovvio che quando io e Marco Reggio diciamo “morale” e “politica” intendiamo cose diverse[1]: dunque non ha nessun senso difendersi ribadendo di essere “politici” e non “moralisti”. So benissimo che BCPR dicono di non esserlo, il problema è se sia vero o meno. A partire dalla mia analisi dello specismo sostengo il contrario e penso di avere buoni argomenti a favore della mia tesi. Mi sembra puerile affermare che si tratta di un modo di “camuffare” l’avversario e per colpirlo più facilmente. Io vedo le cose così; se sbaglio perché la mia teoria è sbagliata, bene, i miei scritti stanno lì per essere criticati. Ma il processo alle intenzioni, beh, risparmiatecelo per favore.

Per me non esistono teorie animaliste “innocue”, dunque non serve sostenere che la vegefobia non è “l’unica chiave interpretativa delle relazioni tra umani e animali”. Poiché l’animalismo (moderno) si configura con le caratteristiche che credo di aver correttamente denunciato, considero errate e controproducenti le teorie e le iniziative che non criticano i presupposti dell’animalismo classico. E questo è il caso della vegefobia.

Laddove il discorso si incentra sulla “discriminazione”, come ho cercato di chiarire sia altrove sia qui in Teriofobia, siamo dentro un orizzonte di pensiero liberale. Soprattutto oggi in cui questo discorso è stato disinnescato nella sua forza emancipativa e totalmente cooptato nella logica del politically correct. E, si badi, questo difetto non riguarda affatto solo la “vegefobia” ma, come ho scritto in uno dei tanti commenti al blog, riguarda tutta la politica di sinistra che è caduta da trent’anni a questa parte (sia nella sua forma istituzionale che in quella antagonista) in un’ottica di difesa delle “minoranze” sostenuta da un discorso di tipo volontaristico e moraleggiante. La mia critica è volta ad evitare che anche il movimento antispecista cada nelle stesse sacche teoriche e pratiche. Purtroppo il punto di partenza dell’antispecismo è proprio un discorso sulla discriminazione (Singer) che solo di recente è stato fatto oggetto di analisi critiche e dunque laddove il movimento antispecista sembra farsi più politico perché “fa come gli altri” (i movimenti antirazzisti, antisessisti ecc.) si sta in realtà adeguando ad una modalità teorico-pratica che ha perso la sua originaria spinta politica.

Sulla stessa linea si pone la questione dell’individualismo e del moralismo. La ricerca che ho condotto in questi anni è stata un tentativo di intendere il fenomeno dello specismo in termini sociali e storici e dentro una prospettiva che fosse pienamente politica. Come ho cercato di chiarire in diversi interventi, si tratta di porre come obiettivo della liberazione animale (1) una trasformazione sociale che comprenda (2) l’intreccio tra l’oppressione umana e quella non-umana. Ho quindi criticato sia la visione atomistica della società, sia la necessità di fare esclusivo ricorso agli argomenti diretti. Il salto verso una concezione “politica” della questione animale può essere portato a compimento solo attraverso una critica della forma mentis animalista “classica”. Non mi risulta che questo sia stato fatto né dal Veggie Pride, né dai teorici della vegefobia. Sarà anche vero che in qualche testo di BCPR si pone l’esigenza di superare la visione individualistica e si “chiede” una trasformazione sociale ma in che modo è possibile fare ciò se si continua a parlare solo degli animali non-umani? E la fissazione agli argomenti diretti, così come la focalizzazione sulla questione alimentare (veg…veg…veg) permette di compiere questa critica o la impedisce? In sostanza, per come la vedo io, si cerca di definire come “politica” una visione del veg*ismo fatta da vegani che hanno coscienza politica, senza che tra il loro essere veg*ani e la dimensione politica venga trovato alcun nesso reale.

È ovvio che compiere una critica dello “stile di vita vegan” (come magistralmente fa Antonella Corabi) è fondamentale. Ma non basta. E poiché non ritengo che “l’animale è politico” (perché non credo che esista l’animale come altro dall’uomo, semmai esistono animali umani e non-umani in determinati rapporti tra di loro che mutano socialmente e storicamente), non ritengo che qui ci si sia spinti in alcun modo oltre l’orizzonte originario dell’animalismo.

Ora, il punto è che tutto questo è ovviamente frutto del modo in cui io vedo l’antispecismo, teorizzo la politica e il rapporto umano/non-umano. Non pretendo che altri concordino con me. E tuttavia se penso che una certa teoria sia inficiata dal “liberalismo-individualismo-moralismo” non vedo proprio come potrei dirlo senza urtare la suscettibilità altrui. Dovrei forse tacere per educazione? O per paura di apparire arrogante? Preferisco la sincerità.


[1] Lo stesso dicasi per il concetto di “identitarismo” che nell’addendum all’articolo di BCPR viene usato in senso non specifico, mentre io ne ho dato una lettura precisa all’interno dei problemi che il concetto di identità pone all’antispecismo. È l’identità veg*ana che viene surrettiziamente difesa in chi difende la vegefobia. E con tanta maggiore forza quanto più si ritiene di essersi “emancipati” dalla concezione del veg*ismo come “stile di vita”. Ad ogni modo, anche se si intendesse il concetto di “identitarismo” in senso non specifico, dire che “non esiste un gruppo” perché non esiste un insieme fisico di persone che si vedono e/o sentono in forma stabile mi sembra davvero riduttivo. L’identità di gruppo può costituirsi facilmente, e forse ancora più facilmente, quando a veicolarla è un’idea.

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Comments
21 Responses to “Chi ha paura della teriofobia? Risposta ad una polemica infondata”
  1. Michela Pezzarini ha detto:

    Lascia esterefatti la bellicosità di questa risposta – tanta acredine non è degna di un Filosofo! Mi sento – per amore di verità – di fare una precisazione per quanto riguarda il testo da me tradotto e citato all’inizio dell’articolo http://asinusnovus.wordpress.com/2012/05/28/repetita-juvant-cose-la-vegefobia-per-chi-critica-senza-sapere/: Maurizi dichiara di non sapere che cosa sia un “articolo sociologico rogoroso”: bè, leggendo l’articolo in questione, all’inizio Matthew Cole e Karen Morgan spiegano quale sia stato il loro metodo di lavoro. Hanno infatti, tramite un motore di ricerca che si chiama NexisLexis, setacciato i quotidiani britannici pubblicati nell’anno solare 2007 usando come parole di ricerca vegan e veganism; hanno poi raggruppato gli articoli in cui i termini compaiono in tre gruppi (negativo, neutro e positivo), illustrati ampiamente. Il risultato dell’analisi porta a conclusioni molto interessanti – certo, per chi ha voglia di approfondire leggendo l’articolo del British Journal of Sociology… Come dire: la vegefobia (o vegafobia) non è un concetto elaborato da un gruppetto di amici che si vogliono identificare in qualcosa – o anche Cole e Morgan sono arrivati alle medesime “risposte sconclusionate” di Bucciarelli, Corabi, Pignataro e Reggio – magari per simpatia?

  2. MM ha detto:

    Ma per piacere, quando si tratta di ricevere risposte un po’ dure diventano tutti anime belle e delicate… Nietzsche filosofava “col martello”, io mi sono limitato ad un po’ di sarcasmo. Sarcasmo del tutto meritato: sono semplicemente indignato per alcune cose scritte da BCPR e mi aspetto veramente che si scusino, non con me, ma con coloro che hanno ingiustamente insultato nel loro pezzo.

    Quando si parteggia per uno dei contendenti, come nel tuo caso, si ha sempre la percezione che la propria ironia e la propria critica siano “giuste” e quelle dell’altro siano “eccessive”. E, come al solito, si denuncia subito il “tono” dell’avversario per mettere in secondo piano i suoi “argomenti”. Ammesso, e non concesso, che la mia risposta sia “bellicosa” (qualcun altro l’ha trovata divertente, guarda un po’…) direi che non si è ancora detto nulla sul suo contenuto.

    Per quanto riguarda Cole e Morgan: sono sicuramente apprezzabili autori ma poiché l’auctoritas non è un criterio di verità da qualche centinaio di anni, trovo risibile che li si voglia mettere in mezzo in questa disputa.

    Il riferimento al “gruppetto di amici” è del tutto fuori luogo. Ho fatto una critica teorica e, sì, penso che Cole e Morgan possano sbagliarsi come chiunque altro e non sono certo animalisti immuni da critiche. Cole, per dirne una, ha scritto un pezzo sulla “carne felice” e il “potere pastorale” che considero abbastanza penoso per la banalizzazione che fa del pensiero di Foucault. Appena avrò tempo scriverò qualcosa anche a proposito dell’articolo sulla vegefobia.

  3. Antonella Còrabi ha detto:

    Spero che tu ti renda conto che rispondere in questo modo, con questo fiume di parole estenuante, a più riprese, rappresenti una difficoltà enorme per chi, come me, lavora e non ha il tempo di mandare un’intera giornata in vacca per rispondere con precisione a questi commenti.

    Non sto facendo ironia, semplicemente constato che la comunicazione si è bloccata e forse è meglio fare un po’ di metacomunicazione.

    Ti rispondo solo su un puno perché, come già detto, non ho altro tempo. Vorrei in particolare rispondere a una cosa piccola, che però è abbastanza rappresentativa del tuo modo di argomentare:

    Tu scrivi:

    b) Inoltre, contrariamente alla teriofobia, qui si continua a parlare di “animali” intendendo sempre e solo gli animali “non umani”. Da nessuna parte mi sembra che la “vegefobia” e il “veggie pride” parlino del rapporto tra l’oppressione dell’animale umano e quella dell’animale non-umano, anzi, mi risulta che uno dei principi fondamentali del VP sia proprio il rifiuto aprioristico di porre qualsiasi rapporto di implicazione tra queste forme di oppressione.”

    Mi sembra che qui tu ti stia riferendo alla questione degli argomenti indiretti e a me sembra che tu non abbia compreso quello che abbiamo scritto a questo proposito.

    Non è vero che il VP rifiuta di porre qualsiasi rapporto di implicazione tra le forme d oppressione umana e animale. Quello che il Vp rifiuta in modo aprioristico è l’uso di argomenti ambientali e salutistici in modo strumentale, per ottenere maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica sui temi animalisti. Pensiamo, e molti negli anni ci hanno dato ragione, che propagandare il veganismo sostenendone i vantaggi ambientali e salutistici riveli quanto sia radicata la mentalità specista nelle stesse persone che se ne fanno portavoce (sarebbe come ricordare il male della Shoah anche per i danni ambientali causati dallo smaltimento dei corpi dei deportati). Fare questo tipo di propaganda squalifica immediatamente la credibilità del discorso animalista o antispecista, poiché trasmette, implicitamente ma in modo molto potente, che persino coloro i quali sollevano la questione degli animali non siano tanto convinti che questa questione sia imprescindibile.

    Indagare e denunciare i rapporti di implicazione tra l’oppressione umana e l’oppressione animale necessita innanzitutto del presupposto che il “noi” che unisce umani e animali sia autentico, e che l’attenzione verso gli interessi di entrambi sia sincero, a tal punto da superare la distinzione tra umani e animali. L’uso di argomenti indiretti, dire che è meglio non mangiare carne per evitare il cancro, rende falso qualsiasi tentativo di parlare di un “noi” autentico tra umani e animali.

    Anni fa, con Agnese Pignataro, ho collaborato al progetto “Donne e Animali”, in cui l’obiettivo è stato proprio quello di ricercare i rapporti tre l’oppressione animale e l’oppressione femminile. Io e lei siamo le stesse persone che hanno organizzato il VP.
    Il nostro lavoro con Donne e Animali è stata la dmostrazione che parlare di oppressione umana e animale è possibile, anzi è fondamentale, ma ciò è diverso dall’utilizzare degli elementi di convenienza umana per ottenere l’attenzione del pubblico sui temi animalisti.

    Purtroppo però tu continui a confondere queste due diverse cose, mettendo sullo stesso piano l’uso di argomenti indiretti e la ricerca autentica dei rapporti tra oppressione umana e animale: perché continui a farlo?

    Non è una domanda retorica e non sto facendo del sarcasmo. A me sembra una cosa abbastanza chiara, e considerando la preparazione che dimostri, mi risulta difficile pensare che tu non abbia capito. Direi piuttosto che tu faccia finta di non capire.

    Spero di sbagliarmi.

    • MM ha detto:

      Perdonami Antonella ma mi sembra molto scorretto ciò che dici. Io ho perso un’intera giornata ieri a rispondere al vostro “fiume di parole estenuante” (senza contare le ore che ho dovuto perdere nei giorni scorsi a rispondere alle decine di post che avete pubblicato qui e altrove). Ti assicuro che avrei altre cose da fare e infatti mi sarei augurato che si potesse lasciare il lettore libero di giudicare invece di tediarlo con considerazioni assolutamente inutili (le vostre) e tediose (le mie). (“inutili” non in sè, ma perché ciò che c’era da dire era già stato detto). Ora, dopo che mi avete praticamente imposto di rispondervi di nuovo, venite pure a dirmi che scrivo troppo?? Ma è veramente un atteggiamento intollerabile.

      Immagino che tu sappia che io non considero rilevante la distinzione tra argomenti diretti e indiretti. Se il VP ha iniziato a superare questa contrapposizione rigida sarò il primo a esserne contento.

  4. Michela Pezzarini ha detto:

    Chi si è mai appellata all’auctoritas?
    Stavo semplicemente suggerendo di leggere la ricerca e le sue premesse metodologiche, cosa che mi appare evidente non sia stata fatta quando si fa una battuta (sarcastica o meno, divertente o meno, questo è del tutto irrilevante ai fini del mio commento) sul merito della serietà della ricerca stessa. Di cui non è neppure stata aperta e letta la prima pagina per vagliare il metodo con cui è stata condotta e le conclusioni a cui è giunta. Certo, è sociologia e non filosofia; e neppure filosofia politica. Comunque è vero: la comunicazione con questa modalità del fuoco aperto su chi si esprime, su chi osa contraddire, non è possibile.

    • MM ha detto:

      Chi si è mai appellata all’auctoritas?

      Non tu, Michela, ma BCPR nel loro pezzo.

      la comunicazione con questa modalità del fuoco aperto su chi si esprime, su chi osa contraddire, non è possibile.

      In effetti è vero, vorrei poter non essere continuamente impallinato. grazie 🙂

  5. Marco Reggio ha detto:

    “appena avrò tempo”… aspettiamoci allora entro domani un articolo sull’articolo di Cole 😉
    venendo all’articolo, no, nessuna scusa a nessuno da parte mia. Il resto lo leggo appena ho un minuto, ma per i miei gusti scrivi troppo!

    • MM ha detto:

      “appena avrò tempo”… aspettiamoci allora entro domani un articolo sull’articolo di Cole

      magari. spero invece di potermi staccare da questa tastiera per tutta l’estate almeno.

      no, nessuna scusa a nessuno da parte mia.

      è un cosa molto grave e me ne dispiace.
      Non riesco a capire come tu possa aver abbassato la guardia fino a questo punto 😦

  6. derridiilgambo ha detto:

    Mi sa che mi tocca riscrivere il mio pezzo sugli animalisti.

    L’elite antispecista è litigiosa come i grandi trust ai tempi di Horkeimer.

    (Ma sul sarcasmo spezzo un grissimo – senza strutto: non capisco questa smania per la “scientificità”: guardate che non state parlando di prostatiti, siete dei “fottuti” (<- ironia) umanisti! Fra le cose più belle della letteratura italiana ci sono le contese fra poeti
    Fortini scriveva a Bo:
    "Carlo Bo non piacciono i miei versi./ Ai miei versi non piace Carlo Bo"
    E, capolavoro:
    "A Carlo Bo: No!").

    Essù, un po' d'amore (libero)

  7. Marco Reggio ha detto:

    comunque Marco, è paradossale. Scrivi sulla vegefobia (sì, certo anche sulla teriofobia, e su molte altre cose), alcune persone rispondono, scrivi fiumi di risposte e controrisposte e poi dici di essere “costretto” a rispondere.

    • MM ha detto:

      No senti mi sono scocciato, non capisco se “ci fate” o “ci siete”. Vediamo di mettere le cose in chiaro:

      1) io scrivo un pezzo sulla teriofobia in cui c’è una piccola parte in cui parlo di vegefobia

      2) voi cominciate a postare OVUNQUE commenti indignati a cui evidentemente aspettate risposte

      3) scrivo una breve nota per chiarire la mia posizione sperando che la polemica finisca lì

      4) una di voi scrive un post in cui dice che ha già criticato Teriofobia quando ancora non lo avevo scritto

      5) ed eccomi costretto ad aggiungere un addendum alla nota di cui sopra

      6) voi scrivete un intero articolo per ripetere le cose che già ci siamo detti ma con dovizia di particolari (futili)

      7) io faccio finta di nulla sperando che la polemica finalmente finisca

      8) un redattore di asinus vi chiede di pubblicare un articolo sul nostro blog e voi gli inviate quella roba là.

      9) a questo punto sono costretto a rispondere in modo analitico al vostro articolo

      10) cominciate a postare nuovi messaggi in cui vi lamentate che scrivo troppo

      ma che mi avete preso per scemo??

  8. derridiilgambo ha detto:

    La scientia fa le falle

  9. ritaciatti ha detto:

    @ BCPR

    Comunque, per chiarire (visto che di striscio vengo menzionata e fatta passare pure per scema) io non sono attirata dal “carisma” di Marco Maurizi, ma da quello delle sue idee, semmai. 🙂
    Idee su cui ho riflettuto e ragionato parecchio, negli ultimi tempi. Come è mia abitudine fare, del resto. Riflettere, intendo.
    E non credo affatto di aver “spesso compreso male o addirittura per niente”. E non mi si risponda adesso che ho la coda di paglia e che in questa parte dell’articolo di BCPR non si stia parlando anche di me: “una sorta di corsa agli armamenti terminologici in cui tutti si gettano sulla novità del momento, attirati dal carisma di chi le propone piuttosto che convinti dai suoi ragionamenti, spesso compresi male o addirittura per niente (abbiamo ad esempio letto in un blog l’interpretazione secondo cui Maurizi avrebbe semplicemente proposto di cambiare termine, teriofobia al posto di vegefobia, lasciando intatto il contenuto!)” visto che la stessa P è venuta a lasciarmi commenti proprio su quel post del mio blog in cui parlavo dell’articolo sulla Teriofobia ed assumevo quindi una posizione critica nei confronti della vegefobia. Non si capisce quanti e chi siano questi “tutti”, ma tant’è.
    Nel post del mio blog a dire il vero ho spiegato in maniera abbastanza precisa i motivi per cui mi sono convinta che il concetto di vegefobia – e sì, anche il termine, perché i termini hanno la loro importanza – potrebbe spostare l’attenzione dallo sfruttamento degli animali alla discriminazione di chi ha compiuto la scelta di abbracciare lo stile veg, riportando quindi tutto al soggetto che si attua per compiere la liberazione animale e focalizzandosi troppo sulla questione alimentare. Non mi sono limitata quindi ad esprimere una presunta fascinazione per la persona Maurizi. 😀
    Nel primo commento di AP ho poi percepito un tono (“se lei è una persona seria”, e “torni di qua”, “vada a leggere di là”… ) che mi ha lasciata alquanto basita perché, dietro l’apparente gentilezza del modi, ho rilevato un certa supponenza intellettuale e questo probabilmente mi ha indotta a mettermi un po’ sulla difensiva e a cercare la strada della conciliazione più che quella dello scontro; quindi ho scritto che forse ad essere criticato non era tanto il concetto di vegefobia, per quanto limitante (e nel post avevo ben spiegato perché), ma proprio il termine. Questo non significa che io non abbia compreso il pensiero di Maurizi, solo che ho cercato una mediazione, una maniera per includere nel concetto di teriofobia anche alcune intuizioni della vegefobia che comunque reputo interessanti (di certo non si può negare che i vegani subiscano spesso intimidazioni verbali, più o meno velati di sarcasmo ed anche discriminazioni, se vogliamo intenderle come difficoltà a reperire prodotti vegani e menu vegani nei comuni supermercati e ristoranti). Mi sono espressa male quando, nel commento in risposta ad AP ho scritto che la critica si ridurrebbe solo alla terminologia, ciò che volevo semplicemente intendere è che il termine ed il concetto diTeriofobia sono molto più appropriati ad esprimere la paura e quindi la conseguente negazione/rimozione che l’uomo effettua tanto nei confronti dell’animale non umano, quanto dell’animale che è dentro di sé e dell’animale che, in definitiva, è.
    Inoltre è vero che nell’originario articolo di Maurizi sulla Teriofobia, della vegefobia si parla solo marginalmente, e si parla invece ampliamente – appunto, e non potrebbe essere altrimenti, essendo oggetto dell’articolo stesso – della teriofobia. Quindi chi è che montato un castello di carte sul nulla? Chi è che ha scritto tanto?
    Detto questo, non pretendo le scuse di nessuno perché non sono abituata ad offendermi per supposizioni del tutto infondate (si è messa in dubbio la mia serietà o la mia capacità di comprensione, facendomi apparire quasi come una ragazzina sprovveduta che subisce il fascino di una persona senza nemmeno comprenderne il pensiero), ma ringrazio Marco per averle sollecitate.

    Concludo comunque rigettando l’accusa di aver voluto, tanto con l’articolo originario di Maurizi, quanto con le mie riflessioni riportate in merito sul mio blog (e poi pubblicate anche qui su Asinus Novus), distruggere o affossare il movimento VP o il concetto di vegefobia, quanto volerlo semplicemente sottoporre al alcune critiche.

  10. aldo sottofattori ha detto:

    <>

    Mi trovo imbarazzato a intervenire su una cosa che non ho letto, e difatti non voglio sollevare nessun argomentare in sostegno ad una posizione o all’altra. Vorrei solo chiedere di poter essere considerato anch’io un “oggettivista-fisicalista” seppur con solido background comunista senza essere tacciato di “stalinismo”, categoria peraltro strana, ambigua e mal definita che comunque non mi si addice per nulla. A meno che non si voglia giocare a un gioco molto amato dai conservatori che consiste nell’etichettare con “stalinista” chiunque desidera di (e opera per) sovvertire lo stato di cose esistente entro le condizioni concesse in un certo momento dalla storia. “Gioco” che, sono sicuro, non ti appartiene per nulla, caro Marco.

    • MM ha detto:

      non credo affatto che “stalinismo” sia un concetto ambiguo:

      http://www.liberazioni.org/articoli/MauriziM-02.htm

      ad ogni modo, anche se mi pare una richiesta un po’ assurda (penso sia evidente che uso il termine in senso “descrittivo”, non offensivo), modifico il passo in oggetto.

      • aldo sottofattori ha detto:

        Ciao, non chiedevo modifiche, ma solo fare una precisazione su qualcosa che mi riguardava. Come tu sai girano su di me leggende metropolitane non troppo belle, e non vorrei che se ne aggiungesse una altrettanto balzana anche se usata (anzi proprio per questo) in modo “descrittivo”. Tutto qui.

      • MM ha detto:

        Capisco.
        Ad ogni modo ribadisco ad uso e consumo del cretinetti di turno che va in giro dicendo che ti avrei diffamato:

        “Stalinista”, come i marxisti sanno e certi anarchici no, indica chi propugna una gestione dirigistica e burocratica del processo di trasformazione politica. Ed è chiaramente in questo senso che lo intendevo, come ben si evince dal contesto.

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