Razionalmente Radicali, ovviamente animalisti

di Leonardo Caffo e Maria Giovanna Devetag

Diritti umani e civili, grandi battaglie di progresso e nonviolenza gandhiana come principi fondanti di una società che voglia aspirare a essere libera e giusta. I radicali, nel tempo e contro le mille difficoltà di uno Stato falsamente laico, hanno sempre saputo farsi promotori di un’idea molto avanzata di progresso morale della nostra specie. Un’idea in cui la diversità non solo non è un disvalore che si fa confine per la tolleranza etica e politica, ma diventa al contrario il fondamento da cui partire per una convivenza sociale che rispetti i diritti di chiunque: nessuna giustificazione razionale è possibile per discriminazioni che si basino su caratteristiche biologiche o culturali, su scelte sessuali e su orientamenti ideologici. Contro i moralismi dei cattolici pluridivorziati in prima fila al Family day, contro l’indifferenza bipartisan per le drammatiche violazioni dei diritti elementari dell’uomo all’interno delle carceri, contro le pulsioni giustizialiste e primordiali che spingono a considerare Caino meno “umano” in quanto colpevole, i radicali hanno sempre saputo mostrare che un altro modo di fare politica è possibile perché i diritti, proprio come la pioggia nel deserto, o sono per tutti o non sono. E se qualcuno si bagna, dopo mesi di siccità e sete, non toglie niente a nessun altro. Visti così, i radicali, forse gli unici veri interpreti contemporanei del dibattito filosofico millenario sulla natura della morale, sembrerebbero essere quasi tautologicamente adatti ad accogliere le istanze animaliste o, come ha insegnato a dire il filosofo di Princeton Peter Singer fin dalla metà degli anni ‘70, “antispeciste”. Tuttavia, com’è tristemente noto, almeno su questo tema si è invece osservata sin da subito negli ambienti radicali una sorta di resistenza, sfociata a volte anche in aperta ostilità e dileggio. Resistenza che talora si è ammantata di argomenti pretestuosi come la difesa della libertà di ricerca contro istanze definite addirittura ideologiche e oscurantiste, e che spesso è stata definita erroneamente come “razionalista”.

Erroneamente perché a nostro modesto avviso, dell’antispecismo, al di fuori degli ambienti accademici (soprattutto anglosassoni), si è davvero capito poco. Molti infatti credono, complici anche alcuni recenti e criticabili interpreti della causa dei diritti animali (Maria Vittoria Brambilla in primis), che gli animalisti siano, per dirla in breve, dei sentimentali che preferiscono gli animali agli esseri umani – che si agitano anche troppo per la detenzione dei beagle di Green Hill ma che rimangono sovranamente indifferenti dinanzi alle sofferenze dei celeberrimi, ancorché purtroppo da sempre strumentalizzati, bambini che muoiono di fame. In realtà, i classici dell’antispecismo, da Liberazione Animale (1975) di Peter Singer, fino ai recenti Zoopolis A Political Theory of Animal Rights (Oxford UP, 2012) di Sue Donaldson e Will Kymlicka, insegnano come la battaglia per la liberazione animale non solo sia in continuità con quella di emancipazione e liberazione umana, ma ne sia in un certo senso la naturale prosecuzione. Se non ci sono argomenti validi a favore della discriminazione di genere, di orientamento sessuale o di etnia, allora, vuole la logica che sottostà alle pratiche filosofiche e razionali dell’umano, non possono esistere neanche argomenti validi in favore della discriminazione di specie laddove si riconosca un fatto ormai indubitabile, ovvero che gli animali umani e non umani sono uguali in alcune dimensioni fondamentali del loro abitare questa terra: in breve, nella loro comune mortalità, nella loro comune capacità di soffrire e provare emozioni complesse, nella loro capacità di costruire relazioni e infine nella loro comune volontà di vivere. Inoltre, come insegnano la storia e l’antropologia, lo sfruttamento umano e animale sono da sempre collegati: chi non relega ad animalità qualcuno, prima di sfruttarlo e sottometterlo? Tutta la storia umana, dallo schiavismo ai genocidi di popoli giudicati “inferiori” perché assimilati alle bestie, ci sembra infatti indicare proprio nella riduzione all’animalità (cioè a qualcosa che la società ha preventivamente bollato come priva di qualsivoglia valore e dignità) la fonte primigenia di ogni dominio sull’altro. E quindi, proprio di questo razionalissimo, e in fondo anche abbastanza scontato, prosieguo del percorso di emancipazione i radicali, questo è ciò che crediamo, dovrebbero farsi coraggiosi antesignani a livello politico – in opposizione a tutti i tentativi maldestri di ridurre la portata autenticamente rivoluzionaria della questione animale inglobandola all’interno di un paradigma puramente zoofilo che si preoccupi di cagnolini e altri animali “graziosi” lasciando al contempo intatta la sottostante struttura del dominio di specie (il quale, è bene ricordarlo, si basa sul massacro o la riduzione in schiavitù di un numero incalcolabile di animali all’anno per i più svariati scopi: alimentazione, sperimentazione animale, abbigliamento, zoo, circhi, acquari, caccia, pesca, ecc.). Per queste ragioni, un gruppo di persone vicine ai radicali, e/o più genericamente alla questione della liberazione animale, ha deciso di fondare un’associazione radicale ispirata all’impegno antispecista di Adele Faccio, a partire da un progetto partecipativo e aperto che trova attualmente in un gruppo facebook dedicato (qui il link: http://www.facebook.com/groups/482933478386085/) il suo canovaccio di idee in continuo aggiornamento.

Queste persone hanno ritenuto che la storia radicale fosse la più adatta a coniugarsi con le istanze di liberazione animale che scaturiscono dal dibattito filosofico degli ultimi trent’anni, ma le cui radici si possono ritrovare anche in altri terreni che ai radicali dovrebbero essere più che congeniali, e che vanno dalla già citata nonviolenza gandhiana al pensiero del filosofo Aldo Capitini, per citarne solo alcuni. Adele Faccio già negli anni ’80 parlava di “trans-specismo”, quando il resto della politica italiana faticava ancora a riconoscere che donne e uomini dovessero avere uguali diritti (e sappiamo benissimo che, sotto la patina della parità giuridico-formale, il sessismo di fondo della società italiana non s’è mai sopito e periodicamente riemerge). Noi vorremmo che questo immenso patrimonio culturale e politico non solo non andasse perso, ma costituisse il punto di partenza per abbracciare le istanze di una liberazione animale intesa finalmente come liberazione di tutti. Non a caso uno dei nomi proposti per l’associazione è “aprire le gabbie”, il che non può che far pensare alle molteplici sbarre dietro alle quali si consumano drammi per un certo verso così diversi ma anche così simili, quando li si veda finalmente con lo sguardo allargato dalla compassione per l’altro da sé anche quando quest’altro sia radicalmente diverso e non solo apparentemente tale.

Ci auguriamo che il progetto incontrerà il favore di tutti quei radicali che non vogliono far morire questa storia e che vogliono ridare un significato autentico al concetto di “nonviolenza”. Non ci nascondiamo che il lavoro che ci troviamo dinanzi è immenso, e che le resistenze politiche, economiche, culturali sedimentate in oltre diecimila anni di antropocentrico sfruttamento della natura sembrano a volte porre ostacoli insormontabili. Ma, come Alessandro Litta su queste stesse pagine ha di recente ricordato a proposito dello schiavismo, ci piace pensare che tali istanze di liberazione che oggi ai più appaiono quanto meno stravaganti e poco comprese possano presto farsi strada, e ci piacerebbe che fossero ancora una volta i radicali a indicare questa strada al resto della politica e della società.

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