E poi si offendono se gli dici che sono violenti: del cosiddetto “male freddo” e “male caldo” e di altre cose già dette, ma che ripetere male non fa.

 di Rita Ciatti

I maiali si agitano facilmente. Se li pungoli troppo possono avere un infarto. Se sul ripiano trovi un maiale che se l’è fatta addosso, che ha un infarto o che rifiuta di muoversi, prendi un gancio da macellaio, glielo agganci nel culo e trascini il maiale ancora vivo. Un sacco di volte il gancio lacera la carne. A volte ho visto dei prosciutti completamente squarciati. Ho anche visto uscire fuori le viscere. Se il maiale crolla davanti al ripiano, gl’infili il gancio nelle guance e lo trascini così. Oppure glielo infili in bocca. Nel palato. E sono ancora vivi.”

Certi maiali in mattatoio mi vengono vicino e mi strofinano il muso contro come fossero dei cuccioli. Due minuti dopo li devo ammazzare a suon di sprangate. Questi maiali finiscono nella cisterna bollente e quando toccano l’acqua cominciano ad urlare e a scalciare. A volte si agitano talmente tanto da schizzare l’acqua fuori dalla cisterna…. Prima o poi muoiono affogati. C’è un braccio rotante che li spinge in basso, non hanno modo di uscire fuori. Non sono sicuro se muoiano prima affogati o prima ustionati, ma ci mettono qualche minuto per smettere di dimenarsi.

Potrei raccontare migliaia di storie di ordinario orrore… Di animali, ad esempio, rimasti con la testa intrappolata nei cancelli; l’unico modo per tirarli fuori di lì è tagliare loro la testa mentre sono ancora vivi.

Ho visto animali messi in ceppi, appesi, accoltellati e spellati mentre erano ancora vivi. Troppi da contare, troppi da ricordare. E’ un processo continuo. Ho visto manzi incatenati guardarsi intorno dopo che erano stati sgozzati. Ho visto maiali (che si supponeva fossero stati storditi) alzarsi sul nastro trasportatore su cui dovevano dissanguarsi. Dopo che erano stati sgozzati. Ne ho visti altri che cercavano di nuotare nella vasca d’acqua bollente.”
“Ho visto dei tipi prendere dei manici di scopa e infilarli nel culo delle mucche semplicemente per divertirsi

A volte ai manzi spezziamo le ossa quando sono ancora vivi. Quando li sposti e loro rimangono incastrati sulla soglia, allora li spingi finché non gli si strappa la pelle e il sangue finisce sull’acciaio e sul cemento. Gli si spezzano le zampe… E il manzo grida con la lingua di fuori. Lo trascinano finché non gli scoppia il collo”.

Le dichiarazioni che avete appena letto sono state rilasciate da addetti ai mattatoi durante un’investigazione avvenuta nel centro-sud del Cile da parte degli attivisti di Eligeveganismo, documentata anche da foto e video. Mataderos  è il sito dedicato a quest’investigazione (il sito è in spagnolo, ma non è difficile da comprendere e, comunque sia, le immagini parlano da sole). Sbagliate se pensate che la maniera in cui vengono macellati gli animali nei mattatoi del Cile non vi riguardi perché tanto siamo in Italia, visto che buona parte della carne importata nel nostro paese proviene proprio dal Sud America ed anche perché, ovunque, i metodi di abbattimento sono gli stessi. I mattatoi, da cui Henry Ford trasse ispirazione proprio per il concetto di catena di montaggio che poi avrebbe applicato nelle sue fabbriche – solo che nei primi ovviamente si tratta di una evidente catena di s-montaggio –  debbono privilegiare la massimizzazione del profitto, quindi velocità ed efficienza non contemplano quella compassione e pietà che potrebbero scaturire al solo soffermarsi qualche secondo di più sullo sguardo di chi implora pietà.
Avrei potuto mettere ben altre immagini, mille volte più terribili. Sappiate che esistono e sono immagini reali. Documenti. Chiunque vorrà le troverà nella galleria all’interno del sito sopracitato.

E chissà che a leggere queste righe alcuni di voi non riusciranno a far diventare “caldo” questo “male” e questa violenza che invece è sempre percepita come astratta, distante, lontana, quasi non fosse del tutto reale.

In effetti anche io sono stata violenta per tanti anni perché mi illudevo che i mattatoi non fossero affatto quei luoghi d’orrore che vogliono farci credere; peggio ancora, ero convinta che la mia cultura d’appartenenza – quella che ci fa ritenere “normale” mangiare e sfruttare animali – bastasse per giustificarmi ed assolvermi. In fondo io non ho colpa, pensavo, non è colpa mia se gli animali si mangiano ed usano come fossero “cose”, da sempre. Già il fatto che volessi giustificarmi la diceva lunga comunque su quanto in fondo, tanto “normale” già allora non dovesse poi apparirmi questa pratica di condannare alla schiavitù e morte degli esseri senzienti in grado di soffrire ed esperire la realtà esattamente come me, in fondo non ero sempre quella che dichiarava di amare i cani, gatti e gli animali in genere?
Quando parlo di violenza non mi riferisco soltanto a quella agita direttamente sui poveri animali, ma anche alla richiesta e compartecipazione che è dietro l’atto stesso di uccidere e sfruttare. Anzi, mi sembra evidente, che senza quella richiesta, il mercato basato sullo sfruttamento animale, cesserebbe di esistere. Sul perché poi continui ad esistere questa richiesta è un altro paio di maniche ed è esattamente ciò di cui si occupa l’antispecismo. Credo che la maggior parte di voi non abbia mai ucciso con le proprie mani un animale per mangiarlo o per confezionarci un paio di scarpe, ma acquistare la carne e le scarpe vi rende comunque complici del sistema. Essere i mandanti, anziché i diretti esecutori, può rendere meno forte la percezione della violenza sottesa al sistema di sfruttamento degli animali, ma non significa che essa non ci sia; si tratta infatti del cosiddetto “male freddo” (ciò che avviene a distanza e non direttamente davanti al nostro sguardo) contrapposto al “male caldo” (ciò che avviene vicino a noi, davanti a noi o agito da noi stessi, in cui il rapporto di causa-effetto è maggiormente evidente) a darci l’illusione della neutralità delle nostre scelte e dell’assenza del nostro coinvolgimento. Non ci sentiamo appunto coinvolti più di tanto perché la violenza non avviene davanti ai nostri occhi e sembra non esserci un rapporto di causa-effetto diretto tra le nostre scelte e quello che avviene nei macelli. La stessa reazione di mancato coinvolgimento (in questo caso emotivo, ma anche morale, in quanto ci convinciamo che la colpa sia sempre di qualcun altro, ossia dei governi, di pochi uomini cattivi che dirigono le sorti del mondo, del caso ecc..) la proviamo quando guardando il telegiornale ci capita di assistere ad immagini di guerre e disastri avvenuti in paesi remoti. Certe scene ci toccano per qualche istante, ma poi si passa al servizio successivo e già ce ne siamo dimenticati. Cosa ben diversa accade quando invece un evento avviene vicino a noi; per vicino non intendo solo “fisicamente”, nello spazio, ma anche culturalmente, così che la tragedia dell’11 settembre 2001 ci ha toccati tutti molto di più perché la cultura statunitense – tramite i film, la letteratura, l’importazioni di prodotti – ormai ha finito per appartenerci, anzi, l’abbiamo talmente introiettata e fatta nostra che ci siamo appropriati di tutti i suoi valori e di quella determinata visione del mondo basata sui miti dell’efficienza ed utilitarismo. Oppure penso anche al profondo moto di preoccupazione e cordoglio, che ha dato seguito a grandi azioni di solidarietà, provato da noi Italiani tutti dopo il tragico terremoto de L’Aquila o quello recente in Emilia; dopotutto si tratta di nostri connazionali, magari conoscenti, amici, parenti. Com’è diversa allora la percezione del dolore altrui, e come ci sentiamo tutti molto più emotivamente coinvolti. Diversa da quella provata nel caso della notizia che riporta numeri di morti in guerre che non ci riguardano direttamente, numeri riportati come cifre neutre, come mere statistiche cui è impossibile associare volti, nomi, vite, destini.
Diverso ancora e tanto più assente è il coinvolgimento emotivo di fronte ai numeri dello sterminio degli animali, uno sterminio silenzioso (silenzioso perché esso avviene in luoghi inaccessibili e lontani dai centri abitati così che le urla ed i lamenti degli animali non giungano sino a noi) che ha luogo quotidianamente e senza che nessun telegiornale ne parli. E questo non solo perché si tratta di esseri viventi che appartengono ad una specie diversa dalla nostra – siamo tutti viziati di antropocentrismo, ossia, quell’atteggiamento che ci porta a giudicare e determinare il valore delle altre specie sulla base di parametri tutti umani, come se noi fossimo la pietra di paragone ed il centro dell’intero universo – ma anche perché lo sterminio è abilmente rimosso e negato da abili campagne di propaganda volte a farci credere che la mucca ed il maiale siano felici di finire sulle nostre tavole: propaganda che fa leva su meccanismi di rimozione dell’orrore e della morte  che confermano determinati desideri – spesso non reali, ma indotti – e valori sociali propedeutici a confermare e rafforzare il presente, lo status quo, l’ovvio, e che rendono molto difficile l’esercizio di una sana critica del reale. Il reale, il sociale non è dato una volta per tutte e quel che avviene e si reitera da tempo non è per default anche giusto. Quello è ciò che vuol farci credere chi detiene il Potere perché il mantenimento dello status quo è sempre nell’interesse del Potere. Per Potere non intendo un concetto astratto, metafisico, simbolico di stampo kafkiano (per quanto Kafka vada appunto letto come allegoria, attenta, lucida e fin troppo precisa di certi meccanismi del sociale), ma intendo quello economico delle multinazionali che a loro volta influenzano profondamente gli elettori ed i governi. Oggi il Potere è di due tipi, principalmente: economico e mediatico ed il primo si avvale del secondo.
Ovunque intorno a noi c’è quel che deriva dall’esercizio di questo Potere che provoca un indicibile dolore nascosto, invisibile, eppure ci è così difficile fare il dovuto collegamento.
Come mai un salame è solo un salame e non quel che resta di una violenza sanguinaria?
Possibile che sia così facile rimuovere dalla mente la violenza necessaria a trasformare il maiale in porchetta?
Possibile che non si riesca a capire che quel che finisce nei piatti non è una cosa, ma un lui, un individuo, un essere vivente in carne ed ossa come me, come voi? “CHI mangio oggi” si dovrebbe domandare chi sta per ordinare al ristorante o chi sta facendo la spesa al supermercato, non “COSA mangio”.
Ovviamente ci sono maniere e maniere per parlare alla gente del perché sia sbagliato sfruttare gli animali. Si può cercare di spiegare, ad esempio, che non è affatto così “naturale” come si crede uccidere le altre specie per nutrirsene e che, come tante volte ho già scritto, la prassi dello sfruttamento inizia a partire da un certo periodo in poi della Storia. Si può parlare dell’antropocentrismo, questo vizio, come detto – ma ancora voglio continuare a dire –  che ci porta a giudicare le altre specie con parametri tutti umani, come se la nostra intelligenza fosse l’unico metro di valore attendibile e significativo. E si può, si deve anzi dire, che la questione di CHI finisce nel piatto è solo un aspetto dell’immensa battaglia volta alla liberazione animale e nemmeno la più determinante perché non è affatto detto che diventando tutti vegani poi non si continuerebbero a sfruttare gli animali in altri modi ed in altri settori. Certamente un grosso pilastro dell’economia verrebbe a cadere, ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che il veganismo sia un fine. Esso è un mezzo, un primo passo, una prima maniera per cominciare a rendere effettivo il nostro rifiuto del sistema di sfruttamento degli animali, è la prima ribellione che poniamo in atto. Come ho già detto altre volte, diventare vegani è necessario per affrancarsi dal sistema della violenza sugli indifesi ed è indice della nostra dichiarazione di coerenza ai nostri principi e valori di nonviolenza. Ma la liberazione animale ed umana, l’antispecismo sono questioni assai più complesse, esse non possono prescindere dall’analisi politica ed economica della nostra società e non possono risolversi se non tramite una messa in discussione radicale della prassi dello sfruttamento del vivente.
Insomma, il discorso lo si può prendere alla lontana e si può procedere interminabilmente per giorni e giorni a discutere ed approfondire certi argomenti.
Ma anche si può semplicemente, qualche volta, limitarsi al raccontare la pura e semplice verità di quello che avviene dentro i macelli, testimoniare con foto, video, racconti l’ordinaria normalizzazione della violenza necessaria per far arrivare sulle tavole quelle tanto “gustose” bistecche di cui molti di voi sembrano non poter fare a meno;  che è esattamente quello che mi sono proposta di fare oggi nel riportare quelle dichiarazioni all’inizio.

Infine, vorrei aggiungere che la maggior parte di coloro che conosce quel che avviene nei macelli si dichiara quasi sempre prontamente incline a condannarne l’esistenza, salvo poi rimandare ad un tempo ipotetico futuro non precisato la scelta di non parteciparvi più fattivamente attraverso una messa in discussione radicale del proprio agire nel mondo. E, nel frattempo, continua tranquillamente a comprare prosciutto, salame, borsette di pelle come se si sentisse sollevato per il solo fatto di essersi saputo “indignare” o di aver provato un vago senso di colpa. Come mi disse una volta una persona – quando ancora mangiavo la carne – gli animali, del nostro senso di colpa, non sanno cosa farsene. Essi vogliono essere lasciati in pace di vivere la loro vita. Liberi. E non è vero, come ho spiegato nel post precedente, che non sono consapevoli del loro stato di assoggettamento all’uomo, tanto che episodi di ribellione e rivalsa avvengono continuamente. Solo che l’uomo è più forte, più raffinato nell’esercizio della forza sui più deboli, sia che si tratti di animali umani che non umani. Si tratta, dunque, di un mero esercizio di potere e gioco di forze. Una questione politica, dunque. Oltre che etica.  Una questione che non riguarda soltanto la sensibilità del singolo per cui si tratterebbe di “scelte individuali”, ma  che ha a che fare con la sua responsabilità civile.

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Comments
4 Responses to “E poi si offendono se gli dici che sono violenti: del cosiddetto “male freddo” e “male caldo” e di altre cose già dette, ma che ripetere male non fa.”
  1. devetag ha detto:

    Brava, Rita! Solo un piccolo appunto sulla catena di montaggio: in realtà fu proprio Henry Ford, pare, a farsi venire l’idea della catena di montaggio per l’assemblaggio di automobili dopo avere osservato la catena di “smontaggio” di carcasse di maiali in un mattatoio di Chicago

    • rita ha detto:

      Giusto, devo aver fatto confusione, lessi questa informazione alcuni anni fa su Ecocidio di Rifkin e probabilmente ho invertito cosa ha ispirato chi.
      Ora correggo.
      Grazie mille Giovanna. 🙂

  2. Fine ha detto:

    In fondo vorrei solo morire per parare i conti con la coscienza del mondo, ma pecco di presunzione se penso che una mediocre vita possa saldarli.

    • rita ha detto:

      Guarda, quello che dici è molto nobile, ma già in passato si è sacrificato qualcuno per purificare la coscienza del mondo e mi sa che non ha funzionato granché, almeno non qui sulla terra ed ho i miei dubbi per credere che possa esistere un’aldilà.
      Scherzi a parte, nessuna vita è mediocre se spesa per cercare di far del bene.

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