Empatia? Non soltanto per loro

di Claudia Ghislanzoni

Tante, troppe sono le dimostrazioni di misantropia ed esclusione che si stanno verificando con orgoglio da parte di presunti paladini integralisti della liberazione animale nei confronti di una fantomatica massa di schiavi, per di più colpevoli di esserlo. Schiavi del “sistema”, schiavi della cultura del dominio e della società classista, schiavi degli schiavi e fra gli schiavi. Tuttavia, si tratta di una massa dai confini molto labili. La violenza intraspecifica si annida, non di rado, in quelle situazioni in cui ci si trova ad attuare strategie di propaganda, nei messaggi di intolleranza che vengono sventolati sotto il naso di chi, fino a pochi istanti prima, non sapeva nemmeno dell’esistenza di un movimento di liberazione e lo spauracchio della “purezza antispecista” viene agitato con forza persino fra noi. Il movimento antispecista risulta ad oggi apparire frazionato in più componenti spesso fortemente contrapposte. La parola “empatia” viene spesso pronunciata e ampiamente fraintesa. Chiediamo a gran voce libertà e rispetto per gli animali, tutti gli animali. Siamo talmente concentrati sui nostri sforzi per ottenere una cultura finalmente libera dall’antropocentrismo più bieco e ostinato, che rischiamo di perdere l’orientamento,  dimenticando in effetti i reali presupposti della nostra lotta. Nelle piazze, durante i cortei, fra i manifestanti alberga prepotentemente lo slogan “Animal Liberation is Human Liberation”, ma di quale liberazione stiamo parlando?

Se è vero che la liberazione animale è speculare e parte integrante della liberazione umana, non vedo altra via d’uscita: la nostra responsabilità non si esaurisce con il ruolo di portavoce di chi non ha voce, ma risulta obbligata anche a fare i conti con l’alterità umana, affinché il concetto di liberazione riesca a riconoscersi davvero in una prospettiva completa. Il purismo duro e puro che riecheggia in tanti discorsi di superficiale moralismo, di fatto, infligge un colpo netto allo spirito di questa lotta. Dunque, lo scambio che possa portare ad un’evoluzione del pensiero (e quindi dell’azione) sarebbe forse preferibile, a dispetto delle rigide prese di posizione. Una certa prospettiva relativista, pur mantenuta saldamente ancorata ai nostri obiettivi di base, non sarebbe forse un’alternativa più sana e costruttiva?

Il termine “dialogo” (dal suo stesso etimo: discorso a più voci, discorso alterno fra due o più persone) rimbomba pesantemente nella testa di tutti noi, da diverso tempo ormai. Siamo sicuri di aver afferrato il suo significato più profondo e il suo valore intrinseco? Ci siamo mai soffermati a riflettere su questo concetto, che implica necessariamente l’incontro e non il solito scontro che siamo spesso abituati a portare avanti? Non siamo alle prese con una dimostrazione di presunta superiorità, stiamo cercando di superarla. Non stiamo bisticciando in un talk show, qui si parla di morte e sofferenza. Ogni giorno, instancabilmente, ci dedichiamo a questo spinoso tema, portiamo questa discussione davanti agli occhi e al cuore di una collettività che rinnega noi e il nostro messaggio, rinnegando di fatto ogni dovuta dignità agli altri animali, di cui noi soli ci assumiamo la responsabilità.  Con quali mezzi e quali prospettive lo stiamo facendo?

Il nocciolo del problema è che, per modificare una realtà sociale come tutti noi abbiamo la presunzione di fare, è necessario prima di tutto comprenderla. La comprensione più profonda nasce dalla partecipazione nella relazione fra due o più parti e dalla riflessione che ne può nascere, rendendo di fatto questa riflessione parte del proprio vissuto. Interessarsi all”esperienza dell’altro è il primo passo da compiere, per renderci davvero partecipi in un rapporto dialogato. La crescita a questo punto è essenziale, ma per attuarla bisogna sapersi mettere in gioco e avere il coraggio di guardarsi allo specchio, ricordandoci che la conoscenza di una qualsiasi entità sociale viaggia di pari passo con la scoperta di sé stessi. Altrimenti rischiamo di cadere in una sorta di fondamentalismo di cui ci si ritrova automaticamente prigionieri.  Alla faccia della liberazione. Il vero carcere dell’umanità consiste nel non saper guardare al di là della propria confortevole dimensione, chiusi nei propri sogni di liberazione, che sono utili più che altro a riconfermare la nostra fragile identità, replicando all’infinito l’affamato egoismo di cui siamo testimoni nella nostra, seppur limitata, presa di coscienza del fatto che le cose non vanno affatto bene. Il mondo non è statico e le nostre vite neppure. E allora, se non si compie l’atto empatico di guardare il mondo attraverso gli occhi dell’altro, chiunque sia quest’altro (come vorremmo insegnare a fare nei riguardi del soggetto non umano), come si può ottenere una reale conoscenza del suo mondo e mettere in discussione sé stessi? Come si potrebbe, rifiutando di farlo, capire quali sono i tratti che ci accomunano al nostro interlocutore e trovare quindi una mediazione che possa portare al dialogo e ad un miglioramento nella comunicazione, per una liberazione che sia davvero comunemente sentita e partecipata? Come si potrebbero rilevare le differenze, in modo che vengano comprese e tutelate nel loro valore, indipendentemente da chi siamo noi e in cosa ci riconosciamo? Come altrimenti si potrebbero apprezzare i piccoli sforzi di ogni singolo individuo orientati verso un mondo maggiormente vivibile, se non si accetta il fatto che la società cambia in modo graduale, consapevoli del fatto che è molto difficile per chiunque mettersi in discussione e che viviamo immersi in un mondo dove regna la paura, la paura di sbagliare? Le dure condanne aiutano l’altro ad affrontare questa paura? La critica e il giudizio sono tratti distintivi della lotta politica che vogliamo diffondere in proporzioni sempre maggiori, ma dobbiamo tenere conto di numerosi fattori, mantenendoci sempre consapevoli della nostra vulnerabile posizione di animali umani (sì, animali!), tutti precisamente incastrati nel grande gioco della cultura e, quindi, inevitabilmente in relazione gli uni con gli altri. La spaventosa immagine di spietata prevaricazione con cui questa cultura dello sfruttamento ci ha cresciuti ci sta accompagnando anche nel suo stesso radicale rifiuto, rendendoci le prime vittime di questo meccanismo. L’altro esiste, è innegabile. E non è con la negazione che il problema si risolve, perché l’altro continuerà ad esistere indipendentemente da noi. Dunque, per un momento fermiamoci a riflettere sulle nostre possibilità, più che sui nostri limiti: l’universo antispecista si sta davvero dimostrando in grado di mettere in discussione sè stesso attraverso gli stimoli provenienti dal mondo che lo circonda, oppure si sta esaurendo in un’autocelebrazione che porta inevitabilmente ad un monologo cieco e assordante, costantemente in guerra e perennemente inascoltato? Le piazze, i cortei, i presidi non dovrebbero costituire per antonomasia il feroce teatro dello sfogo di rabbie individuali, come dimostrano ampiamente di saper essere, ma il centro pulsante ed entusiasta del nascente cambiamento, di una nuova (e faticosa, senza dubbio) idea di pace. Un’idea che assumerà una forma concreta, a patto di saperla concretizzare. Collettivamente. Già lo vediamo, all’orizzonte, questo nuovo mondo: privo di sfruttamento e torture. Ma, affinché la liberazione totalmente a-specista venga costruita, per favore, togliamoci questa faccia snob ed elitarista, e accettiamo la sfida di aprirci al vero cambiamento, a partire da noi stessi.

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Comments
12 Responses to “Empatia? Non soltanto per loro”
  1. Serena ha detto:

    Vuoi sposarmi?

  2. Claudia ha detto:

    Volentieri! Prima mandami una foto, però..

  3. francesca ha detto:

    bellissimo articolo,complimenti.

  4. Claudia ha detto:

    Grazie Francesca!

  5. Adros Matt ha detto:

    RINGRAZIO L’AUTRICE DI QUESTO OTTIMO ARTICOLO CHE FOCALIZZA IN MANIERA ESEMPLARE IL DELICATO MECCANISMO DELLA IMPORTANZA DI UNA CORRETTA E NECESSARIA COMUNICAZIONE TRA NOI, ESSERI UMANI, FINALIZZATA AD UNO SCOPO TREMENDAMENTE IMPORTANTE COME QUELLO DI ABBANDONARE OGNI EGOISMO, CHE CI RENDE SEMPRE PIU’ CIECHI, PER INIZIARE UNA ESISTENZA VERAMENTE NUOVA SUL NOSTRO PIANETA, SCEVRA DI VIOLENZE E SOPRUSI VERSO I NOSTRI SIMILI E VERSO TUTTI GLI ALTRI ESSERI VIVENTI, ANIMALI E PIANTE, CHE CON NOI CONVIVONO.

    • Claudia ha detto:

      Ti ringrazio per le gentili parole. Il mio voleva essere un invito a tutti quelli che si credono antispecisti (ma non solo), a tentare di guardare l’altro umano con occhi più distanti e riuscire a vederlo quasi come si potrebbe guardare un altro non umano: un animale, con i suoi limiti, ma anche con le sue possibilità. Un animale che può sbagliare, che la pensa diversamente da noi perché magari gli eventi della vita l’hanno portato a farlo. Un animale molto complesso, con cui è forse più difficile comunicare, a volte. Ma per cui vale la pena tentare. In realtà, credo che sia un sentiero da imboccare obbligatoriamente, se vogliamo davvero cambiare e non soltanto riempirci la bocca di belle parole. Ma mi rendo conto che è un percorso tutt’altro che facile.

  6. ∞Conan∞ ha detto:

    Si potrebbe ridurre tutto a questo motto:
    “NON NEMICI DA COMBATTERE MA SQUILIBRI DA SANARE”
    sono d’accordo con la tesi enunciata in questo bell’articolo che linkerò sulla pagina facebook che amministro come altri tratti da questo sito!
    se per primi noi antispecisti, non dimostriamo per primi l’amore verso il prossimo che tutto include (ma proprio tutto eh!), se anche noi, con un briciolo di consapevolezza in più, non siamo il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo (Ghandi!), come possiamo esser credibili!!!
    ∞Conan∞

  7. Fine ha detto:

    Che palle sto buonismo.
    Posso odiare un carnista oppure devo dire 10 avemaria al giorno e autoflaggellarmi ?

    • Claudia ha detto:

      Se per te il mio articolo suggerisce l’autoflagellazione e la conversione religiosa, allora non hai compreso alcunché del mio messaggio. Peccato.

  8. derridiilgambo ha detto:

    La cosa curiosa è che l’antispecismo suggerisce l’incontro con l’altro non umano come possibilità rimossa del nostro mondo, della nostra epoca, della nostra tradizione.

    Ma mentre insistiamo sul *guardarci guardati* dall’animale, dal riconoscere che egli ci guarda prima che noi si faccia altrettanto, lasciandoci sempre in un certo modo indietro (“l’animale mi segue, quindi mi precede, dunque mi circonda”: il solito vecchio caro rimpianto Derrida); sul suo parlarci (invitarci) ancora prima di risponderci, ecc… ci troviamo nella paradossale condizione per cui l’altro radicale sta diventando l’animale umano che abbiamo di fianco, che non solo non osserviamo guardarci, non ascoltiamo invitarci, ma manco più gli parliamo, manco più lo guardiamo, tantomeno al di qua della “tassonomizzazione” politica.

    Il condominio di Horkheimer sta assorbendo tutto il meglio dei condomini postmoderni delle grandi città: in cui non ci si frequenta, non ci si saluta, manco ci si conosce.

    In piazza urliamo in coro, e se qualcuno si mette a chiacchierare c’è sempre un (auto)designato a venirci a riprendere: ehi, questa è una manifestazione per gli animali sfruttati, non un bar. Non dovete chiacchierare fra di voi, DOVETE URLARE IN CORO.

    Spero si comprenda la metafora (la quale non esclude però che qua e là certi fatti, apparentemente insignificanti, siano avvenuti)

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