Esiste lo specismo naturale?

di Marco Maurizi

Banalmente: no. Lo specismo “naturale” sarebbe “la naturale propensione di ogni specie, Homo Sapiens compreso, nel preferire individui della propria specie rispetto ad individui di altre specie”. Nessuna di queste affermazioni può essere sostenuta in modo rigoroso. Anzitutto non esiste niente nel mondo umano che non sia socialmente mediato e dunque parlare di “propensione naturale” è una grossolana semplificazione, se non un vero e proprio travisamento della realtà. Questo non significa affatto, come qualcuno potrebbe pensare, cadere nel “costruttivismo” sociologico, ovvero ritenere che non esistano caratteristiche “naturali” dell’essere umano. Il naturalismo/realismo e il costruttivismo sono due opzioni filosofiche estreme, complementari ed entrambe false: il fatto è che le caratteristiche “naturali”, ammesso che siano definibili in modo univoco (e già questo pone problemi), di per sé non significano assolutamente nulla perché assumono significato solo entro un contesto intersoggettivo, cioè sociale. Come ho mostrato analizzando alcuni scritti di Lévi-Strauss le stesse caratteristiche fisiche di somiglianza/dissomiglianza possono essere assunte per significare cose opposte in ordini sociali opposti. Anche laddove si identifichi una caratteristica naturale/fisica/biologica (termini tra l’altro non sovrapponibili) questo non implicherebbe assolutamente aver stabilito un significato univoco perché è solo il particolare sistema simbolico di una data società a stabilire quali caratteristiche “naturali” siano significative e quali no, inoltre se tale significazione abbia un valore positivo, negativo o neutro.

In secondo luogo, questa “naturale propensione” può essere empiricamente smentita da semplici accertamenti fattuali: esistono società umane in cui l’altro umano viene considerato meno importante e meno simile di altri non-umani (dalle società totemiche alle società schiavistiche, fino alla società attuale in cui la padrona di Fuffy preferirebbe veder vivisezionare un criminale piuttosto che un cane) e in tutte le società, sia umane che non umane, sono presenti esempi di solidarietà interspecifica. Ovviamente quest’ultimo fatto viene confutato con il ricorso a casi estremi: sì, è vero che ci si aiuta anche tra membri di specie diverse, ma in caso di necessità si sceglie la propria. Il che, ammesso e non concesso che sia vero (la padrona di Fuffy salverebbe probabilmente prima il proprio cane del misterioso migrante), dimostra al massimo che lo “specismo naturale” scatta in casi di extrema ratio, non certo che costituisca lo sfondo naturale di tutte le nostre azioni. Anzi, semmai dimostra il contrario.

Dunque, ammesso per ipotesi di comodo che esista qualcosa come lo “specismo naturale” (in modo rigoroso si può forse sostenere che in “alcune” società e in “casi estremi” si preferiscano membri della propria specie a scapito di altri… una casistica ben più ristretta di quanto vorrebbe chi sostiene l’esistenza dello specismo naturale), sicuramente esso non ha alcuna funzione nello spiegare il trattamento dei non umani che, come al solito, può essere spiegato solo facendo ricorso ai sistemi sociali e alle concrete relazioni produttive e di potere in esse in vigore piuttosto che a presunte caratteristiche mentali degli individui.

Anche chi ammette l’esistenza dello specismo naturale per giustificare la fesseria filosofica del “carnismo” dovrà ammettere che la società e la storia sono fattori esplicativi ben più potenti visto che sono stati in grado di creare esseri umani cannibali. E se si dicesse che in questo caso l’altro è stato ridotto ad un cerchio più ristretto del genere umano – al proprio clan – questo sarebbe appunto la dimostrazione della falsità della tesi dello specismo naturale: le caratteristiche fisiche (umane) sono state rese irrilevanti dal sistema sociale simbolico.

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Comments
16 Responses to “Esiste lo specismo naturale?”
  1. Roberto ha detto:

    Ulteriore tassello di un’antispecismo politico o colpo di grazia allo specismo individuale?

  2. Sergio ha detto:

    Mi perdoni ma non ho capito una cosa…
    Quindi lei nega completamente validità a quanto affermato da Roberto Marchesini a partire dal minuto 6.30 secondi del video più sotto linkato?

    https://asinusnovus.wordpress.com/2013/06/22/postumanesimo-e-antispecismo-conversazione-con-roberto-marchesini/

    • Roberto ha detto:

      Sergio non potresti riassumere l’intervento di Marchesini?

      • Sergio ha detto:

        Preferisco he si ascoltino le sue parole. Molto migliori di quelle che potrei usare io per esprimere gli stessi concetti….. 🙂

    • MM ha detto:

      Al contrario: Marchesini stesso riferisce del duplice errore di considerare l’umano un foglio bianco (quel che io chiamo “costruttivismo”) e di considerarlo determinato naturalisticamente. Che esista una forma di “egoismo di specie” (per altro mai assoluto – è fenomeno che conosce eccezioni sia nel mondo umano che non-umano – e mai universale – chi sia “altro” non è definito in termini biologici ma sociali e storici) che ci accomuna ad altri animali può essere ammesso ma da qui non deriva che tale fenomeno sia rilevante per spiegare lo specismo. Anzi poiché lo specismo deve essere inteso non solo come mero pregiudizio ma come forma materiale di sfruttamento dell’altro, dunque come prodotto sociale, ciò che andrebbe chiamato “egosimo naturale” (e non impropriamente “specismo naturale”) è del tutto irrilevante.

  3. pasquale cacchio ha detto:

    Lo stesso concetto di “specie” è già problematico per ecologia, biologia, genetica, botanica, zoologia. La stessa tassonomia viene aggiornata a ogni nuova scoperta. Conosciamo una minima parte delle specie viventi da Aristotele, Linneo, Darwin…, non conosciamo neanche il numero delle specie di insetti e di quanti vivono negli abissi marini, per non parlare dei milioni di specie estinte dal Cambriano a oggi.
    Pretendere di raggrupparle in un unico meccanismo di speciazione lascia perplessi biologi, ecologi, botanici, zoologi…
    ma non, ah ah, gli antispecisti, 😉

  4. derridiilgambo ha detto:

    Non credo che qui si contrappongano il “naturale” e il “sociale”. Noi consideriamo simili coloro con i quali cresciamo e viviamo, ben oltre i confini di specie. Un cane che nelle finestre di socializzazione primaria abbia convissuto con umani gatti e criceti, difficilmente considererà un altro cane un proprio “simile”. Lo mostra l’etologia, ma anche banalmente l’esperienza del “padrone” che porta a spasso un cane non “caninamente” socializzato, e si trova, nell’incontro con altri cani, a dover gestire un animale che s’infuria o fugge.
    Allo stesso modo “il miglior amico dell’uomo”, selezionato con la pretesa di maggior socievolezza, se con l’uomo non ha socializzato in quello spazio-finestra, tenderà a diffidarne sempre. La socializzazione con l’umano di un cane che non l’ha conosciuto e “tastato” in tenera età sarà sempre molto difficile e sempre a rischio di regressione.
    Ovviamente l’umano che è vissuto innanzitutto fra umani immerso nel discorsi della “differenza umana” in senso esclusivo e sacrale (la vita umana è sacra implica: solo quella umana), tenderà a comportarsi, al di là delle buone o cattive intenzioni, dei pregiudizi consci positivi o negativi verso i non umani, da “specista naturale”. Ma questo è l’effetto di una tradizione plurimillenaria, che, fra l’altro, è prevalente in particolare nella nostra cultura (quella occidentale), e che si rafforza nella trascrizione in quell’invenzione occidentale che è la biologia. La quale spesso crede di individuare “fatti brutti” laddove i fatti sono l’effetto di un processo di sedimentazione. appunto socio-culturale, di giochi di forze, di lotte per la verità.
    Il che pone un problema che, insieme ad altri, la biologia tende ad eludere: che cos’è una specie? E’ un’entità reale, geneticamente determinata, o l’effetto dell’ossessione tassonomica umana (il che, a sua volta, mette in discussione l’astrazione “uomo”). E questo problema ne trascina un altro: cos’è un fatto “naturale” e cosa un fatto “sociale” e “culturale”? La storia della disseminazione infinita del DNA non è un fenomeno di relazioni e di riproduzione “sociale”? La trascrizione del patrimonio genetico non è già trasmissione di “memoria”, quindi cultura? E, a loro volta, cultura e artificio non sono inscritti nella natura, una natura che per sua essenza è storica, in continuo movimento se non rivoluzione?
    Anche i “fatti” naturali sono prodotti di una storia, così come società e cultura non sono mai disincarnate.
    A proposito del riconoscimento del “simile”, a metterci in allerta contro l’equivalenza simile=conspecifico, dovrebbero essere quelle culture, quelle cosmologie diverse da quella occidentale che non tracciano limiti netti di specie, e considerano alcuni non umani “persone”, tanto da porre il divieto della loro uccisione. Come gli Achuar studiati da Descola, che però sono un esempio “culturale” fra altri.

    In un certo senso tutto è costruito, pur senza mai porsi fuori dal “naturale”. Perché ciò che chiamiamo natura è molto più flessibile e mutevole di quello che ci immaginiamo guardando coll’occhio di un esistente dalla brevissima vita che raccoglie una brevissima tradizione di permanenza sul pianeta terra dai propri, decisi, predecessori. Un battito di ciglia non è l’immensità del tempo.

  5. Matteo ha detto:

    Non capisco alcune cose: le specie non hanno propensioni naturali, dal momento “specie” è un concetto umano. Gli individui invece hanno propensioni naturali, più o meno complesse e socialmente mediate. Nel casi umani e di specie simili la preferenza è già intraspecifica. Ma in ogni caso non giustifichiamo nulla perché è naturale. Ma la domanda è se esiste lo specismo, perché ciò che ci fa includere o escludere entro il nostro cerchio morale le forme di vita si evolve, ma definirlo specismo è lecito?

    • MM ha detto:

      secondo me non è corretto definirlo “specismo”. Io nel mio libro l’ho chiamato “egoismo” animale che mi pare il modo più semplice e neutrale di definirlo, senza caricarlo di implicazioni che non ha. Ma qualcuno sostiene invece che non ne abbia tenuto conto 😉

      • Matteo ha detto:

        Beh, io ho apprezzato Dawkins.
        Ho letto Al di là della natura, e mi è piaciuto molto, però devo rileggerlo, una volta sola non basta. è da qualche mese che sto leggendo questo sito e ho ascoltato molti video, tuoi e di Leonardo, però trovo difficoltà nell’accettare la liberazione animale e umana, e ancor di più, questo riferito a Caffo, il voler basare sull’etica assoluta ( il voler sancire la giustizia della scelta vegan ) la scelta vegan.

  6. derridiilgambo ha detto:

    Senza scomodare le oche di Lorenz, ci tengo a ribadire quanto ho scritto sopra.
    Il fatto di avere preferenze ‘infraspecifiche’ dipende solo dal fatto che, p es, un singolo che chiamiamo ‘castoro’, nascendo da un’altro singolo della specie in cui racchiudiamo entrambi – la tras-missione del corredo genetico è sempre un lancio di dadi, quindi una tra-duzione che implica un tra-dimento, aprendo all’assolutamente singolare, cioè al nuovo e irripetibile – cresce con altri ‘castori’ che riconosce come suoi simili. Ma non c’è nesso logico o biologico fra il discendere dal ‘castoro’ e riconoscere i ‘castori’ come propri simili. Se un castoro venisse allevato da un gruppo di ‘lontre’, riconoscerebbe come suoi simili le lontre. Dobbiamo toglierci dalla testa che per i non umani l’affettività sia meno forte del sensi (e quindi l’odore, la forma, ecc…), perché è un modo di ricacciarli nello spazio dell’automa, laddove gli umani possono invece astrarsene e adottare umani di etnie diverse o non umani.
    Sull’egoismo animale: l’egoismo prevede ovviamente un ego che preferisca se stesso e la sua cerchia d’affetti ad altri: o meglio, ancora prima, che si riferisca innanzitutto a se stesso e a tale cerchia.
    Ma se lavoriamo tanto alla decostruzione dell’egoità umana, di fronte all’evidenza di una differenza di grado fra uomo e altre specie, sparpagliate in una ragnatela di rapporti non gerarchica e non ascendente, non possiamo fare rientrare dalla finestra ciò che avevamo cacciato dalla porta e riaffermare la prevalenza dell’egoismo (dell’egoità) per le specie non umane.
    ‘Decidere’ che l’animale non umano non possa incontrare l’altro lasciandolo essere sarebbe la più cocente ricaduta nell’antropocentrismo.
    Che in questo cercare una strada da parte del pensiero, si vada a sbattere continuamente conto ostacoli, non ci esime da questo azzardo faticoso che pretende un mutamento di sguardo, di lessico, di significazione.

    Come scrive Yves Bonnefoy

    Heurte,

    Heurte à jamais

    Dans le leurre du seuil.

    A la porte, scellée.
    A la phrase, vide.
    Dans le fer, n’éveillant
    Que ces mots, le fer.

    Dans le langage, noir.

    Dans celui qui est là

    Immobile, à veiller

    A sa table, chargée

    De signes, de lueurs.
    Et qui est appelé

    Trois fois, mais ne se lève.

    • pasquale cacchio ha detto:

      Non solo l’affettività.
      Mainardi parla di intelligenze diverse nel mondo animale, visive, acustiche, tattili, olfattive, magnetiche, ultrasoniche…, anche queste variegate tra ‘specie’ e ‘specie’, inesplorate o inconcepibili da sensi e mente umana.
      Ah ah, se tutte le cose diventassero fumo le narici le distinguerebbero. (Eraclito)

  7. michele ha detto:

    MA SE LO SPECISMO ESISTE, COME MAI MACELLI E LABORATORI NON POSSONO ESSERE VISITATI DAI BAMBINI?

    • pasquale cacchio ha detto:

      Per lo stesso motivo per il quale ai matti che strillano si danno i sedativi,
      ai moribondi che strepitano le flebo sonnifere,
      il decoro ai piangenti il morto,
      ah ah, si danno loro gli psicologi…
      I gemiti strazianti degli animali prima della macellazione
      non sono decorosi per la nostra civiltà libera, ricca e democratica,
      i bambini si spaventerebbero.

      Le urla di animali possiamo sentirle solo in musica:

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