Morire in carcere

di Nujud Qitta

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Mi chiamavo Vasil, sono nato in Bulgaria, sono morto in Italia, chiuso tra quattro mura, ho legato una corda fatta con le lenzuola alla doccia e mi sono lasciato andare, ero in carcere e ne sarei uscito in meno di un anno.

Tanti finiscono la propria vita in quel luogo di morte che è il moderno penitenziario – per malattia, per suicidio, che siano detenuti o personale di sorveglianza o sanitario. “È abbastanza tardi nel XIX secolo, quando le esecuzioni dei criminali smettono di essere un giorno di festa pubblica così come un monito ai cittadini”, scrive l’antropologo Geoffrey Gorer nel saggio The Pornography of Death. Nell’Inghilterra vittoriana era esattamente il 1868. Nel 1889 la pena capitale è stata abolita in tutto il Regno d’Italia – di fatto sospesa fin dal 1877, anno dell’amnistia generale. La pena di morte da allora – tuttora dove è in vigore come in alcuni stati USA – viene applicata all’interno di quelle quattro mura che contengono, separano i devianti dalla società perbene. Ma le esecuzioni dove la pena capitale non è più applicata sono veramente finite?

 

La morte il mercoledì

Limitandosi alla morte dei corpi – che di quella delle anime si potrebbe parlare forse troppo a lungo – c’è da notare quella pianificata, decisa a tavolino, di piccole creature fatte nascere apposta nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Tanto per non smentire la sua vocazione di luogo di morte, l’istituto di detenzione ospita un mattatoio attivo tutti i mercoledì. Polli, tacchini, galline faraone e conigli vengono allevati e macellati tra quelle quattro mura. Non per dare da mangiare alle recluse (non che sarebbe una giustificazione), ma per essere venduti al personale e a chiunque abbia il contatto giusto e possa pagare. Tra i clienti pare ci siano anche delle suore. Ma perché stupirsi?

 

Un circuito di violenza

Ora, sembra abbastanza evidente che quello che non si vuole vedere venga rimosso, non credo che “se i mattatoi avessero le preti di vetro, saremmo tutti vegetariani”, ma è un dato di fatto che alcuni edifici sgradevoli vengano allontanati, camuffati, siano impenetrabili, con il doppio obiettivo di separare e di nascondere ciò che vi è contenuto.

“La rimozione del mattatoio dal tessuto urbano accettato come spazio civilizzato, segue lo stesso meccanismo di rimozione dell’animale quando ci si trova dinanzi alla bistecca, rivelando la stretta relazione tra la meccanizzazione del processo e l’astrazione del soggetto consumato, trasformato nel referente assente di Carol J. Adams. Far assurgere il mattatoio a oggetto di interesse culturale significa auspicabilmente rimettere in discussione e rinegoziare la condizione dell’animale non umano” [1]

Quindi il carcere come luogo perfetto per ospitare un macello. Senza che nessuno si faccia qualche domanda. Polli, conigli e altri esseri viventi vengono sgozzati. Perché perpetuare la violenza nella vita di chi quasi sicuramente di violenza ne ha già vista troppa? È giusto che le detenute debbano recludere altri esseri viventi e che sistematicamente li sgozzino per venderli? Per arricchire un sistema, per far mangiare, a chi se lo può permettere, un cibo di cui non ha bisogno, ricercato e ben pagato perché biologico e a chilometri zero. È giusto che le ospiti di Rebibbia femminile vengano spinte a considerare la morte degli animali normale? È giusto che a quelle donne venga negata la possibilità di respingere la morte?

 

Un cortocircuito emotivo

Le detenute, quando possono, amano accarezzare i coniglietti, quei conigli in particolare che vivono la loro breve vita ammassati in un capannone. Come sono ammassati i detenuti, persone senza nome, identificate da una matricola e un numero di cella. Normalmente le recluse non vedono gli animali, vengono tenute lontane da loro. Non tutte le detenute vogliono macellare gli animali, anzi quasi nessuna si fa mai avanti per quell’incarico insanguinato.

La macellazione dell’animale perde qualunque riferimento rituale o liturgico, ultimi retaggi di una commedia dell’innocenza che per quanto spietata considerava ancora l’eterospecifico un’entità da pacificare. Il macello industriale non è altro che l’inverso della catena di montaggio di una qualunque industria automobilistica: l’unica differenza è che la pellicola viene mandata in senso contrario. Ma la zootecnia porta all’estremo il suo dettato di strumentalizzazione nell’allevamento intensivo, eleggendo il modello del lager a prassi di gestione e produzione animale, togliendo all’individuo qualunque parvenza di presenza, se non la reiterazione del maltrattamento come ordinaria condizione di vita [2].

Così in realtà viene fatto anche all’individuo detenuto, privato oltre che della libertà degli affetti, spogliato il più possibile della sua personalità, per poi essere gestito e reso produttivo. Non si rispecchia il detenuto nel vuoto freddo della sua cella con quell’animale in gabbia?

 

L’educazione di un boss e l’idea californiana

In una recente intervista, Massimo Ciancimino, figlio del boss mafioso Vito, racconta che per fare un killer si comincia con i cavalli. Sparare a un cavallo è l’apprendistato per sviluppare il sangue freddo necessario a uccidere una persona mai vista prima, spesso disarmata, alcune volte un adolescente.

Chi scrive ha ascoltato la dolorosa testimonianza di un giovane uomo – con molti omicidi alle spalle – iniziato a una carriera di morte all’età di sette anni, sgozzando teneri agnellini invece di andare a scuola o giocare con le biglie. In qualche anno si ritrova a sparare con grande facilità, anche ai cani randagi che abbaiano sotto la sua casa. Ora da detenuto non può nemmeno più sentire l’odore del sangue e mangia solo ciò che cresce dalla terra, e anche nel cibo cerca pace e non-violenza.

 

Fino a poco tempo fa i reclusi del Victor Valley Medium Community Correctional Facility, ad Adelanto in California, potevano scegliere pasti vegan seguendo il progetto chiamato NewStart, che includeva inoltre studio della Bibbia, training lavorativo e gestione della collera. Secondo una ricerca, la violenza è diminuita in modo significativo tra quei detenuti che hanno scelto di aderire volontariamente al programma. In più la percentuale di recidiva, cioè di ri-arresto, è stato solo del 2 per cento, mentre normalmente per lo stato di California supera il 90 per cento.

Quanta distanza separa la casa circondariale femminile di Rebibbia, con i suoi conigli, polli, tacchini ammassati e sgozzati, da Victor Valley? Ammesso che il carcere sia la soluzione “meno peggio” – e non lo è, ma rimane solidamente in piedi – forse varrebbe la pena cominciare a far uscire definitivamente la morte nascosta tra quelle mura. La morte sotto forma di suicidio, di malessere trattato con farmaci a ogni costo, di ergastolo, e anche di macello.

 

Note

[1] Valentina Sonzogni, L’anello mancante. Prolegomeni a una storia dell’architettura della sopraffazione, in Animal Studies, numero 3 aprile 2013.

[2] Roberto Marchesini, La rimozione della soggettività dell’eterospecifico e la perdita del concetto di morte animale, in Animal Studies, numero 3 aprile 2013.

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