Apicoltura e specismo. Un’esperienza personale.

di Paolo Faccioli

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Riceviamo e pubblichiamo il contributo di un apicoltore sulle specificità e le contraddizioni della pratica di allevamento delle api. Si tratta della descrizione di un’esperienza personale, arricchita recentemente anche da concezioni critiche circa lo sfruttamento del mondo non-umano che si presta alla discussione e allo scambio di idee. La redazione, che non necessariamente condivide le opinioni dell’autore, la offre al dibattito pubblico per la chiarezza con cui sono presentati alcuni spunti critici di riflessione. 

Posso continuare a praticare, dopo trent’anni che lo faccio, l’allevamento delle api e cominciare a sentirmi antispecista? L’atteggiamento antispecista è per me, che pure sono istintivamente vegetariano da decenni, scoperta recente. Per questa scoperta devo ringraziare una ricercatrice dell’Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano, che mi ha violentemente attaccato per aver rivendicato, su una rivista di apicoltura, il mio rifiuto a pubblicare tutti i dati, riguardanti l’efficacia medica di prodotti dell’alveare, che fossero ottenuti con la sperimentazione animale (ho però riportato tutti i raccapriccianti racconti). Dalla sua rampogna e dal suo invito a informarmi meglio è nato l’interesse per una critica dell’atteggiamento di dominazione  nei confronti del mondo animale, che ha trovato in Asinus Novus e nel libro di Leonardo Caffo le principali fonti di ispirazione.

In un ideale processo di distacco dalla pratica dell’allevamento in quanto espressione del dominio umano sulla natura, credo però che, come  “ultimi giapponesi”, rimarrebbero  gli apicoltori. Perché un processo di distacco dovrebbe secondo me essere fin d’ora contemplato e integrato nella visione di chi combatte l’allevamento, per l’enorme impatto e le enormi implicazioni economiche, sociali, ambientali, culturali che comporta. Le forme di una transizione dovrebbero essere delineate, se veramente e concretamente si crede che una nuova visione e un nuovo atteggiamento possano affermarsi.

Perché penso agli apicoltori come agli “ultimi giapponesi”dell’allevamento? Perché, come allevamento, ha degli aspetti  che rendono veramente difficile percepirlo come abuso e dominio. Soprattutto, è l’unica forma di allevamento che non comporta l’uccisione finale dell’”animale”. Anzi, sempre di più, nell’ultimo decennio, gli sforzi dell’apicoltore sono dedicati a mantenere in vita le api, minacciate dalla presenza endemica dell’acaro varroa e dalle virosi ad esso collegate, dalle malattie batteriche in aumento, dall’uso di pesticidi in agricoltura (in particolare i neonicotinoidi che hanno un impatto non solo puntuale ma procrastinato nel tempo), dal riscaldamento globale e dall’inquinamento, ecc.  E’ possibile che certe pratiche di apicoltura siano addirittura state complici di questo problematico momento, ma, appunto, alcune pratiche estreme, non l’allevamento in sé. E ovviamente la maggior parte degli apicoltori sarebbero pronti a metterle in discussione, se aiutasse a mantenere le api in buona salute. “Per poter continuare a sfruttarle”? qualcuno potrebbe chiedere.  E’ molto difficile convincere un apicoltore coscienzioso che sta “sfruttando” le api: la sua esperienza gli rende evidente che il loro principale prodotto viene raccolto in eccesso (finchè c’è nettare nei fiori, c’è raccolta da parte delle api, a costo di perdere progressivamente lo spazio destinato alla deposizione della regina e quindi alla riproduzione della famiglia, in qualche caso estremo quasi fino a un virtuale suicidio). Se in certe apicolture si preferisce asportare tutto il miele possibile e integrare quello che eventualmente venisse a mancare alle api con una soluzione zuccherina artificiale, è una scelta che riguarda quelle aziende, non l’apicoltura in generale, e condannare l’apicoltura per questo è come sostenere che un uomo non debba frequentare le donne solo perché alcuni uomini, a volte, le violentano.  A parte il fatto che ci sono circostanze in cui anche alveari che hanno fatto il pieno di provviste possono arrivare a morire di fame per un inverno inclemente. Per altri prodotti dell’alveare come la cera o la propoli, bisogna considerare che “in natura” tutte le dimore selvatiche abbandonate dalle api, o dove le api erano morte di qualche malattia, venivano distrutte da tarme o predatori, che assicuravano lo smaltimento del vecchio materiale costitutivo dell’alveare, mentre le api, sistematesi in una nuova dimora, ricominciavano da zero. L’apicoltore non fa altro che sostituirsi al processo naturale di rinnovo, tenendo per sé le sostanze prodotte.

 Un graffito rupestre trovato vicino a Valencia e risalente a 9000 anni fa mostra un uomo che sale su un albero e, utilizzando del fumo, sottrae dei favi di miele a uno sciame di api. Come considerare questa immagine? Come già una manifestazione primitiva del dominio dell’uomo sulla natura o semplicemente un modo in cui l’uomo si procurava, rischiando in proprio, risorse alimentari, ponendosi sostanzialmente alla pari con gli animali? Da quel lontano graffito poco è cambiato nella sostanza, c’è il fatto di aver portato gli alberi coi nidi delle api nel cortile di casa e un po’ di tecnologia che si è aggiunta al gesto di sottrarre quei favi di miele, ma il gesto è sostanzialmente lo stesso. Quello che può essere cambiato è forse l’atteggiamento soggettivo: adesso quel gesto può (ma non necessariamente) essere compiuto nel contesto  di una consolidata e condivisa ideologia di dominio sulla natura. Ma in realtà dipende da chi lo compie. Oggi quella lontana pratica continua coi “cacciatori di miele” del Sud dell’India o del Nepal, che salgono con l’aiuto di funi su rupi alte fino a 90 metri per asportare dei favi di miele alle api giganti, e la loro tradizione gli impone un atteggiamento non predatorio, ma di discrezione e di rispetto per la possibilità delle api di avere abbastanza nutrimento e continuare a riprodursi, e queste pratiche prevedono rituali di preparazione e canti di ringraziamento alle api.

L’ape non è un animale addomesticato, e questo non solo lo rilevano i biologi, ma ogni apicoltore nel quotidiano ne fa esperienza, e ogni giorno si rinnova un po’, nell’interazione con le api, il brivido di quel lontano cacciatore di miele. Nel tempo l’apicoltura ha sicuramente selezionato dei ceppi più adatti a convivere con l’uomo, meno aggressivi e più produttivi e con minore tendenza a sciamare o a abbandonare i favi, ma la natura rimasta selvaggia delle api fa sì che ci siano dei limiti alla volontà dell’uomo. L’uomo, certo, le alleva dentro strutture apribili e scomponibili, diverse dai nidi naturali (che però sono diventati una rarità a causa delle avversità che rendono quasi necessario l’intervento riparatore dell’apicoltore) e con una densità sul territorio che forse le api non cercherebbero; sicuramente le espone a degli stress o a delle sfide che però non possono non sostanzialmente assecondare la loro natura, e che le api sembrano accettare continuando a manifestare, nella nuova situazione di volta in volta creata dall’uomo, la loro natura, mostrando “sofferenza” solo quando l’apicoltore esagera nel pretendere o non calcola le avversità naturali.  E’ la “sofferenza” dell’intero alveare, più che della singola ape, quella che è evidente agli occhi dell’apicoltore, ed è una sofferenza che sembra manifestarsi più attraverso una condizione oggettiva (di scarso sviluppo di una colonia d’api) che da segnali soggettivi. Per i biologi l’alveare è un “superorganismo”, di cui la singola ape è una cellula, e dunque sembrerebbe essere l’alveare l’”individuo”. Questo è un modo di vedere che può coincidere con l’esperienza quotidiana dell’apicoltore, il quale sa che un’ape che non possa rientrare all’alveare non sopravviverebbe sola, sa che la vita di un’ape non supera i 45 giorni d’estate e che il ricambio è continuo, dunque l’”individuo” è molto fluido, è un “fiume in cui non si riesce a bagnarsi due volte” e che solo la sparizione della regina condanna –in assenza di un eventuale intervento proprio dell’apicoltore- l’alveare alla sparizione. Soffre la singola ape? Da alcuni studi sembrerebbe di sì, che sia in grado cioè di produrre sostanze autoanestetizzanti collegate all’esperienza del dolore. La contorsione di un’ape che è stata schiacciata per sbaglio potrebbe suggerire agli occhi dell’apicoltore sia un dolore che una semplice reazione spontanea. Di sicuro non è un bello spettacolo e l’apicoltore coscienzioso (quindi non ciascun apicoltore) tenderà a rendere minima questa possibilità, che comunque è inevitabile anche se non voluta. E’ un po’ come quando sono costretto a rincasare in auto, la sera dopo una pioggia, in una strada invasa dalle rane: per quanto cerchi di evitarle, mi fermi ogni tanto, persino scenda a spostarne qualcuna, qualcuna nascosta in una pozzanghera finirà per rimanere schiacciata.

L’apicoltore è  in genere un tipo di allevatore che tende ad avere un rapporto affettivo con l’oggetto del suo allevamento, a entrare in sintonia profonda con le api, a cercare di capirle. Certo, ne ricava un prodotto e un sostegno per sopravvivere, ma conservandole e cercando di proteggerle dalle avversità, costretto ad assecondare la loro natura.

Fino a qui ho guardato il problema da un’ottica autoassolutoria. E’ però vero che tra gli apicoltori, non tutti hanno lo stesso livello di rispetto per le api, gli stessi scrupoli,  e qualcuno potrebbe dire: siccome non sono in grado di sapere da che tipo di apicoltura provenga un vasetto di miele, mi astengo dal consumarlo tout court. Questo farebbe di ogni erba un fascio e, se diventasse un atteggiamento diffuso, penalizzerebbe soprattutto chi ha scrupoli e cura, che comportano dei tempi e dei costi più alti.

In che cosa l’allevatore di api può ricalcare quello di un allevatore di animali che vengono poi macellati?

Forse in un modo di pensare irriflesso  che dà per scontato possesso e dominio, e che può non implicare o invece implicare delle conseguenze pratiche nel tipo di gestione (si puo’ discutere l’uso di inseminazione strumentale delle api regine, l’eutanasia di alveari colpiti da malattie contagiose, il taglio delle ali della regina, certe pratiche estreme come l’impollinazione del mandorlo in California, che presuppongono la sparizione di un gran numero di alveari per poi ricomprarli per l’anno successivo, l’ estrazione del veleno d’ape tramite un leggero shock elettrico, la nutrizione con sciroppi di zucchero, la selezione delle api regine su tratti “estremi” e cioè in funzione della sola produzione, ecc., tutte cose che non sono costituenti necessarie dell’attività dell’apicoltore).  L’atteggiamento di dominio verso il mondo animale può esistere, nell’apicoltore, come una convinzione militante come quella dei cattolici per cui solo l’uomo e non l’animale è fatto a immagine e somiglianza di dio, o come una convinzione razionalista per cui bisogna dare da mangiare al mondo, o altrimenti come un portato culturale vissuto passivamente e da cui è possibile recedere e che può non avere  affatto un riflesso pratico nel rapporto con le api.

Se il concetto stesso di allevamento fosse il peccato originale, potrebbe essere messo in discussione anche il rapporto con gli animali da compagnia, che tra l’altro, nello stato attuale (e cioè in attesa che vengano eventualmente rieducati a predare e a trovarsi il cibo da soli), presuppongono l’esistenza di allevamento di animali che vengono macellati per nutrirli.

Per questo è possibile che la natura di un allevamento con tante differenze,  particolarità, contraddizioni come quello delle api possa aiutare ad articolare, in termini più concreti di quanto apparentemente avanzati  finora, una critica all’allevamento come espressione di dominio. Un dominio che può anche essere visto non limitatamente al mondo animale, ma dell’intero mondo della natura, e che forse esige una critica nella sua interezza.

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