Intervista a Marco Reggio di Abolizione della Carne

Fonte intervista: epineo.blogspot.it
Il post Settimana mondiale per l’abolizione della carne ha mosso diverse critiche costruttive, né troppo pro e né troppo contro, dimostrando secondo me che la voglia di affrontare il problema c’è, nonostante le soluzioni ad ora sembrino utopistiche e poco realizzabili. Di sicuro la maggior parte dei lettori ritiene che l’argomento e la settimana di sensibilizzazione siano un modo per conoscere la questione e farci dei ragionamenti. Sarebbe troppo semplicistico dire “si ok domani si parte con la conversione!”, ma allo stesso tempo sarebbe irresponsabile in una società civile non considerare “il mangiare carne”, con tutto ciò che ne deriva, come un problema. Rimando, in particolare per chi non è dentro l’argomento, a Il nostro pane quotidiano per capire quali sono i numeri dello sterminio in Italia.
Veniamo allora a questo post. I ragionamenti intorno al problema, condivisi anche da altri lettori, mi hanno indotto a capire di più e a chiedere lumi a Marco Reggio, un attivista antispecista e redattore del blog Aboliamo la carne, che fa parte dell’associazione Oltre la Speciee organizza in particolare le giornate per l’abolizione della carne a Milano. A livello nazionale non esiste un’organizzazione vera e propria, ogni gruppo locale è autonomo, anche se il gruppo di Milano raccorda un po’ di cose, diffonde informazioni, tiene qualche contatto internazionale, e poco più.Ho conosciuto Marco col mio precedente lavoro, siamo in contatto da un po’ di anni e la nostra conoscenza non è fondata sulle tematiche vegane e animaliste, ma col tempo abbiamo scoperto che avevamo qualcosa da condividere oltre al nostro lavoro.
Non ho quindi esitato a contattarlo e a porgli qualche domanda che potete leggere di seguito.EpiNeo. Chi siete e quali obiettivi vi ponete?
Marco. Il movimento per l’abolizione della carne è fatto da tutte quelle persone che, in vari paesi del mondo, condividono una precisa rivendicazione: poiché la produzione di carne implica l’uccisione degli animali che vengono mangiati, poiché essi soffrono a causa delle condizioni in cui vivono e in cui vengono messi a morte, poiché il consumo di carne non è una necessità, poiché gli esseri sensibili non devono essere maltrattati o uccisi senza necessità, l’allevamento, la pesca e la caccia di animali per la loro carne, così come la vendita ed il consumo di carne animale, devono essere aboliti.
Si può dire quindi che rivendichiamo l’abolizione della pratica che miete più vittime fra gli animali: si stima infatti che oltre il 99% degli animali uccisi vengano uccisi per l’alimentazione umana. Al tempo stesso, il sistema degli allevamenti, dei macelli, della pesca, è altamente strutturato e istituzionalizzato: è un pilastro portante delle economie odierne, sostenuto da sussidi, aiuti governativi, complicità fortissime in ambito scientifico (si pensi ai medici), legislativo, mediatico. Per questi motivi, pensiamo che il tema della carne e dei “derivati” animali sia un tema che debba acquisire centralità soprattutto nella prassi animalista, tradizionalmente molto più attiva e determinata su altri fronti (vivisezione, pellicce, circhi, per esempio).
Bisogna considerare che, soprattutto nei paesi più industrializzati, sta emergendo una coscienza nei confronti della sofferenza animale senza precedenti, testimoniata non soltanto dal numero crescente di vegetariani, ma anche dagli umori dell’opinione pubblica in generale. Se è vero infatti che molte persone per ragioni complesse, legate alla distribuzione del cibo, a meccanismi di marginalizzazione dei vegetariani, a motivi culturali, non modificano il proprio stile di consumo smettendo di mangiare animali, è anche vero che soprattutto gli aspetti più orribili dello sfruttamento animale vengono accettati a stento. Difficilmente al giorno d’oggi si può pensare ad un animale non umano come ad una “macchina” o come ad un oggetto in senso stretto. Non è un caso che le istituzioni e l’industria della carne propongano sempre più spesso, come “alternativa” alla evidente barbarie degli allevamenti intensivi, la cosiddetta “carne felice”: galline allevate a terra, bovini che pascolano, strutture attente al “benessere” degli animali che finiranno al mattatoio, macellazioni “umanitarie” o a km zero, e così via. Le coscienze scandalizzate dalla sorte degli animali possono così acquietarsi e continuare a consumare i corpi di quegli stessi animali (alcuni attivisti italiani hanno creato un progetto proprio per denunciare questa tendenza a propagandare la “carne felice”: si veda www.bioviolenza.blogspot.com).
Di fronte ad un sistema di produzione così radicato, pensiamo che la strategia di “convincere” le singole persone a diventare vegetariane, cioè a modificare i propri consumi, non sia sufficiente. Da una parte, è utopico pensare che un cambiamento sociale possa davvero avvenire, in un clima sfavorevole, per la somma dei cambiamenti individuali. Dall’altra, non crediamo che una questione così importante possa essere demandata alla buona coscienza dei singoli consumatori. Preferiamo quindi parlare ai singoli non in quanto consumatori, ma in quanto cittadini, cioè in quanto membri di una collettività.
Per fare un paragone quasi banale, la schiavitù non è stata abolita perché alcune persone esortavano le altre a non consumarne i prodotti (cotone, tabacco, etc.), ma perché è stata messa in discussione esplicitamente la pratica stessa di privare della libertà degli individui.
EpiNeo. Siete appoggiati da qualche gruppo politico che possa darvi una mano?
Marco. No. Credo che in questo momento la richiesta che rivolgiamo alla società sia soprattutto una richiesta di prendere in considerazione questo tema, di ammetterlo nell’ambito della discussione politica. Certamente, accade nella storia che dei gruppi politici possano portare avanti anche delle battaglie che non hanno un immediato sbocco legislativo, ma per quanto riguarda la questione animale bisogna ricordare che nello schieramento partitico non esistono forze realmente sensibili al tema. La destra, benché talvolta si distingua nell’attenzione alla protezione degli animali (soprattutto domestici) ha nel suo DNA il mantenimento dei rapporti di forza vigenti, dello status quo, non certo della difesa dei più deboli. La sinistra, dal canto suo, che pur con molte contraddizioni proviene da una storia di lotta contro le disuguaglianze, sembra non saper dar voce in alcun modo alla sofferenza di questi soggetti, gli animali non umani, che abitano con noi il territorio, ma che non possono scegliere pressoché nulla nella propria esistenza: come vivere, con chi stare, quando morire. A prescindere dai partiti, comunque, se il dibattito politico non comprende la questione della legittimità di allevamenti e macelli, è anche perché noi stessi abbiamo per troppo tempo posto il problema in termini individuali, appunto, quasi come se il vegetarismo ed il veganismo fossero dei fatti “intimi”.
EpiNeo. Le associazioni straniere vostre gemelle, quali risultati hanno raggiunto? C’è qualcuno che è riuscito a fare qualcosa nel concreto?
Marco. La rivendicazione viene fatta propria da associazioni e gruppi informali in vari paesi del mondo, anche extraeuropei (vi sono state manifestazioni in tutti i continenti), ma i gruppi più attivi sono in Francia, Italia, Germania e Svizzera. In questa prima fase (le prime giornate sono state organizzate nel 2009) i principali obiettivi sono quelli di diffondere questa rivendicazione negli ambienti animalisti, e di denunciare la sofferenza animale all’interno della società. In questo senso, alcuni momenti di mobilitazione (come le tre settimane annuali di eventi per promuovere l’abolizione), hanno fatto emergere la tematica sui mass-media. In Francia, in particolare, la rivendicazione – seppur promossa da una piccola minoranza – ha suscitato reazioni da parte degli stessi rappresentanti dell’industria della carne, che è molto attiva nella promozione della propria produzione tramite pubblicazioni, campagne stampa, collaborazioni con le istituzioni. Non credo però che si possa pretendere molto di più in questo momento, a meno che il movimento stesso non riesca a darsi degli obiettivi “intermedi” praticabili, con risultati perseguibili se non nel breve almeno nel medio termine.
EpiNeo. Come si svolge una vostra tipica manifestazione?
Marco. Durante le settimane di mobilitazione vengono organizzati eventi di vario tipo: dai volantinaggi ai banchetti informativi, dai cortei ai presidi, alle conferenze. La modalità più incisiva, che in qualche modo caratterizza il movimento, è però quella del presidio statico, durante il quale gli attivisti rappresentano simbolicamente il massacro degli animali in diversi modi. Spesso vi sono persone “confezionate” in grandi scatole di polistirolo, proprio come le confezioni di carne del supermercato, con sangue finto ed etichette: il “prodotto-carne” viene quindi mostrato in una luce diversa, giocando sull’affinità fra corpi umani e non, e cercando di rendere evidente la sua connessione con una vita spezzata. In altri casi sono stati organizzati presidi muti, con veri e propri funerali agli animali uccisi per il cibo, o con persone incatenate e mascherate. In Francia sono stati anche portati in piazza i corpi senza vita di alcuni animali morti recuperati fra gli “scarti” dell’industria carnea, un’azione di particolare impatto. A Milano, il 4 febbraio, rappresenteremo invece questa strage predisponendo una vera e propria “scena del crimine”, dove le sagome dei morti saranno naturalmente sagome di galline, mucche, pesci, conigli, per mostrare che questa pratica apparentemente “normale” è di fatto un crimine che miete più vittime di qualsiasi guerra, e per il quale le prove sono lampanti!
EpiNeo. Capita che qualche persona, che conosca o meno il tema, rimanga contrariata da una manifestazione in cui si inscenano finti massacri, o finte confezioni di carne con all’interno finti animali o esseri umani. A volte perché lo ritengono un metodo troppo forte, offensivo, altre perché viene considerato un modo “violento” di risvegliare la consapevolezza nelle persone. Mi sapresti dare la tua opinione a proposito? Avete avuto problemi durante queste manifestazioni?
Marco. Capita spesso! Si può dire che quasi tutte le forme di protesta intraprese dai vegetariani e dai vegan (non solo nell’ambito del movimento per l’abolizione della carne) suscitino fastidio o rabbia. Per esempio, mostrare foto o video di quello che avviene realmente nei macelli, in ogni minuto, in ogni secondo della giornata, è considerato un atto “aggressivo”. Per certi versi, è giusto definirlo così: costringere – anche se non in senso stretto – i passanti a vedere quello che normalmente non viene mostrato nelle pubblicità popolate di polli ruspanti o felici mucche al pascolo è un atto forte, senza dubbio. Ma bisogna anche notare che la violenza di queste immagini è poca cosa al confronto della violenza delle azioni che questi immagini riproducono. In altri casi, le tecniche di rappresentazione di questa enorme ingiustizia sono simboliche, eppure suscitano un certo rifiuto da parte di alcuni. Di solito, queste rappresentazioni giocano sull’analogia fra vita umana e vita non umana. Persone incatenate e mascherate con maschere bianche tutte uguali e numeri di matricola sul petto, a richiamare contemporaneamente la condizione degli umani nei lager e quella degli animali negli allevamenti; militanti “confezionati” nelle vaschette con etichette che esplicitano il paragone (“carne umana da allevamento biologica”, “umano DOC, allevato all’aperto, confezionata in Italia”, etc.); “scene del crimine” con le sagome degli animali; letture di testi sui campi di concentramento nazisti e la condizione degli animali da carne; attivisti muti e fermi con le bende sugli occhi e le mani dipinte di rosso, a simboleggiare la condizione del consumatore di carne che non può o non vuole sapere da dove arriva la bistecca che ha nel piatto: si tratta in molti casi di manifestazioni visivamente non troppo impressionanti, eppure non sempre le reazioni sono di riflessione o di accettazione. Credo che questo dipenda da una forte predisposizione culturale a rifiutare l’analogia fra umani ed altri animali: il clima ultra specista che contraddistingue le nostre società fa sì che anche solo ricordare che uomini e donne sono comunque animali fra gli altri animali (dato di fatto di per sé banale, almeno da Darwin in poi!) sia un atto rivoluzionario, difficile da digerire. Se poi si arriva a dire, proprio a ridosso della Giornata della Memoria, che “nei confronti degli animali tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno” (I.B.Singer), è chiaro che in qualche modo si demoliscono le certezze dei cittadini dei paesi democratici, in cui si pensa che l’olocausto hitleriano sia stato soltanto un incidente della storia ormai superato. Ma in effetti, per certi versi, la condizione in cui viviamo non è troppo diversa da quella delle popolazioni della Germania o della Polonia di quegli anni: intorno a noi, ovunque, si trovano campi di sterminio di animali, perfettamente legali, che facciamo finta di non vedere tanto è l’orrore che li contraddistingue. Noi pensiamo che non si possa tacere di fronte a questo fenomeno, e forse è inevitabile urtare la sensibilità di qualcuno. Ma in generale non c’è un’opinione unanime fra gli animalisti: alcuni pensano appunto che sia quasi “terapeutico” mostrare immagini forti o slogan espliciti; altri ritengono piuttosto si debba proporre spunti di riflessione meno “diretti”.
Certo, non sempre è facile far capire alle persone “comuni” che la nostra denuncia non è un atto di colpevolizzazione dei singoli (benché i singoli abbiano la possibilità, quanto meno, di non essere direttamente complici di questo massacro comperandone i prodotti). Anche se ci sforziamo di porre l’accento su un mutamento generale della produzione, del clima sociale, delle norme collettive, l’esposizione pubblica di questa tragedia viene spesso recepita come un’implicita accusa all’interlocutore. Questo deriva forse, in parte, dal fatto che gli animalisti si sono tradizionalmente posti in modo moralistico, giudicante, appunto, nei confronti dei carnivori (dimenticando che sono stati carnivori loro stessi, un tempo). Dall’altra parte, però, è evidente che molte persone vivono una contraddizione personale, un senso di colpa latente, che li fa reagire male di fronte alla nuda realtà. Ma questo, forse, è un buon segno rispetto all’indifferenza…
EpiNeo. Ti chiedo qualcosa che sta a cuore a molti come me, che ritengono che sia tutto molto bello, ma utopistico nell’immediato. Se fosse legiferato in merito da un giorno con l’altro cambierebbe la vita di moltissime persone (oltre che di moltissimi animali!). Grandi aziende di produzione del bestiame da dismettere e bonificare. Riconvertirle in aziende di altro tipo (frutta e verdura?). Nel frattempo per diversi mesi (o più) tutte le persone impiegate nella filiera della produzione di carne non avrebbero un lavoro.
Vorrei capire se ci sono piani concreti per la conversione, per fare in modo che non si proponga una cosa che va bene solo sulla carta. Se si avesse un piano di azione, per coloro che sono contrari non vi sarebbero molti alibi. Mi sai dire qualcosa in merito?
Marco. Questa è una domanda che talvolta viene posta agli animalisti stessi. In un certo senso, non credo che sia nostro compito rispondere, o almeno rispondere in maniera compiuta. In primo luogo, se concordiamo sul fatto che una determinata pratica è moralmente inaccettabile, la sua abolizione non può dipendere dalle alternative proposte. Per esempio, se siamo contro la schiavitù, lottiamo per l’abolizione indipendentemente dal fatto che esistano alternative già pronte per la produzione del cotone. In secondo luogo, se la società arriva a concordare sull’abolizione della carne, la sua attuazione concreta dovrà essere presa in carico dalla società nel suo complesso e non dagli “animalisti”. Detto questo, è importante far notare che questo processo è di per sé possibile, anche se non possiamo prevederne i dettagli. Per prima cosa, non è verosimile pensare che possa avvenire da un giorno all’altro: inevitabilmente sarà un processo graduale, non scevro da contraddizioni. A livello generale, ci sarebbero tre grandi problemi: il cambiamento generalizzato dello stile di vita, la riconversione della produzione con tutto ciò che comporta per i lavoratori, e il destino degli animali attualmente imprigionati. Per quanto riguarda lo stile di vita, la produzione di cibo e la distribuzione dovrebbero adeguarsi (ma, appunto, non da un giorno all’altro) alla mancanza di prodotti animali, rendendo quindi “normale” per tutti la dieta vegan. Attualmente, infatti, non è sempre facile trovare prodotti, soprattutto lavorati, senza derivati animali; la ristorazione pubblica offre poche alternative; i costi di alcuni prodotti vegetali sono gravati da tasse più alte dei prodotti animali o dalla scarsa produzione. È evidente che in un contesto radicalmente mutato la dieta vegan sarebbe una cosa normale e alla portata di tutti. Per quanto riguarda la riconversione, è chiaro che si amplierebbe il mercato dei cibi vegetali, e questo settore costituirebbe in parte lo sbocco dei lavoratori stessi. Un altro sbocco può essere pensato se consideriamo il terzo problema: la sorte degli animali. A lungo termine, sarebbe decisivo non far riprodurre – come invece avviene ora – gli animali da carne, latte e uova, affinché nel giro di una generazione non siano più presenti miliardi di capi di bestiame non adatti, perlopiù, a vivere in libertà. Agli animali ancora in vita dovrà però essere garantita un’esistenza il più possibile serena e libera, ed una morte il più possibile “naturale”. Le istituzioni dovranno quindi destinare risorse a questo scopo, e gli stessi terreni in cui un tempo venivano allevati degli schiavi per mandarli a morte potranno in molti casi essere delle oasi in cui accudire gli “scampati” al macello. Si può persino ipotizzare che alcune professionalità oggi al servizio di questa industria di morte potranno dare un contributo positivo a questo processo (veterinari, etologi, altre professioni specialistiche legate all’allevamento).
EpiNeo. Cosa può fare una persona interessata al problema per aiutare a far si che si concretizzi la proposta di abolizione della carne?
Marco. La cosa più importante da fare, al momento, è rivendicarla apertamente: non avere il timore di esprimere la propria posizione in merito, stimolare il dibattito, partecipare alle iniziative che chiedono l’abolizione degli allevamenti, della caccia e della pesca, esprimere il proprio vegetarismo o veganismo non come una scelta fra le tante ma come una presa di posizione “politica”, cioè di protesta verso una pratica che non è la crudeltà di qualche persona cattiva, ma è una vera e propria istituzione. Questo significa anche, in un certo senso, non indulgere troppo nella colpevolizzazione dei singoli, come se ognuno fosse responsabile di tutto questo male, ma chiedere un cambiamento sociale generale. Questo significa, soprattutto, scendere in piazza con chiarezza e fermezza. Se non lo facciamo noi che abbiamo scelto di dare voce agli animali sfruttati, chi può farlo?
EpiNeo. Marco, ti ringrazio per le risposte esaurienti e il tempo che mi hai concesso. Adesso ho idee più chiare sulle vostre proposte, sulle motivazioni e sui modi e tempi di realizzazione del cambiamento. Il vostro blog è sempre linkato qui a lato, chiunque capiti qui potrà raggiungervi. A presto, ciao!
Marco. Grazie a te e… a presto!
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Comments
6 Responses to “Intervista a Marco Reggio di Abolizione della Carne”
  1. EpiNeo ha detto:

    Ciao Leonardo,
    se non hai tempo di rispondermi faccio da solo e mi metto un link al mio blog, non ne avere a male, giusto per correttezza. 🙂

    fonte dell’intervista: epineo.blogspot.it

    Grazie, ciao!
    EpiNeo

  2. Leonardo Caffo ha detto:

    faccio subito. per il futuro se vuoi scrivere a me, scrivi a me 🙂

  3. spike ha detto:

    sulla faccenda delle specie edibili etc.

    1) si tratta di un dato di dominio pubblico di tipo banale, una fonte (o cinquemila) sarebbe inutile. Che la stragrande parte delle specie vegetali non siano commestibili è testimoniato dalla millenaria abitudine umana di sterminare tutte le specie di un’area selvaggia per sostituirle con poche decine di coltivazioni per noi edibili (grano, patate, mais etc.etc.). La ragione della non edibilità è quasi sempre banale: il legno è duro e non lo mangi / l’erba è fibrosa e non la digerisci. Anche la non domesticabilità delle specie vegetali è un problema. Esistono specie che sono solo selvatiche. Potremmo anche mangiarle, ma non variarne l’output perchè non sono coltivabili.

    2) che gli animali di allevamento siano spesso alimentati anche con proteine animali non significa assolutamente niente se non che siamo bravi a riciclare i loro resti in via diretta senza attendere che si decompongano nel terreno per essere mangiati come vegetali da altri animali selvatici. Non c’entra assolutamente nulla con la sostenibilità o meno del veganismo.

    3) l’insostenibilità del veganismo integrale assieme alla teoria dei diritti animali è nel fatto che per mangiare tutti solo vegetali (vietando di mangiare carne o convincendo tutti a non mangiarla!) dovremmo sterminare del tutto le specie vegetali non edibili per fare un mondo a biodiversità controllata in cui si coltiva tutto con ciò che per noi è edibile. La superficie di foresta originaria non è edibile per l’uomo. Per questo dovrebbe sparire.

    Alcune conseguenze:

    – diminuzione della massa dei vegetali viventi: un campo coltivato in termini di vegetali viventi è quasi vuoto rispetto a una foresta pluviale alta trenta metri.

    – massacro degli animali dovuto ai cambiamenti di habitat determinati dalle coltivazioni

    – ostacolo all’attività umane (es. la vacca sacra in india ferma i treni se è sul binario)

    – cambiamenti climatici (si può opporre all’attuale teoria del global warming che la CO2 non sia derivante da attività umane, tuttavia se si eliminassero le foreste indubbiamente il bilancio chimico dell’atmosfera cambierebbe pesantemente e con esso il clima, anche se non sappiamo come)

    – induzione al controllo delle nascite (a più breve termine): la riciclabilità delle proteine animali diretta da te citata permette di concentrare in pochissimo spazio una produzione alimentare immensa ad impatto ambientale contenuto (non devi rialimentarli con vegetali, non del tutto almeno), ma in assenza dell’uso degli animali la caratteristica di molte specie non cereali di essere deperibili e non riciclabili (a meno di usare gli animali) determinerebbe un crollo dell’output alimentare e quindi accelererebbe il deperimento della sostenibilità di grandi numeri di uomini, con il corollario dell’alternativa fra guerre per sfoltirli o stati che controllino le nascite, stante l’improbabilità di una autoriduzione non costrittiva (sarebbe innaturale, l’uomo fa il contrario da sempre)

    – mutamento sistematico dello stile di vita, per cui ciò che oggi è contorno diverrebbe pietanza, con la sparizione totale di usi e costumi su di essa fondati. La cucina come la conosciamo scomparirebbe, e con essa tante altre cose. Non saranno cose indispensabili, ma sono cose culturalmente interessanti.

    tutto nel caso, ovviamente, prendessimo sul serio

    – veganismo
    – teoria dei diritti animali

    IN UN CONTESTO del tipo di cui si parla

    diverrebbe valida, a causa delle conseguenze di quel contesto, la frase “chi è vegetariano affama anche te digli di smettere”

    e sarebbe il motto del mio partito per il ripristino del diritto di cacciare e mangiare carne

    è per questo che personalmente considero un vegano una persona poco morale, viziata, stravagante, antipatica (io a casa mia cucino quel che mi piace e mi secca che un ospite mi costringa a una cucina diversa così tanto, magari senza preavviso) comunque poco attenta alle conseguenze del suo comportamento.

    Non vieterei MAI il veganismo.

    Come non vieterei mai di girare per il centro di roma con un H1 limousine

    certo a un tizio che gira con l’hummer limousine direi dietro che è un coglione che sta buttando rarissimo petrolio per una macchina orrenda, poco pratica e persino inquinante

    ecco penso di un vegano ciò che un vegano pensa di uno che guida il SUV

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