Le parole e le cozze

di Marco Maurizi


 

 

 

 

 

 

Il club meno esclusivo del mondo?

Lo confesso: sono sempre stato allergico ai gruppi, ai collettivi, alle associazioni, ai partiti, ai movimenti. “Incontro sempre la pressione compulsiva a consegnarsi, a partecipare: è qualcosa cui ho resistito fin dalla mia prima giovinezza”, diceva Adorno e non posso che sottoscrivere. Anche laddove c’è la più ferma e coraggiosa decisione di lottare per la Verità, il meccanismo identitario dei gruppi distorce questo nobile sentimento e fa sì che spesso si tenda a difendere esclusivamente quella “verità” che sostiene i nostri sforzi. “Quanta verità può sopportare un uomo?”, scriveva Nietzsche e anche qui non posso non sottoscrivere. Si è disposti ad accettare solo la verità che ci identifica, che ci fortifica, che al limite ci motiva e ci spinge ad agire.

Con questo non voglio affatto dire – non vorrei incorrere negli anatemi di Leonardo Caffo – che la verità “non esiste”. Si tratta di un pensiero che, prima di essere banalmente auto-contraddittorio, è anche stupido. La verità esiste eccome, altrimenti non potremmo aprire nemmeno bocca o muovere un passo, ma il problema è: quale “uso” facciamo della verità? Perché, come vorrei cercare di argomentare, la verità è ciò di cui massimamente non si può fare “uso”. Nemmeno a scopi benefici, sia chiaro, anzi questo è il supremo inganno che dobbiamo smascherare.

Ma vediamo di parlare chiaro, di chiarire la posta in gioco. Parliamo come mangiamo. Ecco, infatti, parliamo proprio di loro, cioè di noi – o forse dovrei dire di “noi” – i vegani. Dico “noi” perché soprattutto in questo caso l’identificazione con un gruppo, per quanto inevitabile, mi riesce difficile. So che se mi limitassi a dire che non condivido molte delle cose che “si” pensano in questo gruppo (cioè che non vengono pensate) rischierei di suonare schizzinoso e snob. Ma c’è dell’altro che forse potrebbe mitigare questa sgradevole impressione di elitarismo: ovvero il fatto che ciò che non viene adeguatamente pensato è che proprio questo gruppo identitario non dovrebbe esser tale, poiché ha la propria ragion d’essere nella negazione di ogni identitarismo. Se si riuscisse a pensare questo fino in fondo troverei finalmente un gruppo di cui poter far parte. Cioè un non-gruppo, un anti-gruppo. Farei parte in pieno di una cosa che non ha bisogno che io ne faccia parte. Ricordate la famosa battuta di Marx (Groucho, in questo caso) “non entrerei mai in un club che accettasse me come uno dei suoi membri”? Ne avremmo risolto il paradosso!

Per arrivare a pensare questo, tuttavia, bisogna non aver paura della verità. Ecco il punto. Perché quando dico “pensato fino in fondo” l’antispecismo porta al rifiuto di ogni identitarismo significa che spesso non si ha il coraggio di arrivare a pensare questo, perché si ha paura, appunto, di perdere ogni punto di riferimento. Cosa c’è di più terribile di perdere la propria “identità”? E poi, se si perde la propria identità, come si può agire in modo efficace? Ma obiettando così si confonde “identitarismo” con “identità”. Rinunciare all’identitarismo non significa rinunciare all’identità. Al limite, significa rinunciare alla fissazione all’identità, ad un’identità intesa in senso assoluto, contrapposta rigidamente al non-identico, all’altro, insomma un soggetto chiuso e serrato in se stesso.

In effetti, se l’antispecismo è il movimento che mette radicalmente in questione il confine dell’umano, non per “cancellarlo” ma per mostrarne l’apertura, la porosità, lo sfaldamento costitutivo e incessante, esso è un pensiero fondato sul non-identico, su ciò che resiste all’impulso alla fagocitazione e all’assimilazione.

Eppure l’esperienza che costantemente accade di fare anche in questo ambiente è l’esperienza di una fissazione all’identità. E lo si vede proprio nel rapporto con la verità. Perché chi ha paura di perdere la propria identità ha paura della verità che nega questa identità e, dunque, si aggrappa ad una “verità” che gli possa garantire il perpetuarsi dei propri riti di auto-conservazione. Ecco un “uso” della verità che, anche se condotto a fin di bene, è sbagliato sia da un punto di vista teorico che etico.

La volontà e la verità

Torniamo allora al nostro Nietzsche. La verità che l’uomo non può sopportare è la verità su di sé. Non si vuole ammettere che dietro il proprio discorso c’è una volontà di affermare se stessi, perché spesso questa volontà è sconosciuta anche e proprio a chi la enuncia. Quando si argomenta in favore dei “nobili” ideali della “patria”, della “famiglia”, della “morale” – e, avrebbe aggiunto il cinico Nietzsche, dell’ “umanità”, della “libertà”, della “democrazia” e del “comunismo”…e, aggiungo io, della “liberazione animale” – in realtà non si fa che difendere un interesse, qualcosa cui si vuole credere. Quanta meschinità, dice Nietzsche, c’è dietro ogni facciata moraleggiante, quanta miseria e grettezza dietro ogni ideale sbandierato. E per superare questo dissidio tra la verità che diciamo di servire e la volontà che la fa schiava dei propri calcoli, occorre strappare il sipario delle parole nobili e vuote, far saltare il palcoscenico dove le maschere sociali si sbracciano pateticamente e affermare questa nuda e cruda volontà come l’unica sorgente di ogni valore e verità. Certo, Nietzsche intende superare il dissidio tra verità e interesse non per sacrificare la verità, quanto per sostituire al meschino interesse occulto una volontà creatrice e sublime. Di fronte al calcolo gretto che ci fa ritenere vero solo ciò che ci conferma nella nostra identità, Nietzsche accoglie il rischio di un gesto aristocratico e creatore che si fa beffe di ogni calcolo e rassicurazione. Volere il superamento di se stessi, volere l’oltre-uomo.

La visione nietzschiana è stata ripresa da diversi filosofi del ‘900 – come Foucault e Deleuze – che tuttavia ne hanno dato una lettura più “democratica”. Sono quelli che Jan Rehmann chiama i “nietzscheani di sinistra”. In particolare, Foucault ha ripreso il tema del rapporto tra verità e volontà generalizzandolo e mostrando come il sapere sia in stretto rapporto con il potere. Il potere, anzi, si esercita non solo attraverso la costrizione dei corpi, ma prima ancora attraverso la loro classificazione in un sapere, attraverso le parole che li descrivono e li mettono in un certo ordine, li sottopongono a certe discipline, li esercitano e li addestrano a certe finalità determinate dal potere stesso attraverso strategie discorsive. La verità sarebbe dunque sempre una certa “verità” funzionale ad un determinato discorso, ad un determinato sapere, ad una determinata costellazione di rapporti sociali. Il discorso è a ben vedere una macchina, un dispositivo che produce effetti di verità o la verità come effetto.

Facciamo un esempio. Siamo abituati a pensare che la natura si divida in “regni”. Il regno “minerale”, “vegetale” e “animale”. Questo discorso, apparentemente neutrale, costituisce un meccanismo che produce effetti-di-verità. Classificando la realtà naturale secondo schemi di comodo siamo in grado di gestirla come meglio ci aggrada. E la “verità” di questo discorso è talmente forte da costituire una sorta di apriori storico, cioè vale per tutti coloro che pensano dentro di esso, anche per coloro che sono convinti di sfuggirgli e magari lo criticano. Come antispecisti, ad esempio, siamo abituati a lottare contro chi vorrebbe suddividere il regno “animale” in due parti, gli “umani” da un lato e i “non-umani” dall’altro. Contestiamo questa arbitraria distinzione, smascherandola come un discorso falso fondato su una volontà ben precisa, un interesse alla sopraffazione. Non neghiamo che esistano differenze che possano, in teoria, giustificare quella distinzione, neghiamo però che possano giustificare quella volontà di sopraffazione. Dunque, la verità (le differenze esistenti in natura) viene “usata” da quel discorso e trasformata in “verità” (la gerarchia morale tra umani e non-umani). Tutto a posto, dunque? I buoni da un lato, i cattivi dall’altro? Mica tanto. Infatti anche noi, quando dobbiamo giustificare a nostra volta il nostro agire in favore degli animali non possiamo che riferirci a questo discorso di cui usiamo gli effetti-di-verità. Ad esempio quando distinguiamo tra “animali” e “piante”. Non intendo qui assolutamente riprendere il trito argomento della carota, bensì quello, forse altrettanto trito, ma più interessante, della “cozza”. I molluschi infatti non possono essere a rigore fatti rientrare né nella categoria delle piante, né in quella degli animali e quindi rappresentano un problema ed una sfida per il pensiero classificatore. Ora, mentre al discorso proprio del potere antropocentrico questa distinzione non fa problema – poiché ad essa basta porre il discrimine tra umano e non-umano per poter agire indisturbato – a noi (a “noi”) invece questa distinzione preoccupa un po’. In effetti, ci troviamo costretti ad usare lo stesso criterio di demarcazione che critichiamo negli specisti per poterne contrastare il discorso, mostrandoci così noi stessi vittime della logica divide et fagocita di cui si serve lo specismo. Cercare attraverso la scienza un criterio oggettivo di demarcazione tra i soggetti morali e il resto del vivente non ci fa uscire da questo problema, poiché la distinzione per essere moralmente rilevante deve già essere classificata all’interno di un criterio di orientamento morale. Dunque siamo presi in questo discorso e l’unica cosa che possiamo fare è rivolgerlo contro il potere sottomettendoci però alla sua logica binaria e dominatrice. Saremo certo meno violenti salvando gli “animali” e sacrificando le “piante”, ma comunque non agiremo secondo una logica diversa: semplicemente cambieremo l’interesse che c’è dietro il discorso del potere specista allargandolo un po’ (magari includendo i “molluschi” nella categoria “animali”). Difenderemo la nostra congregazione di vegani, la nostra “verità” da vegani e il nostro interesse di vegani. E verremo accusati, prontamente, dai fruttariani di agire secondo la logica specista. E i fruttariani verranno accusati dai nichilisti ed estinzionisti di fare lo stesso e così via fino alla morte termica dell’universo. Tutti “usano” della verità, trasformandola in “verità” e non sembra esserci discorso che possa sottrarsi a questo destino.

Fermiamoci qui. È chiaro che argomentando come fa Foucault, lo sottolineano spesso i filosofi amanti dell’oggettività, si perde ogni criterio di verità e ogni affermazione o negazione viene ridotta a misura di un interesse che si celerebbe dietro di essa in modo più o meno nascosto. Rispetto a Nietzsche abbiamo guadagnato in democraticità – siamo tutti sulla stessa barca e siamo tutti attori consapevoli o meno di strategie di sapere che fabbricano “verità” – però siamo col sedere per terra per quanto riguarda la possibilità di accedere ad una verità non toccata dall’interesse. Siamo condannati a fare “uso” della verità. Eppure, sottolineano sempre i filosofi amanti dell’oggettività, questa stessa teoria se vuole essere giudicata deve essere pur vera in un qualche senso. Non si tratta forse di una meta-teoria, di un meta-discorso che parla appunto del rapporto tra discorso e verità? In che senso, se ogni discorso è un dispositivo che produce effetti-di-verità, si potrà dire che questo stesso discorso è vero e non semplicemente “vero”? Foucault, occorre dirlo, non affronta adeguatamente questo problema e lo lascia irrisolto. Il suo sguardo si concentra sempre su strategie discorsive locali, determinate, limitate ad alcune epoche e passaggi storici, e si disinteressa di un discorso generale/generico sul rapporto tra verità e sapere. Ma in tal modo resta debitore di un fondamento adeguato del suo stesso discorso.

Smontare la macchina razionale dell’antropocentrismo

Lo so, taglio con l’accetta. E già so che Ermanno Castanò e Munus Umanus solleveranno delle obiezioni. Ma a me sembra evidente che qui ci sia un’aporia. Tanto lo sguardo “neutrale” di Foucault (che sembra una posa e sa tanto di retaggio positivista francese…una posa-positivista), quanto il suo concentrarsi sull’archeologia (invece di disegnare più ampi scenari genealogici), non possono aggirarla. E mi sembra altrettanto evidente che la soluzione dell’aporia stia nella Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer. Qui si opera una decostruzione ante litteram della razionalità senza rinunciare alla razionalità e dunque alla verità. Anche qui la razionalità viene ricostruita come il discorso che si articola attorno al potere, cioè al dominio: c’è un aspetto “manipolatorio” in ogni forma della razionalità (il suo aspetto tecnico, “strumentale”) che anche laddove ha una funzione accessoria rispetto alla razionalità oggettiva, metafisica, finisce per prenderne il sopravvento poiché non può arrivare a mettere in discussione ciò che Adorno e Horkheimer chiamano l’antropocentrismo di fondo della cultura umana. Si riconosce qui un fatto difficilmente aggirabile, ovvero che la razionalità si erge su uno strato profondo (ma non “originario”) che è il dominio sulla natura. E questo, il tassello che manca tanto a Nietzsche che a Foucault, fa la differenza (à la lettre).

Ciò che c’è di interessante qui è che il compito del pensiero diventa quello di pensare contro se stesso nella misura in cui la razionalità si smaschera come asservimento della natura attraverso la sua riduzione ad oggetto infinitamente manipolabile dal soggetto. Si tratta di pensare contro il dominio e dunque anche contro se stessi, poiché il dominio istituisce sé e l’altro come opposti e reciprocamente escludenti. L’umano e il non-umano vengono riconosciuti come costrutti storico-sociali e la loro opposizione denunciata come funzionale al potere antropocentrico. Ma in tal modo tanto l’identità quanto l’interesse che ad esso si accompagna vengono messi fuori uso nel loro potere disponente. L’interesse, infatti, in quanto interesse all’auto-conservazione è inseparabile dalla definizione oppositiva del Sé e del suo Altro (quest’ultimo inteso sia come altro umano che non-umano: l’io si contrappone agli altri umani nel conflitto sociale e agli altri non-umani nel conflitto di specie).

Da ciò si deducono due cose. La prima, che ogni politica di liberazione umana se non compie una critica dell’antropocentrismo, se rimane cioè “umanista”, sarà sempre una forma di cattiva coscienza: farà infatti sempre “uso” della verità, poiché dovrà giustificare sé e il proprio interesse contro l’altro non-umano. Ogni verità umanista, anche la più democratica, nobile e altruista, sarà sempre una “verità”, effetto di un discorso che ha alla propria base la contrapposizione gerarchica e violenta tra umano e non-umano.

La seconda, che ogni lotta di liberazione animale dovrà assumere un’ottica radicalmente non-identitaria se vuole sfuggire al paradigma che identifica il Sé solo attraverso la contrapposizione ad un Altro (umano e non-umano che sia). Non basta infatti affermare di voler porre fine alla violenza sul non-umano per fare in modo che questo discorso non ricada nella logica che dice di voler combattere. Solo la lotta contro ogni identitarismo può permettere a questo discorso di essere vero e non “vero”, cioè un discorso che funziona a copertura di un proprio interesse occulto.

Critica dell’identitarismo veg*ano

Torniamo dunque a “noi” vegani e al “nostro” particolare rapporto con la verità. Mi è capitato spesso di fare delle osservazioni critiche sul movimento animalista e di constatare come quello che dicevo venisse accolto con favore o sfavore a seconda che confermasse o meno la “verità” che sorreggeva il punto di vista di chi mi ascoltava. Con questo non sto dicendo che io in quel momento sostenessi la verità e chi mi ascoltava no, bensì che le mie critiche cercavano appunto di non fare “uso” della verità. La verità infatti non è una “cosa” ma è un modo di atteggiarsi del pensiero, appunto quello che scardina il rapporto tra identità-interesse-verità.

È da tempo, ad es., che vado dicendo cose apparentemente strane, tipo che veganismo e antispecismo non sono la stessa cosa (perché il primo è uno stile di vita e il secondo un modo di pensare i rapporti tra noi e il resto della natura), che occorre spostare l’accento dall’azione individuale alla trasformazione sociale collettiva (perché la prima, per quanto nobile e necessaria, rimane a livello di mera testimonianza), che gli argomenti diretti sono un vicolo cieco (perché rendono logicamente impossibile l’elaborazione di una strategia politica) ecc.

Non voglio sostenere che tutte queste tesi siano necessariamente vere nel senso che siano fattualmente “esatte”: posso sbagliare, anzi sicuramente sbaglio in molte cose che scrivo e dico. Ma sono tutte vere in un senso particolare, ovvero che sono dirette proprio ad evitare all’antispecismo il pericolo di cadere nell’identitarismo (aggiungerei “regressivo” se non suonasse pleonastico). Esse sono pensate per conservare il nucleo teorico dell’antispecismo facendo in modo che la sua prassi sia coerente con tale nucleo.

Perché dico questo? Perché ho notato come quelle tesi critiche venissero accolte con scetticismo o mal di pancia proprio perché impedivano l’auto-perpetuazione di un rapporto identitario alla verità.

Se dico, ad es., che veganismo e antispecismo non sono la stessa cosa, immediatamente il vegano “professionale” si sentirà minacciato da questo, perché vacilla l’identità su cui si fonda la sua visione del mondo. Se dico che l’azione individuale non è sufficiente alla trasformazione sociale, immediatamente chi dedica la propria vita all’azione etica individuale si sentirà minacciato nella sua prassi quotidiana. Se dico che gli argomenti diretti sono un boomerang politico, tutti coloro che fondano su questa teoria la propria azione perché sperano di realizzare un gruppo compatto di antispecisti che si contrapponga al resto della società, si sentiranno mancare il terreno sotto ai piedi.

In tutti questi casi ciò che è in gioco è proprio un certo rapporto tra verità e identità, perché ridurre l’antispecismo al veganismo, l’agire all’azione individuale o il ragionamento politico agli argomenti diretti significa affermare un’identità semplice e chiusa piuttosto che un’identità complessa, sfumata, aperta qual è quella indispensabile ad impostare una prospettiva autenticamente antispecista.

Ammettere che veganismo e antispecismo non sono sinonimi, significa essere vegani pur sapendo che non tutto ciò che si è e si fa corrisponde pienamente all’idea che si vorrebbe incarnare nel quotidiano, che c’è sempre uno scarto tra pensiero e azione. D’altronde, l’idea stessa del veganismo non nasce con l’antispecismo ma ha, di fatto, una storia indipendente ed autonoma: le prescrizioni alimentari legate al rifiuto di uccidere animali (il vegetarismo in primis) menano un’esistenza ben più antica dell’antispecismo che è stato teorizzato per la prima volta da Ryder e Singer tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70. È vero che il veganismo ha subito, a partire da questa teorizzazione, una spinta propulsiva ad affinare i propri presupposti, ma sempre rimanendo una pratica di vita e non una filosofia.

Ammettere che l’azione individuale non porta automaticamente la trasformazione che si auspica, né che è possibile trasformare la società convincendo gli esseri umani uno ad uno, significa ammettere che l’individuo non è tutto ma parte di un tutto che lo attraversa, lo costituisce, lo eccede: che c’è quindi uno scarto tra individuo e società. La concezione dell’individuo propria di molti animalisti è una concezione ottocentesca. L’individuo, che è la traduzione latina di “atomo”, indivisibile, può essere considerato una realtà sussistente di per sé, una monade chiusa in se stessa, solo aderendo al dogma del liberalismo classico. Contro questa concezione, democritea, dell’individuo, occorre oggi sposare una visione diversa, heisenberghiana, secondo cui l’individuo è un fenomeno “emergente” che esiste solo a partire da campi di forze interni (il conflitto conscio-inconscio, ad es.) ed esterni (le reti relazionali) che ne dissolvono l’apparente chiusura e autonomia.

Ammettere che gli argomenti diretti non solo non bastano ma sono addirittura controproducenti a realizzare il cambiamento desiderato, significa aprire il discorso e l’azione ad altre istanze che apparentemente non c’entrano con la questione animale che si vuole difendere: che c’è quindi uno scarto tra l’interesse all’auto-conservazione dei gruppi antispecisti e la liberazione animale come tale. Può sembrare ostico e anche contro-intuitivo che per salvare gli animali si debbano affrontare anche altre questioni, tradizionalmente legate alla politica “umanista”,ma è necessario. Anzitutto perché la questione animale non nasce, nè è pensabile in modo isolato dal resto delle questioni che attraversano la filosofia, la morale e la politica “umanista”. Pretendere di “sterilizzare” la questione animale da ogni influenza che essa può subire in questi ambiti significa non solo operare una nuova, surrettizia ed indebita espulsione dell’animale dall’umano (e sia pure per “salvare” gli animali) ma anche impedire alla questione animale di fecondare le tradizionali battaglie umaniste e magari cambiarne dall’interno la prospettiva. In secondo luogo, e più banalmente, appare ormai evidente che se si vuol davvero cambiare la situazione attuale degli animali non è più possibile accontentarsi della testimonianza individuale, occorre riconoscere l’ampiezza del problema, i limiti delle teorie e delle pratiche tradizionali e avere il coraggio di compiere il salto che porta dalla protesta disperata ad una proposta che offra una speranza. In che modo ciò possa concretamente avvenire non è chiaro nemmeno a chi scrive, è ovvio. Ma penso sia ormai evidente che se dobbiamo immaginare un mondo senza schiavitù animale dobbiamo prima essere in grado di immaginare e realizzare un mondo senza schiavitù.

Negare questi problemi perché si vuole a tutti i costi affermare la “verità” del veganismo e dell’antispecismo significa asservire la verità ad una volontà di affermazione di sé. Mancano cioè il coraggio e l’immaginazione necessari a portare il movimento fuori dalla dichiarazione di principi e verso il cambiamento reale che cerchiamo. Così, proprio coloro che sono più vicini alla verità rischiano di ricadere in una “verità” di comodo. Possono finire per scambiare l’interesse all’auto-conservazione del proprio gruppo per l’interesse degli animali non-umani, rendendo così falso e addirittura pernicioso il proprio agire “disinteressato”. Noi possiamo ben dire che parliamo e agiamo in nome e per conto degli animali non umani, tuttavia, se il nostro pensiero e la nostra azione non portano alla loro effettiva liberazione stiamo semplicemente consolando la nostra coscienza con la prospettiva di un’attesa infinita che non giungerà mai ad una resa dei conti con l’oppressione ma ci garantirà sempre la soddisfazione di una superiorità morale tanto autocompiaciuta quanto impotente.

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Comments
14 Responses to “Le parole e le cozze”
  1. herman ha detto:

    eheh. tranquillo, per questa volta passi! saluti

  2. Rita ha detto:

    Bell’articolo.
    Concordo su diversi punti: vero che veganismo ed antispecismo non sono sinonimi, anche se spesso il primo diviene una scelta inevitabile del secondo (ma non il contrario) e quindi li vedo connessi.

    Vero che l’identitarismo (in un gruppo, ma anche il concetto stesso di identità individuale) è sempre una chiusura perché tende a conservare, a cristallizzare, fissare, pena il timore di perdere quei presupposti sui quali avviene il riconoscimento e quei punti fermi che l’essere umano avverte come necessari per sfuggire a ciò che più teme: il divenire (anche se in realtà è esattamente il contrario: la fissità è morte e cancrena, il divenire è vita e cambiamento) . E pure a me infatti dà parecchio fastidio dire “sono questo e sono quello” perché nel momento in cui lo affermo mi sembra di barricarmi dietro un’etichetta che, come tale, mi isola e differenzia dall’interlocutore esacerbando la già difficile comunicazione e comprensione che ci può essere su questo argomento.

    Sono d’accordo anche sul fatto (anche se lo sto capendo meglio in quest’ultimo periodo ed anche grazie ai tuoi scritti) che la liberazione animale deve implicare uno stravolgimento totale della società attuale, anche perché non potrebbe essere altrimenti: la nostra cultura, la società in cui viviamo – che plasma e definisce gli individui nel profondo – è talmente intrisa di specismo che per forza di cose pensarla senza sfruttamento animale significa pensarla totalmente mutata, non solo nelle strutture economiche, ma anche di costume, per dire (non c’è un solo ambito in cui gli animali non siano in qualche modo assoggettati all’uomo, basti pensare anche al linguaggio stesso, alle espressioni più comuni).
    Quel che mi resta difficile immagine però è come sia possibile pensare ad un mutamento sostanziale delle strutture sociali senza che i singoli individui non siano ancora pronti a recepirlo; inoltre tra cultura ed individuo vi vedrei una relazione in parte interscambiabile: se è vero che la cultura (i media, l’economia, gli usi e costumi sociali ecc.) plasma l’individuo, è anche vero che la cultura è determinata essa stessa dagli individui che la formano.
    Quindi non sottovaluterei tanto l’impronta del singolo, di quella che tu chiami “testimonianza individuale” perché è necessaria; senza uno slittamento di prospettiva, come si fa a trasformare la società?
    Anche i precedenti movimenti di liberazione (delle donne, dei neri) sono avvenuti grazie all’evolversi della sensibilità individuale e la legislazione ne ha preso atto nel momento in cui, culturalmente, era già avvenuta.
    Il problema semmai sta nel fatto che l’interscambio avviene soprattutto ad opera di una maggioranza che però è pilotata da precise forze di potere (economico, finanziario ecc.) che hanno tutto l’interesse di mantenere determinati rapporti di forza; la minoranza che ha la capacità di poter immaginare un mondo diverso invece ha scarsa capacità decisionale.
    Preso atto quindi che la questione debba divenire politica e che però è difficile immaginare un riassetto delle strutture sociale del mondo senza che vi sia una piena adesione collettiva, quindi una modificazione della sensibilità dei tanti singoli, mi domando (e te lo domandi pure tu, mi pare) come, in che modo?

    Nel frattempo quindi a me sembra cogente continuare anche con la via della sensibilizzazione del singolo, dell’informazione (o meglio, contro-informarzione, visto che i media diffondono e confermano la visione specista), della singola scelta che – seppure come testimonianza – qualche riflesso sul sociale ce l’ha.

    Forse (e poi chiudo) quel che si dovrebbe tentare di far comprendere è che anche il veganismo e vegetarismo sono in fondo un atto sommamente rivoluzionario perché implicano il rifiuto di una delle strutture portanti della nostra società (lo sfruttamento animale, appunto) e nel momento in cui qualcuno compie questa scelta – volente o nolente, ed è bene che ne divenga consapevole – sta compiendo anche un gesto politico (nella sua accezione più piena).
    Far comprendere il potere di cambiamento che c’è dietro la gestione del singolo gesto, sollecitare ad un impegno, ad un prendere atto di quanto appunto tutto (per dirla con le parole di Tuffaut, perdona l’intromissione cinefila) sia politica, potrebbe essere un principio.

    Perché dico questo? Perché quando ad asempio io decisi di diventare vegatariana (ora vegana) pensai che – appunto, come pensano molti – fosse una scelta che riguardasse solo me, un mio percorso ecc.; poi però mi sono resa che quella mia scelta aveva – se non proprio conseguenze, diciamo “riflessi” – anche sociali, economici (certo, in maniera ininfluente, ma reali) e che quindi, con quella mia scelta apparentemente individuale, stavo agendo al di fuori di me, con un gesto che, nel momento in cui esplica socialmente, diviene anche politico. O no?

    Per questo, e senza nulla togliere al tuo ottimo lavoro (ripeto, leggendoti mi sto rendendo conto di molte cose), mi sono piaciute le conclusioni di Caffo nel suo articolo su Minima et Moralia, conclusioni che però, personalmente, non intenderei in antitesi alla concezione dell’antispecismo politico, riuscendo difficile immaginare la fine dello sfruttamento animale senza un cambiamento totale delle strutture che reggono la società.

    Un saluto e grazie per le tue sempre interessanti riflessioni.

  3. Serena Contardi ha detto:

    Mi scuso con l’autore, ma non sono ancora riuscita a leggere l’articolo: lo farò non appena le risa provocate dal titolo mi daranno tregua.

  4. marcomaurizi74 ha detto:

    Rita,
    ti ringrazio per l’apprezzamento e le interessanti osservazioni. Mi pare di capire che tu metti individuo e società un po’ sullo stesso piano, nel senso che vedi un rapporto bi-univoco: la società influenza gli individui ma è a sua volta fatta di individui, quindi se gli individui cambiano cambia anche la società. E così anche l’azione individuale, seppure non ha “effetti” sulla società nel suo complesso però ha dei “riflessi” sociali. Ora io vorrei davvero che fosse così, però non mi pare ci siano dati ed evidenze che possano suffragare questa visione. Pensa ai grandi cambiamenti storici (inclusi la fine dello schiavismo o i diritti delle donne): non sono così sicuro che siano stati raggiunti perché la maggioranza si era “convinta”…sono stati anzi il frutto dell’opera di minoranze, di avanguardie intellettuali. Potrei citare un’infinità di casi. Certo, quando gli inglesi e gli americani hanno posto fine alla schiavitù c’erano forti movimenti anti-schiavistici…ma non possiamo certo dire che fossero la maggioranza! I governi hanno intelligentemente ceduto alla pressione di una minoranza ma informata, intelligente e combattiva. Così è stato per le suffraggette (talvolta, il suffragio universale femminile ha portato alla vittoria i reazionari casa, chiesa & famiglia!)
    Oppure pensa alla pena di morte: è stata abolita in Italia per la lungimirante azione dei padri costituenti, se si fosse fatto un referendum (o se lo si facesse oggi) sarebbe ancora in vigore! (per fortuna che i padri sono stati così intelligenti da non mettere la norma contro la pena di morte nemmeno in costituzione così non si può più abrogare! :D). Oppure pensa all’avvento del cristianesimo, alla rivoluzione francese, alla rivoluzione russa. Non è che prima si è convinto un popolo della giustezza di una teoria e poi questa teoria è stata applicata. E’ stato il cambiamento politico che ha trasformato la coscienza collettiva, non il contrario.
    Certo, nel nostro caso trattandosi di un argomento squisitamente morale come il trattamento dei non-umani potrebbe sembrare che senza un avanzamento morale generale esso non potrà mai avvenire. Ma siamo davvero sicuri che è così? E siamo davvero sicuri che l’unica cosa che possiamo fare ora è tentare di convincere il nostro vicino di casa finché non saremo il 50%+1 della popolazione mondiale?
    In realtà penso di no. E per due motivi. 1) perché la questione animale NON è solo una questione morale. Infatti il rapporto uomo-animale è connesso sotto tanti aspetti (storici, economici, politici, religiosi, culturali) con la vita sociale nel suo complesso (come tu stessa osservi) e dunque parlare della questione animale oggi significa parlare anche, inevitabilmente, della società umana. Ed è per questo che proponendo come soluzione la fine del dominio sulla natura noi stiamo anche proponendo un modello sociale diverso e non semplicemente la richiesta per ogni singolo di “adeguarsi” al nostro stile di vita. Uno potrebbe, per ipotesi, riconoscere che abbiamo ragione pur senza riuscire a diventare vegan…per noi sarebbe una vittoria lo stesso perché vorrebbe dire che il nostro modo di vedere le cose si sta imponendo e incontra meno resistenze. 2) In secondo luogo, noi dobbiamo occuparci di questioni che anche se apparentemente non hanno a che fare con la questione animale in realtà condizionano negativamente la nostra lotta. Esempio: una società più democratica e trasparente nei processi informativi e decisionali è un obiettivo anche nostro e per cui dovremmo lottare assieme ad altri movimenti “umanisti”. Tutta la propaganda e la disinformazione con cui si manipolano le masse a proposito dell’industria alimentare e della sperimentazione cesserebbe di esistere o sarebbe ridotta al minimo in un mondo in cui l’informazione fosse orizzontale e i processi decisionali fossero democratici. Noi oggi dobbiamo lottare per far sentire la nostra voce e dobbiamo penetrare una spessa parete di propaganda che non è affatto dovuta, come ci piacerebbe pensare, all’egoismo dei singoli…è dovuta ai meccanismi indotti della cultura dominante. Quanto sarebbe più facile la nostra lotta se la società potesse vedere con i suoi occhi l’orrore che viene nascosto ai più dai pochi che hanno interesse a questo!! Pensare che questo tipo di lotta non abbia nulla a che fare con la liberazione animale significa condannarsi a sfidare il Leviatano a mani nude…

    • Rita ha detto:

      Sì, certo, non posso che concordare con quanto dici.

      Io no, non sono sicura che basti solo tentare di convincere più gente possibile fino a che non si arrivi al 50% + 1, penso che sia solo una parte della lotta, uno dei tanti mezzi.

      Comunque quando affermo che i singoli debbono prendere coscienza ho ben presente il fatto che si tratta in sostanza di lottare contro l’attuale sistema di propaganda che sostiene le lobbies dello sfruttamento animale e contro la disinformazione (in ogni campo).

      Ad esempio io sono convinta che se oggi si indicesse il referendum per l’abolizione della caccia, il 50% degli Italiani voterebbe “si”. E però il referendum non sarà fatto perché le lobbies delle armi fanno pressioni sul governo.
      Quindi, politicamente, come fare ad interloquire con i governi?

      So bene quanto non si possa attribuire colpa più di tanto al singolo che si compra la bistecca o la giacca di pelle per abitudine perchè in fondo non fa che prendere ciò che trova sul mercato, cio che gli viene fatto credere sia “normale” acquistare e del resto – essendo lo sfruttamento animale perfettamente legale – nemmeno gli si può imputare chissà cosa… salvo la questione morale, che però è talmente soggettiva.

      Visto che però al momento siamo una minoranza, mi domando come fare a contrastare tutta la politica di occultamento che viene costantemente messa in atto e come fare a farci ascoltare da chi ha tutto l’interesse (tipo i governi) a mantenere le cose come stanno.

      Ti ringrazio ancora per le riflessioni ed anche per l’approfondimento ulteriore. 🙂

  5. feminoska ha detto:

    Anche io ho molto apprezzato questo articolo,sebbene mi sia ritrovata anche in molte delle considerazioni mosse da Rita nel suo primo commento. Ci sono perciò alcuni punti dei quali non mi sento molto convinta e che vorrei portare all’attenzione dell’autore. Voglio precisare che la mia “formazione” personale è spesso passata dalla pratica animalista e di attivismo politico più che dalle teorizzazioni e perciò probabilmente il mio argomentare potrà non essere puntuale come quello di chi ha scritto l’articolo.
    La prima contraddizione che mi pare di rilevare – o che perlomeno io ho percepito – è quella per la quale spesso anche chi dichiara di voler sfuggire a logiche identitarie poi nella pratica mette in atto gli stessi comportamenti ‘escludenti’ dell’altro da sè che afferma di non condividere (anche quando l’altro da sé è poi meno distante di quanto sembri). Uno dei motivi per i quali, ad esempio, non sono mai riuscita a far parte di un qualsiasi gruppo o collettivo animalista/antispecista sul territorio è stato il rendermi conto di come questi portino continuamente con sé un’acredine, un parossismo giudicante anche verso persone/gruppi affini che, per una persona come me sempre attanagliata dai dubbi delle mie stesse contraddizioni, è snervante, inutile e controproducente. Questo atteggiamento però lo ravviso anche nel momento in cui chi discetta di antispecismo – e non parlo dell’autore del post, ma di molti casi più che isolati – liquida con supposta superiorità tutte quelle altre forme (per quanto imperfette e per quanto contradditorie) di variegato e più o meno goffo tentativo di rapporto non solo con la questione animale, ma con l’animale tout-court: riferendomi chiaramente in questo caso a quelle forme molto personali e a volte assolutamente imperfette quali le pratiche (vegetarismo/veganismo, volontariato animalista, mi spingo anche addirittura ad includere alcuni aspetti della zoofilia!).
    Nel dire questo voglio sottolineare anche un altro aspetto, questo mutuato dalla pratica femminista, quel famoso “il personale é politico” che non smette mai di fornire nuove suggestioni alla mia personale pratica politica (non solo femminista). Io non sono totalmente d’accordo su quanto dice l’autore del post quando afferma:
    “Pensa ai grandi cambiamenti storici (inclusi la fine dello schiavismo o i diritti delle donne): non sono così sicuro che siano stati raggiunti perché la maggioranza si era “convinta”…sono stati anzi il frutto dell’opera di minoranze, di avanguardie intellettuali. Potrei citare un’infinità di casi. Certo, quando gli inglesi e gli americani hanno posto fine alla schiavitù c’erano forti movimenti anti-schiavistici…ma non possiamo certo dire che fossero la maggioranza! I governi hanno intelligentemente ceduto alla pressione di una minoranza ma informata, intelligente e combattiva. Così è stato per le suffraggette (talvolta, il suffragio universale femminile ha portato alla vittoria i reazionari casa, chiesa & famiglia!)
    Oppure pensa alla pena di morte: è stata abolita in Italia per la lungimirante azione dei padri costituenti, se si fosse fatto un referendum (o se lo si facesse oggi) sarebbe ancora in vigore! (per fortuna che i padri sono stati così intelligenti da non mettere la norma contro la pena di morte nemmeno in costituzione così non si può più abrogare! ). Oppure pensa all’avvento del cristianesimo, alla rivoluzione francese, alla rivoluzione russa. Non è che prima si è convinto un popolo della giustezza di una teoria e poi questa teoria è stata applicata. E’ stato il cambiamento politico che ha trasformato la coscienza collettiva, non il contrario.”

    Messa in questo modo, la porosità e i confini labili di cui si parlava nell’articolo per me vanno un pò a farsi benedire, pare quasi che in fondo basterebbe una “calata dall’alto” di teorie e pratiche animaliste per adattarvi docilmente un’umanità specista, e questo mi pare se possibile anche più irreale come ipotesi di quella che passa attraverso il comportamento del singolo (in stile “tante gocce fanno un mare”).

    Tornando invece a parlare di porosità e di non contrapposizione, io credo che i tentativi giudicati “inefficaci” o addirittura “ad effetto contrario” (cosa che in alcuni casi può anche essere, ma non in tutti e non allo stesso modo) possano costituire il ‘substrato di coltura’ necessario a far attecchire (a questo punto sì) una teoria politica e una prassi controcorrente, innovativa e forse anche, per i più, ostica.

    Questo – ma forse qui vado troppo oltre e sbaglio di grosso – mi fa pensare ad un atteggiamento un pò troppo in stile “la politica fatta dai professionisti”, perciò mi rimanda allo scollamento insopportabile che viviamo quotidianamente tra la politica che dovrebbe rappresentare gli interessi comuni della collettività e invece appresenta solo quelli di pochi individui.

    Al di fuori dei ragionamenti elitari, tutt* noi, partendo da una formazione al 99,9% specista, abbiamo compiuto il nostro percorso passando attraverso varie tappe, che sicuramente, al momento del superamento delle stesse, hanno mostrato tutti i limiti e le contraddizioni di un percorso che non giungerà mai alla purezza al 100% o ad una verità “perfetta”, ma sempre perfettibile e perciò sempre altro rispetto ai nostri imperfetti raggiungimenti in quanto esseri umani.

    Tornando perciò a quanto scritto nell’articolo, io sono convinta che i movimenti sociali abbiano raggiunto il punto di rottura e abbiano determinato il susseguente cambiamento nel momento in cui una minoranza (un’elite intellettuale forse, ma ancor di più o diciamo meglio, in sinergia con una minoranza di individui politicamente attivi) è stata capace di dare voce ad istanze ed esigenze già presenti e sentite (seppure in maniera confusa e spesso in maniera particolaristica) dalla maggioranza delle persone.

    Per questo spesso ritrovo nell’atteggiamento antispecista che definisco grossolanamente ‘intellettuale’ ( o forse meglio intellettualistico) una potentissima forza respingente persino nei confronti di chi di fronte alla questione animale – seppure a livelli meno ‘nobili’ – non si chiude totalmente, ma a mio modo di vedere muove semplicemente altri passi che potenzialmente (solo potenzialmente certo, ma credibilmente) potrebbero portare quegli stessi soggetti verso una direzione sempre più antispecista…e mi chiedo perciò come, senza rinunciare ad un atteggiamento monolitico in favore di uno più accogliente, si possa sperare di influenzare e portare al cambiamento la amplissima fetta di ‘specisti convinti e orgogliosi di esserlo’.

    Altro fatto che trovo respingente è la sensazione che ricevo da certo antispecismo di dismissione totale della relazione personale e unica che si realizza nel rapporto con gli animali non umani.

    Leggevo ultimamente di ricerche sulla supposta maggiore empatia dei veg*ani rispetto agli animali, ma anche senza autorevoli studi posso affermare di aver visto spesso progressioni da una semplice zoofilia al volontariato animalista al veg*anismo in una direzione sempre più antispecista.

    Io che nella mia esperienza esistenziale ho compiuto molti dei passi di questo percorso – affiancandolo ad una pratica politica femminista e tendenzialmente anarchica – e l’ho visto fare a tante altre persone, ne voglio testimoniare l’effetto reale sulle vite di tanti animali umani e non. Se gli umani ne hanno guadagnato in termini di consapevolezza politica e perchè no, anche di affettività (gli animali non umani non sono solo s/oggetti passivi ma soggetti in relazione), per alcuni animali la differenza è passata tra la vita e la vita indegna di questo nome o anche la morte, e questo non mi sembra un fatto trascurabile.

    Il fatto che chiaramente per fare di questo una ‘regola’ per la totalità o quasi degli animali non umani e non un’eccezione sia necessaria e imprescindibile una teorizzazione politica e filosofica, non rende né quest’ultima l’unico motore del cambiamento, né rende le singole liberazioni vane, poiché allora negheremmo il valore di quelle identità non umane, così come quello dell’esempio pratico e concreto di nuove alternative di vita da dischiudere alle persone con le quali siamo in relazione.

    Chiudo questo mio intervento fin troppo prolisso auspicando una sempre maggiore contaminazione tra antispecismo teorico e pratica animalista/antispecista, nonché tra le diverse lotte di cambiamento sociale (nel rispetto delle loro specificità). Mi auguro che la porosità auspicata si dimostri biunivoca, poichè ciò che più di tutto temo è che la deriva identitaria all’interno dei movimenti animalisti/antispecisti atomizzi il movimento come è avvenuto in ambito politico per la sinistra, neutralizzandosi a vicenda e lasciando campo libero ai mostri che ben conosciamo e che da decenni non smettono di devastare e martoriare gli abitanti umani e non umani di questo paese.
    Ps: per eventuali equivoci interpretativi, mi scuso fin d’ora!!

    • marcomaurizi74 ha detto:

      Ciao!
      Grazie per questo bel commento che, prima ancora di essere lungo, in realtà mi pare molto sentito e questo mi fa piacere perché vuol dire che, in positivo o in negativo, l’articolo ha suscitato una reazione, quindi non è passato senza lasciare traccia… Io penso che siamo meno in disaccordo di quanto possa sembrare sia per quanto riguarda l’analisi della situazione attuale del movimento antispecista, sia per quanto riguarda le possibili soluzioni ai problemi che incontriamo. In effetti, quando tu scrivi:

      Uno dei motivi per i quali, ad esempio, non sono mai riuscita a far parte di un qualsiasi gruppo o collettivo animalista/antispecista sul territorio è stato il rendermi conto di come questi portino continuamente con sé un’acredine, un parossismo giudicante anche verso persone/gruppi affini che, per una persona come me sempre attanagliata dai dubbi delle mie stesse contraddizioni, è snervante, inutile e controproducente.

      Stai esattamente fotografando la situazione che ho cercato di descrivere e che trovo insostenibile oltre che stupidamente auto-lesionista. Credo che siamo d’accordo che in questo modo non si va da nessuna parte, giusto? Poi tu fai riferimento ad un identitarismo meno evidente ma altrettanto pernicioso di certi “intellettuali” antispecisti, dai quali sei cortese ad escludermi (anche se col beneficio del dubbio, mi pare :D):

      Questo atteggiamento però lo ravviso anche nel momento in cui chi discetta di antispecismo – e non parlo dell’autore del post, ma di molti casi più che isolati – liquida con supposta superiorità tutte quelle altre forme (per quanto imperfette e per quanto contradditorie) di variegato e più o meno goffo tentativo di rapporto non solo con la questione animale, ma con l’animale tout-court: riferendomi chiaramente in questo caso a quelle forme molto personali e a volte assolutamente imperfette quali le pratiche (vegetarismo/veganismo, volontariato animalista, mi spingo anche addirittura ad includere alcuni aspetti della zoofilia!).

      Questo faccio fatica a capirlo e non comprendo, lo dico sul serio, perché ne parli a proposito del mio articolo. Per due motivi.
      Anzitutto io sono sempre scettico sull’uso della parola “intellettuale” di cui, sinceramente, non comprendo il significato. Chi e cosa sarebbe un “intellettuale”? Quando uno diventa un “intellettuale”? Quanto bisogna essere colti o istruiti, come si diceva una volta, per definirsi/essere definiti “intellettuali”? E quanto bisogna essere esenti dall’azione pratica per essere definiti, direi “bollati”, come “intellettuali”? Tu affermi che l’atteggiamento “intellettuale” è respingente, il che potrà forse anche essere vero in qualche caso (immagino ti riferirai a chi discetta senza volersi “sporcare le mani”), ma è vero – e nella società contemporanea mi sembra molto più vero – il contrario, cioè che l’uso dell’aggettivo “intellettuale” è ghettizzante. Serve cioè a dire: “queste sono solo parole, chiacchiere per confondere”, “questo è un nullafacente”, “questo è uno che sta bene e può permettersi di pontificare”…sottinteso: “mica come noi che agiamo, che ci impegniamo, che siamo messi male in arnese, tra mille difficoltà” ecc. ecc. Dirò una cosa sgarbata, non mi riferisco ovviamente a te ma mi permetto di sottolinearti questa possibile deriva, ma a me l’uso della parola “intellettuale” in senso “negativo” mi ha fatto sempre venire in mente certe posizioni intolleranti para-naziste (in effetti le descrizioni di cui sopra si potrebbero adattare benissimo anche agli ebrei negli anni ’20). Tra l’altro, quando parliamo di “intellettuali” antispecisti, se parliamo di chi scrive saggi teorici sull’antispecismo, stiamo parlando di un’infima minoranza della minoranza e non direi che siano questi il problema dell’antispecismo, visto che, di fatto, sono semplicemente ignorati dalla stragrande maggioranza degli altri attivisti. Alcuni di questi “intellettuali”, tra l’altro, sono attivisti anche loro che vengono accettati come pari quando fanno attivismo, ma quando pretendono di dire “ok fermiamoci però a pensare a quello che stiamo facendo”, i loro sforzi vengono immediatamiente bloccati e loro bollati come “chiacchieroni” e “rompipalle”. Scusa, mi sento di dirlo in buona coscienza, perché l’ho visto succedere troppe volte e perchè ho in mente non me ma un amico, una persona splendida e dolcissima, e quando ho sentito fargli queste obiezioni mi si è davvero stretto il cuore.

      Ma in secondo luogo, trovo strano che tu ne parli a proposito del mio intervento perché io qui cerco solo di denunciare ciò che produce quei meccanismi identitari che rendono impossibile una crescita del movimento proprio nel senso dell’interazione (tra teoria/prassi, individui/collettività, ecc. ecc.) che anche tu auspichi. La tua obiezione non mi torna, è come se tu dicessi, ma forse ho capito male io: “sì il meccanismo identitario c’è ma non lo si combatte con interventi teorici sull’antispecismo perché anche fare questo è un esempio di identitarismo”…Ora, se cercare di capire il meccanismo identitario non è un modo per far saltare il meccanismo stesso, ti chiedo, come lo si fa saltare? Il veganismo, mi pare ovvio, non basta, anzi va in direzione opposta. Il volontarismo e la zoofilia, che tu citi, direi anche che non bastano visto che esistono da sempre e non hanno prodotto un grammo di anti-identitarismo, anzi! Tra l’altro nel movimento non ho sentito, se non sporadicamente, denunciare il rischio dell’identitarismo…
      Insomma, visto che le pratiche non hanno dato questi grandi risultati, direi che un po’ di teoria anti-identitaria, anche se insufficiente, è necessaria. Avrò probabilmente sbagliato a formulare le mie osservazioni, ma penso di aver comunque fatto bene, visto che non vedo all’orizzonte nessun anticorpo all’opera. Sì, certo, forse negli individui stessi, qui e là, tale consapevolezza c’è. Ma la mia domanda è: è possibile far crescere questa consapevolezza anche nel movimento come tale? E lo si può fare cercando di de-costruire i meccanismi che vanno in senso inverso? Secondo me sì, e secondo me non lo si può fare senza un intervento (o 10, 1000 interventi) teorici, perché di fatto se non si ha una buona teoria, non si è “senza” teoria, ma si è vittime di una “cattiva” teoria: quella che già circola ampiamente sul mercato delle idee, attraverso alcuni libri sempre citati (Singer ecc.), attraverso altri libri che diffondono lo “stile di vita” vegan o, puro orrore!, la “filosofia” vegan. La differenza tra questa “cattiva” teoria e una teoria più articolata e magari più coerente, è che la cattiva teoria non sembra una teoria ma un’ovvietà e quindi viene accolta e difesa a spada tratta come tale. Mentre invece se uno prova a fare teoria smontando quei concetti irrigiditi ecco che scatta l’accusa di “guastafeste”, “bla bla bla” (dio, quante volte ho letto articoli interessanti e utili cui si rispondeva dicendo semplicemente: “bla bla bla”!). Ripeto: non parlo di te, dico però che dal tuo discorso mi sembra pericolosamente assente la vigilanza verso questi meccanismi che mi sembrano ben più pericolosi perché diffusi di quei poveri quattro sfigati intellettuali chiusi nella loro torre d’avorio (me incluso! :D).

      Per quanto riguarda invece la tua critica politica penso ci sia un fraintendimento dovuto ad un motivo specifico. Io sono perfettamente d’accordo che il personale è politico ecc. e trovo bellissimo quanto dici a proposito del rapporto con/tra le singolarità animali (umane e non). Sono talmente d’accordo che non ne parlo mai perché lo do per scontato. E lo do per scontato perché penso che non sia questo che manca al movimento, anzi, bensì proprio la controparte di questo discorso: cioè che la società, come ho scritto, non è una somma di individui (purtroppo!). Il fine dell’azione politica (tanto dell’anarchismo quanto anche del marxismo, se inteso correttamente) è proprio di rendere possibile una società di invidiui, perché oggi l’individuo è una finzione ed è irretito dentro strutture che ne bloccano le possibilità di sviluppo. L’azione individuale è importantissima ma, ripeto, c’è bisogno di sottolinearlo? Ci sarebbe bisogno se essa venisse sottovalutata, se l’antispecismo perseguisse una politica vecchia maniera, quella delle avanguardie, quella che tu chiami “la politica fatta dai professionisti”. Ma mi sembra che sia vero il contrario e per questo io sottolineo, anche esagerando, il polo opposto della questione. Lunigi da me il perseguire la politica dei “professionisti” vecchio stile. In effetti quello che ho scritto nella risposta a Rita (da cui tu hai tratto la tua obiezione) era solo un correttivo alla sua impostazone del problema che vedeva i cambiamenti storici come semplice effetti di aggregazioni di individui. Se io sottolineo così tanto e in maniera unilaterale la preponderanza sul sociale rispetto all’individuale non è perché sono un fissato che disprezza l’individuo…è che oggi mi sembra che la fissazione sull’individuo sia così diffusa, sia parte dell’ideologia dominante, e che vada quindi corretta o almeno integrata con il punto di vista opposto. Non siamo più negli anni 70 dove “il personale è il politico” poteva essere uno slogan rivoluzionario, oggi il “personale” è il “personale” e basta, si è persa completamente la capacità di guardare oltre l’orizzonte del quotidiano, di progettare strategie, di organizzarsi in forme più stabili, di fare politica sapendo di farla. Non dico che non ci siano alcuni che sappiano coniugare personale e politico come fai tu, però, ammettilo, siete/siamo una infima minoranza e, dunque, il problema oggi del movimento non è far capire l’importanza del personale, ma del politico! Proprio per poter mettere in rapporto di tensione quei due termini e generare un impegno individuale che sia al tempo stesso anche volto alla costruzione di una lotta collettiva adatta alla complessità e alla difficoltà della situazione presente.

      Per questo non penso affatto ad una

      una “calata dall’alto” di teorie e pratiche animaliste per adattarvi docilmente un’umanità specista

      nemmeno ad una

      dismissione totale della relazione personale e unica che si realizza nel rapporto con gli animali non umani.

      ma condivido pienamente la tua posizione, cioè la necessità di una

      contaminazione tra antispecismo teorico e pratica animalista/antispecista, nonché tra le diverse lotte di cambiamento sociale (nel rispetto delle loro specificità).

      Il problema è: come lo si fa? Va bene ciò che pensa e fa il movimento antispecista attuale che si auto-ghettizza, che si impedisce ogni dialogo con gli altri movimenti? Oppure bisogna cambiare qualcosa? E come? Io non penso affatto che la

      teorizzazione politica e filosofica, [sia] l’unico motore del cambiamento,

      però penso, sì lo penso, che sia un elemento indispensabile del cambiamento e questo, solo questo, cerco di incoraggiare con i miei articoli. Sbagliando, sicuramente, ma assolutamente convinto che non si possa evitare di farlo. Come diceva Beckett: “Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio” 🙂

      • feminoska ha detto:

        >Stai esattamente fotografando la situazione che ho cercato di >descrivere e che trovo insostenibile oltre che stupidamente auto->lesionista. Credo che siamo d’accordo che in questo modo non si va >da nessuna parte, giusto? Poi tu fai riferimento ad un identitarismo >meno evidente ma altrettanto pernicioso di certi “intellettuali” >antispecisti, dai quali sei cortese ad escludermi (anche se col >beneficio del dubbio, mi pare ):
        >Questo atteggiamento però lo ravviso anche nel momento in cui chi >discetta di antispecismo – e non parlo dell’autore del post, ma di >molti casi più che isolati – liquida con supposta superiorità tutte >quelle altre forme (per quanto imperfette e per quanto contradditorie) >di variegato e più o meno goffo tentativo di rapporto non solo con la >questione animale, ma con l’animale tout-court: riferendomi >chiaramente in questo caso a quelle forme molto personali e a volte >assolutamente imperfette quali le pratiche (vegetarismo/veganismo, >volontariato animalista, mi spingo anche addirittura ad includere >alcuni aspetti della zoofilia!).
        >Questo faccio fatica a capirlo e non comprendo, lo dico sul serio, >perché ne parli a proposito del mio articolo.

        Te lo spiego subito: mi capita sempre più spesso di leggere in rete interventi di antispecisti i quali, allo scopo di (a mio avviso) legittimare e sostenere la validità dell’antispecismo come movimento politico e farlo assurgere ad una dignità che evidentemente sentono vacillare se raffrontato con altri movimenti politici di più lunga tradizione, danno inizio ad una ‘guerra fratricida’ tagliando malamente i ponti con quel passato che comunque ha costituito la base delle successive teorizzazioni (per quanto magari ora superate e perciò, come tu le definisci ‘cattive’). Ora, lungi da me la nostalgia del tempo che fu, ma a prescindere dal fatto che bollare come buono o cattivo a prescindere la totalità e complessità di pensieri, teorie e pratiche che hanno caratterizzato un movimento (che so, l’animalismo, tanto per dire) mi pare miope e disonesto anche da un certo punto di vista, io mi chiedo, e magari in questo sbaglio io, se quello che per noi è “passato” e “superato” non possa costituire per tante altre persone l’inizio di un cammino (cammino che, proprio perché quelle teorie sono superate, per chi lo comincia oggi avverrà di sicuro in maniera più svelta e sicura di quello compiuto magari da chi ha seguito passo passo l’evoluzione del pensiero antispecista). Per farti un esempio che spero possa essere azzeccato: per quanto in psicanalisi le teorie di Freud siano antiquate e superatissime, mi pare non sia stato del tutto disconosciuto come zimbello rimbecillito: questo suppongo poiché, sebbene le sue teorie siano ormai antiquate, sono state il punto di partenza di qualcosa di nuovo, punto di partenza che chiunque voglia occuparsi di psicanalisi anche oggi deve comunque un minimo conoscere per poi poter andare oltre – del resto per criticare qualcosa/qualcuno bisogna prima averlo conosciuto. Io a volte mi domando (ma questo è un dubbio personale che sono dispostissima a mettere in discussione), se, rinunciando quando non sbeffeggiando teorie e prassi che potrebbero risultare (non tutti e non sempre) invece un punto di partenza per altre persone (anche se vogliamo non esaustivi e magari datati, ma più facilmente afferrabili da un possibile interlocutore non addentro alle questioni antispeciste), noi non chiediamo alle altre persone di fare un passo troppo lungo (che la maggior parte di noi non ha fatto). Ciò non vuol dire far accomodare le persone su posizioni che non si reputano più valide accontentandosi di un piccolo risultato, ma, come dire, dare il tempo e modo alle persone di non venire catapultate da un universo specista ad uno antispecista senza un po’ di elasticità. Mi pare peraltro che questo avvenga già nella pratica di molt* che però poi quando si tratta delle altre persone diventano campioni di perfezione, ma qui andrei decisamente off-topic. Per tornare alla tua obiezione, hai ragione, non c’entra col tuo articolo, o con te, dal momento che non conosco né te né i tuoi scritti abbastanza dal formarmi un’opinione definita (cosa che in generale non faccio!), forse il problema è solo che parti del tuo discorso mi han fatto risuonare dentro altri scritti che invece da questo punto di vista mi hanno fatto molto arrabbiare proprio per l’atteggiamento che ho descritto poche righe fa…ma non si può far di tutta l’erba un fascio!

        >Dirò una cosa sgarbata, non mi riferisco ovviamente a te ma mi >permetto di sottolinearti questa possibile deriva, ma a me l’uso della >parola “intellettuale” in senso “negativo” mi ha fatto sempre venire in >mente certe posizioni intolleranti para-naziste (in effetti le descrizioni >di cui sopra si potrebbero adattare benissimo anche agli ebrei negli >anni ’20). Tra l’altro, quando parliamo di “intellettuali” antispecisti, se >parliamo di chi scrive saggi teorici sull’antispecismo, stiamo parlando >di un’infima minoranza della minoranza e non direi che siano questi il >problema dell’antispecismo, visto che, di fatto, sono semplicemente >ignorati dalla stragrande maggioranza degli altri attivisti.

        In effetti intellettuali non è stata una scelta felice, per questo ho parlato anche di intellettualoidi o pseudo-intellettuali, per di più aggiungerei ‘autoproclamatisi’ tali. Non mi riferisco assolutamente in questo senso a casi come quelli di cui tu mi parli più avanti rispetto alle persone da te menzionate, e nemmeno in realtà a chi decide di votarsi di più ad un aspetto piuttosto che ad un altro. Sono consapevole che le energie sono limitate, e che tutti gli aspetti sono importanti, e ben vengano teorizzazioni politiche antispeciste convincenti! Ma quando quelli che non si sporcano le mani dicono che (come spesso succede) “salvare uno nell’economia del genocidio animale non vale niente” mi va il sangue alla testa! (E succede, non sono paranoie mie…)

        >La tua obiezione non mi torna, è come se tu dicessi, ma forse ho >capito male io: “sì il meccanismo identitario c’è ma non lo si >combatte con interventi teorici sull’antispecismo perché anche fare >questo è un esempio di identitarismo”…

        No cercavo di dire: “sì il meccanismo identitario c’è ma gli interventi teorici sull’antispecismo non sono la cura di ogni male, perché tra chi scrive questi interventi c’è anche chi sia nei propri scritti che a livello personale esprime gli stessi meccanismi identitari, innescando ad ogni occasione di confronto gli stessi respingimenti e le stesse conseguenti difese nei propri interlocutori. Facendo sentire chi si occupa di animali, o chi è vegano come un minus habens, non come qualcuno potenzialmente affine da accompagnare ad un livello diverso di consapevolezza.”

        >Il veganismo, mi pare ovvio, non basta, anzi va in direzione opposta. >Il volontarismo e la zoofilia, che tu citi, direi anche che non bastano >visto che esistono da sempre e non hanno prodotto un grammo di >anti-identitarismo, anzi! Tra l’altro nel movimento non ho sentito, se >non sporadicamente, denunciare il rischio dell’identitarismo…

        Hai ragione, non bastano, se presi a sé stante. Avrebbero la stessa validità del vegetarismo per motivi salutistici. Però proprio perché sono mondi variegati, ci saranno anche persone che vanno in direzione opposta, ma ci sono anche quell* che quando cercano di avvicinarsi vengono trattat* come deficienti, e io come te, quando vedo queste cose non solo mi si spezza il cuore, ma mi verrebbe anche voglia di passare alle vie di fatto, visto che sono abbastanza “calorosa”. Perciò, io capisco quello che tu sostieni, e lo condivido in parte. Ma una buona teoria accompagnata da una prassi escludente non porta a niente. Perciò per non dividere noi stessi e il movimento nell’opposizione cuore/mente, mi piacerebbe che ambedue le capacità venissero allenate in sincrono (super off-topic, ma alla fine è questo quello che mi premeva sottolineare).

        >Insomma, visto che le pratiche non hanno dato questi grandi risultati, >direi che un po’ di teoria anti-identitaria, anche se insufficiente, è >necessaria. Avrò probabilmente sbagliato a formulare le mie >osservazioni, ma penso di aver comunque fatto bene, visto che non >vedo all’orizzonte nessun anticorpo all’opera. Sì, certo, forse negli >individui stessi, qui e là, tale consapevolezza c’è. Ma la mia >domanda è: è possibile far crescere questa consapevolezza anche >nel movimento come tale? E lo si può fare cercando di de-costruire i >meccanismi che vanno in senso inverso? Secondo me sì, e secondo >me non lo si può fare senza un intervento (o 10, 1000 interventi) >teorici, perché di fatto se non si ha una buona teoria, non si >è “senza” teoria, ma si è vittime di una “cattiva” teoria: quella che già >circola ampiamente sul mercato delle idee, attraverso alcuni libri >sempre citati (Singer ecc.), attraverso altri libri che diffondono >lo “stile di vita” vegan o, puro orrore!, la “filosofia” vegan. La >differenza tra questa “cattiva” teoria e una teoria più articolata e >magari più coerente, è che la cattiva teoria non sembra una teoria >ma un’ovvietà e quindi viene accolta e difesa a spada tratta come >tale. Mentre invece se uno prova a fare teoria smontando quei >concetti irrigiditi ecco che scatta l’accusa di “guastafeste”, “bla bla >bla” (dio, quante volte ho letto articoli interessanti e utili cui si >rispondeva dicendo semplicemente: “bla bla bla”!). Ripeto: non parlo >di te, dico però che dal tuo discorso mi sembra pericolosamente >assente la vigilanza verso questi meccanismi che mi sembrano ben >più pericolosi perché diffusi di quei poveri quattro sfigati intellettuali >chiusi nella loro torre d’avorio (me incluso! ).

        Su questo sto riflettendo. Non sono però ancora sicura di come approcciarmi nella pratica alle vecchie teorie più ‘user-friendly’ o percepite come tali. Se buttarle via con una risata di scherno o rispettarle contestualizzandole e rendendomi conto che forse sono un passo necessario per chi oggi, si avvicina all’antispecismo.
        E bada, sono totalmente d’accordo che sia necessaria una teoria buona, nuova, convincente: forse non mi pare così scontato però come tu affermi che la nuova teoria comprenda anche il cuore (anzi, in alcuni articoli ho pure letto un aperto ‘disprezzo’ per empatia ed emotività… avrò capito male io, ma qualcosa non mi torna! Anche qui, perché sempre a distinguere invece di unire?)

        >è che oggi mi sembra che la fissazione sull’individuo sia così diffusa, >sia parte dell’ideologia dominante, e che vada quindi corretta o >almeno integrata con il punto di vista opposto. Non siamo più negli >anni 70 dove “il personale è il politico” poteva essere uno slogan >rivoluzionario, oggi il “personale” è il “personale” e basta, si è persa >completamente la capacità di guardare oltre l’orizzonte del >quotidiano, di progettare strategie, di organizzarsi in forme più stabili, >di fare politica sapendo di farla. Non dico che non ci siano alcuni che >sappiano coniugare personale e politico come fai tu, però, ammettilo, >siete/siamo una infima minoranza e, dunque, il problema oggi del >movimento non è far capire l’importanza del personale, ma del >politico!

        Sebbene negli anni settanta aprissi gli occhi al mondo, non trovo che il personale è politico sia una slogan datato…sarà il retaggio femminista! Scherzi a parte, quello che diciamo, nuovamente, non lo vedo in contrapposizione. Io metterei insieme le due posizioni dicendo che il personale senza politico è solo personale, ma cosa è il politico senza il personale? Perciò direi “il personale è politico, il politico DEVE FINALMENTE ESSERE (o tornare) personale”.

        >Il problema è: come lo si fa? Va bene ciò che pensa e fa il >movimento antispecista attuale che si auto-ghettizza, che si >impedisce ogni dialogo con gli altri movimenti? Oppure bisogna >cambiare qualcosa? E come?

        Io personalmente non ho ricette, ma quello che posso dire è (per portare un esempio di contaminazione tra personale e politico) che quando mi sono avvicinata al blog collettivo di femminismo a sud, era antirazzista, antisessita e antifascista… tutto tranne che antispecista.
        Con gli esempi che ho portato presi dalla mia vita, dal mio personale, ma non solo…le segnalazioni di letture, i video, eccetera eccetera, il blog collettivo è diventato anche antispecista, e in questo senso molt* hanno cambiato modo di considerare l’antispecismo: questo non vuol dire che tutt* siano diventati veg (qualcun* sì, e non immagini la mia felicità, qualcun* ancora no) ma tutt* ora riconosco la dignità politica dell’antispecismo, e dal momento che la nostra mailing list è frequentata da militanti che come me sentivano la necessità di mettere insieme le diverse pratiche, le discussioni sul tema sono sempre molto sentite e partecipate.
        Questo è il miglior esempio di inclusione che ad oggi posso portare, e il miglior risultato scaturito da un continuo desiderio di confronto aperto.
        >Io non penso affatto che la >teorizzazione politica e filosofica, [sia] l’unico motore del
        >cambiamento, però penso, sì lo penso, che sia un elemento >indispensabile del cambiamento e questo, solo questo, cerco di >incoraggiare con i miei articoli. Sbagliando, sicuramente, ma >assolutamente convinto che non si possa evitare di farlo. Come >diceva Beckett: “Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”

        Idem. E grazie del confronto.

      • marcomaurizi74 ha detto:

        ah a proposito: complimenti per il vostro blog lo seguo sempre con piacere!

  6. feminoska ha detto:

    Piacere reciproco (se si può parlare di piacere a leggere di certe cose, alle volte ;-))!!

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