Tralci e stralci, Paloma ahia – iaia – iai cantava.

di Leonardo Caffo

Sempre da Tappe, alcuni tralci e stralci.

Sesta Tappa. Mi appare qui un angelo che presagisce la fine del mondo[1]. Questo che visito adesso è un sentiero futuro, che vedo solo grazie ad alcune qualità che il mio corpo – cosa può un corpo – ha acquisito visitando la ragione del Tempo. La tremenda distanza con questo giorno, quello in cui non rimarranno che le cose ultime, è supplita dal salvataggio di falsi concetti che tratteniamo dall’inesistenza tramite il nome che a questi assegniamo. L’Angelo mi mostra cosa resta di quell’amore, e di quelle speranze. Gli umani giacciono ora morti, sepolti e senza respiro. Tutto ciò è disarmante. Paradossale, antinomica, la figura dell’umano che lavora per l’umanità, ha finito poi per distruggersi da sola. Tuttavia L’Angelo indica ora lontano, verso le terre del Sud che visiteremo in futuro. Apre gli occhi, sussurra, «la fine dell’uomo è l’inizio per altri. Lontano, più lontano dell’orizzonte che riesco ad indicare, pullulano ore le vite animali: senza l’oppressione umana, sono liberi». Quasi l’Angelo, ora, mi supplica di comprendere questo suo dire: ombre dei cori celesti accompagnano il suo lamento, e scorgo gli occhi dell’altro. Mostruosamente altro.

Ottava Tappa. Animale, o meglio Animot. Qui è terribile. L’uomo ha racchiuso, nella parola/regione “animale”, miliardi di individui – vite offese (direbbe Adorno) – che meriterebbero la libertà nel foglio mondo che visito da quanto, non so più. Non attingono più solo da loro – gli umani – ma si mescolano al loro «come per sbaglio» (Seconda Elegia, 31 – 33). L’orientamento stesso dell’umano vacilla di fronte l’animalità: perde la fermezza che spiattella la pubblicità. La possibilità della catastrofe, angelicamente mostrata, diviene per loro possibilità del possibile. Una sorta di liberazione auspicata. L’Animale finisce con l’amare, malgrado tutte le violenze, lo stesso umano da cui è stato invocato a terribili sorti. Tramite questo amore immeritato avviene, domesticazione resa in atto, il maledetto superbir. L’animale, invece di contribuire alla catastrofe che potrebbe liberarlo, può addirittura finire sedotto: correre nei pochi metri della sua gabbia, divenire bestia (Bêtise), non più discendente dell’umano ma creata da questi. L’armonia Divina, dell’uomo – animale che vive insieme ad ogni creatura, è lacerata dal sorgere del concetto di cittadino. Persino nelle immagini disegnate dal cittadino, dell’animale più fedele (tipicamente canis lupus familiaris), persistono evidenti tracce dell’angosciosa condizione dell’animalità da cui, neanche gli Angeli, anche questi bestie create dall’uomo, sono esenti. Eppure qualche animale grida ancora, dal fondo dei macelli di ogni dove, «Perché dobbiamo restare con uomini peccatori?» (Apocalisse di PaoloApocrifi del nuovo testamento). Ma nessuno risponde più alle domande animali, nessuno lascia più loro la possibilità della risposta. Ma l’umano è solo ambasciatore inviolabile, e l’origine delle cattiverie che leggo negli occhi di questi individui è, chiaramente, il cittadino. Non serve la capacità allegorica di Filone per comprendere una tale ovvietà, il rapporto che sussiste tra umano e cittadino crea una dicotomia di intenti. Ancora ricordo la regione della carne, e qui rivedo la carne putrefatta dell’animale ucciso dalla scure delle città: come forse solo Gadda ha saputo fare (Una mattinata ai macelli). Questi individui restano qui, dunque, a presagire il giorno della fine che l’Angelo aveva indicato. Sembra per loro, la nostra fine, l’unica possibile liberazione: l’Animale «è raggiunto dall’onda dell’invocare dell’uomo, è afferrato e costretto oltre la propria misura da un’altra voce, da un’altra immagine» (Cacciari). Mi allontano in punta di piedi, e svanisco nel Nulla.


[1] Ho trattato di questa allegoria sulla fine del mondo, utilizzando lo strumento narrativo, in Finalmente è la fine del mondo, Zona Editore, 2011.

Annunci
Comments
One Response to “Tralci e stralci, Paloma ahia – iaia – iai cantava.”
  1. marcomaurizi74 ha detto:

    bello anche questo, Leo, sia per il linguaggio apocalittico (perfettamente adeguato ad un discorso che intende “rivelare” l’essenza nascosta delle cose…) sia per i riferimenti filosofico-letterari. La citazione di Cacciari (se non fosse Cacciari :D) è preziosa.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: