Perché non possiamo dirci persone

puntodiarrivocomunedi Leonora Pigliucci

Recensione apparsa sul settimanale “Gli Altri” del 18 gennaio 2013

«Ho imparato che ogni antropologia, davanti alla ricchezza della vita animale, s’infrange, s’immiserisce, si ridicolizza. Su di noi portiamo la responsabilità di sguardi, voci, scalpitii che ci esortano a superare, nel segno della compresenza, l’assurdità dello scarto ontologico. Partire da noi per andare, oltre noi stessi, al punto di arrivo comune di una realtà liberata.»
Così scrive Francesco Pullìa nell’introduzione di Al punto di arrivo comune (Mimesis, 2012), libello politico, e non etico, come ben chiarito, che traccia un inedito percorso attraverso le filosofie di teorici della nonviolenza degli anni ‘60 (Capitini, Martinetti, Marcucci) soffermandosi sugli snodi comuni tra il loro pensiero e quello di Adorno e Horkeimer della Scuola di Francoforte, dell’ultimo Derrida e dei contemporanei antispecisti Filippi, Acampora, Caffo e Maurizi.
Chiave è il concetto della compresenza, la comune esperienza corporea e vivente che il fenomenologo statunitense Ralph Acampora chiama sinfisìa, soffermandosi sulla generale vulnerabilità che accomuna ogni specie, e che in Capitini (il primo in Italia a usare nonviolenza come un unico sostantivo, per indicarne la natura di pratica attiva e movimentistica, e non atteggiamento mancante di azione prevaricatrice) è estesa anche ai morti, «i quali non sono finiti né stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi, cooperanti, a fare il bene».
Una religiosità, quella propugnata da Capitini, e condivisa da Pullìa, che non ha a che vedere col confessionalismo, né tanto meno con i dogmi, ma che estende uno sguardo compassionevole (ed attivamente salvifico) in direzione degli eterni esclusi dalla cerchia di chi ha valore, compresenti anch’essi e uniti in una comunità sola, entro la quale ogni punto racchiude tutta l’universalità. Una visione dagli espliciti richiami alle filosofie orientali che per Pullìa è determinante nel suggerire un agire di liberazione animale che è pratico, politico e religioso insieme.
Quel che è certo è che di fede, in un mondo futuro equo e radicalmente diverso da quello di oggi, ce ne vuole, e tanta – fede religiosa o laica che sia – per prendersi in carico le sorti degli ultimissimi e trovare la forza di spingersi fuori da quei confini sempre angusti che connotano le rivendicazioni per se stessi e per il proprio gruppo sociale. Necessario è non limitarsi al superamento solo teorico dello scarto ontologico tra l’uomo e gli altri animali (oramai ridotto, questo, a sterile dogma dopo la sua delegittimazione compiuta dal darwinismo e da tutta l’etologia contemporanea) lavorando con concretezza ed urgenza per cancellare quell’olocausto quotidiano dei non umani, degli allevamenti e dei laboratori, di cui Pullìa offre, nell’ultimo capitolo del libro, una descrizione dettagliata che lascia un acuto dolore e un forte senso di vergogna.
La sua è una filosofia tutta rivolta all’azione. Al suo interno è fondamentale la critica di concetti fondanti della cultura occidentale contemporanea, posti arbitrariamente ad imporre esclusioni e discriminazioni. E’ il caso della nozione della persona umana, cara soprattutto al linguaggio cattolico, che fu ridimensionata già da Nietzsche che ne limitò la valenza a quella della sua origine, al significato di “maschera” del teatro greco. La persona, sottolinea Pullìa, è il luogo della sottrazione dell’animalità, dell’addomesticamento della zoé, la vita naturale, al bìos, la vita civilizzata (che anticamente era negata anche agli schiavi ed alle donne). Attraverso l’affermazione della persona, che può essere solo umana, si concretizza la divaricazione tra l’uomo e gli altri animali, chiusi nella trappola mortale di una discriminazione eterna e dell’imposizione di un dominio inesauribile che li nullifica.
Come la persona, anche il diritto, di cui essa sola è titolare, va sottoposto ad analisi. Derrida ne sottolineò l’insufficienza, e Massimo Filippi lo indica come segno della dimensione sovra-ecologica che l’uomo si è autoritariamente assegnato. Nella nozione di diritto per Pullìa c’è un vizio di fondo, e cioè che il riconoscimento si basa sulla rispondenza di altri ai parametri imposti da chi li ha stabiliti, plasmandoli su di sé, lasciando così aperta come unica via per la salvezza quella di un’assimilazione che violenta e offenda ogni alterità. Di per se ricca, invece, di profondità e bellezza che sfuggono allo sguardo accentratore del potere.
Decidersi a volgere lo sguardo al di là di noi stessi è la nuova rivoluzione copernicana ormai d’obbligo che questo libro invita a scegliere, come del resto fanno molti altri che svelano l’irragionevolezza del nostro vivere quotidiano a spese di altre vite di pari dignità (perché mai non dovrebbero averne? Se non per un dogmatismo di origine giudaica e cristiana, da cui la stragrande maggioranza della popolazione è ormai ben lontana?). Non farlo, non emanciparsi dal bisogno di sentirsi privilegiati per volontà divina, dopo che il pensiero scientifico ha svelato una complessità delle menti animali sbalorditiva e al contempo spiazzante, rischia di farci sprofondare infine nel ridicolo, con tutta la nostra tracotanza di pretesi sovrani del centro di un universo che è in realtà un vortice multiforme dai mille centri. C’è poco, davvero poco, ormai da rivendicare di esclusivamente umano. Molto c’è, invece, di cui scusarsi. Se uno zoologo non umano osservasse la terra, ha scritto Kundera e ricordato Pullìa, non vedrebbe nell’uomo altro che un parassita delle mucche: allora desideriamo e creiamo, per loro e per noi, qualcosa di più. «La realtà, ha scritto Capitini, ci seguirà, si trasformerà.»

Annunci
Comments
One Response to “Perché non possiamo dirci persone”
Trackbacks
Check out what others are saying...
  1. […] Perché non possiamo dirci persone « Asinus Novus. […]



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: