L’aggravante del non-senso: intervista a Marco Mancassola

di Leonardo Caffo

Marco Mancassola (1973) è uno scrittore italiano. Tra i suoi libri: Il mondo senza di me (Pequod 2001 – Oscar Mondadori 2003); Qualcuno ha mentito (Mondadori 2004); Last Love Parade (Mondadori  2005 –  Il Saggiatore 2012); Il ventisettesimo anno: due racconti sul sopravvivere (Minimum Fax 2005); La vita erotica dei superuomini (Rizzoli  2008); Non saremo confusi per sempre (Einaudi 2011). Ha scritto su Vogue Italia, Il Manifesto, Wired. Con Christian Raimo tiene su Rolling Stone la rubrica ‘Italia, amore.

In questa intervista parla di animali e letteratura.

Leonardo: In The Lives of Animals J. M. Coetzee racconta, attraverso le parole del suo personaggio Elizabeth Costello, la sofferenza non solo degli animali, ma di coloro (umani) che ne hanno compreso la sofferenza e si scontrano contro le barriere dell’indifferenza. La Costello è una scrittrice – fa dunque il tuo stesso mestiere – e racconta l’assenza di compassione e intelligenza emotiva proprio in quell’ambiente, “la cultura”, che ci aspetteremmo fosse invece un terreno fertile.

Marco: Nella storia di Coetzee, Elizabeth Costello scontenta tutti mettendosi a parlare di animali anziché di letteratura. Ma ciò che unisce letteratura e temi animalisti è che si tratta sempre, in fondo, di farsi domande sullo statuto del dolore.
Il dolore umano ha davvero ogni privilegio? Compreso quello di condannare a dolori insensati le altre specie? Personalmente non mi appassionano molto le dispute antispeciste, però se parliamo ad esempio di allevamenti e macelli su scala industriale, quelli da cui proviene la carne plastificata dei supermercati, mi pare evidente che parliamo di miliardi e miliardi di esseri sensibili condannati a vivere e morire in condizioni orrorifiche.

Mi pare anche evidente che la furia distruttiva con cui condanniamo gli animali è la stessa furia economica, sfruttatrice, autodistruttiva con cui condanniamo noi stessi a un destino sempre più nero. L’animale è coinvolto nel delirio sadico e masochista della specie umana. Quando scrittori e intellettuali reagiscono con un sorriso di sufficienza alle questioni animaliste, mostrano quanta poca capacità sia rimasta nella cultura contemporanea di sentire in modo organico il mondo. Ma questa non è una novità.

Leonardo: Eppure credo che l’animalismo sia cosa diversa dal veganismo/vegetarismo. Che opinione hai a proposito? E com’è la “vita vegana” a Londra?

Marco: A Londra il veganesimo è stato per anni collante di realtà alternative, squat, collettivi, piccoli caffè semi-illegali. Ora è diventato mainstream. Caffè e ristoranti vegani sofisticati si diffondono in varie zone della città, come del resto in tante città occidentali. Sono contento che l’offerta vegana aumenti. D’altro canto è ovvio che tale aumento ha a che fare con delle manie alimentari più che all’attenzione per animali e ambiente. Provo qualche fastidio verso chi non mangia carne solo per via di ossessioni salutiste. Il veganismo/vegetarismo è anzitutto scelta etica verso gli animali: se è solo una moda legata alle manie del corpo, alla paura delle tossine e via dicendo, si risolve per l’ennesima volta in qualcosa di centrato su di sé.

Leonardo: Da Kafka a Coetzee la letteratura racconta, da sempre, l’animalità e le sue “forme”, soffermandosi non di rado sulla cultura gastronomica – ovvero sulla trasfigurazione degli animali in “cose”. Solo lo “sdraiarsi a terra tra gli animali” di Kafka sembra ristabilire un equilibrio letterario tra animali umani e non. Come vede uno scrittore come te la funzione della letteratura in una questione come quella animale?

Marco: La letteratura investiga il senso. Gli animali possono soffrire anche in natura, ma la sofferenza provocata dall’uomo ha l’aggravante del non-senso. L’animale si trova a fare la spese, e quali spese, della perdita di senso nella cultura umana. Gli allevamenti industriali sono resi ancora più atroci dal fatto che la sofferenza in essi non ha altro scopo che un consumo banale, inconsapevole e stupido. Un pollo allevato in una gabbia che gli impedisce i minimi movimenti, con le ossa rotte, il becco tagliato, stordito dagli antibiotici, sotto i neon continui, in nome di cosa sta soffrendo? Perché un adolescente grasso e annoiato possa mangiucchiare la sua coscia e abbandonarla, nemmeno finita, sul tavolo di un fast food?
La buona letteratura tenta di restituire senso all’avventura umana e questo, indirettamente, va a favore anche dell’indipendenza degli animali. Poi, certo, ci sono cose più immediate che un libro può fare: ad esempio sono sempre curioso di come e cosa mangiano i protagonisti dei romanzi. O di come appaiono in essi gli animali.

Leonardo: So che ammiri due libri, Il mondo senza di noi di Alan Weisman, e Se niente importa di Jonathan Safran Foer. Entrambi raccontano la violenza dell’umano nei confronti della realtà. Cosa possiamo imparare da questi due libri?

Marco: Sono due libri diversi. Il primo non ha ambizioni letterarie pur usando tecniche narrative e uno stile suggestivo per descrivere ciò che la razza umana sta lasciando in eredità al pianeta. Il secondo è scritto da un romanziere, seppure sia un saggio sull’industria della carne. Entrambi esprimono visione, intelligenza, compassione senza retorica, e la capacità di ragionare senza i luoghi comuni o la banalità di pensiero che purtroppo, dobbiamo ammettere, certi animalisti ed ecologisti spesso usano.

Leonardo: Arriverà mai un tuo libro sugli animali?

Marco: Da anni ci penso e ci provo. Sì, nel futuro prossimo potrebbe arrivare. Il modello è La fattoria degli Animali di Orwell, ma quello era un libro sull’uomo politico, gli animali erano solo metafore. Il vero romanzo sugli animali è quello dove l’animale non è una metafora: è lì per se stesso – conoscibile grazie a un’attività umana come la letteratura, eppure irriducibile alla nostra ansia di rispecchiarci.

Apparso su Linkiesta.

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