“Muori, se vuoi; io sono al sicuro”

di Serena Contardi

Dubito le mie letture abbiano avuto un qualche ruolo nel mio incerto approdo all’antispecismo, e se lo hanno avuto, be’, il mio cervello deve avere lavorato in grande stile, tendendomi all’oscuro di tutta la faccenda. I francofortesi, in effetti, potrebbero c’entrar qualcosina, ma di Singer e Regan conosco il minimo indispensabile: il poco che ho studiato, mi è servito unicamente per potere continuare a guardarmi allo specchio senza sentirmi la fannullona che sono, e avere qualcosa da rispondere alle altrui lacrime di coccodrillo, così frequentemente articolate in forma di obiezione. Gli antispecisti politici argomentano che sia necessario uscire dalla sfera dell’etica perché questa sopravvaluta lo spettro d’azione del singolo, inibendo le possibilità di sviluppare una teoria e una prassi volte a incidere realmente sulla condizione degli animali non umani, che di certo, dato il divario esistente tra l’apparato produttivo e le forze che lo contestano, non può essere modificata con isolate rivoluzioni del consumo individuale. Il fatto è che io nell’ambito dell’etica non mi ci sono mai veramente addentrata. Non perché presagissi la costitutiva manchevolezza di un approccio astratto e miniaturizzato – quello, appunto, dell’etica formale – di fronte all’enormità del fenomeno sfruttamento animale, il quale evidentemente abbisogna di un’adeguata analisi storica e materiale che i concetti di giusto e ingiusto non possono compiere (magari fossi così furba). E nemmeno perché mi sentivo, mi sento, tanto più vicina a quei pensatori per i quali l’etica rimane un “mistero”, e provo sempre un certo disagio davanti a chi esibisce, nell’argomentare, una furiosa volontà di avere ragione (tutte le nostre dottrine morali non si rivelano, in ultima analisi, parziali? Il contrattualismo trascura l’elemento di validità delle norme; il giusnaturalismo omette il loro carattere di costruzione sociale, per quanto dotata di validità; l’utilitarismo non riesce a svincolarsi da quella che alla fin fine rimane una petizione di principio…). La verità è che non sono mai riuscita a liberarmi fino in fondo dal sospetto che chiunque si misuri nell’annosa querelle sullo statuto morale degli animali abbia già deciso, prima ancora di cominciare a discuterne, se vi sia o meno una reale obbligazione nei loro confronti. D’altronde, anche qualora venisse dimostrato in via definitiva che gli animali non hanno diritto a nessun tipo di considerazione o tutela, essi non cesserebbero di rimanere, per noi, un problema. Sono loro, questi spaventosi esseri a metà, a sconfessare la nozione stessa di diritto, mostrandocene tutti i limiti intrinseci. Non è vero, ad esempio, che ne furono da sempre esclusi: i procedimenti penali contro animali attestano che, ad un certo punto della nostra storia, dovette sembrarci più ragionevole ritenerli colpevoli e giustiziarli piuttosto che espellerli in toto dal dominio dell’umana giustizia. Kant, che nella sua etica comprese soltanto l’uomo, protagonista unico e assoluto del celebrato «regno dei fini», non riuscì mai, pur avendoli ridotti a res, a liberarsene completamente. Nella Critica, la crudeltà contro gli animali non è considerata spiacevole, ma immorale (l’uomo è reo nei confronti dell’umanità, propria e altrui) e, dal momento che per crudeltà è da intendersi ogni violenza non necessaria, è possibilissimo argomentare, come in effetti fa Matteo Andreozzi [L'(in)attualità dell’etica di Kant, in La persona nelle filosofie dell’ambiente, Limina Mentis 2012] in maniera del tutto convincente, che oggi dichiarerebbe illegittime molte delle nostre consuetudini, tra le quali ovviamente il mangiar carne. Anche sorvolando sul caso del filosofo di Königsberg, tutta la storia della filosofia testimonia, salvo rarissime eccezioni e ben prima che fossero introdotte nel mondo delle cose che esistono strutturate teorie in difesa dei diritti animali, del bisogno ineliminabile di render conto della nostra prevaricazione sulle altre specie, e giustificarla. Tale giustificazione, del resto, è strettamente imparentata a tutte quelle che si diedero della violenza su altri esseri umani – donne, schiavi, indi, negri, ebrei, cinesi – , prima abbrutiti (letteralemente: ridotti a bruti) e poi brutalizzati, ovvero, per usare una felice espressione di Antonio Volpe, gettati nello spazio di un’«uccidibilità totale». Fu questa, probababilmente, una delle circostanze che spinsero un indignato Rousseau a bestemmiare la ragione dei filosofi, preferendole, quasi per ritorsione, la concretezza dell’uomo vicino allo stato di natura e la sua muta solidarietà con la creatura che soffre («la compassione sarà tanto più energica quanto l’animale che sta a vedere si identificherà intimamente con l’animale che soffre; ora è evidente che questa identificazione deve essere stata infinitamente più stretta nello stato di natura che non nello stato di ragione»). Sebbene non si riesca a fugare l’impressione che l’esaltazione rousseauniana dell’ignoranza naturale presenti i tratti della semplificazione – la stessa che caratterizza certe connotazioni dell’infanzia – , non si può che rimanere pietrificati davanti alle parole con le quali il ginevrino immortalò gli intellettuali del suo tempo, tutti dediti a scagionare la barbarie, e cercare grottescamente di darle uno stile:

[…] è la ragione a generare l’amor proprio ed è la riflessione a rafforzarlo; essa ripiega l’uomo su se stesso e lo separa da tutto ciò che lo mette a disagio e lo affligge; è la filosofia che lo isola, facendogli dire in segreto, davanti a un uomo che soffre: “muori, se vuoi; io sono al sicuro”.

e ancora:

A turbare i sonni tranquilli del filosofo e a strapparlo dal suo letto sono rimasti solo i pericoli che minacciano la società intera. Si può impunemente sgozzare il suo simile sotto la sua finestra; non ha che da tapparsi le orecchie con le mani e farci sopra un bel ragionamento per impedire alla natura che si rivolta in lui di farlo identificare con la vittima.

Vi è in questo rifiuto della cultura, interpretata come intollerabile ludus sullo sfondo dei corpi che vengono abbattuti, una rabbia che capisco. Ogni tentativo di decidere dello status morale degli animali mi pare un verdetto di condanna, che avrà luogo in ogni caso. Poiché non c’è nulla che «il ventre divenuto spirito» (Adorno) non sia disposto a ingabbiare, per poi divorarlo, nel sistema, non esiste possibilità risolutiva di salvezza all’interno di questo, non per chi si situa ai suoi margini, e minaccia di sfumarli. L’unica speranza rimane che gli animali, questi spaventosi esseri a metà, a seconda dei tempi posti al di qua o al di là del confine, franino, con la loro scandalosa natura ibrida, le sue stesse pareti, sottraendosi al bando che imprigiona noi prima di loro, noi con loro. La gatta continuerà dispettosamente a guardare il filosofo, e lo vedrà nudo.

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Comments
4 Responses to ““Muori, se vuoi; io sono al sicuro””
  1. anna mannucci ha detto:

    “gli animali, questi spaventosi esseri a metà”

    ???
    perché???

    • Serena ha detto:

      Ti disturba “spaventosi” o “esseri a metà”? Lo sono per l’ideologia dei diritti, che non riesce mai a comprenderli o a escluderli del tutto e ne è messa in pericolo, non certo per me 🙂

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