Intervista a Steve Best

di Giovanna Devetag e Rita Ciatti

Proponiamo qui di seguito l’intervista che abbiamo fatto a Steve Best in occasione del ciclo di conferenze da lui tenute in Italia, di cui un breve riassunto si potrà leggere qui. Poiché egli è noto soprattutto per le sue idee in merito all’attivismo, abbiamo pensato di focalizzare l’intervista su temi inerenti l’azione ed anche il tanto dibattuto concetto di “violenza”, ossia cosa si debba intendere per “violenza” e se essa possa essere, in taluni casi,  isolati e contestualizzati, moralmente giustificabile (ad esempio per estensione della legittima difesa, ossia nel caso in cui ci si trovasse ad assistere ad un evidente maltrattamento di un animale o persona impossibilitata a difendersi e si rendesse necessario intervenire per fermare l’oppressore, al fine di porre in salvo la vittima).
A questo proposito vorremmo comunque sottolineare che quanto seguirà rappresenta il pensiero di Best, sul quale non necessariamente Asinus Novus  è d’accordo. Asinus Novus condanna in ogni caso la violenza verso esseri viventi, umani o non umani.

G.D. – Fino a che punto ed in quale caso è da considerarsi legittimo l’uso della violenza?

S. B. – Ci sono due considerazioni da fare riguardo all’uso della violenza; la prima è una considerazione di principio, in base alla quale ci chiediamo se l’uso della violenza sia giusto, se sia moralmente accettabile; la seconda è un’argomentazione di tipo pragmatico: in alcuni casi la violenza potrebbe essere moralmente accettabile, ma potrebbe comunque essere controproducente ai fini della liberazione animale e quindi sarebbe sempre preferibile non ricorrervi. E, secondo me, se il movimento finora non è ricorso alla violenza non è tanto perché non si pensi che chi tortura animali non la meriti, ma anche proprio per paura di danneggiare il movimento stesso. Di sicuro non avrebbe senso uscire di casa e mettersi a sparare o assaltare a caso, ma ogni qualvolta un animale indifeso viene torturato l’uso della violenza può essere giustificato per intervenire in sua difesa.

G. D. – Ma chi secondo lei è da definirsi una persona violenta verso gli animali? Il singolo individuo che mangia carne può essere definito una persona violenta? Viviamo in un sistema in cui l’antropocentrismo domina da millenni, in un sistema in cui l’uccisione e sfruttamento degli animali è normalizzato e accettato socialmente per cui le persone, i singoli, non hanno consapevolezza della violenza implicita nel parteciparvi tacitamente senza minimamente metterlo in discussione. Prendiamo ad esempio i miei genitori, che sono carnivori: dovrei dir loro che sono dei violenti perché mangiano carne?

S. B. – Dovresti ucciderli! (ride). Seriamente, è chiaro che la violenza non riguarda il singolo consumatore; sto parlando di colpire i vertici del potere. Ad esempio, la Monsanto è una corporation che sta distruggendo il pianeta: Il CEO della Monsanto sarebbe un target giusto. Non ha senso prendersela con i singoli consumatori di carne: è vero che contribuiscono al sistema dello sfruttamento animale, ma noi stessi mangiavamo carne un tempo, e ciò che più ci preme è sperare di riuscire a sensibilizzare le persone in modo che smettano di consumare carne e prodotti animali; il singolo consumatore quindi non è certo il target giusto da attaccare. Nel target possiamo invece far rientrare quelle persone sulle cui spalle va a gravare la responsabilità di questo sistema di sfruttamento, ad esempio i top manager delle corporations. Naturalmente è difficile tracciare un confine netto tra chi può essere considerato colpevole e chi no. Io per esempio trovo sbagliato non solo prendersela con i consumatori ma anche con i lavoratori impiegati nei macelli.

G. D. – Che cosa pensa di associazioni come Sea Shepherd? Loro si definiscono “nonviolenti aggressivi” perché non mirano a fare del male alle persone, ma al tempo stesso agiscono in maniera aggressiva e mirata per impedire fisicamente che le balene vengano cacciate e uccise.

S. B. – Sono assolutamente a favore delle attività di S. S.: loro agiscono per far rispettare la legge internazionale che vieta di cacciare le balene. Inoltre, nelle loro azioni sono sempre molto attenti a non mettere in pericolo vite umane. Le loro operazioni di sabotaggio alle navi giapponesi avvengono sempre dentro i porti o in acque poco profonde così da non mettere in pericolo nessuno; non solo: se su una nave di S.S. viene trovato un attivista in possesso di armi, questo viene espulso per sempre dall’organizzazione.  È già accaduto un paio di volte. Un attivista che conosco, inoltre, ha fatto dichiarazioni inneggianti all’uso della violenza, ed è stato anch’egli espulso dall’equipaggio. Paul Watson è molto scrupoloso nel mantenere una posizione di rigorosa nonviolenza.

G. B. – Ed ora una domanda sul veganismo. Molti animalisti sono intolleranti verso chi non è vegano o vegetariano. Supponiamo che una persona venga da lei e le dica che è favore dei diritti animali, che vuole fare qualcosa di concreto per terminare lo sfruttamento, ma che al tempo stesso non riesce ancora a diventare vegano, perché magari è troppo goloso, pigro, o altro. Che cosa direbbe a questa persona? Vattene, perché non sei vegano e quindi non puoi combattere per liberare gli animali?

S. B. – No, questo è un atteggiamento totalmente sbagliato ed è anche la ragione per la quale siamo così deboli. Quando ci furono le dimostrazioni di Occupy Wall Street a New York, io consigliai agli animalisti di unirsi ai manifestanti, e molti mi risposero che non erano d’accordo perché si trattava nella maggior parte dei casi di specisti e carnivori. Ho detto loro che secondo me erano degli imbecilli. Volete diffondere il veganismo? Avete un’opportunità unica di farlo andando fuori a manifestare insieme a questa gente. So per esperienza che è molto difficile parlare con i progressisti di diritti animali, ma almeno bisogna provarci. C’era un’opportunità unica di incidere davvero, di contribuire a fare la storia, ma molti animalisti avrebbero preferito starsene ad osservare dalla cucina di casa loro.  Certamente le posizioni sono tante e diversificate. Ci sono quelli che ti dicono che devi diventare vegano da un giorno all’altro, altri che ti suggeriscono di diventarlo gradualmente, ci sono persone che sponsorizzano i “lunedì senza carne”, altre che pensano che questo sia un atteggiamento welfarista e troppo morbido. I puristi spesso concludono poco,  ma al tempo stesso è anche vero che facendo troppi compromessi si rischia di concludere altrettanto poco. Io credo che dovremmo spingere le persone al veganismo senza compromessi, ma stando bene attente a non giudicarle poiché sono tanti i fattori che entrano in gioco nel rendere il veganismo una scelta a volte difficile, in primis le reazioni da parte del gruppo dei pari –  spesso di scherno, se non di vera e propria ostilità –  e soprattutto l’opposizione da parte della famiglia. Queste sono anche le ragioni per cui molte persone smettono di essere vegane. Non dobbiamo essere colpevolizzanti, dobbiamo tenere tutti questi fattori in considerazione. Ad esempio, Malcolm X, eccetto che nell’ultimo suo anno di vita, si rifiutava di lavorare con i bianchi, che considerava il demonio. Era un vero e proprio segregazionista. Vogliamo fare come Malcolm X, essere segregazionisti o, al contrario, cercare un terreno di incontro? Dobbiamo sforzarci di costruire alleanze, dobbiamo lavorare con pazienza per portare i movimenti progressisti dalla nostra parte, ma l’atteggiamento giusto non è quello di andare da qualche gruppo di sinistra e dire: “dovete diventare vegani!”, è semmai quello di cercare un terreno di lotta comune, quale potrebbe essere ad esempio la lotta al moderno sistema dell’agroindustria.
Il movimento invece è così marginalizzato, così incapace di comprendere i propri errori. Non sono poi nemmeno così convinto che i vegani salvino tutte le vite animali che sostengono di salvare. Il calo irrisorio di domanda di carne e derivati è compensato dai sussidi statali che l’industria della carne riceve, o dalla ricerca di sempre nuovi “clienti”, come ad esempio le mense scolastiche. Se vuoi salvare un animale, vai in un canile o in un rifugio per animali abbandonati, piuttosto. Non credo che i vegani facciano la differenza, al momento, e purtroppo non credo nemmeno che salviamo chissà quante vite. Siamo troppo pochi. Personalmente preferirei senz’altro lavorare con un onnivoro che si attiva per cercare di cambiare questa società piuttosto che con un vegano apolitico. Perché ci sono questioni più importanti del veganismo, che da solo non arriverà da nessuna parte. Inoltre, far politica vuol dire cercare ragioni di incontro, non motivi per differenziarsi dagli altri.

G. D. – Secondo lei, è possibile sconfiggere lo specismo senza distruggere il capitalismo?

S.  B. – Questo è un discorso complesso. Il capitalismo nutre il nostro specismo, considerando vite senzienti al pari di merce, risorse rinnovabili, prodotti che poi vengono immessi sul mercato. Attraverso l’aumento della povertà e delle diseguaglianze economiche, inoltre, il capitalismo incrementa la caccia, la pesca, a volte perseguite per necessità da popolazioni povere, ed altri fenomeni come il mercato illegale di corna di rinoceronte. D’altro canto, non è certo sufficiente instaurare un’economia di stampo socialista per porre fine allo specismo. La questione non è così semplice. Lo specismo è ben più antico del capitalismo, e non si può pensare che finisca con esso. D’altra parte, però, pensiamo a cosa accadrebbe se non fosse più possibile ottenere profitti sfruttando gli animali. Avremmo ancora una società specista, ma probabilmente lo sfruttamento non avrebbe le proporzioni gigantesche che conosciamo. In ogni caso, il problema trascende l’usuale distinzione tra destra e sinistra, o tra capitalismo e comunismo. Le società comuniste o anche anarchiche non sono necessariamente antispeciste.

G. D. – Dove traccerebbe il confine tra la vita che dobbiamo rispettare e quella che possiamo anche non rispettare? Che posto hanno nella sua visione dell’antispecismo gli insetti, ad esempio?

S. B. – Ci sono varie posizioni a riguardo. Saprete senz’altro dell’esistenza del “progetto Grande Scimmia” che mira a concedere alcuni diritti fondamentali alle grandi scimmie antropomorfe sulla base del fatto che le loro capacità cognitive sono così elevate da rendere questi animali estremamente simili a noi. Beh, io non sono molto d’accordo con lo stabilire chi debba godere di diritti sulla base di variabili quali la complessità cognitiva. Per me la variabile importante è la capacità di soffrire. Ovviamente ci sono casi molto dubbi, sui quali abbiamo scarsa informazione. Già è difficile definire il concetto di essere senziente, in più non sappiamo se per esempio i molluschi si possano definire tali. In questi casi la mia posizione è quella di concedere comunque anche ai molluschi il beneficio del dubbio; nell’incertezza, rispettiamo la vita sempre e comunque, smettiamo di interferire con la vita dell’altro per i nostri comodi. Certo, ci sono situazioni in cui è necessario compiere delle scelte: rispettare la vita non vuol dire che ogni singola vita debba sempre essere messa alla pari di ogni altra vita. Io a casa mia non ammazzo i ragni o le mosche, ma uso degli antiparassitari per fare star bene i miei gatti; in questo caso quindi compio una scelta. Direi che come regola generale vale il principio che nessuna vita debba venire soppressa se ciò non è necessario. In alcuni casi la scelta può rendersi necessaria e quasi mai si tratta di una scelta facile.

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Comments
5 Responses to “Intervista a Steve Best”
  1. pasquale cacchio ha detto:

    Complimenti alle intervistatrici.
    Il Nuovo Pensiero ha bisogno di un terreno ricco di minerali,
    di concime organico come il terriccio di bosco,
    non deve essere coltivato nei vasi, come questo qui,
    né in una serra, deve saper affrontare geli, calure, siccità,
    venti e non deve aver fretta di crescere.
    Le querce, i tassi, i gynko, gli alberi più forti e duraturi hanno una lenta crescita.

  2. rita ha detto:

    Grazie Pasquale.
    Molto bella questa tua metafora, mi piace! 🙂
    Speriamo che il movimento antispecista sia come una quercia allora, che sta lentamente crescendo, ma che diventerà forte e robusta.

  3. feminoska ha detto:

    Sulla distinzione tra forza e violenza e sull’uso della forza consiglio il breve ma intenso “Dio è violent*” di Luisa Muraro. La frase che vorrei incidermi nella pelle invece è questa: “far politica vuol dire cercare ragioni di incontro, non motivi per differenziarsi dagli altri.” Peccato che spesso succeda proprio l’opposto.

    • rita ha detto:

      Grazie per il suggerimento. 🙂
      Hai ragione, condivido la tua idea di politica. Ma l’essere umano se non innalza barriere da cui tener fuori chi non si conforma alle regole vigenti del sociale sembra che non sia contento.
      Volevo chiederti, già che sei intervenuta qui, ma come si fa a lasciare commenti sul vostro blog? Ho provato un paio di volte, ma non sono riuscita a postare. Non me li prendeva. Grazie.

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