Il carnismo e le “sue” abitudini. Intervista a Melanie Joy

di Alma Massaro e Paola Sobbrio

L’intervista che segue nasce dal nostro felice incontro con Melanie Joy.  Dopo aver letto, in versione inglese, il libro della Joy abbiamo deciso immediatamente di tradurlo. Abbiamo pensato che questo libro potesse essere, per come è scritto e per le argomentazioni da cui è supportato quel libro necessario a raggiungere più persone possibili che potessero e possano riflettere sui meccanismi mentali che le portano a coccolare il cane come un bambino, considerarlo parte integrante della famiglia e divorare altri animali o indossarli come se fossero inanimati o diversi dal cane per senzienza e grado di percezione della sofferenza. Probabilmente lo sono ma soffrono. Forse di più o anche di meno. Il dato oggettivo è che soffrono. Nessuno oggi può, scientificamente, negare che tutti gli animali soffrono. Perché di questa sofferenza la gran parte degli animali umani non tiene conto? Può il carnivoro ritenersi esentato da responsabilità se si nutre di un animale allevato in modo estensivo?

In occasione del tour di Melanie Joy in Italia l’abbiamo intervistata al fine di portare a conoscenza di chi non ha, ancora, letto il libro cosa è il carnismo, come le abitudini influiscono sul perpetuarsi di comportamenti che mentalmente molti carnivori percepiscono come errati ma che non riescono a cambiare e soprattutto perché il ruolo degli attivisti è così importante.

1. Potresti descrivere brevemente cosa significa il termine carnismo e cosa rappresenta per gli attivisti animalisti?

Il carnismo è quell’invisibile sistema di credenze che condiziona le persone a mangiare certi animali; è l’opposto del veganismo. Il carnismo è istituzionalizzato e interiorizzato da quegli individui che vivono all’interno di una cultura carnivora. Pertanto gli attivisti hanno bisogno di capire la psicologia delle persone a cui stanno rivolgendosi, per poter esortarle in modo efficace. Inoltre per gli attivisti è utile capire il sistema sociale che sottostà a questa psicologia. Capire li aiuta a essere più empatici con i non vegani e a condurre una vita più semplice  in un mondo non vegano.

2. Potresti descrivere una persona carnista? Esistono delle caratteristiche comuni tra le persone che mangiano la carne e quelle che non la mangiano?

Non uso il termine ‘carnista’ ma solo ‘carnismo’, perché le persone non vegane non sono volutamente carniste pertanto potrebbero trovare questo termine offensivo.

Probabilmente vegani e non vegani hanno più in comune di quanto si pensi. Le differenze sono minori delle somiglianze. È importante che i vegani si rendano conto e capiscano che non eravamo vegan prima. Dobbiamo ricordarci del nostro carnismo, non siamo persone fondamentalmente diverse.

È importante concentrarsi su quanto abbiamo in comune piuttosto che sulle differenze. Ci accomuna il fatto che la maggior parte di noi tiene agli animali e non vuole fargli del male. Questo è ciò che abbiamo in comune. Inoltre siamo nati entrambi all’interno di una cultura che, quando si tratta di mangiare gli animali, ci porta a disconnetterci dalla verità delle nostre esperienze.

3. Credi che ci sia differenza tra il carnismo contemporaneo (industrializzato) e quello antico (non industrializzato)?

La “carne felice”, il “mangiare locale” e la “paleo dieta” sono segno della volontà della nostra società di esaminare l’etica del mangiare carne, uova e prodotti caseari e riflettono il sincero interesse che le persone hanno per gli animali (e per l’ambiente e la salute). Ma riflettono, inoltre, la resistenza della cultura dominante del mangiare la carne ad adottare realmente un’etica vegan.

4. Seguendo David Nibert (l’autore di “Animal rights, human rights entanglements of oppression and liberation”) e il tuo libro, pensi che le persone abbiano gli strumenti per comprendere le connessioni tra sfruttamento degli uomini e degli altri animali?

Le persone hanno la capacità di comprenderle e desiderano farlo. Ma è compito degli attivisti fornire gli strumenti.

5.Talvolta, però, le persone negano l’oppressione e non possono vederla perché è troppo dura.

Le persone hanno bisogno di sentirsi sufficientemente al sicuro per poter portare la loro testimonianza, devono sentirsi sicuri tanto psicologicamente quanto socialmente.

Quando chiediamo di smettere di mangiar carne non stiamo semplicemente chiedendo una modifica del comportamento ma chiediamo un cambiamento di coscienza. E tale cambiamento avviene solo quando una persona è pronta. Gli attivisti possono fornire gli strumenti, dire la verità con compassione. Ma la sicurezza è importante. Quando lasciamo che la consapevolezza della sofferenza degli animali nel mondo entri in noi, è allora che la nostra vita cambia completamente. Diventare consapevoli è potenziante ma è anche doloroso. Anche divenire vegan può essere problematico, le persone devono quindi essere pronte per il cambiamento. Una ragione è perché quando sei vegan non fai più parte della norma sociale: devi sentirti sicuro di chi sei per poterlo divenire.

6. Ritieni che abbia più responsabilità il consumatore – che non conosce la verità del carnismo e talvolta si rifiuta consapevolmente di comprenderla – o gli imprenditori dell’industria della carne?

Ritengo che la contrapposizione  consumatore-produttore sia una falsa dicotomia. Il carnismo è sia strutturale – ovvero, incorporato nella struttura della società – sia psicologico – ovvero, incorporato nella psiche umana – pertanto la dicotomia è falsa. Credo che la differenza si trovi nel fatto che i consumatori non partecipano consapevolmente al carnismo mentre i produttori obbligano consapevolmente le persone a parteciparvi, consapevolmente obbligandole. I produttori beneficiano maggiormente dei consumatori dal carnismo e i consumatori ne sono vittime.

7. Qual è il ruolo delle abitudini nel consumatori della carne?

Le abitudini giocano un ruolo, sì, ma non così importante. Dobbiamo dare più credito alle persone: le persone infrangono le abitudini continuamente. Ritengo che il ruolo della coscienza sia più importante. Le persone mangiano gli animali per il simbolismo che sta dietro il mangiare gli animali, per l’attaccamento psicologico al mangiare gli animali. Ci sono ragioni più profonde delle abitudini ma le persone non ne sono consapevoli.

Ridurre tutto alle abitudini è una semplificazione carnista. Esiste un attaccamento psicologico più profondo che viene continuamente rinforzato dalla cultura. Le persone non sono consapevoli del simbolismo del mangiare gli animali.

8. Talvolta le persone ne sono al corrente. I nostri genitori, per esempio, non sono vegani ma sanno che noi lo siamo e le ragioni per cui abbiamo fatto questa scelta: le loro abitudini sono sempre più forti per loro.

Sì, si tratta di abitudini materiali. Ma  credo  che ‘le abitudini inconsce della mente’ siano ancora più forti di queste. Testimoniare avviene su due livelli: su quello della mente e su quello del cuore. Se esso avviene solo nella testa ma non nel cuore allora non cambia nulla. Testimoniare è diverso dal comprendere con la testa, testimoniare significa comprendere con la testa ma anche con il cuore.

Gli attivisti devono piantare dei semi; le persone devono essere pronte. Non dobbiamo sentirci responsabili del cambiamento delle altre persone, noi dobbiamo condividere la nostra verità.

9. Qual è il ruolo delle abitudini per coloro che lavorano nell’industria della carne?

Nella mia ricerca e nella mia esperienza ho capito che coloro che lavorano nell’industria della carne divengono desensibilizzati. Per questa ragione nel mio libro uso il termine “routinizzazione” (che prendo in prestito dallo psichiatra Robert J. Lifton, studioso della psicologia della violenza): significa divenire desensibilizzati compiendo ripetutamente un’azione.

10. Pensi che ci sia una correlazione tra il costo della carne e la sofferenza animale?

Il carnismo crea sentieri di resistenza minima e al momento questo sentiero consiste nel mangiare gli animali, perché è conveniente: McDonald è economico. Più i sentieri di resistenza minima conducono al carnismo, più le persone mangeranno gli animali.

11. Ritieni che l’idea di migliorare il benessere degli animali sia una forma di dominio – un modo antropocentrico di guardare gli animali – o un buon modo per raggiungere l’obiettivo della liberazione animale?

Non possiamo evitare di esercitare una qualche forma di dominio dal momento che il mondo è così specista. Dovremmo chiederci se questo dominio è nell’interesse degli animali e se stiamo facendo la cosa migliore per loro. Per esempio abbiamo milioni di cani e gatti randagi sparsi per tutto il mondo. Quando ne adottiamo uno esercitiamo dominio ma, allo stesso tempo, è nell’interesse dell’animale.

12. Quale relazione esiste tra la ricerca biomedica e il carnismo?

Alla base di entrambe vi sono mentalità molto simili. Nel mio libro mi occupo del carnismo poiché ritengo che sia la via più efficace che posso utilizzare per gli animali, per una trasformazione sociale. Fin quando mangeremo gli animali definiremo in tal modo la nostra relazione con loro.

Annunci
Comments
3 Responses to “Il carnismo e le “sue” abitudini. Intervista a Melanie Joy”
  1. rita ha detto:

    Molto interessante questa intervista, anche io sono convinta che non dobbiamo sottovalutare i fattori psicologici del carnismo, per questo insisto tanto sull’informazione e divulgazione della realtà degli allevamenti e dello sfruttamento degli animali in genere.
    Mi è piaciuta inoltre la risposta che dà sull’adozione degli animali in quanto è vero che spesso mi sento in colpa per aver raccolto dalla strada alcuni gatti, ma appunto l’ho fatto nel loro interesse, in quanto in quelle specifiche situazioni era la cosa migliore che potessi fare per il loro benessere presente e futuro.

  2. Cami ha detto:

    Un’intervista ricca e piena, molto interessante quello che dice e come lo dice.
    Ci sono delle basi nelle sue parole, ci sono delle documentazioni…
    Comunque sono pienamente d’accordo… Per cambiare bisogna essere pronti e propensi verso il cambiamento, liberi da preconcetti, idee e ideologie… Essere liberi e sentirsi tali per scegliere sulla nostra vita, quella degli animali e del Pianeta.

  3. antonio gargiulo ha detto:

    diventare vegani e rinunciare al passato è possibile solo nel momento in cui si acquista consapevolezza (non la sola conoscenza razionale) nel cuore e nell’anima di tutto cio’ che c’e’ dietro la carne e il pesce che mangiamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: